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Il Covile - N.o 323 (29.4.2006) La regressiva Chiesa dei 'progressisti' (di Raffaele Iannuzzi)

Questo numero


Molto ha fatto discutere l’ultima intervista per L’Espresso del Cardinale Martini: sia per il messaggio sia per il medium. Sandro Magister nel suo documentatissimo sito dà conto delle varie reazioni pubblicando inoltre quella di Pietro De Marco, “Così è la vita”. A proposito del dialogo Marino-Martini. Qui sotto la puntuale riflessione di un altro amico.
 

La regressiva Chiesa dei “progressisti”, dicasi pure castrazione della ragione (di Raffaele Iannuzzi)


In una celebre conferenza del 1967, il teologo gesuita Karl Rahner, uno dei nomi più importanti della teologia del Novecento, insieme al più grande in assoluto, Hans Urs von Balthasar, affronta un tema oggi più attuale che mai: “Eresie nella Chiesa oggi?”. Eravamo all’indomani del Concilio Vaticano II e molte voci dissenzienti avevano manifestato contro l’ortodossia cattolica tradizionale. Ne sortì un caos teologico e dottrinale, che verteva sostanzialmente su un dato filosofico e culturale: la modernità non è più un problema, ma l’orizzonte di possibilità dell’esperienza cristiana nella Chiesa. Cioè, del cattolicesimo in quanto tale. Rahner definì questo momento con parole efficaci: “In un certo e preciso senso l’uomo d’oggi è il protagonista di una singolare fase di transizione”. E in cosa consisteva, secondo il teologo tedesco, la singolarità di questa fase di transizione? Continua Rahner: “In questa transizione dall’individualismo verso una nuova esperienza dell’importanza della ricerca collettiva della verità (usiamo dei termini vaghi) l’uomo si trova esposto alla tentazione di contrapporre in blocco la sua opinione individualistica sul reale alla coscienza collettiva della Chiesa e al tempo stesso di rifiutar di uscire dalla comunità di una convinzione religiosa, che solo con difficoltà si riesce a reinventare: vuole essere un eretico nella Chiesa; vuole rimanere in essa per non essere travolto dallo scetticismo e dal relativismo, senza d’altra parte dover accettare l’esigenza di questa comunità di possedere una verità collettiva, convinto ancora, sulla base della speranza, che uno sforzo ininterrotto permetta un giorno di ritrovare un punto di accordo e di pacificazione tra la sua coscienza individuale della verità e la convinzione della comunità credente”.

Ebbene, questa fase di transizione è stata lunghissima, ancora oggi non sembra logorarsi, anzi, in un certo senso, il cattolicesimo oggi appare definito dalla modernità come sistema culturale compiuto, a tal punto da non riuscire più a proiettare al di fuori di sé, nel mondo storico, una immagine netta, chiara, non sfumata. Cos’è infine, oggi, il cattolicesimo? Una realtà drammaticamente esposta ad un’interminabile transizione: dal mondo delle certezze della fede al mondo delle “zone grigie”. È questa l’espressione introdotta dal Card. Martini, nel suo dialogo con il Prof. Marino, pubblicato sull’Espresso. Osserva Martini: “Là dove per il progresso della scienza e della tecnica si creano zone di frontiera o zone grigie, dove non è subito evidente quale sia il vero bene dell’uomo e della donna, sia di questo singolo sia dell’intera umanità, è buona regola astenersi anzitutto dal giudicare frettolosamente e poi discutere con serenità, così da non creare inutili divisioni”. Prima di incorniciare il discorso di Sua Eminenza nel contesto del politically correct, con il “pacifismo razionalistico” a dominare incontrastato, è utile domandarsi che fine faccia la ratio cattolica in quanto tale, ovvero la fides quarens intellectum di agostiniana e soprattutto anselmiana memoria. Se le questioni decisive della vita, definite generali e dunque astratte, per un Cardinale di Santa Romana Chiesa, non possono essere sottoposte al discernimento della fede che non è, come dovrebbe esser chiaro, un prodotto del sentimento individuale, ma una realtà oggettiva riconosciuta non contro la ragione, ma anche attraverso di essa, cosa rimane della razionalità tramandata dalla Chiesa per oltre duemila anni? Quasi niente, salvo un richiamo retorico qua e là, ma niente di decisivo, perché l’ordine del discorso è spostato sulla razionalità moderna come unica chiave di intelligenza delle cose. Anche nell’ambito etico. Di qui l’uso, cervellotico e imbarazzato, della casistica, del caso preso come eccezione, ben sapendo che l’etica cattolica osserva il genere della casistica soltanto all’interno di un quadro definito di principi astratti e universali. Esattamente il contrario di quanto sostiene Martini. Gli esiti evidenti di questa operazione che io colgo come ideologica, cioè avulsa dal confronto con l’oggettiva tradizione della Chiesa, conducono alle cosiddette “aperture” nei confronti delle vacche sacre del laicismo modernista: dal preservativo alle adozioni dei bambini da parte dei single. Ma questi sono gli esiti di questo spostamento ideologico, quasi violento, che conduce alle estreme conseguenze quanto descritto sopra da Rahner, il permanere all’interno della Chiesa con la coscienza ereticale, dunque lontana dalla verità della tradizione cattolica. Operazione legittima per chi non ha e non vuole avere rapporti con la Chiesa medesima, naturalmente, ma certamente discutibile e censurabile se essa viene spacciata, con tono retorico e con un peloso low profile, da un Cardinale della Chiesa Cattolica.

