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Il Covile - N.o 316 (2.4.2006) Un anno dalla morte di Giovanni Paolo il Grande

Questo numero


Ancora un numero speciale per gli amici, molti dei quali, come me, a papa Wojtyla e al suo amico che è papa adesso devono moltissimo. Il lungo testo, che raccoglie e rielabora materiale, anche edito, prodotto durante lo svolgersi dei fatti, era destinato ad un numero monografico dedicato alla cosiddetta “agonia mediatica” del papa di una rivista di scienze religiose fatta a Firenze, ma non è stato accettato perché giudicato “non in linea”.
 

Intorno ai funerali di Papa Giovanni Paolo II. Premesse e diario (di Pietro De Marco)


1. L’apparire del corpo del Papa e l’iconofobia.


Contro la fobia intellettualistica per l’apparire massmediale, nutrita di ostilità vissuta più a livello del ‘gusto’ (invenzione dell’evo democratico, secondo Luc Ferry) che a quello della teoria, sostengo, credo con buon fondamento, che le cose sacre come le persone sacre e le loro azioni non soffrono danno dalla medializzazione. L’apparire sacro non decade a causa della moderna “riproducibilità tecnica” dell’immagine; affermarlo corrisponde ad un pigro (e consunto) esercizio di iconofobia.
La habitudo ossia l’attitudine (millenaria) all’apparire pubblico di uomini, cose, atti religiosi si pone entro la costitutiva “abitudine al mondo” che permette all’uomo-cultura di esistere. L’abitudine, habitudo e habitus, la consentaneità e l’interiorizzazione che ci rendono umani, si costituiscono in questa apertura all’istituito anche immaginale. Da ciò l’umanità della habitudo al sacro che fluisce per l’immagine.
Ho scritto, di recente (ora nel mio Apparizioni quotidiane, pp. 247-248) che senza la comprensione di questo punto non si intende perché l’icona sacra (qualsiasi) ed anche l’uomo sacro siano così capaces di quotidiano, così idonei ad intridere l’ordinario, così “a nostra portata”. Infatti l’icona sacra come tale dice l’epifania e l’adventus, dice la Potenza, Dio, gli dèi, tra noi. L’apparire del sacro è humana conversatio. Come potrebbero altrimenti le effigi essere, senza scandalo, opera delle nostre mani? L’epifanico, ovvero l’apparire sacro dice la sovrabbondanza che sgorga non solo dall’icona pittoriale e plastica, ma dall’uomo sacro, sancisce la temporalità e la finitezza umana della pars epiphanica dell’Eterno, come care a Dio.
L’avversione dell’intelligencija (valga il prototipo adorniano) per l’apparire massmediale, e la sua ripugnanza per l’apparire (personale o immaginale) dell’uomo sacro o del santo, suppongono una più generale e preliminare diagnosi: (a) l’alienazione della viva presenza nell’immagine tecnica che la intermedia. Si aggiunge a questo la tesi (b) dell’alienazione della viva presenza nella sua fruizione di massa: un uomo o un’immagine, fruiti da una folla moderna (ovviamente “anonima” e “solitaria”) sarebbero come disautenticate. Così opera l’assunto, non dichiarato e spesso non consapevole, dell’unica autenticità della viva presenza o nel suo automanifestarsi egocentrico o nella relazione a due, cioè nell’Io-Tu del mito dialogico novecentesco.
Merita appena sottolineare quanto il presupposto della viva presenza intersoggettiva come unico luogo del valore (una trasposizione indebita dell’eredità personalista) contraddica l’attuale passione per il carattere rivelativo dell’immagine visiva e narrativa, delle conoscenze empatiche del Mondo, del sentire panico, opposte al Logos, anzi alla Verità stessa intesa come velo piuttosto che disvelamento. Certo, anche questo primato veritativo dei sensi sul logos è sotto condizione: purché non sia esercitato/fruito come “folla”.
Ma la contraddizione resta talmente palese che anche la critica al momento fruitivo di folla, diretto o mediale, del Religioso cerca alla fine di validarsi in termini specialmente “politici”. Si dirà infatti: quell’apparire, quella emozione, quel riconoscimento pubblico sono inautentici anzitutto in quanto comuni, di massa e, di conseguenza (con una subordinata inconsistente ma efficace), in quanto ordinati al potere, ecclesiastico o/e politico. Si osserva: questa, almeno, è una posizione chiara, conforme alla intrinseca opposizione al potere legittimo che mobilità ogni intelligencija; ed anche nelle Chiese operano (forse, oggi, anzitutto nelle Chiese, ed intensamente) le cochiniane sociétés de pensée. Questa chiarezza ultima, e il suo fondamento, invalidano, però, i preamboli teorici, filosofico-teologici, delle culture iconofobiche che risultano infine poco più che esornativi.
 

