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Il Covile - N.o 333 (27.6.2006) Si parla di cattomunismo

Questo, palindromo, numero


È consonante con i ricordi di Enrico Delfini del numero scorso il recente dibattito sul cattocomunismo. Sul tema, che ritengo decisivo, anch'io ho intenzione di tornare con calma, forse dopo la pausa estiva; intanto ecco i contributi, che raccolgo da RagionPolitica, di due amici del Covile, Leonardo Tirabassi e Raffaele Iannuzzi.
 

Attualità del cattocomunismo (di Leonardo Tirabassi)


Fonte: RagionPolitica 26 giugno 2006
Ma il cattocomunismo è ancora vivo? A questa domanda non retorica, Ernesto Galli della Loggia in un lungo articolo, quasi un saggio, sul Corriere della Sera di domenica 18 giugno, dà una risposta negativa e ben argomentata, che mi trova d'accordo solo in parte. Provo a spiegarmi e parto ripetendo la tesi principale. Il cattocomunismo è stato un movimento composito; ma tutto diretto e dedicato verso un progetto politico chiaro: l'unione, la ri-unione, del popolo degli umili con al centro la classe operaia attraverso la ricomposizione dei due popoli divisi, quello cattolico e quello comunista. E quindi ecco l'andare verso il dialogo, verso l'alleanza di quei due partiti che, unici, rappresentavano le due identità separate, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Questo progetto, continua lo storico, è finito, perché sono cambiate e definitivamente i presupposti storici. Il grande scontro tra capitale e lavoro è ormai tramontato in tutto l'occidente, soppiantato dal sorgere dei «temi immateriali» come la bioetica, gli stili di vita, i diritti individuali.
 
A causa di questo profondo cambiamento sociale, che sta stravolgendo tutto il pianeta, sono scomparsi «gli antichi caratteri di classe» della sinistra che si sta dirigendo verso una concezione della politica non più basata sull'impegno, ma su una morale di tipo individualistico libertario. Come si capisce, i grandi temi etici segnano, però, una frattura profonda all'interno della sinistra fino a rompere quella storica alleanza che vide il coronamento del disegno togliattiano dell'incontro tra i due popoli nel compromesso storico. Oggi, quindi, sul terreno dei valori, dove era avvenuta la ricomposizione della frattura fondante la storia dell'Unità d'Italia, si sta verificando una nuova, (ed epocale?) rottura. Da una parte la Chiesa che cerca di opporsi, impegnandosi in una «battaglia nobile disperata e importante» contro l'inevitabile conformismo rappresentato dalla affermazione di un «soggettivismo etico, da una spinta edonistica-acquisitiva, da un programmatico relativismo culturale, perfino ormai tentato dai fremiti dell'anticlericalismo». Fin qui Galli della Loggia.
 
Le cose stanno veramente così? Sì e no. Non c'è dubbio, infatti, che sul piano teorico politico dell'argomentazione razionale, il quadro disegnato dal commentatore del Corriere sia vero. La ricerca dell'abbraccio tra comunisti e cattolici ormai non ha più senso, sia perché di fondo essa è già un prodotto della storia, è già avvenuta, sia perché il marxismo-leninismo e la sua incarnazione italiana, il PCI, sono definitivamente sepolti da quel benedetto crollo del muro. La fine dell'URSS è allora il prodotto più alto e non dichiarato di due forze (opposte?) che hanno segnato un'epoca. La dissoluzione dell'impero sovietico è il frutto della lotta temeraria di un Papa polacco e della globalizzazione, segno della nuova modernità secolarizzante.
 
