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Il Covile - N.o 334 (28.6.2006) Una proposta di lettura di Armando Ermini

Una proposta di lettura di Armando Ermini


È tempo di cominciare a pensare ai libri per le vacanze, quello che ci propone Armando Ermini sarà sicuramente nel mio zaino.
 

Marcello Veneziani, Comunitari o liberal - La prossima alternativa?, Laterza 2006


Scrive Veneziani nell’introduzione al suo libro Comunitari o Liberal, che i parametri su cui destra e sinistra si sono divise fino ad ora stanno saltando, in favore di “un nuovo centrismo a trazione tecnocratica”, contrassegnato dall’ “ideologia progressista sul piano etico-culturale e da un crescente pragmatismo liberista sul piano economico sociale”.
 
Punto d’incontro è il processo di globalizzazione, che implica il rafforzamento dei poteri tecnocratici ed economici e configura il disegno di uno Stato etico mondiale.
 
Questo processo, prosegue, genera un rifiuto che si manifesta come disaffezione dalla politica in Occidente, e come esplosione virulenta del tema identitario nelle altre parti del mondo.
 
Le categorie politiche usuali non riescono più a dar conto del nuovo tipo di contraddizioni, neanche quelle usate da chi scorge nella contrapposizione fra Universalismo (leggasi Occidente) e tribalismo, lo scontro fondamentale del terzo millennio, perché nell’uso stesso di quei termini è insito un giudizio di valore, rispettivamente positivo e negativo, e perché non colgono aspetti importanti del processo in atto, che per brevità mi sembra di poter riassumere nel concetto caro a Serge Latouche di “deculturazione”.
 
Veneziani scorge invece nell’alternativa fra “liberal” e “comunitari” , una possibilità di lettura del reale che tenga conto della complessità e molteplicità dei fenomeni, non senza aver premesso che alla distinzione concettuale non corrisponde pienamente la distinzione sul campo, e che istanze degli uni si trovano anche nell’armamentario concettuale e ideale degli altri, tanto da dar luogo a frequenti attraversamenti dei confini.
 
Così si chiede, a mio giudizio acutamente, se “la solidarietà [...] è un valore che attiene più alle società liberal perché richiama la passione egualitaria di correggere le disparità originarie o alle società comunitarie perché evoca il legame sociale, il senso profondo del noi?”
 
Ed ancora: “La tutela delle differenze è messa più a repentaglio nelle società universalistiche ma preoccupate dei diritti delle minoranze o nelle comunità fondate sull’idem sentire ma preoccupate di tutelare le identità e le diversità?”
 
Ma cosa significano i concetti di Liberal e Comunitario? “Liberal - scrive Veneziani - evoca la tradizione anglosassone nel suo combinarsi tra empirismo metodologico e idealismo morale, che oppone liberal a conservative e assume al suo interno opzioni progressiste, laburiste e democratiche di sinistra. [...] Qual è il nocciolo dei liberal? L’idea di emancipazione, di liberazione dai legami, nel progetto di un’umanità liberata. Un’idea che si coniuga con la deterritorializzazione, il superamento dei confini, l’universalismo. Liberal è colui che punta sull’emancipazione dell’individuo dai vincoli sociali, territoriali, familiari, tradizionali. La cultura liberal è una corda tesa tra individualismo e internazionalismo, nel progetto di formare un cittadino del mondo. La sua azione politica è percorsa da un’idea correttiva della realtà: bisogna modificare l’esistente che non è frutto del destino o dei disegni della provvidenza, ma è pura casualità, gioco fortuito delle combinazioni, lotteria, ingiustizia da rimuovere. L’incidenza della «natura» intesa come origine va ridotta: sia perché la cultura è concepita come emancipazione dalla natura, dall’origine; sia perché quel che definiamo natura è spesso per il liberal solo stratificazione storica, proiezione di un dominio culturale, convenzione accumulata nel tempo. Si può dire che il liberal sia proiettato nella dimensione del possibile, del non ancora, dunque del futuro. Ma si potrebbe anche sostenere da un punto di vista critico l’esatto opposto: il liberal in realtà ha un solo antagonista, l’Origine, il reale, [...] La sua libertà non è in vista di ma liberazione da.”
 
