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Il Covile - N.o 324 (3.5.2006) Appunti su normalità e male e su un drago inesistente (di Pietro De Marco)

Questo numero


Due anni fa, nel n° 194, Pietro De Marco ci aveva mostrato, con L’opposizione e le ‘sociétés de pensée’, quanto le geniali intuizioni di Augustin Cochin (oggi si direbbe forse il paradigma cochiniano) possono ancora essere utili per la comprensione dei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica nel nostro paese e nel nostro tempo, insomma qui ed ora. Quella riflessione è stata risollevata dai recenti flames elettorali, ma è a freddo, dopo, che Epimeteo pensa.
 

Appunti su normalità e male e su un drago inesistente (di Pietro De Marco)


Traumi


Scorro di nuovo i quotidiani dei giorni successivi la tornata elettorale. Mi fermo sul pezzo di Massimo L. Salvadori (Si torni ad un paese normale, in Repubblica del 10.4.2006), sintomatico, nonostante la sede giornalistica in cui è apparso ci abbia abituato a tutto; ad ogni ormai stucchevole eccesso visionario-apocalittico, ad ogni ossessiva e manierata affabulazione dualistica sulla nostra storia politica recente. Per Salvadori, le ultime mosse della battaglia elettorale del Cavaliere avrebbero dovuto pedagogicamente aiutare l’elettorato a considerare l’alternanza di governo (cioè, per definizione, la propria sconfitta) come “un evento normale e non eccezionale e traumatico”. Invece il messaggio apocalittico/salvifico del Cav. (si suppone: da Vicenza all’estremo confronto con Prodi) ha segnato “la ricomparsa della volontà di portare alla ribalta ancora una volta la dialettica estrema che oppone i ‘buoni’ ai ‘cattivi’, gli ‘amici’ ai ‘nemici’, gli ‘edificatori’ ai ‘distruttori’ (...). Berlusconi ha dipinto la competizione alla stregua di uno scontro ultimo e epocale, vestendo i panni del Salvatore di un paese altrimenti votato al disastro”. Per Salvadori, Berlusconi “così facendo (...) ci ha fatti piombare nei momenti patologici della nostra storia”. Berlusconi ha, comunque, “fatto presa” (Salvadori tiene conto dei sintomi di ripresa che i sondaggi, per quanto sostanzialmente erronei, comunque registravano). Perché, risponde lo storico con argomento ricorrente, nel paese si è solidificato dall’età liberale ad oggi un costume corrotto: il cittadino concepisce lo Stato al diretto servizio dei propri interessi particolari, e concepisce le classi dirigenti (che sono “intangibili ceti politici”) disposte ad una tradizionale acquiescenza in questa direzione (clientelismo, privilegi, protezioni). Va da sé che di tale storia della peggiore Italia Berlusconi è naturale interprete e garante; ma viene da chiedere perché il consenso che il Cavaliere ottiene non sia, allora, più esteso. Crede davvero Salvadori che sia l’esatta metà della mela ad essere marcia o sospetta che anche l’elettorato di Prodi abbia contratto la malattia strutturale della nostra storia nazionale, ma non ha -sotto elezioni- cuore di dirlo?
Certo, è difficile non vedere un salvatore genuino nel Prodi cui (del tutto legittimamente) si attribuisce un eroico “appello all’unità, al convergere delle forze, alla riunificazione della nazione”. Sintomatico del non sorvegliato moralismo di tutta la perorazione è che anche nel mazzo di carte di Salvadori ve ne sia uno; tanto più salvatore perché chiamerebbe alla vera Vita (civile) anche i reprobi, i complici dei peccati profondi del nostro ethos, la stessa “pesante e grossa rendita [del Cav.] consolidatasi nel tempo”. La differenza tra un vero e un falso salvatore consiste dunque nel fatto che l’uno chiama all’unità l’altro alla guerra; e naturalmente chi chiama alla guerra (Berlusconi), essendo un falso salvatore, propone false ragioni. Niente infatti giustifica la chiamata del Cavaliere alla mobilitazione, poiché non vi sono rischi per l’Italia. Oggi rispetto al passato (ad es. al 1919 o allo “scontro di civiltà” del 1948) “nessuno mette in discussione le istituzioni”, né è credibile, neanche per “moltissimi” dell’elettorato di centrodestra, che “il centrosinistra costituisca una minaccia per la democrazia”. Salvatori è fin troppo buono; in effetti lui qui, copertamente, scopertamente Repubblica in ogni uscita quotidiana, sostengono che il premier è una minaccia per la democrazia; lo stesso uomo che chiama gli italiani alla difesa contro i “comunisti” come un San Giorgio contro un Drago inesistente, mette in discussione le istituzioni, il sistema democratico. Perché Salvadori non lo sottolinea? Perché, paradossalmente, gli sarebbe difficile perorare per una irenica normalità. Poche colonne a sinistra (sempre a p.20) Pirani evoca “la devastazione istituzionale apportata da B.”, e incastona una delle tante perle di Zagrebelsky: “ [La cultura ‘altra’ da noi, quella del berlusconismo] non è [stata] democrazia ma è demagogia, un regime insidioso che si nasconde sotto apparenze ingannevoli”.
 
