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Il Covile - N.o 325 (14.5.2006) Due recensioni di Leonardo Tirabassi

Questo numero


Questa NL avrà molto da discutere sulla nuova situazione dopo le elezioni, ma alcune cose sono già abbastanza chiare: l’impegno culturale, meglio, per chiamare le cose col loro nome, la battaglia culturale sarà ancora più necessaria. Da parte mia faccio subito una previsione.
 
Presentandovi, qualche numero fa l’aggiornamento della mia analisi storia dei risultati elettorali concludevo “Il dato più rilevante delle ultime elezioni è che mentre a destra le forze moderate (circa 44%) sono molto più consistenti di quelle radicali (6%), a sinistra sono in netta minoranza (circa il 14% contro il 36% delle forze radicali). È prevedibile un sacrificio di rifondazione in DS? E che ne sarebbe, allora, di Prodi?” Arrischio oggi una risposta alla prima delle due domande: sì, il sacrificio diessino, che Massimo Cacciari ha auspicato proprio ieri, penso proprio che ci sarà.
 
Fu nel 1995, al congresso di Fiuggi, che Fini dichiarò “infami” le leggi razziali, mentre le tesi, approvate, condannavano apertamente il totalitarismo fascista. Dieci anni dopo Fini è stato accolto in Israele come uomo politico democratico. Niente di tutto ciò è successo in Ds, con i risultati che sappiamo. Cosa farà Fassino parlando di Togliatti? Userà lo stesso aggettivo menzionando le carneficine spagnole? Racconterà al suo popolo della complicità nello sterminio del partito comunista polacco, necessario all’accordo russo-tedesco di spartizione della Polonia? Dirà qualcosa sui quattrocento comunisti italiani, in gran parte operai, uccisi in Russia mentre erano sotto la sua responsabilità? In queste contrade del centro Italia forse ci libereremo della vergogna dei viali intitolati al Migliore. Staremo a vedere, ma le occasioni per continuare il processo di purificazione della memoria nazionale non mancheranno di certo.
 
Dicevo quindi che si prospetta uno sviluppo, non una stagnazione, del dibattito, anche perché del confronto elettorale, sfumandosi le emozioni, ora emergono con maggiore più chiarezza temi e contenuti, come quelli affrontati nei due libri che Leonardo Tirabassi ci presenta.
 

Due recensioni di Leonardo Tirabassi


Geminello Alvi, Una Repubblica fondata dalle rendite - Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza degli italiani, Mondatori 2006.

