Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 321 (21.4.2006) Tradizione e Modernità nella pratica contemporanea (di Lucien Steil)

Questo numero


Quale giorno migliore per il secondo numero della nostra trilogia sul movimento per la ricostruzione della città contemporanea del 21 aprile, dies natalis di Roma?
 

Tradizione e Modernità nella pratica contemporanea (di Lucien Steil)

Fonte: www.archimagazine.com/atradi1.htm
“Tra il tradizionale e il nuovo, tra ordine e avventura, non esiste una reale opposizione, e quello che oggi chiamiamo tradizione è la tessitura di secoli di avventura.” Jorge Luis Borges
Definizioni preliminari:
Tradizione: “Il tramandare notizie, memorie, consuetudini da una generazione all’altra attraverso l’esempio o informazioni, testimonianze e ammaestramenti orali o scritti...”
Modernità: “Aspetto e spirito nuovo della civiltà, nuovo modo di vivere e pensare conforme alle condizioni, agli studi, alle aspirazioni ed esigenze odierne.”
Contemporaneo: “Che vive o si verifica nello stesso tempo.”
Pratica: “Il complesso delle azioni che si propongono la realizzazione dell’utile e del bene morale.” (Vocabolario della lingua italiana Zingarelli, copyright 1970 Nicola Zanichelli)
 
La Pratica dell’architettura rimane essenzialmente un perseguimento di ideali. L’architettura e l’urbanistica sono necessariamente guidate da un desiderio di costruire. I loro progetti e visioni propongono dei cambiamenti materiali e morali nell’ambiente costruito delle società umane. Lo scopo principale dell’architettura è concepire in un modo consistente dei buoni edifici e delle buone città in una prospettiva di realizzazione.
 
Sacrificare questi ideali di adeguatezza, di bellezza, di solidità, di permanenza nell’atto di costruire significa abbandonare il campo dell’architettura. Sappiamo quanto una pratica senza scrupoli abbia, in qualche decade, coperto di vergogna le professioni di architetto e di urbanista. Ciò ha provocato una profonda crisi morale e culturale ed ha seriamente indebolito la nostra autorità e credibilità professionali.
 

Il Contemporaneo


Che vuol dire praticare l’architettura nella “situazione contemporanea”?
 
La pratica dell’architettura e dell’urbanistica tradizionali sarebbe antagonistica al contemporaneo?
 
O dovremmo forse considerare la pratica contemporanea come una conformazione delle visioni della nuova architettura tradizionale, della sua efficacia e della sua praticabilità?
 
Uscire dal mondo ideale e scontrarsi con la realtà non è una difficoltà solo per il mondo contemporaneo: è stato un problema permanente dell’umanità. Confrontarsi col “mondo reale” non significa abbandonare gli ideali di eccellenza ma permette di consacrare la realtà come manifestazione di una creazione sacra ed eterna. La produzione dell’architettura e dell’urbanistica deve occuparsi della realtà della costruzione contemporanea, della tecnologia contemporanea, dei programmi contemporanei, delle condizioni sociali, culturali ed economiche contemporanee, non certamente in una prospettiva fatalista ma come opportunità per scelte. (cfr. Leon Krier: Choice or Fate)

Market in Fresno
Market in Fresno by Christopher Alexander

In effetti qualsiasi realizzazione e qualsiasi azione è originata da scelte che trascendono le condizioni esistenti. Anche la pratica dell’architettura e dell’urbanistica non è imprigionata nelle contingenze del “mondo reale”.
 
I progetti architettonici e urbanistici orientano la situazione contemporanea verso altre potenzialità, prospettive più ampie e trasformazioni sublimi.
 