2. Il Papa malato.


La mia convinzione è, piuttosto, che nell’immane trasformazione del sensorio collettivo, nell’alluvione di segni e suoni, ogni immagine dei mysteria cristiani sottratta puristicamente alla visione, ogni notizia cristiana negata all’ascolto, è negata al sapere e alla coscienza degli uomini, contro la loro volontà e il loro bisogno costitutivo. Questo vale anche per l’apparire dell’uomo sacro, e contro questa negazione si è mossa, nel cuore degli uomini, la ricerca dell’icona Wojtyła nell’alta congiuntura della sua agonia e della sua morte. Mi ero ribellato, in occasione della visita del Papa malato a Pompei (fine ottobre 2003), alla deprecazione di Francesco Merlo su Repubblica (e con quelle mie pagine, Il corpo del Papa, ho aperto Apparizioni quotidiane). Mi ribellavo all’orrore per le masse, naturalmente “strumentalizzate”. Chi esibisce questo ‘orrore’ (esteso al fenomeno padre Pio), dicevo, pratica la scrittura automatica del proprio disorientamento di fronte alla complexio contemporanea che, come papa Wojtyła malato, è vitalità e “assenza”, singolarità e totalità, intimità e storia, ed anche Potenza divorata dalle folle, epifania del Dio con noi.
Ma la critica del disorientamento dell’intelligencija è un terreno in fondo marginale. Il terreno rilevante mi pare quello dello smarrimento della dignità e serietà dell’Apparire pubblico (categoria della Arendt) comunque, apparire irriducibile anzi antagonistico all’equivoco di uno spazio pubblico senza sporgenze potestative, senza Rappresentanza (qui oltre la Arendt).
Il Corpo del Papa è duplice, inseparabilmente se non alla morte del corpo di Karol Wojtyła. La duplice corporeità rappresentativa sussiste per eccellenza nella Chiesa. Parte saliente del corpus mysticum, il corpo del Papa, la Pietra, agisce sempre potestativamente. Così il corpo di Wojtyła vivo non può essere, e non sarà mai, il corpo di “un pover’uomo solo” come si esprimeva Merlo: quel corpo di un quidam, di un ognuno (di noi), nessuno lo vedrebbe, salvo il suo medico e qualche nipote. Il corpo del Papa, di questo uomo che è Papa (ben lontano dal non esserlo più), trascina e anche schiaccia la sua Chiesa, per Grazia di Dio, ma non ne è il burattino (dicevo, contro Merlo). Wojtyła non è mai soltanto un pover’uomo; e la massmedialità non ne svuota in niente (anzi) la piena significazione.
 

