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Il Covile - N.o 314 (26.3.2006) Racconti di un medico di famiglia (di Enrico Delfini)

Ricordi di un medico di famiglia


Dopo Sua Maestà ecco per gli amici altri racconti di Enrico Delfini.

Zio Max


Estate 1935. Il posto di medico condotto di Lovoleto, dieci chilometri a nord di Bologna, è vacante.
Un giovane è morto di difterite e il dolore dei famigliari si è trasformato in rancore verso il medico, ritenuto colpevole di ritardo nella diagnosi. Il fratello del ragazzo morto, mosso forse anche da contrapposizione politica, decide di fare giustizia sommaria e una domenica mattina, sul sagrato della chiesa, spara a bruciapelo al dottore, uccidendolo sul colpo.
A sostituire il medico condotto, arriva il dottore Max Delfini: tanta buona volontà ma scarsissima esperienza di medicina pratica. E a quei tempi lavorare da solo in campagna, era veramente fare della medicina “da battaglia”.
Possiamo facilmente immaginare la tensione e lo stress con cui il giovane brillante professionista si trovò a operare.
È un agosto caldissimo; il lavoro in campagna è massacrante sotto un sole micidiale.
Proprio nell’ora più calda, arriva una chiamata urgente: un contadino è svenuto in mezzo al campo.
Quando il dottore arriva, il malato è stato trasportato in casa, privo di sensi, la febbre oltre i 41 gradi. Si tratta di un colpo di calore, una situazione ad altissimo rischio di morte.
Il dottor M.D., forse pensando anche a quanto è successo al suo predecessore, presenta chiaramente il quadro ai familiari. Non c’è tempo, né modo, di organizzare un rapido trasporto a Bologna; bisogna fare subito, lì, sul posto, tutto quello (poco in verità) che la scienza medica del tempo prevede. La prognosi è comunque grave, gravissima.
I familiari accolgono le parole del medico con terrore; il malato è un povero bracciante, padre di una decina di figli, e il suo lavoro è l’unica fonte di sostentamento. La prospettiva di una tragedia imminente provoca il panico. Qualcuno fugge disperato, qualcuno piange inebetito, qualcuno corre a chiamare il prete. Nessuno rimane ad aiutare il dottore che decide comunque di tentare quello che si può tentare.
La terapia in questi casi prevede di sostenere l’attività cardiaca (1/16 di Kombetin, un grano di stricnina) e abbassare la temperatura corporea con spugnature. Il dottore deve fare tutto da solo: tirare su l’acqua dal pozzo, ricavare strisce di tela dalle lenzuola, cambiare le applicazioni ogni pochi minuti. Per tutto il pomeriggio e fino a sera non si concede un attimo di sosta.
Di notte, il dottore veglia accanto al letto del malato. Verso mattina il paziente inizia una lenta, quasi miracolosa ripresa.
La moglie e i figli, prima fuori di sé dalla paura, ora sono sconvolti dalla gioia e quasi non vedono il dottore che, radunate le sue cose nella borsa, si allontana.
 
Per esprimere la sua gratitudine, la famiglia trovò però un modo davvero insolito: qualche giorno dopo il fatto, i muri di Lovoleto e dei paesi vicini furono tappezzati di manifesti, quasi dei necrologi, in cui si esprimeva ammirazione e devoto ringraziamento al dottor Max Delfini, con il nome scritto a caratteri cubitali in oro.
 
Sono passati quasi sessant’anni. Il nipote del dottor Max è medico di medicina generale nella Asl Bologna nord, a pochi chilometri da Lovoleto.
Un giorno viene chiamato al domicilio di una anziana paziente; è una paziente “nuova” e la figlia ritiene necessario avvisare il medico che la vecchia mamma, affetta da grave demenza senile, potrebbe avere un comportamento quanto meno strano: non ha più memoria, confonde le cose, a volte risponde male; insomma il classico quadro di morbo di Alzheimer.
Appena il medico entra nella camera della signora M.G.,questa lo saluta festosa: “Buongiorno, dottor Delfini!”
Tra lo stupore di tutta la famiglia, M.G. racconta la storia di suo padre, salvato nella torrida estate del ‘35, dal coraggio e dalla abnegazione del giovane dottore.
È passato oltre mezzo secolo, ma per la mente vacillante della signora M.G. non è strano che il dottor Delfini sia ancora così giovane.
In casa mia, d’altronde, l’hanno sempre detto che assomiglio allo zio Max.
 
P.S. Lo zio Max è morto novantaduenne l’anno scorso; nel primo cassetto del comò, ben piegato tra le pagine di un vecchio giornale, ho trovato un manifesto, quasi un necrologio, a caratteri cubitali in oro ...
 