La pratica dell’architettura e dell’urbanistica educa la realtà con visioni ispirate e scelte colte. In questi ultimi anni molti progetti di edifici, sviluppi urbani, nuove città e quartieri ecc. sono stati costruiti con successo in un modo tradizionale. Sono stati costruiti proprio nella realtà della “situazione contemporanea” contraddicendo lo scettico cliché a proposito delle “assunzioni irreali” dei nuovi architetti e urbanisti tradizionali. A quelli che continuano a gridare: “Ma non si può oggi costruire così!” Leon Krier risponderebbe: “Voi forse no, ma io sì!”
 
Village Extension in Clemency
Village Extension in Clemency (1992-1996) by Mulhern & Steil

Ora lo scopo essenziale di tutte queste opere non è stato di riflettere sulla contemporaneità e nemmeno di proporre una dichiarazione polemica contro la modernità o anche contro il modernismo... Queste realizzazioni si preoccupano semplicemente della costruzione di strutture e luoghi belli, confortevoli e duraturi per essere abitati con dignità, piacere e amore.
 
Io credo che la bruttezza, il nonsenso e l’inadeguatezza non siano solo delle questioni di opinione personale ma delle caratteristiche identificabili che possono essere sentite e condivise dalla maggioranza della gente. Il buon gusto e le buone maniere si possono insegnare, ma l’intuizione della bellezza è una proprietà inerente l’uomo come microcosmo, nella sua unione indissolubile di corpo, anima e spirito.
 
La contemporaneità non può essere ridotta alla permanente umiliazione del nostro giudizio morale e del nostro buonsenso estetico!
 
La contemporaneità non è una qualità, non è uno stile, non è una religione, non è una saggezza, non è un’abilità, non è un’estetica, non è una promessa, non è un ideale e neanche una delusione: la contemporaneità è semplicemente il fatto di essere qui, adesso! La contemporaneità qualifica soltanto il momento nel quale viviamo, possiamo esserne entusiasti o meno ma comunque rimaniamo tutti contemporanei.
 
Sfidare delle situazioni contemporanee attraverso la nostalgia e delle proiezioni revivaliste è sempre stata una pratica abbastanza salutare per ricentrare la dinamica culturale... Guardare il futuro non come ipotesi di salvezza, come palingenesi, ma come una parte immanente della nostra memoria, si è dimostrato produttivo e fonte di ispirazione più di qualsiasi teoria di rivoluzione futuristica.
“L’atto del Revivalismo implica simultaneamente una reazione e una riaffermazione; è un gesto di rivalutazione, ma anche di rigenerazione, sottolineando quanto nella creazione umana è finalmente un atto di ri-creazione.” Jorge Rigau

Public Housing Cockerill
Public Housing Cockerill (1996) by Mulhern & Steil

Il Futuro purtroppo non è mai stato questa anticipata esperienza esaltante, piuttosto lo “shock of the future”. Il Futuro quando arriva è già diventato Presente e poi diventa rapidamente Passato... Le utopie romantiche, che considerano il contemporaneo come la porta di una nuova dimensione storica, “Il Futuro”, e ci attraggono con la forza del meraviglioso, sono probabilmente umane e naturali quanto le nostalgie retrospettive di una mitica “età aurea”. Contribuiscono alla rivalutazione della nostra eredità culturale, alla ridefinizione del nostro mondo e dei nostri valori attuali. Se le nostalgie sono spesso una reazione alla mancanza di pienezza e di opportunità, stimolano anche la ragione e l’immaginazione in pure proiezioni liberate della pesantezza del Reale.
 
Paradossalmente l’ossessione paranoica delle utopie futuristiche esprime un conflitto serio con la contemporaneità e svela probabilmente un’impotenza a trascendere la realtà nella prospettiva di un mondo migliore.
 
Personalmente preferisco guardare il futuro come parte di una visione salutare che guida le nostre azioni e proiezioni in un senso di continuità, saggezza e emulazione.
 
