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Il Covile - N.o 329 (1.6.2006) Ara Pacis Augustae: evidenza d'un fenomeno architettonico in sviluppo (di Nikos Salingaros)

Questo numero

“Nei più lontani giorni dell’Arte,
I costruttori batterono con la più grande cura
Ogni parte minuta e non vista;
Perché gli Dei osservano ovunque.”
Non esagerava di certo, con questi versi, Longfellow. (Sono tratti da I costruttori, che Claudio D’Ettorre tradusse qualche tempo fa ad esclusivo piacere dei nostri amici). Per rendersene conto di persona visitate Ara Pacis Browser, lo straordinario sito che l’Istituto di Archeologia dell’Università di Colonia, custode di una grandissima tradizione di amore per il mondo antico, ha messo a disposizione di tutti. Cliccando sulle immagini dell’altare è possibile magnificare più e più volte ogni singolo dettaglio e vederne la perfezione.
 
Come ormai i lettori ben sanno l’Ara Pacis reale, a differenza di quella virtuale, sta invece passando, un brutto (consentitemi il bisticcio) momento. Alla vicenda Il Covile ha già dedicato due numeri, concludiamo questo primo thread con un intervento riassuntivo di Nikos Salingaros.
 

Note

(*) Per chi è interessato, i tentativi di contrastare l’obbrobrio prima dell’apertura del cantiere sono raccolti e documentati nel bel libro: Ara Pacis Controprogetti / Counterprojects, a cura di Samir Younés, Alinea, Firenze, 2002.
(**) Le immagini della copertura sono tratte dal sito dell’Ordine degli Architetti di Roma, www.architettiroma.it, che ringraziamo vivamente.

Ara Pacis Augustae: evidenza d’un fenomeno architettonico in sviluppo (di Nikos Salingaros)


Al contrario di molti nostri amici, sono veramente contento che sia finalmente terminata la copertura dell’Ara Pacis in Roma. È il nuovo simbolo dello sviluppo culturale e filosofico di una classe particolare del popolo italiano. Questa classe fa parte di una comunità internazionale molto stretta, della quale condivide valori e ideali, nonché interessi, così che il fenomeno non è semplicemente romano, italiano od anche europeo.
 
Alcuni amici architetti classici hanno sostenuto una lunga e intensa battaglia contro il progetto di Richard Meier. Purtroppo, devo ammettere, senza alcun risultato, malgrado il tempo perso in dibattiti vani, la fatica di preparare controprogetti più adatti all’altare Augusteo (che nessuno in alto loco ha guardato) e l’angoscia di vedere argomenti logici bloccati da parole vuote. Anch’io sono stato invitato a partecipare all’opposizione, ma ho rifiutato. Non perché mi sembrava buono l’edificio di Meier, ma perché ero convinto che si trattasse di una causa persa. La battaglia era politica e ideologica, non architettonica, e quindi un progetto classico era escluso dall’inizio.
 
Ara Pacis

 
Molte volte, nella storia, un fenomeno inizia, e non può essere fermato prima della sua fine naturale. L’umanità non è mai stata capace di arrestare i grandi mali della storia prima che questi provocassero una distruzione orrenda. Nessuno vuole ascoltare i profeti che prevedono il male: la gente è troppo occupata o sedotta delle mode del tempo o non crede che il male possa essere così intenso. «Forse è un fenomeno transitorio», «Scomparirà in alcuni anni», «Sicuramente stanno esagerando», «Niente può essere giudicato così senza aspettare», «Sono allarmismi emotivi», ecc. Combattere eccessivamente da subito non fa altro che creare una polarizzazione negativa, fa nascere delle opposizioni inconciliabili diffondendo le dicotomie destra/sinistra nello spazio non-politico. Si deve invece lasciare il tempo fluire lentamente e solo alla fine vedere cosa è successo in verità. Alla fine si fissa il male in faccia.
 
