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Il Covile - N.o 328 (26.5.2006) S.O.S. ROMA per non dire S.O.S. ITALIA (di Samir Younés)

Questo numero

“Di recente ho visto, durante il mio viaggio in Sicilia a Piazza Armerina, il restauro e le strutture che sono state fatte per proteggere i preziosi mosaici della Villa romana del Casale... è incredibile come si possa essere capaci di distruggere nel trovare delle soluzioni inidonee al mantenimento di questo patrimonio storico e artistico unico! Ora si dice che devono rivedere e forse togliere tutto... Mi è venuto in mente vedendo quanto ci hai inviato sull’Ara Pacis... e questa se la potevano risparmiare davvero! Ciao a presto. Gabriella”
Così l’amica Gabriella Antonini ha commentato l’appassionata denuncia di Vittorio Sgarbi che avete ricevuto due numeri fa. Sull’argomento ho intenzione di approfondire, comincio con una lettera che il Professor Samir Younés, nel solco della benemerita tradizione angloamericana di difesa della bellezza italiana, aveva rivolto al sindaco di Roma con spirito “di polemica sì, ma pure di confronto”. La lettera è stata pubblicata dal settimanale laziale Carta qui.
 

S.O.S. ROMA per non dire S.O.S. ITALIA (di Samir Younés)


Lettera aperta al sindaco Walter Veltroni


 
Signor sindaco,
 
è con una certa perplessità e tristezza che ho seguito il programma trasmesso su Raitre il 6 dicembre 2005 (nell’ambito della testata La storia siamo noi di Giovanni Minoli), progettato allo scopo della promozione e della giustificazione dei recenti interventi architettonici eseguiti a Roma, in parte sotto il suo patrocinio ed in parte sotto quello del suo predecessore. Alla luce dell’orgoglio per questi progetti da lei manifestato, accanto ai commenti d’auto-giustificazione espressi dai relativi architetti coinvolti nell’operazione, è mio desiderio condividere con lei, in uno spirito di confronto ragionato, un’altra opinione riguardo a tali progetti.
 
Il complesso di questi interventi è legato da una manifesta negazione di quello che è il senso del luogo, del carattere di Roma, e dall’assunto che il gusto privato, o addirittura la nevrosi privata, sia il fattore principale per la forma architettonica. Vi è stata una singolare dedizione tesa a frammentare città e l’architettura, e una devozione a provocare la rottura e la trasgressione della stratificazione architettonica che caratterizza la città di Roma. Spero che lei noti che astrazioni private di questo tipo sono dichiaratamente estranee a qualsiasi città e luogo di questo pianeta. Spero che lei voglia mettere a confronto questi nuovi interventi con quelli che hanno forgiato il carattere architettonico di Roma, formulando un giudizio su quali siano, tra questi insiemi di edifici, quelli che meglio contribuiscono a definire il senso del luogo, la res publica e la res privata. Mi auguro inoltre che lei voglia chiedersi quali siano le per cui, dopo circa un’ottantennio, gli edifici modernisti non siano stati in grado di generare qualità urbane ed architettoniche analoghe a quelle dei centri storici, o quale possa essere la ragione che fa sì che molti degli architetti modernisti vivano in palazzi tradizionali. Mi auguro con tutto il cuore che lei faccia questi confronti rimanendo imparziale per un momento, e dunque con un certo grado di distacco dalle teorie moderniste che le vogliono far credere che l’unica architettura accettabile per il nostro mondo sia quella modernista.
 
Chi può guardare ad edifici frammentati, rulli trasportatori, condotte sinusoidali, “nuvole” e scarabei riconoscendo in essi una città o un luogo dall’autentica natura architettonica? L’unica cosa che simili interventi hanno di “romano” è il fatto che essi saranno, o sono, eseguiti a Roma. Ritengo altresì poco sensato parlare di connettere le periferie romane al centro se la rottura e la trasgressione sono alla base del modus operandi di taluni architetti. Per molti versi questi sono progetti contro la città, contro l’idea stessa di luogo che caratterizza ogni città. È questo quanto lei augura per Roma, signor sindaco? La prego di non lasciarsi trasportare dall’aberrante ed auto-giustificativa propaganda di taluni architetti, specialmente di coloro che, nonostante abbiano passato la loro vita mutilando città, ora vanno in giro affermando che i loro progetti costituiscono semplicemente l’ultimo strato in una città che di strati è composta: un esame intellettualmente onesto delle opere di certi architetti, e delle loro pretese, rivela il contrario!
 
È cosa dubbia che la gente verrà a visitare Roma per vedere edifici modernisti costruiti come frammenti di frammenti, o musei che somigliano a distributori di benzina. Tuttavia sappiamo con certezza che la gente verrà a visitare Roma per il Pantheon, per Piazza Navona, per Piazza Sant’Ignazio. Questi splendidi luoghi sono stati, e sono, ampiamente apprezzati principalmente per la loro qualità architettonica, e meno specificamente in ragione della loro età. Il centro storico è moderno e veste la propria modernità abbastanza bene, precisamente perché esso trascende quel valore che è derivante dalla sua età storica. Sì signor sindaco, il Pantheon è un edificio moderno.
 
Nel corso dell’intervista lei ha affermato che la sola condizione è che i nuovi interventi debbano essere moderni. Questo commento desta sorpresa, ponendosi in contraddizione con il credo culturale pluralista che lei è andato professando nel corso degli anni. In altre parole, ha detto che l’unica via di rappresentazione della modernità è per mezzo di progetti del genere, (che però mostrano solo una forma aberrante della modernità che viene tecnicamente definita “modernista”). Ma esiste un solo tipo di modernità, signor sindaco? Esiste un’unica modalità di rappresentazione del moderno? Stento a credere che un uomo della sua intelligenza e cultura, e dico questo sinceramente, possa trascurare questo punto. È forse l’influenza della cultura modernista ad influenzare le sue decisioni
 
Esistono differenti tipi di modernità. Vi è, ad esempio, una rigogliosa moderna architettura tradizionale che viene praticata in tutto il mondo, un’architettura che emerge dal senso del luogo e dall’intento di armonizzarsi con il contesto urbano in cui si colloca. Se un orizzonte democratico tollera e promuove la rottura e la trasgressione, allora certamente questo stesso orizzonte deve accettare e promuovere un’intenzione di armonizzazione. Di conseguenza, non possiamo dichiarare di abbracciare il pluralismo culturale e contemporaneamente ammettere una sola interpretazione della modernità, poiché ciò significherebbe predicare il pluralismo ma, in realtà, praticare il monismo. È per questa ragione, e per il bene di questa città amata da milioni di persone nel mondo intero, che io spero davvero che lei e la sua amministrazione sarete d’accordo ad aprire l’arena del processo di competizione alla moderna architettura tradizionale. Soltanto attraverso il confronto ragionato si può essere in grado di determinare come il costruito possa porsi meglio al servizio della nostra vita civile.
 
Queste brevi note, signor sindaco, sono state scritte in uno spirito collegiale, e mi auguro che lei le riceva come tali.
 
Cordialmente,
 
Prof. Arch. Samir Younés
Director of Rome Studies
The University of Notre Dame