Firenze 7 aprile 2006 – Intervento alla presentazione del libro
Inizio dal risultato, da dove si dovrebbero concludere queste righe: dall’effetto suscitato su di me dalla lettura di questo saggio. È un libro che svela la realtà distruggendo, in poco più di cento pagine, montagne di retorica economica, luoghi comuni giornalistici e politici, tic e abitudini stantie di pensiero; tutte parole tese ad un unico scopo, il nascondimento della verità. Che, come tutti d’intuito sanno, è invece cosa semplice. È, insomma, un libro contro la menzogna che espone una tesi cristallina e in modo chiaro e, Alvi non me ne voglia, verrebbe da dire in modo pedagogico; è lui stesso però che dichiara di voler prendere il lettere per mano.
Ma, ecco la vera forza, il testo si compone di due parti: una destruens e una propositiva; una che fa a pezzi la chiacchera, l’altra che propone una soluzione, leit motiv della sua lunga ricerca teorica a partire per lo meno dalla fine degli anni ‘80, dal suo primo lavoro Le seduzioni economiche di Faust.
Non solo, Una Repubblica fondata sulle rendite si offre ad una molteplicità di chiavi di lettura: c’è ovviamente quella economica, ma anche la sociologia, ci sono le osservazioni attente del moralista che guarda con occhio sveglio e disincantato al comportamento dei suoi concittadini, c’è l’analisi della classi e dei rapporti di potere oggi in Italia. C’è, infine, la politica, quella vera delle decisioni che scaturisce dalla passione civile, dall’amore dichiarato a voce forte per il proprio paese uniti all’impegno teorico costante.
È un lavoro che unisce un’impostazione economica rigorosa ad uno stile colto e raffinato che fa tornare alla mente modi e formazioni culturali ormai desuete, quando ancora non c’era una iperspecializzazione che ha prodotto nei tecnici una cecità impotente, incapace di scorgere, non dico di decifrare, il corso complessivo degli eventi, la totalità delle cose, sempre e comunque incapace di saldare percezioni quotidiane e strumenti di analisi più potenti.
“L’enigma autentico degli italiani, rinnovato a ogni annuncio che l’economia va male, sono i ristoranti pieni” (p. 23).
Si diceva all’inizio della semplicità e dell’originalità della tesi che così si può riassumere. In Italia a differenza delle nazioni occidentali, il lavoro produttivo dipendente è diminuito a vantaggio della rendita così composta: rendite immobiliari, da risparmio, da pensioni e, dulcis in fundo, dalla spesa pubblica per gli stipendi del pubblico impiego. Spero che sia chiaro che rendita non è un giudizio morale, non è sinonimo di “male”. Tutto il problema sta nel rapporto tra il lavoro che crea ricchezza, che da valore alla materia e la parte della società che vive con i soldi che discendono da altro. Il problema sta appunto nel rapporto tra rendita e salari, tra lavoro produttivo e improduttivo. “Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito: nel 1972 era il 59,2%. La quota dei redditi da lavoro dipendente è regredita, ora è la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom”.
I redditi da lavoro dipendente nel nostro paese sono appena sopra il 40% del totale contro il 55% della Gran Bretagna; dagli anni novanta, non solo i salari da lavoro si sono ridotti, ma è drammaticamente sceso il loro potere d’acquisto.
Il quadro si fa sconfortante, se lo sguardo si volge verso i profitti. Anch’essi possono essere ripartiti in due categorie: in quelli puri che derivano da settori dove regna la concorrenza a quelli che sono frutto di situazioni di semimonopolio, anch’essi in un qualche modo derivanti da posizioni di rendita. Ebbene se si spulciano le statistiche con il righello, fino a diventare miopi – per sua stessa ammissione – si scopre che questi ultimi sono cresciute in modo vertiginoso, a riprova che il non rischio, anche per i capitalisti, in questo paese paga di più.
L’Italia è un paese ricco, anzi ricchissimo, di depositi bancari, case, pensioni e rendite mobiliari, quasi a livelli americani: molto più vicino ad un paese ai limiti dello sviluppo, però, se si guarda la fonte di tale flusso di denaro.
Come si sarà capito, Alvi reintroduce categorie che sembravano finite in soffitta come il “saggio di profitto” , la “ricchezza della nazione”, “lavoro astratto” fino al sottinteso antagonismo tra “lavoro produttivo e improduttivo”. Si muove cioè con disinvoltura all’interno del pensiero economico classico da Smith e Marx per arrivare alla scuola storica tedesca, convinto che i numeri, le astrazioni matematiche, siano sì utili, ma anche che i modelli econometrici, se non inseriti in una moderna “critica dell’economia politica”, siano inutili.
Ecco allora, costruito un punto di partenza su solide fondamenta, articolarsi il discorso che passa ad un’analisi delle classi vera e propria. Con tale differenza di redditi sia qualitativi che quantitativi, la situazione sociale sarebbe insostenibile, se questi due insiemi fossero recisi da un taglio netto. Ma così non è. Lo stato italiano, arrivando ai limiti della bancarotta, ha pensato bene di trasferire ingenti quantità di rendita alle famiglie, vero punto di forza e tenuta economica della società italiana. “In Italia il criterio sociale per distinguere e capire, non è la classe, ma la famiglia” (26).