Il manifesto di rinfraziameno al Dr. Max Delfini

 

L’ingegnere


L’ingegner G.M. è un uomo affascinante. Sulla sessantina, colto, educato, una conversazione interessante; fisicamente è alto circa come me (è una cosa che ho notato subito, perché non mi capita spesso di incontrare persone più anziane di me, alte quasi 1 metro e 90), elegante nel portamento; sfoggia una capigliatura folta, ma precocemente candida. È sempre ricercato, ma sobrio, nel vestire.
G. e Maria, sua moglie (anch’essa bella, elegante, colta e spiritosa) sono per certi versi l’immagine del benessere e della salute. Una vita piena di interessi, viaggi, buone letture. Non sono certo assidui frequentatori del mio studio, ma le loro visite diventano spesso occasione per simpatiche chiacchierate: sport, politica, ma anche aneddoti di lavoro, commenti sull’ultima opera all’Arena di Verona o sull’ultimo libro. Negli anni si instaura quella forma un po’ atipica di amicizia che può esserci fra medico e paziente, al di là dei dieci o quindici anni di differenza. Per anni il mio ruolo di medico rimane di fatto assai limitato: qualche influenza e una incipiente artrosi per lei; una lieve ipertensione e una colecistectomia per lui.
Ma nel 1997, poco prima dell’estate, durante un check-up, all’ingegner G. viene diagnosticata una neoplasia maligna al fegato, per la precisione un colangiocarcinoma. È stato scoperto precocemente, molto prima che desse alcun segno clinico, è ancora piccolo per dimensione, ma la localizzazione profonda e l’estensione ai tessuti circostanti lo rendono ugualmente inoperabile. Anche la via del trapianto non è percorribile.
Si decide, sentito il parere degli specialisti, di affrontare la chemioterapia. Per quattro anni G. si sottopone a cicli ripetuti, subendo e sopportando problemi e disagi, ma sempre mantenendo una buona condizione generale. Tra una cura e l’altra può affrontare i suoi amati viaggi, tornare al mare e in montagna; vivere. Come spesso accade in situazioni del genere, i rapporti col medico di famiglia si fanno non solo più frequenti, ma anche più profondi, professionalmente ed umanamente più intensi. Una volta si tratta di spiegare all’ingegnere certi effetti spiacevoli causati dalle ultime flebo; un’altra è la signora Maria che deve essere sorretta e consolata in un momento di difficoltà.
Per quattro anni la situazione si mantiene soddisfacente anche oltre le previsioni più ottimistiche; ma nell’estate scorsa, arriva il temuto momento in cui le armi della medicina si svelano impotenti, in cui la fibra forte di G. cessa di reagire; le condizioni cliniche subiscono un tracollo senza ritorno. Fino all’ultimo, l’ingegner G. mantiene la sua affabile cortesia, la sua educazione e la sua erudita simpatia. Ricordo una delle ultime volte che andai a trovarlo: anche se quasi totalmente abbandonato dalle forze, volle lasciare il letto per darmi la mano; ricordo la sua figura resa scarna dalla malattia levarsi in piedi e riassumere per un attimo la sua prestanza, elegante nella sua vestaglia di raso color tabacco. Sembrava che volesse, per l’ultima volta, guardarmi negli occhi da pari a pari, non dall’odiato letto in cui lo costringeva un nemico ormai troppo vicino alla vittoria.
È passato circa un mese dalla morte di G.; un giorno, alla chiusura dell’ambulatorio, vedo arrivare la signora Maria; capisco che ha scelto di entrare per ultima: evidentemente ha qualcosa da dirmi. E deve essere qualcosa di speciale perché per qualche minuto la conversazione risulta impacciata, proprio non immagino dove voglia andare a parare. Infine, non senza un palese imbarazzo, la signora Maria mi dice:
“Senta dottore, non si offenda, ma dovrei chiederle una cosa particolare, è molto difficile...”
Mi aspettavo a questo punto di dover rispolverare uno di quei discorsi più o meno d’ordinanza che mi sono trovato spesso a dover fare per consolare parenti ansiosi e depressi.
“Sono un po’ imbarazzata, ma lei mi prometta di rispondere sinceramente...”
Talvolta bisogna tranquillizzare chi è timoroso di non aver tentato tutto quello che si poteva tentare, o di aver sbagliato a tacere questo o a dire quell’altro.
“Forse è una domanda che non dovrei neanche fare, ma oltre che un medico, lei è anche un amico...”
L’imbarazzo a questo punto era palpabile.
“Lei ce l’ha uno smoking? ... Forse potrebbe andarle bene quello che era di G...”
È sempre un’opera penosa vuotare gli armadi e disfarsi delle cose di un una persona cara. È abitudine che molta roba, magari di scarso pregio, venga regalata a qualche associazione di volontariato. Qualcosa finisce ai parenti: anche se la taglia non è precisa, spesso è possibile dare un paio di punti e il problema si risolve. Ma uno smoking di sartoria, fatto su misura, usato sì e no un paio di sere... Tra i parenti dell’ingegnere nessuno aveva una figura simile alla sua; così la signora Maria, aveva pensato a me. L’altezza e la corporatura coincidevano e per lei saperlo indossato da una persona amica era più consolante che vederlo in un armadio a raccogliere polvere. Né del resto si può regalare alla Caritas un smoking nuovo di sartoria fatto su misura.
Ecco perché a quasi cinquant’anni, quest’anno ho passato il Capodanno più elegante della mia vita.
Potrà sembrare strano, ma, anche se la temperatura era davvero rigida e anche se la stoffa era leggera, dentro di me sentivo una strana sensazione di calore...