Urban Ensemble Hespérides in Grevenmacher
Urban Ensemble Hespérides in Grevenmacher by Mulhern & Steil

Sfidato nella sua apparente mancanza di entusiastica contemporaneità, l’architetto egiziano Hassan Fathy scriveva:
“Ora se dobbiamo riconciliare il tempo con la definizione di contemporaneità dell’architetto, dobbiamo dire che per essere “rilevante nel suo tempo”, per essere “contemporanea”, un’opera d’architettura deve rispettare queste condizioni: deve essere una parte dell’agitazione e dello scompiglio, della marea bassa e della marea alta della vita quotidiana; deve essere collegata armoniosamente al ritmo dell’universo e deve essere consonante con il livello corrente della conoscenza umana sul cambiamento.”
E più avanti aggiungeva:
“Intanto tutta la grande architettura è contemporanea al suo tempo, rilevante alla sua situazione nello spazio, nel tempo, nella società umana, - ma anche eterna. Senza quest’essere eterna, - quest’essere in armonia con il cosmos e l’evoluzione della vita, nessun’architettura può essere chiamata contemporanea.”

La Modernità


Anche se i “moderni” non posseggono esclusivamente questo secolo come sembrano pretendere, mi sembra che nessun altro periodo nella storia umana sia mai stato tanto preso della sua modernità. Tanti individui, istituzioni, scuole, e particolarmente le istituzioni d’arte e di architettura sembrano così ansiosi di esprimere l’immagine di una modernità ostentata, da dimenticare spesso i principi fondamentali della loro stessa “raison d’etre”.
 
“Modernità” è diventato un qualificativo autogiustificante senza nessuna connotazione di qualità e di comfort intrinseca. La riduzione settaria della modernità è in fin dei conto una nostalgia delle avanguardie, queste avanguardie dell’inizio del XX secolo che sono diventate dei fossili storici per alcuni, delle reliquie per altri e purtroppo dei paradigmi eroici per certi “revivalismi”...
 
C’è anche l’appropriazione abusiva della modernità da parte dei modernisti che si sono canonizzati loro stessi mediante un sistema dogmatico di convenzioni estetiche e direttive formali. La richiesta suprema ne stabilisce la rottura, la confusione, la collisione e la disarmonia come categorie ontologiche.
 
Questa summa modernista è completata e rafforzata dall’assurdo relativismo della filosofia decostruttivista recente. La sintesi che ne risulta è una rivoltante dottrina di nichilismo culturale e, nei casi migliori, un “laisser-faire” per qualsiasi sperimentazione liberata del senso comune.
 
Questa “modernità modernista” divenuta ortodossia, mantiene e diverte una piccola ma potente élite la cui occupazione principale consiste nel giustificare la propria preziosa inutilità.
 
La maggior parte delle scuole d’architettura e di arte e delle istituzioni culturali si ritrovano adesso come degli “imperatori senza vestiti”. Accecati della vanità non si rendono più conto della loro nudità. Abusando dell’autorità istituzionale non offrono altro che confusione accademica. Celebrano la loro vacuità metafisica e le loro miserie artistiche coltivando fieramente dei vasti depositi di ignoranza e di bruttezza.

Parisien II Esch-Alzette
Parisien II Esch-Alzette (1997) by Mulhern & Steil

Dovremmo noi allora preoccuparci della modernità?
 
Quelli che danno tanta importanza alla questione della modernità, non è che si impegnano in un mondo artificiale di valori relativi e frivolezze, in un mondo dove il senso comune non fa più senso, e dove la ragione ha perso il lume della ragione?
 
Ora posso anche capire il fascino della modernità come una materia intellettuale e culturale che merita delle investigazioni più profonde...
 
Sinceramente mi va benissimo la situazione contemporanea.
 
Non sono neanche terrorizzato da un’autentica modernità anche se mi sembra eccessiva l’attenzione dispotica che ci chiede questa originalità della nostra epoca. Ammetto di guardare indietro abbastanza spesso: è la vista più bella!
 
