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Il Covile - N.o 310 (12.3.2006) Leonardo Tirabassi recensisce 'Apparizioni quotidiane'

Leonardo Tirabassi recensisce Apparizioni quotidiane

Pietro De Marco, Apparizioni quotidiane - Il nostro conflitto con i segni degli altri, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2005

fonte: www.ragionpolitica.it
Se si dovessero definire in poche parole le dense riflessioni di De Marco, non sarebbe cosa eccentrica vederle come un dialogo serrato con la modernità, con le trasformazioni che essa comporta nella sfera, o sottosistema, che la sociologia classica definisce «cultura». È prima di tutto un'osservazione attenta sui processi di secolarizzazione in corso, sulle resistenze che essi provocano e sull'affacciarsi di nuove problematiche sollevate dall'ingresso sul palcoscenico occidentale dell'altro, come suggerisce fin da subito il sottotitolo.
 
La forza di De Marco sta nel punto di origine del suo pensiero; la ragion d'essere dei suoi saggi si riassume nella constatazione dell'impossibilità di sradicare la dimensione religiosa dalla sfera pubblica. Ogni tentativo di considerare la fede come qualche cosa di privato e residuale rispetto al politico e al moderno è destinato a naufragare, prima di tutto, sugli scogli della realtà, come dimostra il fallimento dell' avventura giacobina francese. Dalla parte del filosofo sta la potenza d'iniziativa del pontificato del Papa polacco e la forza teorica di Ratzinger; nel suo schieramento milita la prima potenza del mondo. Ed è questa la grande novità di questo inizio secolo, che eventi disastrosi come l'11 settembre hanno messo sotto i riflettori: per la prima volta, per lo meno a mio avviso, la riflessione teologica si è saldata con quella delle scienze sociali più raffinata, conoscendosi, e motivando, un'azione politica forte, e speriamo vincente, come quella dei presidenti repubblicani americani, evitando d'altro canto ogni interpretazione clericale. E'una delle originalità, dei punti di forza, non solo di De Marco, ma di tutto il pensiero neo conservatore, etichetta larga, ma che qualcosa definisce. Significa la saldatura del realismo politico con il confronto serrato con la modernità, senza nessuna fuoriuscita né reazionaria né utopistica né intimista, sulla base di un presupposto, prima che sociologico, antropologico.
 
E confronto con il moderno vuol dire innanzitutto dialogo con i classici che hanno fornito categorie, modelli e contenuti con cui interpretare la contemporaneità. Ecco allora sullo sfondo i grandi pensatori sociali realisti: primo tra tutti, anche se mai citato, Weber e poi Schmitt e tutti i francesi etichettati a sua volta come cattolici reazionari e controrivoluzionari come Augustin Cochin. Ma quello che fa la differenza tra De Marco, tra i moderni neo conservatori si potrebbe dire, e il pensiero controrivoluzionario è la volontà di non uscire dal mondo. Ecco, si trova qui più la modalità della riflessione pacata di un Burke che ha lo scatto d'ira, anche geniale, ma simile al conato solipsistico di un De Maistre. Certo, le condizioni sono diverse. Nessuno oggi può pensare che la modernità sia un accidente e allo stesso tempo a farci i conti è prima di tutto la grande politica, per intenderci quella che si occupa di vita e di morte, di guerra e bioetica: il resto è chiacchiera o, se va bene, amministrazione.
 
De Marco utilizza, per condurre il suo dialogo con il moderno, una particolare mistura di discipline: si diceva del punto di partenza, una rigorosa antropologia che vede nella dimensione religiosa qualche cosa di impossibile da sopprimere; su questo fondamento si costruisce utilizzando gli strumenti presi dalla teologia e dalle scienze sociali con un occhio di riguardo ai meccanismi concreti di funzionamento della società. Da qui una particolare attenzione al diritto, a quel meccanismo dove si fondono i saperi, si condensa la realtà sociale, luogo in cui la tradizione fa necessariamente i conti con il cambiamento e con la politica, il tentativo delle comunità di governare le trasformazioni. Si leggano, a questo proposito, le pagine sullo statuto della cittadinanza religiosa, sul modello concordatario. E come al solito, dietro queste pagine c'è il dialogo costante con i classici, il fare i conti con le polemiche del passato: da una parte il pluralismo che trova basi profonde nell'istituzionalismo del Santi Romano, di Maurice Hauriou, dall'altra il formalismo giuridico, l'universalismo statalista di un Kelsen. Polemica talmente attuale da essere al centro delle riflessioni di Pietro Grossi, altro studioso fiorentino di dignità internazionale e che è balzata all'attenzione con il dibattito, mancato, sulla costituzione europea e che De Marco immediatamente fa sua.
 
Altro che posizioni di minoranza o teoricamente deboli! Ma questo potente apparato teorico non è mera erudizione, esercizio solitario di dottrina; esso è al servizio di una visione idealista non rinunciataria, ma realista, dell'umanità che dispone, per raggiungere i propri fini, anche della politica. E questa è una delle lezioni, se non sbaglio, della teologia cattolica americana, iniziando da Gorge Weigel, che rilancia la tradizione del cattolicesimo liberale. I risultati politici più appariscenti sono due, apparentemente opposti. La scelta di appoggiare la seconda guerra contro l'Iraq e la difesa dei diritti all'identità religiosa dei mussulmani in Occidente. Sul primo tema, il filo dell'argomentazione è rigoroso. Il ragionamento prende avvio da un seria lettura di Huntington, che pone al centro del post guerra fredda la «cultura» come forza aggregante e disaggregante principale, in cui i singoli stati sono elementi talvolta non unitari, come mostra il caso evidente della ex Jugoslavia.
 
Come tutte le diagnosi geniali, la lettura del post moderno come scontro di civiltà è semplicemente spiazzante e quindi geniale, aprendo sulla realtà uno squarcio illuminante. Si provi allora ad unire la tesi dello «scontro di civiltà» a quella di Hegel-Kojève della politica come campo d'azione per il riconoscimento, dove le categorie sono quelle di amico-nemico che comportano conseguenze individuali e sociali spesso, da noi europei, dimenticate, come il coraggio, la volontà di dominio ecc.
 
La conseguenza, se non vogliamo cadere nella barbarie, è la proposizione di un modello di azione che, partendo da una presa d'atto realista su una dichiarazione di guerra totale che è stata dichiarata all'Occidente, accetta la sfida inglobandola nella propria tradizione di fermezza e pietà - «sia chiaro: pietà con le armi in pugno» - sul piano dell'azione che si traduce sul terreno dell'iniziativa politica nel rispetto delle tradizioni, a partire dalla nostra, unico modo possibile per accogliere e rispettare l'altro, perché il nulla non può avere tolleranza per niente e nessuno.
 
Leonardo Tirabassi