A.M.


Morire di cancro è sempre brutto, e A.M. sta morendo di cancro.
Il suo caso è particolarmente triste perché la malattia lo ha colpito alla gola: un carcinoma della faringe che è risultato altamente maligno e invasivo, fino a compromettere contemporaneamente la respirazione, l’alimentazione e la voce.
A.M. ha una cinquantina d’anni; ex forte fumatore e bevitore, è un uomo molto semplice, certo non raffinato, potremmo dire quasi rozzo.
Le sue condizioni generali peggiorano rapidamente: non può quasi alimentarsi, non può parlare e respira a fatica. Per migliorare un po’ le cose è stato necessario praticare una tracheotomia; la moglie e le figlie, ammirevoli, imparano a destreggiarsi con farmaci, medicazioni ed anche con l’uso di un aspiratore endotracheale per le manovre di aspirazione delle secrezioni che intasano bronchi e polmoni. È una manovra francamente fastidiosa, al limite del disgusto, ma almeno così A.M. può tirare avanti.
 
Con l’avanzare della malattia le emorragie sono sempre più frequenti; sono necessarie dosi massicce di farmaci emostatici e quando questi non bastano anche trasfusioni di sangue.
Ma è una lotta chiaramente senza speranza, il male avanza rendendo la vita di A.M. sempre più penosa, e sempre più penosa anche la vita di chi lo accudisce. Più volte la moglie mi chiede: “Ma ne vale la pena? Non lo facciamo soffrire per niente?”
Sono domande cui non è facile rispondere in modo netto e deciso, o forse è facile solo per chi non ha esperienza diretta.
A.M. non può esprimersi a parole, certamente soffre e certamente comprende la gravità delle proprie condizioni, ma non sa nulla di eutanasia o di accanimento terapeutico, di tutte quelle belle teorie di cui discutono sui giornali, alla televisione, in parlamento.
Nei suoi occhi si può leggere gratitudine per chi lo accudisce e un sentimento di fiducia, quasi di abbandono.
Siamo vicini a Pasqua, ho terminato la mia visita e sto per andarmene, quando A.M. (le sue condizioni sono davvero gravissime) estrae da dietro un cuscino una sorpresa: un piccolo animaletto di plastica ripieno di ovetti di cioccolata. È un oggetto veramente modesto, neanche incartato, ma me lo porge come fosse preziosissimo e mi fa capire, coi gesti, che è per mio figlio.
La sera stessa A.M. ha una emorragia più grave delle altre, perde conoscenza. Forse è la fine, forse — mi chiedo — sarebbe giusto lasciarlo morire in pace. Peccato però: non ho fatto in tempo a portargli i ringraziamenti di mio figlio, che ha effettivamente gradito moltissimo il semplice regalino. Spinto forse anche da questa considerazione, decido di procedere anche questa volta ad una trasfusione urgente di globuli rossi e di piastrine.
La cura funziona e la sera dopo A.M. è ancora vivo: grave, gravissimo, ma ancora vivo. Quando entro nella sua camera, per prima cosa gli racconto, magari anche esagerando un po’, di quanto gli ovetti siano stati apprezzati dal mio bimbo; gli occhi stanchi di A.M. si illuminano di una intensa soddisfazione, un attimo di vera gioia confermata dalla bocca che, seppur deformata dalla malattia, sembra rilassarsi in un sorriso.
 
Non so quale sia la morale di questa storia.
A.M. è morto pochi giorni dopo, e non so se quelle poche ore in più sono state importanti nella sua vita, se quella piccola soddisfazione può essere stata utile, se si può dire che ha contribuito a cambiare la “qualità della vita” degli ultimi giorni di A.M.
 
Certamente ha cambiato il mio modo di fare il medico, e per sempre.

