Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 304 (15.2.2006) Anche De Marco contro la retorica dello spinello

Su una "pedagogia minima della canapa indiana" (di Pietro De Marco)


Caro Stefano,
vi sarebbe poco di essenziale da aggiungere alla nota di Claudio Risé con cui Il foglio ha scelto di contrappuntare quella “pedagogia minima della canapa indiana”, cui ha dato spazio. Poco, perché la chiusa di Risé: “dare [la cannabis] ai ragazzi, o lasciare che la prendano con sorriso complice e solidale, è una vera vigliaccata”, è un eloquente e ineccepibile tombeau di quella “pedagogia minima”. Ma voglio provare a formulare il mio inessenziale disagio, la lieve nausea, che mi provoca la lettura del sorridente pezzo di Purple Haze (uno pseudonimo ben scelto, poiché vi è perfetta la sintesi tra lo stupor e l’avvolgente foschia della coscienza – di cui l’articolo è deriva e progetto). Sono tentato di pensare ad uno scherzo provocatorio; ma, su troppi fronti, sarebbe l’ora di smetterla di scherzare. Faccio quindi conto che il purpureo annebbiamento sia una sfida, tanto più seria quanto più proposta con l’esibita innocenza che è sul volto delle peggiori tentazioni.
Nel leggere sono stato ripreso da un senso di orrore simile a quello provato (non è la prima volta, anzi è una evocazione frequente) per la materia viscidamente banale e irridente di film come Il declino dell’impero americano di Arcand (1986), che ho visto di recente. Il tono, il linguaggio, il tenore psichico che non condannano ma neppure lealmente promuovono, che narrano la trasgressione come ordinario, naturalmente “minimo”, stato paradisiaco; questa esibizione del male nella sottile (e simulata) ottusità del non conoscerlo, del tutto analoga all’opacità tiepida e protettiva di una educazione a: “il problema non sono le sostanze ma il loro uso”, ricordano la materia che l’Apocalisse destina al vomito di Dio.
La pedagogia minima della “dolce erba allegra” ci racconta un vivace affaccendarsi tra genitori e ragazzi in un “equo e solidale” sistema di produzione e scambio di erba, come potrebbe essere (anzi esser stato, in altri anni) il complice parlottare in vista di una festa di Carnevale, di un compleanno importante, o di un’iniziativa solidale (un tempo si diceva, più seriamente, caritatevole) per un compagno/compagna di scuola in difficoltà. Ho parlato di festa (o spettacolino) di Carnevale e non di recita di Natale, perché (a parte l’età media dei giovani coinvolti, a quanto capisco o spero) sono certo che la dott. Purple Haze considererebbe l’educazione cristiana come un aggressivo atto di corruzione; e odiosa una battaglia per un Crocifisso in classe, quanto stupenda sarebbe quella per una piantina di maria (l’ho imparato oggi) sulla finestra.
“L’erba ci ha dato momenti felici”. Forse parla in me la violenza di un’estraneità culturale e generazionale. Ma ti garantisco: non vorrei mai essere stato felice (né ho mai cercato di esserlo) in quella direzione, tanto meno con quei piccoli traffici, quelle sigarettucce meschine. L’oppio, almeno, quello di mitiche e lontane (magari neppure troppo) generazioni di poeti e artisti, aveva una dignità: infelice ricerca di felicità, affrontement di un rischio mortale, baratro. Non l’ennesima “felicità” fatta in casa, garantita “sostenibile”, trovata tra i pomodori dell’orto, sostituto del buon vino del nonno - e che stupidamente ti penetra addosso mentre sei convinto sia innocua. Con Robert Browning, ma in formato ridotto:
“Poor vaunt of life indeed
Were man but formed to feed
on joy (…).
Such feasting ended, then
as sure an end to men”
Pietro De Marco