Ma il piano della teoria politica, dove è disegnata questa analisi perfetta, non comprende tutto il campo del reale. Le azioni, i pensieri, le idee degli uomini non sono dettate solo dai sillogismi cartesiani. L'etichetta di «cattocomunismo» copre fenomeni storici diversi. Cossiga ricordava, sempre sul Corriere di giovedì 22 giugno, per lo meno tre filoni in un qualche modo riconducibili ad una «certa» area, se non proprio cattocomunista, formata da cattolici vicini e amici del partito comunista, e distingueva tra cattocomunisti veri e prorpi, cattolici comunisti e dossettiani. Non solo, perché si realizzi un incontro tra due aree, il movimento di avvicinamento deve avvenire da entrambi i lati, sia dal mondo cattolico che da quello comunista, sia dalla Democrazia Cristiana che dal Partito Comunista, sia dalla dottrina cattolica che dalla elaborazione marxista.
 
Questo per dire che non solo ci fu, tra i cattolici, chi andò a vario titolo nelle braccia del comunismo, ma anche chi dalla Democrazia Cristiana andò verso le posizioni del socialismo reale, come la sinistra democristiana, i dossettiani ecc. Questi settori, anche se non cattocomunisti, entrarono in dialogo forte e sostenuto, sia sul piano teorico che politico, con il marxismo e le posizioni politiche del PCI. Con la globalizzazione, la dissoluzione del comunismo, con la via italiana a tutto ciò, tangentopoli e la conseguente scomparsa manu militari della DC, il senso profondo di quel progetto è tramontato per sempre. E' anche per questo che finisce l'idea politica del cattocomunismo, ma, secondo me, rimangono vivi i cascami ideologici di quel progetto a causa anche del modo in cui, in Italia, la realtà del post guerra fredda viene nascosta proprio da tangentopoli che «salva» gli attuali DS.
 
Si ha quindi la fine del comunismo, ma non del Partito comunista italiano, né della mentalità dei comunisti, e di chi li ha sostenuti come quella sinistra democristiana, entrambi salvati dal vortice delle inchieste giudiziarie che segnarono la fine della Prima repubblica. Ecco come quell'alleanza politica nata durante l'affermarsi della massificazione della produzione, sia sopravvissuta alle trasformazioni sociali, compresa la crescente astrazione del lavoro, per diventare l'asse dei governi attuali di centro sinistra della seconda repubblica.
 
Allo stesso tempo, l'ideale incontro di popoli si nutriva di contenuti politici precisi in un sogno di socialismo paternalista e statalista alimentato dalla spesa pubblica, e dal deficit, per arrivare, in politica estera, a utopie mediterranee, filo arabe e antiamericane. Non solo: quell'idea di incontro, di nuova unione di due parti divise dello stesso popolo, era agita a scapito dell'altra componente della sinistra italiana, quel Partito Socialista visto dai cattocomunisti, comunisti cattolici, dossettiani, e quant'altro, come un orpello inutile se non, con Craxi, dannoso e pericoloso, perché antiautoritario nella sua politica riformista ai limiti del velleitarismo e comunque diverso perché mondano e pluralista. Penso quindi che i contenuti, anche se sono scomparse le premesse storiche, di quel compromesso non siano assolutamente morti e l'Unione ne raccolga in modo ottimale i frutti politici: ecco allora la difesa della spesa pubblica, lo statalismo, la difesa del centralismo amministrativo, l'antiamericanismo, il terzomondismo, l'egualitarismo pauperista, come ricordava Baget Bozzo (Corriere del 20 giugno) e quant'altro.
 
Tutto ciò ancora, però, non è sufficiente a definire l'eredità politica profonda del cattocomunismo. Rimane, infatti, da spiegare una precisa concezione della politica che continua a fornire più che argomenti, stili di ragionamento pubblico ben precisi. Mi riferisco alla torsione moralistica che la politica assume in chi è erede di quella tradizione: qui lo scontro, come appunto tra ultimi e primi nella scala sociale, tra poveri e ricchi, tra proletariato e padroni, è ancora tra bene e male assoluti, in un manicheismo che finisce per sposare e giustificare le posizioni più giustizialiste.
 