Il nocciolo del comunitarismo, invece, “È nel senso del radicamento in un orizzonte sociale e culturale avvertito come orizzonte comune, plurale e significativo. Comunitario è chi assegna valore all’identità, alla provenienza, dunque all’origine; e alle vie che conducono alle radici, come le tradizioni. Comunitario è chi assegna valore al legame sociale, religioso, familiare, nazionale, che non vive come vincolo ma come risorsa. Per il comunitario il legame non è la catena che ci imprigiona e ci limita nella libertà ma il filo d’Arianna che ci lega ad altri e ci sostiene. Il confine non è il male ma ciò che garantisce in concreto la sfera del nostro essere e il nostro agire. Comunitario è chi ritiene che ogni Io abbia un luogo originario o eletto, che avverte come patria; per lui non è insignificante o fortuita la sua origine o la sua destinazione, i suoi legami. Quel che il liberal vede come frutto di una lotteria del caso, il comunitario vive come evento significativo, se non voluto da un destino o una provvidenza. La realtà non è dunque una possibilità tra le altre da cui liberarsi, ma è ciò che ci definisce, ci identifica, ci chiama a un ruolo, a un senso e a un compito. [...] Il comunitario infine è colui che assegna importanza al comune sentire, ai riti, le usanze e i costumi di un popolo. Importanza non sociologica o folcloristica, ma vitale, come modelli di riferimento per orientarsi.”
 
I maggiori contrasti nel corpo della società civile, “riguardanti la genetica e la bioetica, l’immigrazione e l’integrazione, le sovranità popolari e nazionali, i valori condivisi, la famiglia, la religione, il rapporto tra individui e società”, attengono più che alle vecchie faglie di discrimine, alle diverse sensibilità liberal e comunitarie, che dovrebbero comunque individuare “un perimetro basilare di principi condivisi”, che deve consistere nel reciproco riconoscimento del nucleo di verità contenuto nelle tesi dell’avversario.
 
La tesi di Veneziani, che ho riassunto in modo succinto e certamente parziale, contiene l’intuizione fondamentale dell’obsolescenza delle categorie “destra” e “sinistra” così come si sono formate nel secolo passato, individua correttamente il fatto che le contraddizioni che oggi attraversano la società non sono trattabili con le categorie classiche, ma al tempo stesso prefigurando, anzi auspicando, la possibilità di mediazione culturale fra le diverse istanze, non coglie pienamente la natura dello scontro in atto.
 
Fra tutte le divaricazioni che Veneziani ricorda, quelle sulla genetica e la bioetica sono del tutto nuove e modificano radicalmente la cornice entro cui si svolge la stessa vicenda umana. Con la possibilità di fabbricare artificialmente la vita, di manipolarla fin dai suoi inizi con le inevitabili implicazioni eugenetiche che ne derivano, si è alterato, come ricorda anche un laico di sinistra come Pietro Barcellona, lo statuto antropologico che l’umanità ha condiviso da sempre: ogni uomo nasce dall’incontro fra maschio e femmina, il suo corredo genetico è determinato dal caso così che la generazione che precede non può opzionare in alcun modo quella successiva e, almeno in linea teorica, principio paterno e materno cooperano nel processo di crescita del figlio. Si pone allora il problema se l’umanità debba darsi un limite invalicabile, gli venga esso da Dio o dalla natura, oppure considerare se stessa slegata da qualsiasi riferimento esterno, soggetta soltanto alle leggi che di volta in volta decide di darsi. E’ vero che le due alternative fanno riferimento l’una alla sensibilità comunitaria e l’altra alla liberal, ma in questo caso non possono riconoscersi a vicenda nessun nocciolo di verità, e quindi nessuna mediazione è possibile. Mediare sulla manipolabilità della vita trovando accordi di compromesso significherebbe puramente e semplicemente negare il principio che nessun essere umano è legittimato a disporre della vita altrui, che è alla base del concetto di libertà dell’uomo. Sarebbe come se, mi si perdoni il paragone che sembra rozzo, si ragionasse in questi termini di fronte all’olocausto: “io considero gli ebrei esseri umani e perciò non farò mai nulla contro di loro, ma se per te, nazista, non lo sono, sei libero di gassarli, magari entro limiti accettabili,di compromesso, che elaboriamo insieme”.
 
