Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 320 (18.4.2006) La Scacchiera degli Stili Architettonici (di Nikos A. Salingaros)

Questo numero


So che il tema dell’architettura contemporanea che abbiamo ripreso con lo Speciale n° 300 appassiona molti lettori, vale la pena di tornarci con calma. Cominciamo con un breve, e veramente chiaro, saggio inedito che Nikos Salingaros ha scritto in italiano proprio per la nostra NL. Nei prossimi due numeri avremo la testimonianza, ricca di immagini, di un architetto che costruisce edifici “umani” e una rassegna sugli sviluppi del dibattito, e della pratica, in architettura e urbanistica.
 

La Scacchiera degli Stili Architettonici (di Nikos A. Salingaros)

Questo saggio propone un modello geometrico per visualizzare insieme i diversi stili architettonici. In questo modo possiamo meglio percepire la relazione tra di loro e capire come alcuni siano evoluzioni di altri. Come si fa in ambiente scientifico, rappresentare le cose d’interesse aiuta enormemente nell’esplorazione della loro struttura e qualità. La rappresentazione è il primo passo verso la classificazione che riunisce diversi fatti in un insieme organizzato e che permette una concettualizzazione più completa.

1. Il dibattito sugli stili architettonici


Dopo aver seguito un lungo dibattito sugli stili architettonici, volevo provare a chiarire alcune cose. È un argomento permeato da molte contraddizioni, e non è facile riconoscere i veri elementi costitutivi. Non è neanche facile identificare una linea continua di pensiero. Molti che intervengono nel dibattito, anche se pensano in modo chiaro su un argomento, sono disorientati su di un altro piuttosto vicino. Se gli esperti sono confusi, come proporre una comprensione della materia ai cittadini interessati?
 
Non abbiamo qui una questione di interesse soltanto accademico: il dibattito sugli stili architettonici cresce d’importanza ogni giorno. Riguarda i progetti per edifici notevoli come nuovi musei, strutture universitarie, sale da concerto, stazioni ferroviarie, aeroporti e chiese. Queste ultime non sono di secondaria importanza, perché è su questo tema che il recente dibattito si è acceso. «Le chiese costruite in stile architettonico contemporaneo sono veramente adatte al loro uso sacro?». Una domanda che impone di valutare la relazione tra lo spazio costruito dall’uomo e il rapporto degli esseri umani con Dio. Non è una domanda banale, non riguarda mere questioni estetiche, ma va al fondamento della capacità umana (o invece il rifiuto testardo) di trascendere il mondo fisico.
 
Benché queste domande sono troppo difficili da risolvere, posso almeno proporre un modello che ci permette di visualizzare gli stili e la relazione fra loro. Sul questo modello, il dibattito stilistico si può giocare con una chiarezza che si perde se si continua ad utilizzare il vecchio modo di pensare a queste cose. Ecco il modello: «la scacchiera degli stili architettonici».

2. Il modello scacchiera nel parcheggio


Immaginiamo una scacchiera posata per terra in un parcheggio aperto (vuoto) molto grande, come quello dell’IKEA (quando il negozio è chiuso). Vorrei sottolineare la grandezza della scacchiera, comparata con quella dell’asfalto del parcheggio. Alla scala del parcheggio, la scacchiera è trascurabile; è persa nella vasta superficie dello spazio circostante. In termini statistici non esiste, perché troppo piccola. Ma in termini di informazione organizzata è forse l’unica parte del parcheggio che concentra l’ordine. Il resto è uno spazio nero e vuoto, mentre la nostra scacchiera forma 64 bei quadrati contrastanti entro di sé.
 
Nel modello qui proposto, la scacchiera raccoglie e rappresenta gli stili architettonici vivi: cioè, quelli che contengono la vita nella sua complessità organizzata. Ogni quadrato corrisponde ad un stile architettonico distinto, evoluto dalle società tradizionali. La «vita» architettonica è una qualità matematica misurabile: una complessità ordinata che aiuta a connettere forme, spazi e superfici col nostro sistema percettivo. Qui parlo di qualcosa di più di una superficiale connessione visiva. Ogni forma, sia viva o morta, evoca una risposta dell’anima umana, originata metà dal sistema neuronale percettivo (occhio, orecchio, ecc.) e metà dal sistema neuronale cerebrale (memoria, concezione innata del mondo, ecc.). Tutto insieme si connette all’essere umano.
 