Se drammatica è la situazione delle famiglie monoreddito da lavoro dipendente che non possiedono la casa e vivono in una grande città del nord (un’assoluta minoranza), ben altra è la fotografia del resto d’Italia. In un groviglio inestricabile di pensioni, per non parlare delle pensioni baby, case di proprietà, rendite da titoli di stato, numero esorbitante di dipendenti pubblici, lavori inesistenti e spesso al nero, il paese corre felice verso un futuro oscuro, dissipando un patrimonio accumulato nel passato sulla pelle delle generazioni future. “Per questo nostro guardare sempre indietro, siamo più vecchi di altri popoli e il lavoro in Italia si è svilito”, pag. 12.
Considerazione da moralista? No, perché all’analisi dei dati si aggiunge l’osservazione del teorico della società che guarda alle conseguenze drammatiche di questo stato di cose per tutto il sostenersi della società. Ecco allora il disprezzo tutto italiano per il lavoro manuale, il moltiplicarsi di lavori strani senza mestiere, la mancanza di senso di disciplina, organizzazione, fratellanza, tutte qualità che derivano da un confronto reale con, come direbbe Marx, la materia (a proposito di svilimento del lavoro, va compreso anche il lavoro di editore: è un libro senza numerazione di pagine!). L’osservazione sociologica non è quindi casuale: essa serve a fondare il giudizio che ne consegue immediatamente. “Occorrono ormai almeno 32 anni di salari per ottenere la ricchezza media, nel 1990 ne bastavano 24” (33). Ecco cosa significa quella proporzione sballata tra rendita e lavoro produttivo, il vivere al di sopra delle proprie possibilità senza preoccuparsi dell’avvenire.
Adesso un po’ di dati: “Si contano 16 milioni e trecentomila pensioni, di cui meno di 5 vengono incassate da pensionati tra i 40 e i 60 anni”; per ogni lavoratore vi è un 1,2 pensionati. “Il tasso di occupazione della nostra economia nella fascia di età tra i 55 e i 64 anni arriva solo al 30,5%, quello generale è di 17 punti al di sotto di quello dei danesi e addirittura inferiore di 2 punti a quello dei greci”(p. 13). “I redditi che entrano in una famiglia media superano del 15% le unità di salario” (p.20).
Se il lavoro dipendente diminuisce sia in proporzione che in assoluto, aumentano invece i lavori “non buoni” come li definisce Alvi: i lavori a bassissima specializzazione del commercio, occupati nei bar e ristoranti, raddoppiati rispetto a 30 anni fa; i domestici, passati dall’ 1% al 5%, la sanità, le attività culturali e ricreative, mentre ad esempio per parlare di terziario, il settore dell’informatica passa solo dall’1,2 all’ 1,7% negli ultimi 14 anni! (39).
La conseguenza è che la produttività, chiave di volta per comprendere il rapporto tra ricerca scientifica/tecnica/investimenti, è uno delle più basse dei paesi industriali.
Da quanto si è detto, si potrebbe sperare che la politica, e specialmente quella sindacale, avesse fatto di tutto per aiutare a svilupparsi il vero lavoro, quello che produce buoni profitti e salari. Al contrario, non solo il potere d’acquisto dei salari è diminuito, ma si legge che “la pressione fiscale delle imposte dirette sui redditi da lavoro dipendente sale dal 15% del 1996 al 17,4% del 2001” (p.44) con conseguente compressione della domanda interna.
La chiave di lettura del funzionamento del nostro paese attraverso la coppia rendita/lavoro produttivo, si rivela efficace anche per comprendere la salute dei nostri imprenditori. E’ancora nella memoria il tentativo, fallito, degli immobiliaristi di scalare il Corriere della Sera, la chiamata alle armi dell’ex salotto buono della finanza contro il barbaro invasore. O certo ricordiamo i miliardi facili derivati dalle vendita, o svendita, dell’industria di stato a vantaggio dei soliti. Per i nostri industriali stile “libera e bella”, Alvi ha parole dure e taglienti (riprese giustamente da Maurizio Belpietro in un fondo sul Giornale del 19 marzo).
“È palese l’inadeguatezza di gran parte delle élite economiche, abili ad incassare ogni forma di prebende, a manovrare l’opinione pubblica con le campagne di stampa dei giornali controllati, o a incrociare conflitti d’interesse bancari senza pudore… Questi petulanti, in intervista eterna, sono i poveri resti di un capitalismo senile e oppiaceo, che nutriva coi favori dello stato le sue interminabili famiglie… A loro andrebbero tolti quegli indebiti nessi di potere in cui velano la loro in essenza”.
La conclusione è giustamente drastica: questi signori vanno dimissionati “impedendo loro il possesso dei giornali e ogni possibilità di influenzare i consigli d’amministrazione delle banche”.
Ovviamente nel libro c’è molto di più di quello che sono stato capace di riassumere in poche righe. Prima di concludere, accenno alle soluzioni, tutte derivate a partire di un principio. Quello di sussidarietà, secondo anche la dottrina sociale cattolica e l’eredità del pensiero di Adriano Olivetti, che rimette al centro dell’economia e della società l’idea di comunità dove “pubblico” non è sinonimo di “stato”, come inteso dai “bolscevico-comunisti”.