Vi è da aggiungere che parlando di posizioni politiche, partorite all'interno di una religione complessa come quella della Chiesa cattolica, queste devono trovare origine, motivazioni e legittimazione in quella tradizione. Qui, per le mie capacità, il discorso diventa troppo complesso, ma come osservatore esterno vorrei poter suggerire alcuni spunti di riflessione. Baget Bozzo sottolineava la prevalenza del tema della giustizia su quello della libertà a cui si può aggiungere l'idea manichea e gnostica del mondo; una visione e riduzione della fede come sociologia al servizio della società dove la chiesa, in quanto comunità e non come gerarchia, svolge il ruolo di assistenza sociale. Chi è cresciuto leggendo Lettera a una professoressa o L'obbedienza non è più una virtù sa bene di cosa stia parlando ed ecco infatti i pellegrinaggi dei ministri del governo Prodi a Barbiana e sulla tomba di Dossetti. Temi ereticali e interpretazioni riformiste si sono fusi in una teologia che arriva disarmata a discutere di scienza, limiti, responsabilità e libertà della persona.
 
Augusto Del Noce per tutta la vita ha lottato, isolato e osteggiato dagli ambienti accademici e giornalistici a la page, contro la stortura che il pensiero cattolico di sinistra operava in nome di un adeguamento ai tempi. «Pensare a un "aggiornamento" come a un'adeguazione al "nuovo" sarebbe una di quelle tante sciocchezze senza pari che conoscono oggi un'incontrollata circolazione». Non c'è dubbio infatti che oggi le posizioni della Chiesa cattolica e della sinistra davanti alla scienza e al soggettivismo relativista siano contrapposte. Molto più complessa però e non scontata è la questione di come il clero, le parrocchie, il popolo dei fedeli dopo anni di melassa buonista che ha sostituito alla fede in Cristo la cristianizzazione della società, che forse non ha nemmeno più rapporti con certe interpretazioni del Concilio Vaticano Secondo o perfino con la Teologia della Liberazione, vivano questo passaggio.
 
Leonardo Tirabassi

Dossettismo e neo-comunismo: le ideologie non hanno storia (di Raffaele Iannuzzi )


Fonte: RagionPolitica 27 giugno 2006 -
Le ideologie non hanno storia. Parola di Marx. Verissimo. Ancora oggi si ragiona di «cattocomunismo» e di «dossettismo», che, come afferma con raffinatezza filologica Cossiga, non era una forma di cattocomunismo, ma, nello specifico, il progetto utopico di cristianizzare lo Stato, cristianizzando la democrazia garantendole una forma sociale a base di allargamento roussoviano del consenso di massa. Il comunismo, infine, è certamente un'eresia cristiana, uno gnosticismo di timbro manicheo che, via via, durante il suo percorso e sviluppo, ha acquisito vari connotati culturali, a seconda degli ambienti umani che incontrava. Ma siamo nell'anno di grazia 2006 e non siamo ancora in grado di sbarazzarci di questi vecchi arnesi, anzi, per certi versi, essi vengono resuscitati e resi accattivanti dalla stampa liberal e radical-chic, in modo quasi «estatico», direbbe Baudrillard. Abbiamo di fronte a noi una sinistra «estatica» che gioca molto con l'estetica e con i premi letterari, confermando la verità di Marx: le ideologie non hanno storia.
 
Il cattocomunismo o i «cattolici comunisti» oggi dovrebbero essere cimeli del tempo che fu, finanche negli anni settanta si doveva studiare un po' la materia per darne qualche ragione teorica, figuriamoci oggi; e invece no, ecco il dato significativo, oggi questa memorialistica ideologica è forte e va forte, perché viene tritata e ritritata senza sosta dalla retorica di massa, dopo aver trovato ben più che confortevole ambienti nelle canoniche e fra i Vescovi, direi addirittura complicità culturale; di qui l'esito scontato: il cristianesimo è oggi pelagianesimo buonista, gnosticismo terzomondista, catarismo moralistico. Il «fumo di Satana» è entrato da quel dì nella Chiesa, secondo l'acuta valutazione di Paolo VI e oggi la «santa alleanza» tra il neo-comunismo salottiero e il cattocomunismo senza più radici culturali è l'unico linguaggio possibile per coloro che si definiscono, con un bel po' di coraggio, «cattolici». Questo è lo stato delle cose.
 