A mio parere, gli stili architettonici che hanno vita e che danno vita sono pochi, ma ancora infiniti. Come comprendere questa contraddizione del linguaggio ordinario ... pochi ma infiniti ... ? Vediamo la scacchiera. Possiamo mettere tutti gli stili architettonici vitali nella scacchiera - il numero 64 dei quadrati non importa; è soltanto per giocare. Assegniamo ogni quadrato ad uno stile architettonico adatto alla vita ed alle sensibilità umane. Cominciamo con lo stile Classico. Poi, con lo stile Romanico, Buddista, Cinese, Bizantino, Armeno-Syriano, Catalano, Gotico, Primo Islamico, Hindu, Seljuk, Khmer, Azteco, Tardivo Islamico, Ottomano, ecc. riempiamo altri quadrati. Supponiamo di aver assegnato metà della scacchiera a stili già esplorati dall’uomo durante la sua storia fino ad oggi. L’altra metà della scacchiera rimane vuota, in attesa che inventiamo nuovi stili vivi da aggiungere alla classificazione.
 
Ogni stile, ogni quadrato della scacchiera, rappresenta una infinità di costruzioni possibili. Questa possibilità infinita, ma dentro il limite della scacchiera, non finisce con gli stili tradizionali. C’è ancora una ricchezza di stili architettonici innovativi e inaspettati, sconosciuti: manca soltanto l’immaginazione di alcuni giovani architetti di talento per scoprirli.

3. Stili architettonici fuori della scacchiera


Fin qui, in questa discussione, forse anche gli architetti contemporanei sono d’accordo con il modello. Mi spiace dover dividere la compagnia, ma è conseguenza inevitabile dell’enunciazione della mia tesi seguente: gli stili architettonici contemporanei non sono nella scacchiera, si situano invece in luoghi molto lontani, da qualche parte nel parcheggio.
 
La ragione è che la maggioranza degli stili architettonici recenti, dal primo modernismo fino a quelli che oggi fanno mostra di sé nei giornali d’architettura, non esprimono la vita. Non sono relazionati alle qualità intrinseche (matematiche) della vita. Parlo di questo nel mio libro Una Teoria dell’Architettura. Non posso ripetere qui la dimostrazione, perché troppo lunga. Questi temi sono affrontati nel libro magistrale di Christopher Alexander La Natura dell’Ordine.
 
Ormai, se il lettore segue il nostro modello, è ovvio che esistono un’infinità di stili architettonici che non meritano di essere nella scacchiera, malgrado i desideri più ferventi degli architetti contemporanei, dei loro sostenitori nei posti accademici (scuole d’architettura) e dei media d’architettura (critici, giornali, televisione, premi d’architettura). Loro immaginano di continuare la pratica storica dell’architettura, immaginano di completare la scacchiera con nuovi stili, ma si sbagliano: i loro stili sono persi nello spazio vuoto, alieno, inumano. È ancora un errore fondato sull’orgoglio, perché questi architetti non capiscono in quale maniera si sbagliano, e non sono neanche capaci di realizzare che si sbagliano. Agiscono sotto una convinzione quasi religiosa, sicuri di promuovere un futuro liberato dai vincoli del passato. Invece è solo un futuro distaccato della vita.

4. Analogia tra scacchiera e la Terra


La scacchiera può anche rappresentare la nostra Terra situata nello spazio. Un piccolo pezzo di materia (soltanto la superficie della Terra è abitata) vive nello spazio astronomico. Non sappiamo dove altrimenti esiste la vita, forse non esiste da nessun’altra parte. Fino ad oggi dobbiamo supporre che la nostra scacchiera (scusatemi, la nostra Terra) è l’unico luogo nell’universo che sopporta la vita. Forse troveremo domani dei segnali radio provenienti da una forma di vita nel pianeta Arcturus nella costellazione di Andromeda, ma non è ancora successo.
 