3. Il silenzio.


Con queste convinzioni ho seguito nei lunghi mesi l’inesausta presenza del papa malato. Camillo Langone (Il Foglio 9 febbraio 2005) si era augurato che il “Papa muto (…) divenuto [per questo] più evidente e più efficace”, negasse le proprie dimissioni ad una opinione (in particolare, bisogna dirlo, ad una corposa parte ecclesiale da tempo insofferente) che le attendeva e ci regalasse invece “una spettacolare pedagogia della morte”. Era anche la mia speranza e credo di altri, ma per altre ragioni.
Certo, nel “sentire cattolico” il parlare non ha un qualche indebito primato e la Parola non sovrasta la Forma, la manifestazione dolorosa e gloriosa, del Logos. Lo hierós logos è al suo apice nell’invocazione del sacerdote sulle offerte (“Mitte, clementissime Deus, quaesumus, Spiritum Sanctum tuum”) come nella certezza della Presenza reale e nella sua silenziosa adorazione. Ma Verità cattolica non è silenzio. Vorrei dire a Langone: è davvero pericolosamente “moderno” non riconoscere il martirio della predicazione necessaria (“Andate e predicate”) eppure da se sola inane; del magister che sa la propria contesa con la parola e il rischio mortale, eppure non vi si sottrae e lancia e rilancia il discorso, la complexio verborum. Le figure sacerdotali magari d’autrefois che Langone ha conosciuto erano segnate da questo accettato e quotidiano cilicio.
E poiché diffido dell’elogio — non veramente mistico, ma insopportabilmente novecentista — del negativo, dell’assenza, di cui si avvolge frequentemente la nostra deriva (inconsapevole di sé) dalla Verità, spero nella pedagogia “spettacolare” (sì, spettacolare) dei due corpi del Papa, il privato e il mistico-pubblico (vicarius Christi, che è Caput corporis), congiunti fino all’ultimo istante di Karol Wojtyła. Il suo contenuto non mi appare, dunque, una pedagogia del silenzio; il Papa cercherà fino all’ultimo la parola: lo deve e gli spetta. La pedagogia del Papa solo fonicamente muto è già quella dell’altezza e l’effettività del suo governo carismatico, fino all’ultimo istante. Carisma d’ufficio (corpo del Papa), secondo la geniale formula di Max Weber, più importante di un suo personale carisma prima e oltre l’ufficio (e del suo corpo fisico). Dovremmo celebrare il miracolo di questa terrena responsabilità del morire in pubblico, governando: essa rappresenta, come poco altro potrebbe, l’Eterno e noi contemporaneamente e la nostra Destinazione.
Mesi fa, come oggetto della mia polemica (con Francesco Merlo), vi è era il corpo vivente di Papa Wojtyła; oggi lo è la fresca memoria del suo estremo apparire — il volto deformato da una volontà di parola oltre le residue possibilità fisiche — e della sua agonia fermamente offerta.
 

