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Il Covile - N.o 312 (15.3.2006) Il vestito nuovo dell'Imperatore

Il vestito nuovo dell’Imperatore


Il post di Luigi Demiet che ho riprodotto ieri ha aperto un vivace dibattito (potete leggerlo nel blog wXre): l’argomento interessa. Sugli stessi temi è il contributo di Enrico Delfini, arrivato qualche giorno fa, che vedete sotto.
Da parte mia nutro questa modesta opinione: se obbrobri come quello sono possibili è perché quasi tutti di fronte ad un prodotto artistico invece di esprimere le proprie personali e naturali preferenze dicendo “mi piace”, “non mi piace”, prima pensano “cosa si deve dire per non passare da sprovveduti e retrogradi, ma al contrario manifestare tutta la propria modernità e intelligenza?” e poi lo dicono, nel coro.
Ancora una volta una citazione definitiva, di Charles Péguy:
“C’era un tempo in cui, quando una donna qualunque parlava, la sua stessa razza, il suo stesso essere e il suo popolo parlava in suo nome. Usciva fuori. E quando un operaio accendeva la sigaretta, quello che stava per dire non era quello che il giornalista ha scritto nel giornale di stamani”. Il denaro
Questa generale insicurezza che abitua a mentire, prima di tutto a se stessi, è stata determinata da una serie di fattori, non ultimo dei quali la coscrizione scolastica, ma ci sono segnali che fanno anche bene sperare: qualcuno comincia a dirlo che l’imperatore è nudo.
 

Architettura religiosa (di Enrico Delfini)


Sparo qualche postilla al dibattito a più voci che ho letto sull’argomento “architettura religiosa”. [vedi speciale n° 300 ]
 
Per doveroso inquadramento storico, bisogna che premetta che all’epoca della mia infanzia, sotto la spinta del Cardinal Lercaro, grande pastore, grande politico, grande collezionista d’arte, a Bologna fu dato un forte impulso all’architettura religiosa “moderna”. Operazione necessaria, in un momento (anni '50-'60) di forte crescita demografica (Bologna sfiorò i 500.000) sotto una amministrazione che scopertamente boicottava la Chiesa e le chiese. Purtroppo lo slancio costruttivo nelle periferie ha prodotto una serie di mostri che, talvolta per pauperismo, talvolta per assurdità architettonica, molto poco hanno da consegnare alla posterità e alla storia dell’architettura.
 
Il problema è, forse: meglio qualcosa di “forte” anche se non condivisibile, o meglio l’anonimato del simil-capannone?
 
Se mi è consentito un ricordo personale, ricordo la prima volta che visitai, con mio padre e tutta la famiglia, la chiesa dell’Autostrada a Firenze (citata anche negli articoli sul tuo sito). Conoscevo già Ronchamps, ma solo sulla carta; devo dire che l’effetto dell’architettura di M. sul nostro “lessico familiare” non fu positivo. Da allora ogni volta che si passava da Firenze, all’apparire della vela, la parola d’ordine era “Ecco la bestemmia pietrificata!” Mi rendo conto che il nostro giudizio peccava di scarso approfondimento; ma se, per capire un’opera è necessario leggere un libro di spiegazioni, qualcosa non va ...
 
Tra le chiese promosse dal cardinal Lercaro, vi era anche la chiesa di Riola (nell’Appennino tra Bo e FI), il cui progetto era stato affidato ad Aalto.
 
La costruzione andò molto per le lunghe, e il progetto subì notevoli modifiche (se ben ricordo non sempre accettate da Alvaar ed eredi) fino ad una soluzione di compromesso, che nel complesso trovo gradevole. Certo, aver sostituito negli archi asimmetrici, il legno lamellare col cemento armato... Tra le particolarità dell’opera che mi sembrano indovinate, e non so quanto conosciute, segnalo la copertura in lega di rame, orribile al momento dell’inaugurazione, ma progressivamente virata verso un verde-brunastro che, come nelle previsioni, inserisce l’opera nel cromatismo dei boschi di castagno in modo apprezzabilissimo.
 
Il discorso sull’architettura religiosa è molto interessante, e in prospettiva storica e sociologica, difficilissimo.
 
Mi sono sempre chiesto, ad esempio: il duomo di Milano lo conosciamo tutti: è grande, grosso, ricco... potrà piacere o meno il gotico, ma oggi lo vediamo inserito in un tessuto urbano in cui svetta sì, ma in mezzo ad edifici di una certa mole, per non parlare di qualche grattacielo. Ma settecento anni fa? o anche solo ai tempi dei Promessi Sposi? che impressione doveva fare, al povero Renzo Tramaglino arrivare dalla campagna e cominciare a intravedere una tale mole bianca svettare su una città in gran parte di casupole? La sudditanza psicologica del “villano” nei confronti dei cittadini certamente trovava alimento nella mole spropositata della “casa comune” dei milanesi...
 
Oggi l’orgoglio cittadino si “pietrifica” in altre costruzioni, dai centri commerciali, agli stadi di calcio. Non so se è un bene o un male, ma credo che sia un dato di fatto.
 
E forse non è un caso che di una chiesa moderna si dica “la chiesa di Aalto, di Meier, ...” e non si faccia riferimento alla comunità che sta (dovrebbe stare) dietro all’opera. L’esempio di S.Giovanni Rotondo è eloquente: la chiesa di Padre Pio è “la chiesa di Renzo Piano”, mentre, per fortuna, nessuno conosce l’architetto del grande ospedale lì vicino.
 
Indovina qual è la vera eredità di Pio ?
 
Enrico Delfini