E poi sono anch’io nostalgico, non tanto di un periodo storico particolare, ma della somma accumulata di cultura storica come potenzialità del nostro tempo. Mi piace essere un nostalgico militante nel senso definito dallo scrittore J.W. von Goethe nell’800:
“Non c’è niente del passato per il quale si può languire, c’è soltanto un eterno nuovo che è formato dagli elementi estesi del passato e la vera nostalgia è sempre stata produttiva per la creazione di una nuova eccellenza.”
Ora la vera modernità è, dal mio punto di vista, l’affermazione positiva dell’epoca nella quale si vive. Questo non significa un entusiasmo cieco e un sostegno muto. Sarà piuttosto un’attenzione critica alle differenze di quest’epoca con le precedenti senza indurne che quelle dovrebbero per forza essere rigettate. È la coscienza di una sensibilità diversa, una percezione fresca del tempo e dello spazio. E ciò non necessita di opporsi ai valori e paradigmi di bellezza, comfort e permanenza.
 
La modernità è dunque questo senso acuito dell’originalità di una cultura particolare in un momento particolare dello spazio e del tempo. Ma questa originalità contemporanea è significativa soltanto nel suo rapporto con l’originalità delle culture del passato. La modernità in questo contesto è il contrario all’amnesia, perché niente può essere misurato come diverso, originale, innovativo, nuovo nei confronti di ciò non è riconosciuto o deliberatamente dimenticato e ignorato.
 
Così, essendo l’esperienza vibrante dell’unicità di qualsiasi periodo nella storia, la modernità è simultaneamente l’esperienza intimamente legata a un presente contemporaneo con la sua memoria storica.
 
Pavilon in Clemency
Pavilon in Clemency (1995) by Mulhern & Steil

Conseguentemente la modernità non può essere in contraddizione con la pratica contemporanea dell’architettura e dell’urbanistica tradizionali, si tratta di una polemica artificiale e inutile, dell’ormai obsoleta querelle tra modernità e tradizione.
 
Insomma la qualità e il valore della pratica architettonica possono essere giudicati soltanto dalla sua efficacia nel disegnare e realizzare buoni edifici, buone città, buoni giardini e paesaggi, nella prospettiva di un mondo migliore.
 
Se ci sono altre ragioni per porre attenzione alla modernità, una potrebbe essere la seguente: sfidare la routine, l’autocontemplazione e l’autocompiacimento che minacciano qualsiasi impegno umano. Quest’entropia è un fenomeno naturale, la tendenza alla stagnazione: l’unico stato della vita organica e intellettuale dove non succede più nessun cambiamento. Perciò la modernità si è sempre presentata come un campanello d’allarme per delle culture stagnanti...
 
Però, quello che è più importante è l’opportunità costante di interrogare profondamente la situazione contemporanea e il suo potenziale e di ricuperare, nella prospettiva di un mondo migliore, il suo sapere operativo, la sua strumentazione altamente sofisticata di informazione e di comunicazione e la sua logistica perfezionata.
 
Oltre ai numerosi problemi del mondo contemporaneo e della globalizzazione, ci sono evidentemente delle nuove opportunità positive: un programma umanistico, un progresso reale della tolleranza e della giustizia sociale, la popolarità della solidarietà internazionale, la volontà di coesistenza pacifica, lo sviluppo delle politiche umanitarie, la nuova attitudine verso l’ambiente e il riconoscimento della ricchezza della diversità umana, ecc.
 
E ci sono tante altre sfide da considerare non perché evocano i fallimenti e i difetti contemporanei, ma perché sono delle reali opportunità di investire il “Mondo Reale”. Sono i veri territori della creatività e dell’invenzione, sono le autentiche frontiere dell’immaginazione e della poesia:

La Pratica dell’Architettura Tradizionale


La pratica dell’architettura tradizionale richiede un sincero impegno etico verso la gente, i suoi quartieri, la sua cultura e le sue tradizioni particolari. Questo impegno non è sottomissione né opportunismo servile.
 