Difficile uscire indenni da queste letture apocalittiche. Eppure domandiamoci: con quale diritto si chiede la rinuncia a “dialettiche estreme”? E per quale “pace”? Da chi definita, e con quale sincerità, visto che lo stesso “ritorno alla normalità” chiederebbe prima, coerentemente, una deberlusconizzazione?

Illuminismo


Due giorni dopo, Ezio Mauro, nella necessità di dar conto dei risultati elettorali, riconosce un’anima (oltre che il portafoglio) alla “nuova classe” che ritiene essere in formazione; in effetti, se il Direttore ha ragione, il 50% dell’elettorato è davvero una impressionante “base sociale fatta di piccola borghesia antiliberale, di proprietà minuta, larga e diffusa, di intellettualità radicale e ‘rivoluzionaria’ ecc.” pronta ad essere più che un blocco una nuova classe, appunto, sotto l’azione del leader ora all’opposizione. Un’anima deve esservi, poiché una parte di questo elettorato ha votato (sostiene Mauro) contro il proprio interesse, sia pure nel peccato cioè per “ideologismo”; può essergli concessa una qualche natura spirituale. Non così se si potesse dimostrare che ha agito solo per il portafoglio. Repubblica appare comunque tranquilla; come ogni intelligencijé è l’élite di Repubblica è gnostica e per l’ortodossia gnostica (quella valentiniana ad es., nella testimonianza di s. Ireneo) la “sostanza ilica [yliké, da yle (materia)] per necessità è destinata alla distruzione, perché non può accogliere alcun soffio di incorruttibilità”.
 
Solo per incidens: la discussione, le oscillazioni sull’anima della “base sociale” di Berlusconi ricordano lo stupore dei teologi di fronte all’indiano americano dopo la Scoperta. Non se ne aveva notizia (un po’ come per la “nuova classe”, non premonita dai sondaggi); erano anch’essi destinati alla salvezza? Difficile comunque attribuire loro un genus.
 
In effetti il richiamo all’unità di tutti, da parte dell’intelligencija, non può che supporre la riplasmazione spirituale, se possibile, di questa massa damnata; certamente l’eliminazione dell’indecifrabile monstrum. “S’ ingigantisce ripetendo due o tre mosse elementari (agguato, scatto delle mascelle, digestione); la sua forza sta nel non pensare: il pensiero semina dubbi; lui punto diritto alla preda e l’inghiotte. I suoi quadri mentali ignorano l’Altro; siamo bestiame umano; perciò irrompe a testa bassa contro le categorie politiche, morali, estetiche”. Questa descrizione sarebbe eccellente se riferita all’intelligencija nella sua lotta contro l’indecifrabile, contro l’umanità che si sottrae alla sua pedagogia e difende se stessa; peccato che l’ispirato trafiletto di Franco Cordero (Repubblica 24.3.2006) non lo veda. Quanto bene si associa la metafora del Caimano al sempiterno agguato delle élites contro le culture diffuse che si sottraggono loro dominio, alla Aufklaerung!
 
Che si tratti di Aufklaerung lo rivela il singolare comparatismo di Pirani (Il bluff del Cavaliere, in Repubblica 14.4.2006). Che forma assume Berlusconi di fronte alla mancata vittoria? “(...) La tensione parossistica che sta imponendo alle istituzioni fanno pensare allo stato d’animo tra il rivoltoso [rivoltoso deve esserci -anche se qui è vocabolo improprio- perché chi dissente dalle regole dell’intelligencija è sempre un fuori legge], l’insultante e il disperato dei fedeli di San Gennaro quando il ‘miracolo’ [virgolette di P.] non si compie e il sangue non si liquefa”. Magnifica la involontaria dimostrazione della alienità culturale, più ancora che patologica, che il devoto rappresenta agli occhi l’illuminista; perfetta nell’analogia la conferma dell’alienità di Berlusconi per lui. Non aveva appena detto: “L’impasto di queste pulsioni [delirio di onnipotenza e altro] ha distillato l’essenza di quell’anti-politica che caratterizza l’anomalia del personaggio e ne spiega la pericolosità” ?
 
