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Il Covile - N.o 303 (10.2.2006) Claudio Risé critica i genitori complici sullo spinello

Questo numero


Perfetto come sempre, Claudio Risé.
 

Ma io critico i genitori complici sullo spinello (di Claudio Risé)

Fonte: Il Foglio del 9 febbraio 2006

Gli amanti della canapa indiana, dell'afgano nero e del marocchino rosso non capiscono il legislatore italiano rigido e duro, che nulla sa della cannabis, e non capisce che si tratta solo di un po' di innocua euforia sotto forma di fumo. Ma è proprio così?
 
Questa autorappresentazione tranquillizzante, così come la presentazione della droga leggera come qualcosa di sostanzialmente innocuo e portatore di allegria, è invece essa stessa sia frutto dell'uso prolungato della stessa, sia collaudato strumento di diffusione dell'erba e della sua cultura. Pur essendo questo stereotipo del tutto corrente, e complessivamente vincente in occidente (al di fuori dell'"anomalia italiana"), dove l'uso di queste sostanze è ampiamente tollerato, esso corrisponde però a una rappresentazione della realtà del tutto falsificata. Infatti, l'allegria vera, che nasce da un rapporto col reale non alterato da sostanze, non è mai drogata, né leggermente né pesantemente. La pienezza psicologica, affettiva e cognitiva, nasce dall'accettare la vita per quello che è, con le sue leggerezze e pesantezze, con i suoi colori veri e non ritoccati da sostanze che alterano le nostre percezioni e il nostro tono affettivo. È quando riusciamo a far questo che possiamo essere veramente allegri, oppure davvero tristi, a seconda di quanto ci accade intorno. La droga, a cominciare proprio da cannabis e derivati, serve al contrario, a stendere una vernice di tranquillità e sdrammatizzazione sull'esistenza. Che, a differenza di una fumata tra vecchi amici noti e fidati, lascia invece spazio all'irruzione dell'altro, lo sconosciuto, evento o persona non importa, ed al dramma che ogni "altro" porta con sé.
 
Per questo l'assoluzione della droga leggera è, innanzitutto un fatto profondamente antieducativo. Perché suggerisce ai figli, ai ragazzi, che rifiutare di confrontarsi (di guardare) la vita com'è, ed ingegnarsi ad alterarla, a renderla meno drammatica e più soft va bene, non c'è niente di male. In questo modo, però, si insegna ai giovani come sfilarsi dalla vita. Come sviluppare, secondo lo stile particolare delle droghe leggere, quell'abilità a guardare la vita senza vederla per quello che è, che caratterizza in modi diversi, ma con questo tratto comune del travestimento della realtà, la personalità tossica, sia che si tratti di alcool, di cocaina o di cannabis. Certo, i giovani potrebbero sempre spinellarsi "trasgredendo", senza l'accordo dei genitori liberali e comprensivi. Ma privarli del diritto, di prendersi la responsabilità della trasgressione, e viverne il dramma (anche nei suoi aspetti formativi), per rinchiudere invece i poveretti tra le quinte polverose di una commedia dei buoni sentimenti, con mamma e papà complici e solidali nella trasgressione, secondo un copione perfettamente messo a punto negli ultimi trent'anni, è con ogni evidenza un gesto di crudeltà ben maggiore. È come sostituire il vento del deserto con un'aria condizionata, e un po' profumata. Un'azione di indebolimento psicologico, ma anche fisico, e morale, difficilmente qualificabile.
 
Non per tutti, naturalmente, andrà malissimo. La discriminante degli esiti sarà, infatti, il conto in banca. Come aveva intuito, certo, Pier Paolo Pasolini, ma anche Turi Toscano, che a Milano minacciava sprangate ai compagni poveri che "si facevano" di erba, ricordando loro che così facendo tradivano la "classe", e i pesanti sacrifici dei genitori per dare loro una vita diversa. Se il patrimonio di famiglia infatti è buono, l'uso di droga, leggera o pesante, può essere "tollerato", nel senso di possibilità di finanziarne i danni conseguenti. Come i casi di cronaca dimostrano. Se il giovane, però, è povero, nessuno gli restituirà la lucidità, la durezza, la disciplina di cui ha bisogno per affrontare il mondo, e che la droga, infiocchettata e leggera, gli ha portato via.
 
La cannabis è una vera droga: è proprio per questo che andrebbe data, ovviamente, ai malati di tumore, come già accade in molti paesi del mondo. Ma è proprio per questo che, invece, darla ai ragazzi, o lasciare che lasciare che la prendano con sorriso complice e solidale, è una vera vigliaccata.
 
Claudio Risé