Gianni Baget Bozzo e Raffaele Iannuzzi, Tra nichilismo e Islam - L’Europa come colpa, Mondadori

Fonte: http://www.ragionpolitica.it/testo.5565.html , 2 maggio 2006
«La gente dice che è stato il Vietnam a mettere in ginocchio questo Paese. Ma io non ci ho mai creduto. Questo Paese era già messo male. Il Vietnam è stata solo la ciliegina sulla torta. Non avevamo niente da dare a quei ragazzi da portarsi dietro. In pratica se li mandavamo senza fucili era la stessa cosa. Non si può andare in guerra in quel modo. Non si può andare in guerra senza Dio. Io non so cosa succederà quando arriverà la prossima. Non lo so proprio». (Cormac McCarthy, Non è un Paese per vecchi).

Rileggiamo un’altra volta queste righe e ripetiamo: «Non si può andare in guerra senza Dio». E’ quello che sta facendo la nostra Europa: va in guerra contro la barbarie terrorista rinnegando le proprie radici, la propria identità. Prova a sconfiggere il nichilismo del fascismo arabo con il nichilismo del relativismo e la pancia piena del benessere. «Noi abbiamo migliaia di giovani che amano la morte più di quanto i giovani americani amino la vita», con voce suadente, dalla calma che gli esce dal vedere umiliata la più grande potenza del mondo, afferma Bin Laden. Eppure non ci dovrebbe esser difficile capire: veniamo anche noi europei dalle guerre di religione. I nostri Stati nazionali sono nati allora. «Auctoritas, non veritas, facit legem». La pace di Westfalia è lì a ricordarcelo, ma quattrocento anni sono troppi. Quello che a Hobbes sembrava degno di riflessione, a noi oggi suona strano, lontano.
Per fortuna non è così per tutti. Gianni Baget Bozzo e Raffaele Iannuzzi hanno fatto proprio il dramma, morale e politico, del Vecchio continente in un agile pamphlet, intitolato Tra nichilismo e Islam. L’Europa come colpa. Convinti che esista un legame tra passioni, idee, valori, identità, certi che non si dia pensiero politico razionale autofondante, che si basi solo sulla razionalità degli interessi, affondano fino in fondo il dito nella piaga del nulla. Lo scopo è di riuscire a far emergere dall’11 settembre una filosofia pubblica.
«Queste riflessioni, apparentemente astratte, in realtà riguardano molto da vicino i fatti e il destino concreto degli occidentali, poiché una filosofia pubblica di questo tipo diventa imprescindibile nei momenti tragici degli attacchi terroristici... come parimenti diventa assolutamente necessario ritrovare una figura stabile di identità... La guerra fa riscoprire se stessi» (pag 52).
Qualsiasi politica di sicurezza che non consideri le passioni, che si fermi ad analizzare risorse materiali, geografia, elenchi delle armi, è destinata a soccombere. Chi cerca la «bella morte» è spinto certo da un odio spietato, assoluto verso tutto e tutti, verso civili inermi e simboli del nemico; nella sua furia però è anche dotato di un coraggio estremo, il sacrificio di sé, e , perché no?, di una estetica della morte. O si cerca di capire l’irrazionale, quello che a noi così sembra, o siamo destinati a essere sconfitti.
Ecco allora che abbiamo davanti a noi due tipi di nichilismo completamente diversi. La volontà di distruzione del fondamentalismo islamico si incontra con il nulla impotente europeo, prodotto dalla