Perché la vita non esiste in altri luoghi dell’universo? Semplicemente, non ci occorrono le condizioni di complessità organizzata per sopportare la vita. Nello spazio vuoto fa troppo freddo, non c’è abbastanza ricchezza chimica e non esiste una densità di materia sufficientemente alta. In altri pianeti del nostro sistema solare si trovano materia e composti chimici, ma o manca l’acqua, o l’atmosfera od altre cose essenziali per la vita. O, più importante, a volte la presenza di composti chimici nocivi o di condizioni fisiche estreme non permette lo sviluppo chimico che conduce alla formazione di molecole organiche abbastanza complesse.
 
Torniamo all’architettura. Il minimalismo corrisponde alle condizioni estreme nello spazio vuoto. Non c’è niente là. Certamente non c’è la vita. La «poesia» delle forme pure, minimaliste, è una poesia senza parole, dunque vuota di senso. Il minimalismo è morto perché non è stato mai vivo. È la morte del freddo estremo, il freddo dello spazio extraterrestre. Altri stili architettonici non-minimalisti mancano di qualcosa di essenziale alla vita architettonica. Manca l’organizzazione, la complessità, la ricchezza visuale e tattile delle superfici o qualcosa di analogo.
 
Molti altri stili contemporanei non sono vuoti, ma contengono elementi nocivi e ostili alla vita. Spiego questo nel libro Ambiente e Antiarchitettura. Non basta avere complessità: bisogna organizzarla in modo molto speciale prima che emerga la vita. Quindi, tutti questi stili oggi di moda risiedono, nel nostro modello, fuori della scacchiera. Fanno parte dello spazio del parcheggio, un paragone per lo spazio così vuoto e senza vita dell’universo fisico. La parte morta è infinita ma veramente senza limite.

5. Il terrore della creatività architettonica


Possiamo utilizzare il modello scacchiera nel parcheggio per chiarire alcuni punti del dibattito architettonico. Molti architetti interessati ad un’architettura vivente hanno adottato elementi di stili tradizionali, come lo stile Classico. È uno stile che ha avuto successo per millenni. Ai nostri giorni, alcuni, pochi, architetti, come Léon Krier, costruiscono nuovi edifici belli che assomigliano a quelli del passato. Di fronte ad un attacco estremamente ostile da parte degli architetti accademici, i nuovi Classicisti trovano nei metodi del passato, anche adattati ai nuovi materiali, uno strumento utile per creare un ambiente costruito più umano. Questo non si faceva da decenni.
 
Nondimeno, stiamo concentrandoci su un solo quadrato della scacchiera. Il Classicismo è soltanto uno stile, dunque un quadrato nel modello. Ci sono tanti altri stili, molti conosciuti, altri ancora non esplorati, con cui si può costruire un mondo umano. Le persone a cui non piace il Classicismo a volte sono terrorizzate perché credono che l’unica opzione siano gli stili contemporanei. Niente affatto. Si tratta di un malinteso fondamentale, una falsa opposizione «Classicismo versus Stili Contemporanei». In realtà non si tratta di una opposizione tra due stili, piuttosto la classificazione di un numero infinito di stili diversi. La differenza importante è che il Classicismo rimane nella scacchiera, mentre gli Stili Contemporanei di moda si trovano fuori.
 
Lo stile Classico non deve piacere a tutti: è soltanto uno dei molti stili viventi. L’essenziale sarebbe di riconoscere le qualità di vita nello stile Classico, per dopo applicarle (e non necessariamente con la tipologia dell’architettura Classica) all’ambiente costruito. Si possono utilizzare nuovi materiali per simulare lo stile Classico? Perché no? Non è obbligatorio costruire in pietra e legno, anche se sono belli. Non propongo una falsificazione dei materiali. Una volta che un architetto capisce profondamente la complessità della struttura vivente, può utilizzare tutti i materiali in maniera innovativa, ognuno nel suo proprio luogo.
 
Il terrore agisce in un altro modo ancora. Dopo decenni di indottrinamento dagli architetti modernisti, siamo pronti a reagire in maniera subcosciente contro ogni applicazione delle tipologie storiche. La scacchiera, cioè l’architettura viva, è stata vietata come fonte di metodi per costruire oggi. Sì, suona ridicolo, ma dobbiamo scontare una reazione severamente negativa se vogliamo costruire un edificio che rassomiglia a qualcosa del passato. Si presume che non siamo «contemporanei», e così metteremmo a rischio tutto il nostro sviluppo tecnologico e sociale. L’architetto che osa farlo è condannato dai suoi colleghi come apostata, un «traditore» del culto. Tuttavia, è assurdo legare sviluppo tecnologico e immagini architettoniche. Lo sviluppo umano non è stato generato da edifici dallo stile modernista: questi edifici sono solo un prodotto nocivo della società industriale sviluppata, come la polluzione e il degrado dell’ambiente.
 