Si vuole un esempio meno recente di tale inconsulto demonizzare-patetizzare? Cito: “Forse solo Berlusconi [rispetto alle coordinate del suo schieramento politico] non è un ex, perché è senza passato, vale a dire senza storia. Disgraziato quel popolo che, sperduto nella sua storia, se la ‘lifta’. Una storia ‘liftata’ è piattezza, è storia decerebrata, perché è uguale a se stessa in qualsiasi punto” (Francesco Merlo, Repubblica, 6.2.2004). Ove basterebbe l’idea che un leader che non proviene dalla politica sia un “senza storia” (e la battuta che suo lifting non possa che “decerebrare” la società in cui opera) per misurare il grado di corruzione delle migliori intelligenze, una volta arruolate in una société de pensée.

Sociétés


Ho scelto questi esempi tra le migliaia che costituiscono un dossier da studiare attentamente, per non dimenticare. Infatti le sociétés de pensée invisibili, a genesi intellettualistico-moralistica, esistono in presenza, per dire così, di un catalizzatore; senza catalizzatore queste forze generative dell’opinione pubblica, che tendono a parlare a nome della società civile ed anzi a porsi come l’autentica società civile stessa, tornano ad essere ciò che ordinariamente sono, cerchie tra loro inomogenee e in conflitto, o scompaiono.
 
La recente manifestazione di vitalità e di buona salute del méchanisme dell’intelligencija è dovuta al Cavaliere. Tutti sappiamo che un’efficace stagione di costruzione reticolare del Nemico, ordinata alla sua distruzione politica e materiale (ogni altra motivazione della battaglia dell’ intelligencija è, nel migliore dei casi, autoinganno), è in atto da anni. Ha operato, per l’aspetto sociale, una convergenza di spontaneità aggregative e di calcolo strategico, come se una regía prendesse per mano le emozioni, collegasse la dimensione spontanea con quella indotta, ed integrasse sistematicamente il “fatto” col connotato deturpante, provocando (e ‘fingendo’) presso l’opinione pubblica la negatività ultima di ogni evento e di ogni tratto del leader, della sua politica, dei suoi uomini. Una regía sui generis; ben poco complottistica, riconducibile piuttosto ad un méchanisme diffuso.
 
L’azione quotidiana, concertata, per organizzazione e per istinto, ad ogni livello e su ogni materia, contro il premier ha messo, comunque, la maggioranza sulla difensiva (e, inizialmente, questo era risultato probabile ma non sicuro), l’ha costretta a contrattaccare, disordinatamente o senza convinzione, su terreni che non era essa a scegliere. Curzio Maltese (Repubblica 14.4.2006) ha potuto dire che il “fallimento del berlusconismo, pur con tutta la forza del suo radicamento nella società (...) è maturato fin dai primi mesi del 2001, e si è trascinato per cinque anni, con l’inutile impennata finale”. Troppo semplice la formula di Maltese, e decisamente consolatoria (oltre che contradittoria con le drammatizzazioni diagnostiche prodotte da Repubblica) la sottovalutazione della finale capacità berlusconiana di mobilitazione del proprio elettorato. Ma ancora in ultimo la cultura della CdL ha subíto senza contraddire sul merito, e forse sottovalutandola, l’accusa di diffondere Odio, di “dividere” il Paese (che, nella pubblicistica fantasy antiberlusconiana, è stato narrato come un fatto di magia nera).

Gnostici e nemici


Eppure vi era una distinzione forte e nettissima da fare. Vediamola, aiutati dai nostri pochi esempi. La “tensione parossistica” (e perché no?) e la determinazione politico-ideologica del Nemico pubblico, esibita dal Premier secondo Pirani, è tutt’altra cosa dalla costruzione del Nemico come Male, essere repellente da odiare, prodotta dall’intelligencija negli anni. Altro è far pesare sull’avversario una sia pure radicale diffidenza per la sua composizione politica e ideologica, e contrastarlo per il potenziale eversivo degli istituti (politici, etici e di cultura) ch’egli porterebbe con sé; altro è ciò che la Gnosi affabulatoria che le sociétés hanno indotto nell’opinione pubblica contro Berlusconi, le sue televisioni, i suoi atti, i suoi uomini, fino al disprezzo morale-religioso per gli “atei devoti” (cui hanno portato vis e alimento parti del mondo cattolico ed evangelico italiano; su questo punto tornerò più avanti).
 
La lettura quotidiana della sfera pubblica è stata segnata nel “popolo di sinistra” da una discriminazione secondo il valore: esso aveva di fronte l’iniquità del Nemico, la sua sottoumanità, la sua violenza, realmente da odiare, non meno che da temere e da irridere. La conseguenza è che uomini e atti del centrodestra sono trasformati in inimici, Nemico personale, non hostes pubblici e politici.
 