Le attitudini etiche non si possono ridurre all’accettazione passiva di sistemi dominanti di valori e di convenzioni morali. L’etica come filosofia dell’azione giusta richiede da una parte la distinzione tra virtù civica e privata (La virtù è “l’amore attivo del bene”) e, dall’altra, tra costumi arbitrari e pratiche obsolete e corrotte di falsa moralità.

Students of New School of Viseu
Students of New School of Viseu and their Townbuilding Study Model

Gli architetti tradizionali contemporanei sono rivolti ad una modernità che contribuisce a discernere il più appropriato e il più efficiente, il più umano e il più ecologico nel potenziale del nostro tempo.
 
L’architettura e l’urbanistica tradizionali sono basate su una filosofia positiva della vita, sulla fede nell’umanità, sul rispetto dell’ambiente e delle culture storiche come eredità comune dell’umanità e sul patrimonio inviolabile del genio e del saper fare delle generazioni precedenti di artigiani, artisti e cittadini impegnati. L’architettura e l’urbanistica tradizionali richiedono un senso di modestia e di umiltà del creatore individuale verso la creazione sacra dell’universo, così come una solida intuizione della permanenza e dell’universalità dei concetti di bellezza, di armonia, di giustizia, di verità e di bontà.
 
La tradizione tramanda un sapere selezionato, un’esperienza storicamente testata, così come un’eredità di modelli, di tipi, di tecniche, di vocabolari formali ecc. È davvero un processo dinamico, un impegno continuo e uno sviluppo vivo, piuttosto che un’eredità statica di dogmi e di ricette immutabili. La tradizione è responsabile di portare avanti una cultura ereditata oltre le contingenze e le improvvisazioni del momento. Per rimanere vitale, viva e rilevante deve essere guadagnata, consolidata e arricchita da ogni singola generazione nella prospettiva di ideali universali di civiltà. Ci vuole dunque un costante sforzo di appropriazione di sapere, di esperienza e di tecniche; ci vuole impegno paziente e assiduo per una ricostruzione intellettuale, artistica e materiale.
“Quello che hai ereditato dai tuoi antenati, meritalo per poterlo possedere!” J.W. von Goethe
Nella sua introduzione a La Crisi della Cultura di Hannah Arendt, lo scrittore francese René Char scrive: “La nostra eredità ci è stata tramandata senza testamento”. Questo commento suggerisce lo sforzo creativo e inventivo necessario per operare nella tradizione. Evidentemente non ha niente a che fare con “copiare solamente delle formule del passato” come i critici instancabili dell’architettura e dell’urbanistica tradizionali continuano a pretendere sarcasticamente.
 
Au Bon Marché
Au Bon Marché (1996) by Mulhern & Steil

Architetti e Urbanisti Tradizionali


Non aspirano alla realizzazione di edifici firmati e di fama ufficiale. Non possono contare sul sostegno prestigioso delle università e delle istituzioni.
 
Sono esclusi dalla maggior parte delle riviste d’arte e d’architettura contemporanei che sono riservati alla propaganda del modernismo (e che pubblicano probabilmente meno del 5% della produzione architettonica del mondo firmata da pochi nomi di una lista ristretta di “Star Architects”).
 
Rimangono artigiani, apprendisti della loro arte, maestri però di una cultura storica popolare. Dividono consapevolmente i loro meriti con delle intere generazioni precedenti di architetti e artigiani. Se la maggior parte di loro rimane anonimo come il Baumeister medievale, il loro anonimato è glorioso...
 
Gli architetti e gli urbanisti tradizionali trovano grandi ricompense dalla loro professione nei piaceri del loro lavoro, nelle delizie dei loro disegni, nel prestigio dell’accettazione popolare, nell’eccellenza degli loro edifici e sviluppi urbani
 
Il loro lavoro è consacrato dall’evidenza pubblica e dall’approvazione popolare a causa della sua bellezza, del suo comfort e della sua efficienza e non da onori professionali, premi accademici o certificati di garanzia per qualsiasi versione autorizzata di modernità.
 
Lucien Steil         http://lifebyarchitecture.blogspot.com