4. Il 2 aprile 2005, ore 21,37. Un “indecente voyeurismo”?


Vi sono due possibili, ma pessime, ragioni per deprecare quello che Rossana Rossanda ha definito l’ “indecente voyeurismo” dei media di fronte all’agonia del Papa; preteso voyeurismo dei media, ma in realtà degli occhi che attingono ai media — senza quei milioni e milioni di occhi che attendono di vedere i media guarderebbero altrove.
Una è quella della sensibilità disturbata empaticamente dalla vista di un vecchio che nello sforzo di comunicare si altera, sbava, articola parole incomprensibili, “perde decoro”. S’intende: nella sofferenza empatica per quella visione io penso a me stesso, a quando provocherò commiserazione e imbarazzo, forse ripugnanza, come Lui sta provocando in me, e allontano da me con l’immagine del vecchio Papa la mia stessa futura e deforme (1).
L’altra ragione ha, invece, poco a che fare con questo momento, di reattività, di mero “gusto”, almeno provato sulla pelle. Essa invidia al Pontefice gli occhi che lo spíano, la commozione e l’elogio, l’uso paradigmatico (Passione, Martirio) dei suoi ultimi giorni; gli invidiano che il Karol Wojtyła morente sia materia inesauribile per una fame di ispezione e di emozione, di flagellazione e di parola. Il motore di questo invidēre (che, ricordo, significa anzitutto deprivare, portare danno o oltraggio) è ideologico; e politica è la paura che vi si associa: i divoratori voyeuristici di quel malato potrebbero contrarne i mali, riassumibili nella indecente decisione di un Papa di praticare un contrasto cristiano al “mondo” ogni volta ed ovunque fosse necessario.
Tutto mi separa dai “sensibili” che volgono il capo altrove; ma il Papa otterrà certamente da Dio per i “sensibili” che qualcuno abbia lo stomaco di occuparsi di loro, e di guardarli, quando saranno “sfigurati” come lui è stato e che abbiano il coraggio di accettare di essere guardati, ‘badati’. E tutto mi oppone ai tutori ideologici della mia salute civile e morale! La Rossanda, per squalificare la santità del banchetto sacrificale cui il Papa si è offerto (necesse erat multa pati), ne fa una vittima (ovviamente involontaria, nolente e, in ultimo, sprovveduta) delle “smoderatezze” dei media ed evoca anche lei il diagnosticamente penoso passe partout della massificazione e della spettacolarizzazione. Altri, espressione del cattolicesimo “critico”, hanno detto in questi giorni e ripetono dalle pagine del Manifesto: “ha cercato i media; dunque se lo è meritato!”.
Non mi sorprende, da tempo, la caratura piccolo-borghese di queste lamentazioni; esse provengono da avversari che hanno combattuto senza quartiere l’opera del pontefice, e di questa guerriglia le odierne lamentazioni rappresentano la prosecuzione con altri mezzi. Ma, certamente, Karol Wojtyła ha meritato tutto questo. Ben pochi sono coloro che riescono meritare la nostra passione più alta, e che vorremmo trattenere con noi, incorporare. Lo si è “consumato”, mentre andava protetto, dice l’editoriale del Manifesto: quando mai il Papa ha chiesto di essere protetto, e da chi? di chi avrebbe potuto aver paura, di quale delle mille categorie di persone e genti che riempivano piazza San Pietro, che ha tutte attratte a sé? Andava accompagnato con discrezione e pietà, — si rincara ipocritamente. No, Wojtyła non ha mai cercato la discrezione o la pietà del “lasciar vivere/morire in pace”.
Tuttavia, sia permessa una ritorsione. Se qualcuno ha mancato di discrezione e pietà, in questi giorni, chi? Certamente non chi ha voluto spiarne l’ultimo respiro, poiché Karol Wojtyła è il Papa. Perché sarebbe indecente che io chieda come vive il Papa i suoi ultimi giorni? Teme, prega, dispera, spera? Lo assiste Iddio e come? Non è “indiscrezione”; valutato senza occhiali piccolo-borghesi è atto intenso ed estremo di “riconoscimento”. Tu es Petrus.
Conosco vere indiscrezioni e assenze di pietà. Qualcuno ha cercato di riaprire, preventivamente, vecchie diatribe e piaghe ecclesiali; di portare oltraggio (invidēre) al morente fidando nelle impunità di fine regno, e usando ovviamente i media (come Hans Küng e i suoi alleati). Solo l’intelligencija può pensare che sia rispetto (e silenzio!) di fronte alla morte di Giovanni Paolo II osservare con sufficienza (e senza avere, di regola, capacità di giudizio), come si fa a volte in coda ai cortei funebri, che il morto non valeva poi tanto. Peccato per Rossana Rossanda se il Pontefice, “non così rilevante” teologicamente, “non così innovativo” in campo morale, così “non privo di ombre” e via dicendo, è stato innalzato dallo spregevole cordoglio delle folle e dei “grandi” così agevolmente al di sopra della gittata delle spingarde imbracciate dal Manifesto di domenica 3 aprile.
 

