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Il Covile - N.o 332 (22.6.2006) Un Amarcord di Enrico Delfini

Riceviamo e pubblichiamo


Gli ultimi interventi hanno suscitato un Amarcord di Enrico Delfini. Della “voglia di statalismo”, della quale non partecipo per niente, ne riparliamo.
«Che bello sentir parlare degli anni della giovinezza!
 
Anche io, è ovvio, ho attraversato il 68 e gli anni successivi... ma non sono mai stato di sinistra!
 
Credo che il vivere a Bologna, dove essere comunisti era la regola, e dove la sinistra già si mostrava e dimostrava forza conservatrice, e di potere, vivere a Bologna sia stata per me una sorta di immunizzazione. Aggiungiamo pure una cospicua dose di anticonformismi, connaturata al carattere e acuita della giovane età, ed ecco spiegato perché sono passato “indenne” nella giungla delle sigle e delle siglette, du cui, da fuori, ben difficile era capire le sottili differenze filosofiche e di strategia.
 
Il mio anticonformismo era ed è tanto radicale, che, pur restando un ammiratore di Indro M. (o forse era Longanesi?) non ho mai del tutto condiviso il bell’aforisma “chi non è socialista a 20 anni è senza cuore; chi lo è ancora a 50 è senza cervello”, proprio per non essere conformista nell’anticonformismo.
 
E infatti di fronte a certe notizie, a certi malcostumi, a certi orrori del mondo del profitto e del mercato (vedi TV, sanità, giornali...) sento scorrere nelle vene voglia di ... statalismo.
 
Aveva ragione il mio mitico professore di italiano (romagnolo, autodidatta, mangiapreti, santo, enciclopedico) quando diceva “la miglior forma di governo è la dittatura... a patto che il dittatore sia io”.
 
Riguardo il riciclaggio dei personaggi della sinistra, più o meno barricadiera, che non si vergognano di vergognarsi del loro passato “comunista”, ne sento stridente la differenza con tanti miei pazienti , veri comunisti “duri ma puri”, che hanno sofferto in modo indicibile la svolta della Bolognina di Occhetto, che ricordavano i bei tempi in cui “prendevano un mese di ferie per andare a lavorare gratis alla Festa dell’Unità”, e di come si sentirono umiliati (è la parola!) quando Enrico Berlinguer, ancora non salito agli onori degli altari, decise che i volontari che lavoravano alla FdU avessero diritto al buono pasto in una delle mense. Essere pagati equivaleva ad un furto sacrilego !
 
Ricordo anche che una volta (mica tantissimi anni fa...) il quotidiano fondato da Antonio Gramsci non riportava il listino delle Borse, sommo simbolo del demonio capitalista. Certo un errore, ma non sono certo che sia meglio l’insistenza con cui, tutte le mattine, ci bombardano con la chiusura di HongKong, quasi che fosse impossibili farsi la barba senza sapere la quotazione dello yen o del Nasdaq, aggiornata, mi raccomando, ogni 5 minuti, non di più... Perché ?
 
Quando è successo che il fare soldi “speculando” in borsa (e quindi senza lavorare), è divenuto lecito, accettabile, appetibile anche a sinistra? Per non parlare dei giochi di stato, dei Bingo e di D’Alema....
 
Quando ero piccolo, il “giocare in borsa” era cosa ritenuta, da sinistra, immorale e improponibile, da parte cattolica, formalmente lecita ma moralmente non conveniente. Insomma, vi era una sorta di scotto “morale” da pagare per poter fare quattrini sfruttando attese, speranze, aspettative dei nostri simili, senza aver prodotto un solo stuzzicadente o un solo chicco di grano, né dato alcun servizio alla comunità.
 
Quando è successo che i BriatoreRicucciMontezemoloTronchetti sono diventati degli esempi positivi da imitare senza che nessuno dicesse che “l’imperatore è nudo” ?
 
Quasi quasi divento di sinistra ...
 
Enrico Delfini»