Un insuccesso gratificante


Dopo anni di professione, penso capiti ad ogni medico di cercare nella memoria, tra i casi più interessanti che gli è capitato di conoscere e curare, quelli che gli hanno lasciato qualcosa dentro.
E affiorano allora volti, dolori, speranze, silenzi, fatiche, successi, parole, fallimenti.
 
Alberto aveva 24 anni quando morì di cancro al colon: un raro caso di poliposi familiare degenerata in carcinoma. In poco più di otto mesi dai primi sintomi sospetti, era passato attraverso la chirurgia, risultata inutile, la chemioterapia, le cure palliative. Se ne andò in un mattino quasi primaverile, lasciando la famiglia in un dolore sordo e incredulo.
Il mio ruolo nella storia di Alberto è stato in realtà marginale: prescrivere gli esami, indirizzarlo al chirurgo, fare le ricette per le medicine, applicare qualche flebo, controllare il dosaggio della morfina, qualche parola di incoraggiamento.
La parte più difficile del mio impegno è stata mantenere per mesi i rapporti con la famiglia di Alberto. È facile immaginare lo stato d’animo di una mamma e di un papà di fronte ad una tale disgrazia imminente. Quando la prognosi si rilevò tragicamente certa, di fronte ad un quadro clinico evidente nella sua rapida evoluzione, il mio ruolo mi imponeva autentici equilibrismi etici ed intellettuali fra onestà e chiarezza professionale nel prospettare l’evoluzione della malattia, partecipazione emotiva all’intimo dolore di una mamma e di un papà, e bisogno di mantenere e rinforzare la fiducia di Alberto e dei suoi nell’operato mio e di chi con me collaborava.
Il padre in particolare tendeva a rifiutare l’evidenza, alla ricerca di soluzioni più o meno miracolistiche. Lavorando all’aeroporto, aveva spesso l’occasione e l’opportunità di contattare medici e professori (talvolta dei veri luminari) in transito, sottoponendo loro il caso del figlio. Ne otteneva, come è facile immaginare, risposte evasive o, magari per togliersi di torno l’inopportuno postulante, proposte più o meno vaghe di alternative terapeutiche.
Così, quasi ogni settimana, il papà di Alberto veniva da me: “Ho saputo che a Parigi forse…”; “Mi hanno detto che con la cura a base di erbe del Professor…”; “E se lo portiamo a New York? Sono pronto a vendermi la casa…”.
Di fronte a queste domande, io, medico con pochi anni di esperienza alle spalle, mi resi conto del potere enorme che mi trovavo ad avere. Sono domande a cui l’Università e i libri non mi avevano certo preparato. Se accondiscendevo al legittimo desiderio del padre di tentare un’altra strada, di interpellare il Professor X o il santone Y, sentivo che si poteva innescare un vagabondaggio della speranza inutile, faticoso e costoso, col rischio di non riuscire ad offrire ad Alberto quelle cure magari non avveniristiche e mirabolanti, ma sufficienti se non ad abolire, almeno a contenere il dolore.
Non è facile dire di no ad un padre che in fin dei conti chiede solo di sperare. Ma in scienza e coscienza, e col conforto dei colleghi e dei miei maestri cui avevo sottoposto il caso, sapevo di avere il dovere di garantire ad Alberto le cure migliori, anche se le sapevo inefficaci a guarirlo.
Di sicuro quegli incontri col papà di Alberto, il dover smontare quelle speranze non una, ma dieci o quindici volte, sono state le prove più difficili che ho affrontato in venti anni di professione.
A darmi la forza di vanificare le sue false speranze, era lo stesso atteggiamento del papà di Alberto che, pur di fronte alle mie spiegazioni, per lui certo ogni volta più deludenti, tornava all’assalto dopo pochi giorni con altre proposte, purtroppo sempre poco degne di credito.
“Se continua a rivolgersi a me — pensai — significa che si fida di me. Devo comportarmi in modo di meritare questa fiducia, a costo di deludere le sue speranze”.
 
Come può una storia del genere essere rimasta nella mia memoria come una “bella” storia, quasi come un successo?
È strano, ma ricordo meglio e con più commozione casi come questo, che sarebbe forse giusto classificare come sconfitte professionali, che non storie in cui potrei anche legittimamente vantarmi di intuizioni brillanti, di diagnosi raffinate, di terapie condotte in modo preciso e magari innovativo, di guarigioni forse insperate.
La spiegazione sta, credo, nel ruolo peculiare del medico di famiglia, che, in un caso del genere, non cura solo il malato, ma si prende cura di tutto il suo gruppo familiare.
Solo così può accadere che, se rispetto ad Alberto il mio operato è valutabile oggettivamente come una sconfitta, il fatto che suo padre, sua madre e le sue sorelle siano rimaste legati a me in un rapporto di fiducia e di affetto… questo è certamente un grande, gratificante successo.
 
Enrico Delfini