Carl Schmitt distingueva rigorosamente i due significati; lo si dimentica spesso, o forse anche ai colti fa comodo ignorarlo. Ma Schmitt ha profondamente analizzato l’eventualità del loro collasso in un unico conflitto. La vulgata (colta e “di base”) antiberlusconiana trova corrispondenza in un celebre passo della Teoria del partigiano (1962). Entro un conflitto l’estremo pericolo per il mondo (qui, diremmo analogicamente, per ogni società civile), scrive Schmitt, “risiede nella ineluttabilità di un obbligo morale. [Gli uomini che così si muovono] devono bollare la parte avversa come criminale e non-umana, come un non-valore assoluto, altrimenti sarebbero essi stessi criminali e mostri (Unmenschen). La logica di valore e disvalore dispiega tutta la sua devastatrice consequenzialità e obbliga a creare sempre nuove e più profonde discriminazioni, criminalizzazioni e svalorizzazioni, fino all’annientamento di ogni vita indegna di esistere (lebensunwerten)”. Ma questa, appena metaforizzata, è la diagnosi esatta della logica dei lunghi anni di lotta contro il Caimano (perciò rappresentato, da Cordero, come una non umana macchina predatrice), il suo governo, la sua base sociale.
 
Dualismo gnostico - a piena conferma del celebre teorema di Eric Voegelin - che ha prodotto il mito (in abiti declinisti) di una presenza malvagia che ha contaminato il Paese o, semplice variante, che si è fatto espressione della sua contaminazione. Hans Jonas sottolineava, nello gnostico l’esperienza dell’estraneità, anzi della frattura, col Mondo. L’intelligencija ha vissuto con angoscia la storia dell’ultimo decennio politico come un universo alieno, sotto il dominio, sotto la Legge, di un demiurgo inferiore, cieco e malevolente. L’Odio dell’intelligencija alla persona del premier è tutt’altro dall’avversione politica (anche viscerale) dei liberali-conservatori per il “comunismo”; è odio ontologico. Spetta ad essa rimuoverlo, accettando finalmente la “normalità” delle sconfitte passate e future (mai accettate razionalmente), e la “normalità” del presente avversario.

Atei devoti


Dicevo che alcune culture cattoliche hanno contribuito, col pretesto della autenticità religiosa, a questa criminalizzazione su un terreno delicatissimo, quello dell’insulto costante (obiettivamente mai più di questo) all’atto di rationabile obsequium, di fede, nella Weltanschauung cristiana da parte di un nucleo di intellettuali non credenti. Certo, si è trattato della reazione di laicati cristiani gelosi solo della propria auto-determinazione ecclesiale, incapaci di politicità cristiana, ideologicamente eterodipendenti, indifesi di fronte alla propria irrilevanza nei fronti politici dominati dall’intelligencija.
 
Impossibile far loro intendere che gli “atei devoti” sono (lo sono sempre stati) un magistrale promemoria per la coscienza cattolica; nel Novecento sono stati talora (il caso di Charles Maurras) maestri per i maestri del cattolicesimo. Essi oggettivamente suppliscono di fronte al mondo comune, ad extra, una fede cristiana incapace, e non solo per difetto di volontà, di dare intellettualmente conto di sé e della propria rilevanza per l’uomo storico; della propria rilevanza per se stessa, per una fede non privatisticamente intesa. Oggi integrano il vuoto, squisitamente postconciliare, di grande apologetica, e confutano l’equivoco - o il pretesto - drammatico dei cristiani di volersi “religiosi” o “mistici”. Questo oggettivo supplemento da intelligenze che, senza il dono della Fede, pure si vogliono ad alta voce “cattoliche” e dovrebbe generare negli uomini di fede una tempesta autocritica. Sembra produrre, almeno a livello pubblico, solo cieche polemiche.
 
È vero: di quella che grandi intelligenze chiamavano essenza del cattolicesimo, l’intelligencija cattolica ha cancellato le tracce, sentite come ostacolo alle sue libertà politiche, etiche, spirituali. Eppure, gli intellettuali cristiani che “ressero” nella crisi tremenda degli anni Settanta-Ottanta, lo fecero nella consapevolezza di un’ultima autoconsistenza cattolica nei principi, negli obiettivi, nei linguaggi; furono aiutati dal persistere nella dottrina, quindi nel logos, nella Chiesa. Anche l’idea cristiana della politica, la concezione cristiana dello stato, il diritto naturale cristiano, ebbero ancora un ruolo in questo orizzonte. Questa capacità cattolica di resistenza, dimenticata dai credenti “qualificati”, non l’ha dimenticata la intelligenza storica di molti non credenti. Stendere mitologico disprezzo su questo è davvero stultitia.
 
Pietro De Marco       Firenze, 17-18 aprile 2006