Gli architetti modernisti sono riusciti ad introdurre un legame tra il progresso e un modello temporale unidimensionale degli stili architettonici. È un trucco ingegnoso. Si tratta di mettere tutti gli stili in una linea, ordinandoli secondo la loro età, e dopo dichiarare che lo sviluppo umano funziona nella stessa maniera, in modo lineare. È veramente una icona attraente, semplice, e porta un messaggio nascosto, falso, quasi diabolico. Il vecchio è passato, inutilizzabile, come i vecchi vestiti usati che non vogliamo più. La gente non realizza che la visione comune dell’evoluzione degli stili architettonici è basata su un grande pregiudizio, perché influenzata da questo modello ingannevole. Il modello, avviato come schema nel nostro subcosciente, determina la nostra interpretazione dell’architettura. Però, è una triste verità.
 
Finalmente, non si deve confondere gli stili contemporanei inumani con stili umani innovativi. Esistono in spazi distinti. L’innovazione conduce in molte direzioni: o verso la vita o fuori della vita. La classificazione scacchiera segue delle caratteristiche matematiche e non ha niente a fare con l’estetica. Tutti gli stili umani si trovano nella scacchiera, mentre gli stili inumani si trovano fuori, nel parcheggio, nello spazio vuoto e privo di vita.

6. Architettura contro l’umanità


Con le nostre conoscenze scientifiche, siamo pronti di costruire un mondo nuovo, bello e umano. Soltanto che gli architetti di oggi non possono farlo. Sono quasi tutti addestrati al culto della contemporaneità, privi di conoscenze scientifiche e privi di connessione con l’anima umana. La loro formazione scolastica è stata orientata verso la costruzione di forme astratte, senza riferimento agli esseri umani, al nostro sistema neuronale, biologico. Gli architetti non pensano come noi, non come l’altra gente normale.
 
Per grande sfortuna, alcuni architetti che hanno imparato delle conoscenze scientifiche adesso stanno applicandole per distruggere ancora più l’ambiente. Cioè, pretendono di giustificare i loro mostruosi edifici e disegni con parole scientifiche e matematiche: e la gente inghiotte tutto perché suona bene e appare profondo. Ma, come ho dimostrato nei miei libri, si tratta di un grande imbroglio fatto alla società. Tutti questi disegni molto alla moda sono fuori e molto lontani dall’architettonica viva, mancano loro le qualità degli edifici che possiedono la vita e che possono connettere con gli esseri umani. Gli edifici costruiti secondo delle supposte teorie biologiche si situano sempre nel parcheggio del nostro modello, nel vuoto sterile. Non appartengono alla vita. Ma com’è che un edificio fondato sull’analogia con le forme biologiche può essere morto?
 
Lo so che è difficile per un qualunque lettore credere che un architetto celebre, quando parla dei suoi edifici che ricordano forme biologiche, dice delle sciocchezze. Infatti, questo architetto non capisce niente di biologia, vede soltanto una somiglianza superficiale. Non era formato per apprendere la struttura dei sistemi biologici e complessi. Non ha conseguito una laurea di biologia, ha visto soltanto alcune immagini nei libri di biologia. La sua formazione nella scuola di architettura consisteva nel vedere soltanto immagini senza capire di che si trattava. Un essere umano formato solo sulle immagini visuali, televisive, risulta di conseguenza un uomo che ha perso contatto con la realtà. Le facoltà di Architettura formano delle persone distaccate dalla vita, dando loro allo stesso tempo l’arroganza del culto. Adesso questi architetti vogliono imporre la loro irrealtà su di noi.

7. La neurofisiologia plasma l’architettura tradizionale


L’aspetto debole del nostro modello, secondo alcuni architetti, è che sembra che siamo noi a vietare tanti stili innovativi. Così, si può rivolgere il nostro stesso argomento contro di noi e dichiarare che siamo noi i cattivi, perché proibiamo l’innovazione architettonica: l’esplorazione libera dello spazio sconosciuto degli stili architettonici.
 