Ara Pacis

 
Da molti anni una moda architettonica contemporanea si sta sviluppando in tutto il mondo. Il suo scopo è puramente nichilista: distruggere ogni traccia di vita architettonica nell’ambiente costruito. Oltre a distruggere direttamente le forme, essa incorpora molto ingegnosamente la morte nelle forme stesse. Costruisce la morte. Rimpiazza tutte le città, tutta la terra con strutture che incorporano la morte.
 
Quando si vede un nuovo edificio di questo genere a Los Angeles, poca gente è allarmata, perché quella città è già una babele assurda di rifiuti architettonici, grattacieli, parcheggi aperti, autostrade, ecc. La Los Angeles bella degli anni ‘30 è quasi distrutta in questo senso. Inoltre, per dire la verità, non è un grande successo togliere la vita architettonica dove non esiste neppure. È molto più bello eliminare la vita da dove è concentrata. Per gli architetti nichilisti, la sfida è di fare il danno massimo — e cioè in un luogo pieno di vita. Si può costruire tutta l’assurdità architettonica che si vuole nel deserto, o in periferia, ma quello dà soltanto una soddisfazione minima. È come sparare ad un bersaglio di cartone: non dà la stessa soddisfazione di sparare sulla carne viva. Non senti il grido dell’animale ferito; non vedi il sangue uscire... insomma, il vero piacere consiste nell’uccidere, e ovviamente si deve uccidere qualcosa di vivente.
 
Non c’è bisogno di un dottorato per poter identificare i luoghi che questa architettura nichilista ha come bersagli massimi. Sono le vecchie città, fonte della civiltà occidentale e orientale, fonte della vita architettonica dei tutti i tempi. Atene, di fronte all’Acropoli; Roma, in pieno centro storico; Beijing, nella vecchia città; Londra, accanto del Museo Victoria e Albert, e numerosi altri progetti in corso o in disegno promossi con immagini seducenti...
 
Non si può fermare questa moda perché non piace a noi — è un fenomeno sociopolitico con una inerzia enorme. Non ne sono responsabili gli architetti, lo sono i politici che danno loro il lavoro come si dà il biscotto al cane. È un mezzo di autopromozione per una classe di politici, i quali vogliono essere ricordati come progressisti, lasciando delle grande opere architettoniche come loro testamento. Esattamente come ha fatto Mussolini. La memoria eterna stabilita con costruzioni mostruose (“progressiste” agli occhi di alcuni). Noi che osiamo criticarli siamo definiti refrattari retrogradi; religiosi tradizionali persi nel secolo XIX; fanatici di destra/sinistra; rivoluzionari; anarchici; fascisti; incollati alle vecchie idee; contro lo sviluppo sociale e filosofico; contro la tecnologia; contro il dominio dell’immenso potere americano nel mondo dell’arte; e con altri epiteti non eleganti.
 
Ara Pacis

 
Torniamo alla moda architettonica e al suo futuro. Benché Richard Meier non sia un architetto decostruttivista, e quindi non sia nichilista, egli non progetta forme vitali. Meier progetta forme pure dalla geometria astratta, superfici a volte attraenti ma sempre sterili. La questione della vita architettonica non sembra mai entrare nel suo concetto di disegno, si vede soltanto la purezza liscia. In questo obiettivo, e nel suo vocabolario formale, Meier non si trova meno lontano dalla vita degli architetti decostruttivisti.
 
Adesso che il progetto Ara Pacis è terminato e aperto al pubblico ho una piccola, anche minima, speranza che il pubblico italiano sarà un po’ più sveglio di altra gente in altre parti del mondo. Una volta che la gente vedrà l’Ara Pacis c’è la possibilità che, facendone esperienza fisica diretta con il proprio corpo e i propri sensi, si renda conto di che si tratta. Vedere e percepire il paradosso: l’altare di Augusto, costruito dall’imperatore per celebrare la vita dell’Impero Romano, è una struttura sommamente viva. Contiene nella sua geometria ed in ogni dettaglio la fecondità della vita umana e naturale. È una geometria complessa che nutre il nostro essere vivente. L’Ara Pacis originale! Ci offre un contrasto incredibile con la struttura largamente morta recentemente costruita per proteggere l’altare antico.
 