Galli Della Loggia storicizza e opera culturalmente molto bene; Baget Bozzo replica adeguatamente collocando la velatissima quaestio del «cattocomunismo» da par suo, nell'alveo delle metamorfosi costanti delle ideologie nella Chiesa; Tirabassi accenna con cura teorica agli ulteriori sviluppi culturali e politici dei residui del cattocomunismo: questi elementi sono veri e devono essere ben compresi nel contesto di una nuova valutazione di questa sinistra cattolica molto Dorotea nei costumi, che preferisce negarsi come portatrice di una verità etica per riaffermare l'anti-berlusconismo di maniera, talvolta più violentemente dei comunisti stessi. Perché? Ma è chiaro: perché la fede e i contenuti culturali promananti dalla fede sono oggi del tutto immanentizzati, storicizzati e posti alla mercè del dibattito politico, sic et simpliciter.
 
Di conseguenza, l'innalzamento del Nemico storico diventa il Tutto dell'azione politica del «credente», in ragione dell'immanentismo e dell'escatologismo intra-mondano reso linguaggio universale della «fede»; in termini più chiari: se il Regno di Dio non è più una realtà dell'altro mondo, ma è cosa di questo mondo, allora abbattere Berlusconi è già l'apertura alla salvezza in questo mondo. E, con questa prospettiva «politica», i cattolici vengono presi al guinzaglio dai neo-dossettiani tecnocrati della sinistra margheritina e ulivista. Che mai e poi mai avrebbe vista la luce senza Dossetti, come sostiene con perfetto rigore storico e culturale Cossiga. La cartina di tornasole di questo sconquasso culturale è recepibile auscultando le mille voci della carta stampata e dei magazine di sinistra, leggere ad esempio, l'ultimo numero del supplemento del Corriere della Sera, dal titolo Io donna, aiuta a capire molto di quanto sin qui sostenuto.
 
Abbiamo in una manciata di pagine qualcosa come tre interviste del medesimo segno ideologico: neo-comunista resistenziale, con connotazioni neo-dossettiane evidentissime. In ordine: intervista alla Rossanda, che oggi vince premi letterari, anziché farsi qualche anno di esilio giornalistico (almeno quello) per le sue passate responsabilità, che risultano evidenti da una foto che la ritrae nella jeep con il più efferato dittatore comunista vivente, Castro; intervista a Bertolucci sul polpettone filmico resistenzialista e ritenuto falsamente litografico anche dagli storici di sinistra, Novecento; infine, in cauda venenum, una bella cornicetta con Diliberto, che chiacchiera come un Thomas Mann rosso «de noantri» di libri antichi, che lui «studia», naturalmente, e cene con la moglie a digiuno di politica, per essere «normale», come i poveri proletari, che non hanno, però, la stessa mensilità del «povero» segretario del Pdci.
 
Questi sono i dati che dovrebbero farci riflettere. Dati che manifestano, anzi ostentano, un'egemonia d'acciaio della memoria sconfitta dalla storia, ma vincente in Italia. Una condizione surreale. E poi, lo so per esperienza diretta, a parlare apertamente di queste cose, e con questi giudizi, si viene bollati di «rozzezza culturale», perché, si sa, il «comunismo è finito», dunque, perché deve esistere l'anticomunismo, oggi? Semplice. Perché il comunismo ha perso la storia, ma ha vinto, in questo paese, la politica. E proprio mentre quest'ultima stava rientrando in pista, dopo lo choc di Mani Pulite. Non sarà il caso di ritornare su questo stato di cose?
 
Raffaele Iannuzzi