Ma vi è di più, in questa operazione ideologica compiuta dal progressista Martini, eretico come coscienza clericale soltanto può consentire. Quel che nuoce gravissimamente al discernimento razionale, così caro al nostre alto prelato, è il pre-giudizio secondo il quale a dettar legge nell’intelligenza di ciò che è bene e ciò che è male sarebbe sempre e comunque il progresso, la modernità, in ultima analisi la mentalità moderna. Questa è una operazione di retroguardia. Perché? Ma è chiaro a chi abbia qualche rudimento di storia del pensiero cristiano del Novecento: le vette della coscienza intellettuale cristiana e cattolica - ma non solo, vi sono anche alcuni importanti pensatori protestanti nel gruppo, fra i quali Tillich, Niebuhr e l’ultimo Barth - hanno chiarito un pensiero assolutamente ignorato da Martini: “In realtà, è il mondo moderno ad essere in ritardo sul Cristo e sulla Chiesa” (Jean Daniélou, L’orazione, problema politico, Edizioni Arkeios, Roma, 1993, p. 120: si osservi che anche Daniélou è un celebre teologo gesuita). Questo è il punto dirimente. A leggere Martini, non si può che convenire con il Péguy arrabbiato con il clericalismo pretesco, sempre alla ricerca dell’attualità posticcia e sempre a rincorrere la modernità, con evidente movenza ideologica, aprioristica, sfacciatamente ereticale. E l’eresia, si badi, è prima di tutto un vizio della ragione. Equivale ad elevare il particolare - in questo caso: l’adesione allo “spirito del proprio tempo” - ad universale. Salvo poi ridurre l’etica derivante dalla fede ad un motore casuistico impantanato nelle derive utilitaristiche. Paradossale, ma vero: i laici oggi sono assai più vicini al cattolicesimo di molti preti, vescovi e cardinali. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. A fronte di un Habermas, che scrive magistralmente sulla crisi, a suo dire nefasta (e io concordo con lui), della categoria di “natura”, che relega la vita a fruizione mercantile, e a un Finkielkraut, che spezza le reni all’ideologia del pregiudizio modernista come paradiso artificiale dell’intelligenza umana, abbiamo poi preti, suore e commessi delle sagrestie di ogni fatta, che inneggia alle “zone grigie”, che insabbia la testa nel “dialogo” con chiunque, senza pensare alla stabilità della propria identità e che, last but not least, apre, così, sic et simpliciter, a questioni drammatiche come l’eutanasia, in ragione della “necessità della storia” di hegeliana origine.

Infine, ciliegina sulla indigesta torta, ci si richiama al solito kantismo ecumenico e banalotto, per dire che “non si tratta di appellarsi alla fede o alla religione, ma di puntare sul senso etico che ciascuno ha dentro di sé”. Et voilà! Dunque, a che serve la fede? Non serviva, un tempo, anche a sostenere la ragione tanto che Chesterton poteva tranquillamente scrivere di essere diventato cattolico in quanto assoluto “razionalista”? E non è forse vero che l’allora Card. Ratzinger, in una magistrale conferenza alla Sorbona, pubblicata sulla rivista 30giorni, nel gennaio 2000, concluse, dopo una messe di argomentazioni, che il cristianesimo era, sul piano storico e culturale, la vittoria dell’intelligenza sul mondo delle religioni? Flatus vocis, tutto ciò? Non sarà, invece, che tutto questo agitarsi clerical-progressista sia, di fatto, l’estremo confine dell’eresia, oggi certamente larvata, e che, dunque, alla domanda di Rahner - “Eresie nella Chiesa?” - si possa rispondere in modo affermativo? Il progressismo è, al pari del comunismo sul piano ideologico-politico, un’eresia cristiana, non v’è dubbio, che ha una caratteristica ancora poco studiata, la studiata smania di rovesciarsi nel suo contrario. Come scriveva Balthasar nella sua Piccola guida per i cristiani: “Ecco farsi quindi palese il paradosso di quello che, nell’affermarsi della mentalità illuministica, si qualifica come ‘progressismo’. Di fatto, esso consiste in un regresso al di qua della connessione fra contenuti e atto di fede” . Proprio quella connessione, mediata dall’intelligenza del singolo, fra la realtà oggettiva e la fede che si fa carico della responsabilità etica. Un passo indietro, salutato come modernizzazione sparata e godibile da modernisti reazionari come Capezzone, ma, nei fatti, una castrazione della ragione come estremo movimento di apertura al Mistero. Dunque, risulta fondata l’accusa degli anti-clericali rivolta alla Chiesa di sempre: essa castra l’umanità. Solo che occorre beccare il bersaglio giusto: non si tratta della Chiesa tradizionale, ma di quella “progressista”. In sostanza, la meno laica. Certamente la più clericale. Ah, quale maligna astuzia della ragione!.
 
Raffaele Iannuzzi     iannuzzi@ragionpolitica.it