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Il Covile - N.o 311 (14.3.2006) Su una videoinstallazione nel Duomo di Milano (di Luigi Demiet)

Questo numero


Trovo sempre interessante wXre il blog dialogico di Luigi Demiet e Guido da Coccolato che già segnalai nel n° 226, ma questo post di ieri è veramente dentro i temi che ci interessano.
 

Su una videoinstallazione nel Duomo di Milano (di Luigi Demiet)

Fonte: wxre.splinder.com
Dal 22 settembre 2005, nella cripta del Duomo di Milano c’è una videoinstallazione opera di Mark Wallinger, artista inglese. L’ha acquistata la Provincia di Milano e l’ha ceduta in comodato alla Veneranda Fabbrica del Duomo. Starà lì per sempre, lo ha detto Mons. Luigi Manganini Arciprete del Duomo di Milano.
 
La videoinstallazione, dal titolo Via Dolorosa, la chiamano cappella. Sarebbe meglio dire che è un box nero. Uno spazio chiuso, sottratto e reso avulso dal resto della cripta e del Duomo. Un box grande pochi metri cubi, ci staranno sì e no una quindicina di persone. Dentro è buio, le pareti di compensato e cartongesso sono nere. Sulla parete in fondo, grande circa 3 metri x 2, vengono proiettate alcune scene del film di Zeffirelli Gesù di Nazareth: i 18 minuti che rappresentano la passione. Solo che il 90% dello schermo, il 90% delle immagini, sono oscurate da un grande rettangolo centrale completamente nero. Affiora solo la parte esterna dell’inquadratura, come una cornice di luce. Tutto il resto è nero. Non c’è audio.
 
Al centro di questo box, ci sono tre panche. Mi sono seduto. Ho guardato. Ho assistito. Ho visto. E non ho visto quanto non è vedibile.

Il luogo è sempre vuoto. Qualcuno fa capolino, ma è solo per andarsene subito dopo. Nessuno si ferma in quel box che hanno chiamato Via Dolorosa. Nemmeno chi l’ha pensata, fatta, pagata, montata, inaugurata, promossa. Nessuno. Ne sono sicuro. Per un semplice motivo. Quel rettangolo nero assieme a quegli scampoli di immagini laterali che si muovono tutt’attorno disturbano l’equilibrio e provocano un effetto di nausea. Insomma, è impossibile resisterci. Ho provato a pensare che fosse un effetto voluto, ma sarebbe ridicolo.
 
E’ una via dolorosa che non si lascia percorrere, e neppure interrogare. Semplicemente si lascia evitare.
 

Il discorso

Questa videoinstallazione non è un’opera, ma un discorso. L’opera non interessa, tanto è vero che non va neppure fruita. Ciò che importa è il discorso sull’opera. Alla fine non si discosta dalla furbizia di quasi tutta l’arte contemporanea: la materia lavorata è solo occasione per parlarci sopra, per giocarci, per provocare, per organizzarci aperitivi. La materia formata è ridotta a semplice presenza. Non può dire nulla perché assorbita totalmente dalla soggettività dell’artista. L’artista, ennesimo rivendicatore di diritti, rivendica la propria autonomia, insindacabile. Lui la vede così, punto. Non c’è mediazione e quindi non c’è comunicazione. Perché non c’è nulla da condividere, ma solo affermazione. L’artista apre la finestra e grida quello che vuole. Questa è arte. Anzi, arte è il suo aprire la finestra. Punto.
 
Annullata la mediazione, reso impossibile il linguaggio artistico rimane il discorso che accompagna l’opera. Il discorso non è gestito dall’artista, ma dal suo curatore e dal suo ufficio stampa. In assenza di un linguaggio artistico in cui riconoscersi, il discorso vale non per quello che afferma ma per la forza di colui che lo afferma.
 
Detta in soldoni, in questo caso, è l’agenzia ARTache che ha avuto la forza di proporre/imporre il proprio discorso.
 
Stefania Morellato di Artache dice, anzi discorre: l’installazione è “un segno vertiginosamente sporto verso il futuro, un segno che non corrisponde esattamente al bisogno figurativo di una catechesi dogmatica (sic), ma alla domanda dubbiosa del viandante del Terzo Millennio che entrando in Duomo guarda la realtà con gli occhiali scuri”.
 

Oltre il discorso. Argomentazione

Più interessante quanto dice Don Luigi Garbini, che non si ferma al discorso: per lui la Via Dolorosa assegna all’arte un’attitudine alla spiritualità; con tanto di ricerca di salvezza, affidata da Wallinger ai brandelli di luce; a questi dobbiamo affidarci perché è il dato stesso della fede che è stato affidato alla povera cronaca frammentaria e non univoca; la narratività che ci viene offerta è tutta al negativo, prevale l’oscurità; perché a noi non ci è dato di mettere il dito nelle piaghe, non possiamo più toccare con mano. Al viandante di oggi non rimane che una libera scelta: credere oppure no. Dopotutto, chi se la sente di dire che il toccare con mano sia più originario dell’introspezione e dei sentimenti?
 
Secondo Don Garbini, dunque,a seguire Wallinger rimane soltanto la vertigine di un salto nel buio. Solo questo può essere la fede.
 
Ne concludo che Wallinger è un Bultmann in formato fieristico.
 