5. Funerali


Parlando ai miei studenti ricordavo ieri (7 aprile 2005) il nesso paradossale tra le “figure” di governo-autorità-istituzione nelle religioni e i grandi fenomeni carismatici, di cui la “sequela” (anche di milioni di persone), non l’ondata emotiva, è un elemento caratterizzante. Il sentire che ‘muove’ il mondo morale ha fondamento assiologico, non è emotività. Nell’evento cui assistiamo, il pellegrinaggio irrituale e relativamente imprevisto nella sua immediatezza (ovvero la spinta infrenabile a portare omaggio al corpo del Papa, tutt’uno con la sua anima e la sua opera), le due componenti sono saldate assieme, e ben visibili. Questa è, d’altronde, la vera dimensione imprevista, maturata nel mondo da un quarto di secolo: la congiunzione di mobilitazione e istituzione, contro gli schemi (ciechi) che hanno postulato la loro incompatibilità e, di conseguenza, la morte dell’istituito.
Dichiarano i pellegrini delle massacranti attese: “C’è una fatica da restituire a questo Papa e gratitudine da offrirgli per una grandezza sofferente — per un soffio vitale dato fino all’ultimo all’evangelizzazione. Allora il minimo che posso fare è stare qui in fila per lui”. Questa è la percezione cristiana della grandiosità di quello che accade. — “Lui si è dato” dicono quelli che adesso gli offrono le ore della loro attesa. Scrive Socci: c’è l’atmosfera, la percezione di “una misericordia che ti piove addosso, una cascata di grazia”. È risposta ad una vita “di un padre che è sempre stato, e per tutti, credibile” (forse non per tutti accettabile, ma per tutti credibile come Padre).
Per parte sua Giuseppe De Rita ha sottolineato come, in piazza San Pietro, all’ora della morte di Giovanni Paolo, desse “i brividi” l’innesto della emozione per la persona (“un papa eccezionalmente carismatico”) in quella “per il mormorio sommesso del rosario collettivo e della potenza delle pietre e del loro disegno”. La “cavalcata di personalizzazione mediatica” non sarebbe stata possibile senza “la forza congiunta di quella architettura” e delle istituzioni. Quella evocata da De Rita è la forza rappresentativa della Verità/Autorità cattolica che la basilica di San Pietro ha sempre posseduto; l’invito è a leggere l’evento di stamane nell’equilibrio di queste due facce o realtà.
Sono d’accordo: coloro che sono lì (a due passi dalla bara o a centinaia di metri, nell’impossibilità di “vedere” alcunché) portano testimonianza della sua “grandezza sofferente” (e sperano di parteciparne, come frutto, e reliquia, interiore); si tratta di un giudizio su di Lui sedimentato negli anni. Sono lì per Lui. Ma sono : nello spazio cattolico e petrino per eccellenza, nel rito funebre cristiano, con preghiere cristiane che suonano “naturali” e congeniali. L’evento collettivo non sarebbe senza l’istituzione.
Ma temo che anche De Rita si lasci prendere dal luogo comune della “cavalcata mediatica” e la distingua, con un filo di fastidio, dall’autentico essere petrino di Wojtyła. No, il Papa itinerante è stato interpretazione e vitalizzazione (“soffio vitale”) del servizio petrino; quindi la sua “cavalcata” è stata pienamente atto del corpus Christi mysticum, non eccedenza. Carisma di ufficio: Wojtyła non è stato “se stesso” ed anche Papa. Al contrario, è stato Papa e necessariamente se stesso. Ripeto: il corpo di Wojtyła è corpo del Papa. Per questo anche il funerale del Papa è stato eversivo della banalità delle diagnosi sulla secolarizzazione; poiché i “popoli” (contro ogni previsione dei “dotti”) vi hanno portano la loro carne paziente alla Chiesa.
 