«coscienza dell’uomo europeo in rivolta contro la propria storia e in particolare contro la tradizione ebraica, greca e romana, fuse e innalzate dal Cristianesimo» (pag. 11).
Questo è il paradosso: la furia omicida, l’odio verso l’altro - non solo cristiano od ebreo, la distruzione delle statue dei grandi Buddah in Afghanistan ad opera dei talebani è lì a confermarcelo - affonda il suo coltello nell’inconsistenza zapateriana, nel ritiro vigliacco all’indomani della strage di Barcellona. E certo che c’è un legame tra la fuga davanti al nemico e una modernità antropologica che non vede i legami con la comunità, ma concepisce la società come somma di individui, atomi desideranti, pietra di paragone assoluta della verità.
«Possiamo definire il nichilismo dell’Europa come soggetto storico (che ha rinunciato) al concetto di verità che era stato la base della Cristianità e della modernità e della loro diffusione nel mondo» (pag. 29).
Ma se l’uomo europeo è incapace di pensarsi limitato nella sua finitudine, come può pensare a qualcosa di diverso da lui? Come può, non dico comprendere, ma almeno vedere il «nemico»? C’è un legame forte, strutturale, fondante tra hybris moderna, tra l’individualismo assoluto, e nichilismo. Tutto si tiene. L’impotenza di una società a difendersi poggia sulla sensazione del moderno io, novello Faust, diventata in parte possibilità, di poter disporre di una potenza assoluta, aiutata anche dalla tecnologia. Anche il fanatismo islamico è accecato dalla tecnologia, dalla potenza distruttiva che essa mette a disposizione, nell’epoca delle armi di distruzione di massa, prêt à porter. Perché la logica paradossale dei fatti non lascia scampo, è inesorabile. La stessa tecnica - che in Occidente produce negli individui decostruiti vertigini di potenza inimmaginabili, tra riproduzioni della vita senza genitori, leggi senza morale, costituzioni uguali a regolamenti di condominio - mette negli scaffali dei supermercati della morte quelle armi pensate dall’Occidente e da esso, con difficoltà, controllate e limitate.
E qui arriviamo al paradosso nel paradosso: chi era contro l’Occidente, si ritrova ad utilizzare i suoi frutti peggiori; chi pensava di essere contro la modernità non fa altro che farla avanzare. «L’amore per questo mondo è sbagliato. Voi dovreste amare l’altro mondo... morire per la giusta causa», come ha detto Bin Laden in un nastro che all’infinito ripeteva il refrain «con il sangue... con il sangue». Ma questo è un discorso che riguarda l’Islam degenerato e i suoi fedeli. A noi non rimane altro che difenderci, imparando dagli Stati Uniti, il Paese che non si è ancora dimenticato delle sue radici, che cosa significhi proteggere la propria identità in un’epoca che per la prima volta nella storia vede il nichilismo armato con strumenti di distruzione totale, un nichilismo che per la prima volta può raggiungere i suoi fini di distruzione. Come ricordava Oppenheimer, uno dei padri della bomba atomica, citando il Bhagavad Gita: «Ora io sono diventato la morte, il distruttore dei mondi». Se noi che amiamo la vita non riusciremo anche ad amare la nostra storia, la nostra identità, i nostri umani limiti, sarà difficile riuscire a sconfiggere chi ama la morte.
 
Leonardo Tirabassi