Non solo, ma alla luce del diverso atteggiamento di fronte alla genetica ed alla bioetica, anche lo stesso concetto di solidarietà, e di rapporto fra individuo e società, assume un senso del tutto opposto. Quando si ritiene che venga negata la più elementare delle solidarietà, quella di consentire la vita al suo stato più piccolo e indifeso, anche la discussione intorno alle tutele per i più deboli attuate con un maggiore o minore intervento pubblico, diventa evidentemente un non senso.
 
La realtà è che siamo di fronte ad un nuovo sogno di onnipotenza. Tramontato tragicamente il mito dell’uomo nuovo che doveva nascere dalla rivoluzione del proletariato, in declino la convinzione che il genere femminile potesse prenderne il testimone, ora ci si affida alla scienza come nuova levatrice della storia. È fondamentale che venga fatta chiarezza massima sulla posta in giuoco, senza la quale la battaglia culturale si sbiadisce e diventa non comprensibile per l’opinione pubblica.
 
Il riferimento alle posizioni “eretiche” del prof. Barcellona dovrebbe porre , almeno a chi ha militato dalla sua stessa parte, un altro interrogativo, dovuto al fatto che quella voce, scomparsi da tempo gli “irregolari” P.P. Pasolini e Alex Langer, è pressoché unica nell’ambito del pensiero di sinistra, sempre più appiattito sull’opzione “liberal”.
 
Sullo sbocco teorico del marxismo nel libertinismo (non in senso morale, ovvio), hanno scritto Augusto del Noce e, come ricorda lo stesso Veneziani, Louis Dumont, e questo può spiegare l’adesione dei dirigenti e dei quadri di sinistra all’ipotesi Liberal, anche dell’ala più radicale. E’ anche vero, però, che il sentirsi parte di una comunità ben oltre l’interesse soggettivo, il legame di solidarietà cogli altri, il sostegno vicendevole in vista di una società più partecipata, ed anche un forte senso del dovere e di disciplina, sono stati quei caratteri del popolo di sinistra che implicherebbero invece, una volta ripensata in profondità la propria storia senza rinnegare le motivazioni originarie, anzi per rimanervi fedeli, lo sbocco verso l’opzione comunitaria, perché è lì e solo lì che continuano a vivere.
“La sinistra si è smarrita per una ragione molto semplice: perché ha abbandonato ogni idea di bene comune. Prima, seppure nella forma perversa dello Stato totalitario, sottoponeva l’idea della libertà individuale a qualche limite. Crollata l’adesione a questa forma di Stato, è rimasto solo un atteggiamento libertario [...] La sinistra è nata storicamente come un’eresia del cristianesimo. Questa eresia è stata portata a conseguenze nefaste, ma non era figlia del liberalismo. Era figlia di un’altra visione”
Così sostiene Barcellona in una intervista dello scorso anno al periodico È Vita. Credo ci sia molta verità in quella frase, ed anche la spiegazione della crescente incapacità di porsi come espressione di una cultura popolare autentica, in luogo della quale prevalgono le istanze genericamente buoniste, ma mai culturalmente autonome, della piccola borghesia intellettuale cresciuta con la generazione del ‘68.
 
Armando Ermini