Limiti dell’argomentazione

Se tutto è affidato al soggetto, Wallinger non ha ragione (perché non la chiede) ma risulta il più forte. Si entra in chiesa per finire nel box nero. La ragione è tagliata fuori. L’esperienza non conta. Rimane tutt’al più un sentimento. Il brandello di luce non testimonia l’esistenza della luce ma solo quel poco che serve per dire che non c’è più luce. L’unica opzione che rimane è un sentimento. Ovvero rimane l’arbitrio che decide se quel brandello di luce valga o meno. Ma perché debba valere o non valere non lo dice. Se vuoi credere che quella luce conta qualcosa, devi crederlo non per quanto la luce fa vedere. Fideismo.
 
La storia sparisce perché Wallinger la approccia col sentimento. Il sentimento è furfante e sbadato, perché ruba e poi perde quanto rubato. Ma non si tratta di contrapporre all’opera di Wallinger la storia della Chiesa, quella storia che il box nero occulta. Si tratta piuttosto di comprendere cosa siano la ragione e l’esperienza. Perché il discorso che riduce a brandelli il farsi carne dell’annuncio evangelico ha prima ridotto a brandelli la ragione e l’esperienza.
 
E’ necessario quindi riaffermare ragione ed esperienza, le loro condizioni di possibilità e la loro capacità conoscitiva. Fino a mostrarne la forza elenctica. Solo così quello che il sentimento può confondere per un rettangolo nero, può invece risultare ricchezza semantica. E’ necessario partire dal patrimonio teoreticamente forte e storicamente ineludibile del realismo cristiano.
 

Già e non ancora

Una cosa che colpisce è quanto quest’opera sia sgrammaticata per quanto riguarda la sua collocazione. Il box si trova vicino alle reliquie di San Carlo. “E’ la prima volta che succede, è un evento!” esulta Artache.
 
Le cripte sotto l’altare sono luogo per le reliquie dei santi. Le ossa inaridite non sono brandelli di cenere. E non stanno lì perché aspettano fideisticamente la vita nuova che avverrà con la resurrezione. Ma aspettano la vita nuova della resurrezione perché il santo con la sua vita ha testimoniato una trasformazione che è già stata. La santità è la testimonianza di una vita già trasformata. Il compimento avverrà perché la vita nuova è già avvenuta. La santità non è un brandello, ma il segno di un’interezza che è già stata data, testimonia un già avvenuto e in forza di quel già testimonia un non ancora che dovrà avvenire. Crediamo nella resurrezione perché abbiamo visto chi è già risorto.
 
Le reliquie dei santi stanno vicine all’altare. Perché l’altare è il luogo dell’Eucarestia, il pane vivo. Il cristianesimo non è nostalgia. Gesù Cristo è la vita che si è fatta visibile (1GV 1,2). Si è incarnato. E ci ha lasciato il suo corpo e il suo sangue. La storia ha mostrato e annunciato nell’arte Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Salvatore perché l’arte è estensione della sua incarnazione. I sacramenti sono segni efficaci, sono presenza. E l’arte ha una dignità che è quasi sacramentale.
 
Gesù ci ha lasciato lo Spirito Santo. La creatività dell’artista è un dono dello Spirito Santo. Presenza efficace della sua azione. Da un lato c’è il mistero della Grazia con cui agisce lo Spirito Santo, dall’altro la testimonianza dell’artista cristiano di un agire dello Spirito Santo. Pur se soffia dove vuole, bisogna rendere testimonianza dello Spirito. La creatività è misteriosa, ma c’è. L’artista, soprattutto se cristiano, non può non testimoniare la forza creativa dello Spirito Santo. Non si tratta di esaurire il mistero della Grazia, ma di testimoniarne la presenza. E soprattutto di non soffocarla dentro un’icona nera.
 
Se Wallinger afferma la nostalgia di un non più, tutta l’arte cristiana testimonia il già e non ancora.
 

Proposta

Non sono qui a rivendicare diritti. Non sono un consumatore. Sono un fedele. So che chi ha scelto di mettere quell’opera ha fatto una scelta meditata e pensata per servire la comunità e i credenti. Chiedo però, per amore alla Chiesa, che è storia di fede e di ragione, che i responsabili si interroghino se quella installazione non abbia già esaurito il suo senso.
 
A Schaffhausen un migliaio di anni fa hanno demolito una bellissima Chiesa ritenuta inadeguata perché nel frattempo era sorta l’esperienza di Cluny.
 
Non c’è nulla di male a ritornare sui propri passi. Anzi quanto fatto può e deve rientrare nella fondazione e nella rifondazione di un linguaggio artistico cristiano. Che non è mai qualcosa di concluso. In questo, lo slancio e il coraggio di intraprendere azioni, fossero anche erronee, sono più utili di un rigido immobilismo e di una reiterazioni di linguaggi morti.
 
Per questo mi sembra che la cosa più ragionevole da dire, che possiamo dire, sia:
 
Caro Wallinger, la vita si è fatta visibile. Converti la tua opera perché testimoni esperienza e ragione. Se è vero che non è un sepolcro nero ma arte viva, allora trasformala, da artista. Torna nel Duomo, lavoraci ancora, perché diventi vita che testimonia la vita.
 
Luigi Demiet