Ara Pacis

 
Se possiamo sgombrare dal nostro cervello l’insieme confuso di propaganda con la quale alcuni dichiarano l’Ara Pacis di Meier un capolavoro architettonico, se riusciamo a chiarificare il nostro pensiero, forse potremo sentire la nostra anima sussurrare: «Non armonizza con l’altare», «È strano e sconnesso», «La luce provoca mal di testa», «È un luogo sterile che non ha niente da fare né con la Roma di Augusto né con la nostra Roma traboccante di vita».
 
Ara Pacis

 
Attenzione a non essere ingannati dall’abile architetto: in alcuni luoghi egli utilizza una bella pietra con microscopici dettagli naturali. Ma la vita sfugge quando ci si allontana dalla superficie. La vita non c’è a grande scala, non c’è l’armonia geometrica. Chi può criticare le finestre? Sono belle, ordinate e chiare. Tuttavia, contribuiscono ad un ambiente psicologicamente negativo, la spiritualità di una mostra di automobili ultimo modello. Una geometria meccanica, non senza attrazione, ma sicuramente senza vita. Concesso pure che la capacità del popolo italiano di pensare chiaramente le questioni architettoniche sia ridotta dopo l’indottrinamento dei mass media, non è del tutto improbabile che un’esperienza architettonica diretta la risvegli.
 
Ara Pacis

 
Il nuovo edificio-capannone è ritenuto molto originale, perché il suo architetto aveva vinto venti anni fa il premio Pritzker d’architettura, offerto dell’avanguardia Americana. Nondimeno, le forme rettangolari ci fanno pensare a Giuseppe Terragni; i muri di vetro a Walter Gropius; la finestra orizzontale a Le Corbusier; l’inutile piscina a Ludwig Mies van der Rohe, il muro bianco ad Adalberto Libera, quello di calcestruzzo grezzo a Le Corbusier; quello di travertino a Ludwig Mies van der Rohe; ecc. Malgrado questa “originalità” datata anni ‘20 e ‘30, tutto l’insieme non si coordina: le forme sono isolate, ogni componente è distaccato da un’unità non-esistente. La purezza delle forme separate nasconde un’idea geometrica testarda, che applicata rende un edificio non connesso, non coerente, cioè morto.
 
Altro paradosso: la piazzetta “dura”, la fontana, le scale, la colonna esterna isolata (simbolo di potere): tutto rinvia ad una memoria romana in quel tempo non troppo lontano. Tanti sforzi, tanti dibattiti appassionati, tante manovre politiche, per finire con un edificio che sembra quasi perfettamente adattato al Foro Mussolini dagli anni ‘30. Possiamo essere fieri di questa coincidenza? D’accordo, la vecchia copertura di Vittorio Morpurgo era brutta, ma almeno aveva una simmetria adesso mancante. È stata rimpiazzata per motivi politici (perché costruita nel ‘38) piuttosto che estetici. A parte la simmetria, in cosa la nuova copertura è così diversa della vecchia?
 
Ancora peggio, in nessuno particolare architettonico della nuova copertura si trova la vita, e dunque, la struttura assorbisce la vita d’ogni cosa vivente intorno. Invece di darci energia, si prende la nostra energia e ci indebolisce l’anima. Per esempio, notate come la liscia colonna interna succhia la vita delle sculture sull’Ara Pacis. È un fenomeno interessante — nessuno poteva immaginare che una semplice colonna potesse fare tanto danno. Si deve pagare l’ingresso al museo per verificare questo effetto! Già i giornali americani proclamano: «una ragione per visitare a Roma è vedere il nuovo museo, capolavoro architettonico mondiale di Meier». Ebbene, tutto il resto di Roma sarebbe quindi pura spazzatura se i turisti americani venissero principalmente per vedere questo edificio.
 