6. Il testamento.


Rischia l’imprudenza dare conto di una prima lettura del Testamento del Papa a così poche ore dalla sua divulgazione tramite agenzie. Il testo (che leggiamo nella traduzione italiana, stamane verificata su quella edita dall’Osservatore romano, con testo polacco a fronte) viene presentato come costituito di otto parti (indicazione che manca, però, nella edizione dell’Osservatore)(2).
Quella che viene indicata come terza parte (un foglio non datato) è la formulazione — non sappiamo da quale acuta congiuntura provocata — di un atto di “fiducia” (un “confidare”, ufność) nella grazia e nella protezione di Dio. Grazia per fare fronte a “compiti, prove, sofferenze”del pontificato; protezione (“[il Signore] non permetterà mai che [io] possa tradire”) in ordine alla fedeltà ai suoi obblighi (o doveri) “in questa Santa sede petrina”. Se è precedente (come si può ricavare, quasi con certezza, dalla generalità del riferimento alle sofferenze) all’attentato del 13 maggio 1981 l’appunto indica una costruita coscienza del ruolo e l’alta richiesta della protezione divina (“ogni grazia necessaria”).
Nella cosiddetta quarta parte (datata all’ultima settimana di febbraio 1980, nella ricorrente occasione degli esercizi spirituali annuali), accanto alla reiterata riflessione sulla morte e sul Giudizio particolare, nonché alla conferma del testamento steso un anno prima e posto nuovamente a confronto con quello di Paolo VI, troviamo un importante accenno alle cose della storia. I tempi sono “indicibilmente difficili e inquieti”, “difficile e tesa anche la via della Chiesa”. Il riferimento è ad “un periodo di persecuzione” più grave delle persecuzioni dei primi secoli (per “spietatezza e odio”). Non manca un cenno agli anni di piombo italiani, ma rilevantissima è l’enunciazione della “causa” che, dice il Papa, “cerco di servire”. Ed è questa: “la salvezza degli uomini, la salvaguardia della famiglia umana, e in essa di tutte le nazioni e dei popoli” (con un esplicito richiamo anche alla Polonia). Si noterà la formula nella sua completezza: è l’accettazione fino da allora della personale morte (“la Pasqua”) che accende la speranza di Wojtyła sui suoi stessi frutti: una Pasqua “utile” (pożyteczną, anche propizia, salutare) alla salvezza dei popoli, delle persone particolarmente affidate al papa, alla chiesa, alla gloria di Dio. L’articolazione del progetto del nuovo Papa è chiara: nella dedizione di sé ciò che si chiede a Dio è d’ottenere, anche nella propria finitezza e morte e quasi in virtù di esse, la salus familiae humanae.
L’ottava parte (3), la più estesa, è legata agli esercizi spirituali del 2000 (datata 17 marzo). Consta di sei punti, di cui alcuni di particolarissima importanza. Uno: il Papa congiunge saldamente l’avvenimento giubilare in corso (come adempimento di un progetto personale e, ad un tempo, di un processo obiettivo e mondiale) al mandato, ben noto, ricevuto dal cardinale Wyszyński: ‘il compito del nuovo papa sarà introdurre la chiesa nel terzo millennio’. Sottolineo i connotati assegnati al card. Wyszyński, che è mandante e modello: il Primate del Millennio, uomo di totale (heroicznego, eroico) affidamento a Dio. “Sono stato testimone della Sua missione (…). Delle Sue lotte e della Sua vittoria”. Questo è il terreno di preparazione di Karol Wojtyła al suo compito. Due: è il passo del nunc dimittis, che ha fatto pensare, in prima lettura, ad un’ipotesi di dimissioni da parte del Papa. L’impianto dell’intero punto secondo è però estraneo a questi significati. La dimissio del Servo viene da Dio e da Dio solo, anzitutto nella prospettiva alta dell’esercizio di una potestà che è solo Sua. Inoltre il nunc dimittis è, nel testo (come nella fonte biblica, ordinariamente intesa, Lc 2, 29-32: Nunc dimittis servum tuum […] in pace), strettamente associato alla morte: “Colui che è unico Signore della vita e della morte Lui stesso mi ha prolungato questa vita [nell’occasione dell’attentato], in un certo modo me l’ha donata di nuovo. (…) Spero che mi aiuterà a riconoscere fino a quando devo continuare questo servizio (…). Gli chiedo di volermi richiamare quando Egli stesso vorrà”. Il cenno al “riconoscere” il momento, che in sé può richiamare legittimamente al pensiero delle dimissioni (che certo era presente, come eventualità e come richiesta presente entro la Chiesa, al Pontefice), è perfezionato dalla formula immediatamente seguente, appunto: “Gli chiedo di volermi richiamare quando Egli stesso vorrà”. Una sola volontà, dunque, quella del Signore; un solo mandato esplicito, quello divino mediato per lui dal Primate di Polonia e Maestro.
Il punto tre: notevole il giudizio sul decennio di fine secolo (e millennio) come stagione di relativa pace e speranza (direi, con parole che non sono del testo, di Esodo nella speranza, dopo la drammatica Pasqua, il Passaggio nella storia universale e nella vita propria del Papa) lasciato alle spalle il rischio del conflitto nucleare. Quattro. Si è sottolineato subito l’elogio del Concilio che questo punto contiene. La realizzazione è definita “grandissima causa” che l’eterno Pastore ha permesso al Papa di “servire”, in medio Ecclesiae. L’assunto di un essenziale servizio, con i Vescovi, al patrimonio del Concilio, non può essere sottovalutato né considerato dichiarazione formale e obbligata. Karol Wojtyła afferma, anzi rivendica, come sua, secondo le sue intuizioni e scelte sotto l’assistenza della Grazia, la missione realizzativa del Concilio, cui egli stesso ha partecipato e contribuito. Si tratta di una formulazione forte: non solo quell’eredità non è stata trascurata, ma è stata incanalata in un metodo e in criteri (dottrinali e pastorali) di realizzazione. Inoltre, e non secondariamente, molto della realizzazione è assegnato non al passato-presente delle interpretazioni e delle prassi ecclesiali, spesso in conflitto, ma al futuro.
Potremmo azzardare ad aggiungere: a quel futuro della chiesa e del mondo cui il Papa stesso ha posto mano.
 