Per capire meglio la situazione, dobbiamo seguire la nascita e l’emersione storica degli stili tradizionali. Come sono evoluti a rappresentare una tale complessità visuale e strutturale? L’ornamento non è necessario dal punto di vista strettamente utilitario, ma è necessario per definire un’architettura viva. Ovviamente, l’uomo ha sviluppato tecniche e tipologie nel costruire il suo ambiente a base della sua neurofisiologia. Volevamo sempre costruire forme e superfici che ci fanno stare meglio, e non il contrario. Il nostro corpo e i nostri sensi riconoscono le strutture adatte, che dispongono di una similarità fondamentale con la nostra struttura. Il benessere fisiologico e psicologico è basato sulla consanguineità con l’ambiente. Tale affinità è possibile soltanto se l’ambiente è strutturato con una complessità molto speciale. Questa complessità è la qualità comune a tutti gli stili architettonici tradizionali e vernacolari - cioè, tutti gli stili che si situano nella scacchiera.
 
È soltanto nell’era dell’industrializzazione che si sono aperte nuovi direzioni, provocate dai prodotti e materiali industriali. Non è largamente conosciuto quanto l’architettura modernista e i suoi seguaci siano sospinti dalla produzione di materiali industriali: un movimento con lo scopo principale di promuovere il consumo e dunque tutta un’industria.

8. Biofilia e salute


Lo scienziato americano Edward Wilson va molto a fondo nella sua convinzione che l’essere umano è legato alle altre forme viventi tramite il materiale genetico. Wilson introduce il termine «biofilia» per denotare il legame molto stretto tra noi e il nostro ambiente. Esaminando il corpo umano come si è formato nel passato preistorico, ritiene che il ricordo di quegli antichi luoghi sia conservato nella memoria ereditaria e che noi cerchiamo in modo inconscio di riprodurli nel nostro ambiente contemporaneo.
 

Le qualità del nostro ambiente primordiale originale, cioè una savana con alberi distanziati, è matematicamente complessa in modo molto preciso. È la stessa complessità frattale che si trova nella struttura biologica (per esempio, il polmone). Riconosciamo la stessa complessità, o la sua assenza, nelle strutture costruite. Dove c’è, sentiamo bene, e dove non c’è, sentiamo male. Un ambiente totalmente alieno, privo di questa complessità, contribuisce alle patologie, abbassando la nostra resistenza attraverso l’aumentato stress, il quale indebolisce il nostro sistema immunitario. Gli ambienti morti si fanno malati.
 
Possiamo connetterci con ciò che è vivo. Lo stesso meccanismo si connette ai sistemi inanimati che hanno la stessa complessità organizzata. Dunque, i quadrati della scacchiera sono punti privilegiati nello spazio astratto degli stili architettonici.

9. La vita come centro dell’universo


Il modello scacchiera implica un’importanza molto speciale per la vita, e per noi. Nell’universo infinito, sappiamo che soltanto la superficie di un piccolo pianeta nutrisce la vita. Alcuni scienziati considerano la Terra come un organismo gigante vivo: l’ipotesi «Gea». La Terra vive.
 
Per analogia, tra gli infiniti stili architettonici possibili, ci sono soltanto quelli nella scacchiera che sopportano la vita umana in senso completo. Ogni altro è alieno all’uomo, quindi alla vita. Cercare l’innovazione è una buona cosa, soprattutto per un architetto, ma cercarla in luoghi morti non aiuta l’umanità. Si deve cercare nella scacchiera. Questa è definita come centro fondamentale, punto centrale del nostro universo. Perdere il centro significa perdere il nostro fondamento nel mondo.
 
Senza che l’abbia voluto, questa analisi si è sviluppata in direzione filosofica, ecologica, anche religiosa. La struttura vivente definisce il centro dell’universo, almeno per noi. L’universo non è relativo. Il ruolo dell’uomo è veramente qualcosa di molto speciale nell’universo infinito. Il ruolo dell’architettura vivente, tradizionale e vernacolare di ogni paese e di ogni cultura, gioca questo ruolo nell’ambiente costruito. È qualcosa di sacro. Non si deve mai proclamare che è «fuori moda», e che si può distruggerlo per dopo costruire edifici più moderni. La modernità non dev’essere una pestilenza che annienta tutto quello che tocca.
 