Ara Pacis

 
Se il pubblico italiano inizierà a capire i fondamenti sottostanti questo stile d’architettura contemporanea, non tarderà a porre domande scomode: «Quali critici e riviste d’architettura proclamano questo progetto una grande opera di arte? E con quali criteri?», «Perché nelle nostre scuole d’architettura oggi si condannano tutti gli stili pregni di vita?», «Perché i nichilisti controllano i media d’architettura?», «Perché nonostante tanti architetti, politici, giornalisti e gente interessata abbia criticato il progetto dell’Ara Pacis, quello è andato avanti ugualmente?», «Perché il Vaticano ha portato per primo Richard Meier a Roma per costruire la chiesa di Tor Tre Teste, promuovendolo così come architetto di moda?»
 
Magari il pubblico facesse queste domande! Forse le farà, ma nessuno risponderà. Il potere instaurato ha il controllo, non è obbligato a spiegare niente, piuttosto lancia una nube di propaganda ed autodifesa. Il potere è troppo saldo — sono troppe le persone che rischiano di perdere la faccia. Più che qualche individuo isolato (che si può sempre nascondere nel suo ritiro) ci sono alcune istituzioni che rischiano di perdere la loro reputazione (e dunque il loro controllo). Esse non possono permettere che un piccolo sbaglio, come la promozione di un edificio strano, possa rovinare tutto. Qui parliamo di un potere immenso, di golosità corporativa rafforzata da fanatismo accademico. È il potere della convinzione profonda che questo stile architettonico sia legato con il futuro, con lo sviluppo, e con nuovi contratti edilizi (stiamo parlando di miliardi di Euro per progetti di questo genere).
 
Esso è un potere monolitico e pericoloso, perché quando percepisce una minaccia, reagisce in modo totalitario. Il dibattito stilistico è una cortina di fumo per distrarre gli studenti d’architettura dal vero scopo finanziario: ci troviamo di fronte ad un inaspettato matrimonio fra la sinistra Europea e l’imperialismo Americano.
 
L’Ara Pacis Augustae è finita e sarebbe una perdita di tempo provare a cambiarla adesso. Il vero pericolo si trova nel futuro immediato: c’è una lunga fila di progetti avanguardisti che si preparano a distruggere le città italiane con la loro mostruosità. Gli architetti sono pochi — gli stessi che lavorano nel “jet set” internazionale, sostenuti da politici ambiziosi senza scrupoli. Comparato agli altri, Meier è piuttosto mansueto e dunque preferibile. Anch’io propongo Meier invece dei decostruttivisti!
 
Il problema è che l’intervento sull’Ara Pacis non era che l’intrusione straniera preliminare nel corpo vivente della città storica romana. Si tratta di un fenomeno globale, un movimento dedicato ad incorporare la morte in forma edilizia, la nuova moda. Già comincia il lavoro, con l’accompagnamento del coro degli architetti accademici. Se realmente siamo disposti a proteggere la vita architettonica, abbiamo poco tempo per cacciarli via — per fermare questi progetti di morte prima che sia troppo tardi.
 
Alla fine non potremo scusarci, perché il danno sarà troppo grande: «Quell’edificio si mostrava più interessante nel disegno di quanto non lo sia in realtà», «Nessuno poteva immaginare che con uno stile architettonico si potesse fare danno», «Nel mondo dell’arte tutto è permesso anche se è nocivo», «Non è stata colpa nostra», «Siamo stati manipolati dai media e dagli interessi politici», «Nessuno ci ha mai detto la verità», «Gli accademici hanno detto che l’architettura non ha niente a che fare con la vita, che l’architettura non tocca il nostro corpo e la nostra salute», «Gli esperti ci hanno sempre assicurato che i critici di questi edifici erano tutti pazzi», «Abbiamo visto la promozione positiva alla televisione», «Anche la Chiesa l’ha sostenuto come progresso architettonico...»!
 
Nikos Salingaros
San Antonio