Pietro De Marco
 

NOTE


(1) Recentemente (in una puntata dell’Infedele, marzo 2006) Giulio Giorello ci ha detto, in piena coerenza con la sua milizia laica, che a lui “la Morte fa schifo”.
 
(2) La prima è costituita dal testamento del marzo 1979, con un codicillo del marzo 1990, in cui si esplicita la richiesta di sante messe e preghiere in suffragio. È dichiarata la presenza di un modello, il testamento di Papa Montini, che nello stesso 1979 (all’Angelus di domenica 12 agosto, da Castel Gandolfo) Giovanni Paolo II aveva ricordato pubblicamente. “In esso — diceva Karol Wojtyła — [Paolo VI] ha espresso la verità più profonda della sua anima e lo ha fatto in una forma così semplice da impressionare” . E citava, dal testamento di Montini: “Fisso la sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo che la rischiara; e perciò con umile e serena fiducia”. Il primo dei testamenti di Giovanni Paolo pratica questa essenzialità ascetica, rivolta al pensiero della morte e alla propria anima. “Chiedo anche la preghiera, affinché la Misericordia di Dio si mostri più grande della mia debolezza e indegnità”. Le istruzioni relative alla sepoltura rinviano a quelle dettate da Papa Montini. Siamo agli inizi del pontificato.
 
(3) Nella quinta parte (dei primi di marzo del 1982, di molti mesi posteriore ormai all’attentato) risalta la conferma del testamento (1979) e della diagnosi del 1980: “tanto più profondamente sento che mi trovo totalmente nelle mani di Dio”. La sesta e la settima parte (due brevi testi, sempre redatti in occasione degli esercizi, e distanti tre anni l’uno dall’altro, 1982, 1985) si accenna al ruolo dei Connazionali quanto ai funerali, e (1985) si esonera il Collegio cardinalizio da ogni obbligo, in senso proprio, canonico, di consultarsi con l’episcopato polacco e/o col suo Primate.