Così la Terra è speciale. Abbiamo la responsabilità di mantenere la vita nella Terra, perché non c’è altro luogo nell’universo con vita. La modernità non crea la vita, e facciamo molto attenzione che non la rimpiazzi con la morte. Non abbiamo il diritto di rovinare il pianeta, di sacrificare specie animali e piante all’altare del dio denaro. Non abbiamo il diritto di distruggere vecchie edifici, vecchie chiese, il cui valore a volte non possiamo capire con le conoscenze disponibili oggi. Domani, quando ci sveglieremo, sarà troppo tardi.

10. Conclusione: rappresentare gli stili


Ho esposto qui un modello geometrico nel quale ogni stile architettonico si trova posizionato in un piano dello spazio astratto. Per illustrare i miei risultati, ho semplificato questo modello, sviluppato precedentemente nel libro Una Teoria dell’Architettura. Il modello rappresenta un modo molto visuale di pensare la diversità degli stili. C’è anche una metrica nello spazio del modello, perché è evidente quali stili sono «vicini» e quali «lontani» uno agli altri, e quali sono evoluti di altri stili più vecchi.
 
Anche se un lettore non è d’accordo con le mie conclusioni sugli stili architettonici, nel sostenere quali hanno qualità di «vita» e quali non ne hanno, rimane l’idea di un modello che rappresenta gli stili in una geometria astratta.
 
Credo che il problema di confrontare gli stili possa essere risolto in questa maniera. Utilizzando un tale modello geometrico, non si deve continuare a credere alla grande impostura che il modernismo e i suoi derivati che formano gli stili contemporanei sono un progresso inevitabile, e che tutti gli stili tradizionali sono destinati alle spazzatura. Finalmente, fornisce una risposta alla propaganda dei media e dell’accademica architettonica. Dobbiamo convincere anche i cittadini che tutto era un inganno colossale. Nonostante tutto, forse il male è troppo grande, troppo brutto e troppo allarmante per essere accettato.
 
Come è possibile che siamo arrivati fin qui? Noi, gli educati, avanzati in tante scienze e tecnologie? Noi che abbiamo sviluppato la bomba termonucleare e abbiamo letto il DNA dell’uomo? Non è possibile che operino nella nostra società architetti (e non parlo di pochi, parlo della maggioranza) che distruggono le qualità di vita, smantellando la caratteristica essenziale della vita? Che distruggono le forme, la materia stessa, per poi ricostruire degli incubi morti. E come mai i nostri più grandi esperti hanno accettato tutto questo come un meraviglioso progresso? E anche la Chiesa finanzia (con evidente autosoddisfazione) la costruzione di edifici morti in cui uno cerca invano qualche segno d’un Dio che immaginiamo regalare la vita all’uomo.
 
Semplicemente posso ricordare altri tempi nei quali mali terribili sono avvenuti, con la maggioranza del popolo che era d’accordo. Sempre le menzogne proclamano lo sviluppo della società, la «liberazione» dal passato soffocante, per fare accettare il male, la condanna e la morte violenta come necessità. Soltanto dopo che la società (o il paese, o il continente) sarà distrutto, realizziamo che le parole dei salvatori, le promesse seducenti erano solo menzogne. E noi ci siamo lasciati manipolare come stupide bestie. È così facile credere alle truffe.
 
Nikos A. Salingaros
 

Bibliografia


 
Christopher Alexander, The Nature of Order: Books One to Four, Center for Environmental Structure, Berkeley, 2002-2005.
 
Léon Krier, Architettura: Scelta o Fatalità, Laterza, Roma, 1995.
 
Nikos A. Salingaros, A Theory of Architecture, Umbau-Verlag, Solingen, 2006. Il Capitolo 9, Fondamentalismo Geometrico, è stato tradotto in italiano: L’Inventario della Fierucola (Firenze) No. 24-25-26 (Agosto 2003), pagine 24-38. Pubblicato in linea: Il Covile N° 108 (2002),
a: www.stefanoborselli.elios.net/scritti/fondamentalismo_geometrico.htm.
 
Nikos A. Salingaros, Ambiente e Antiarchitettura: La Liberazione dal Decostruttivismo, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2006.
 
Edward O. Wilson, Biofilia, Mondadori, Milano, 1985.