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Il Covile - N.o 336 (16.7.2006) Come Sebastiano Timpanaro ridusse Freud

Questo numero


Al solito prima la posta: Iacopo Cricelli ha trovato “azzeccata e condivisibile” la NL ultima, mentre Claudio Marcello Rossi ha scritto:
“Caro Stefano, ti leggo sempre, non ti rispondo praticamente mai. Ma questa volta - sarà per la sottile citazione riportata, sarà per lo scopo per cui la usi, concordo al millimetro con te. Pensa: giorni prima, un amico contadino e sempre educato mi disse, là in campagna: «che vinca i’ migliore... ma una lisciatina a ‘sti bischeri dei francesi, la ci vorrebbe proprio...»”
Veniamo a questo numero. Qualche tempo fa (n° 327) ho ripreso un estratto dal saggio di Edward Feser I nove comandamenti del pensiero unico. Il numero 35 di fondazione liberal raccoglie, oltre alla versione integrale, una serie di autorevoli commenti italiani al testo. Quello di Piero Melograni, In difesa del mondo nuovo, è molto critico. In particolare a Melograni non va giù l’attacco a Freud, definito da Feser, insieme a Darwin, Marx e Nietszche, i “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse secolare”, uno degli “araldi dell’era della perversione”.
“Non ho molta simpatia per Marx e Nietszche, ma il fatto di metterli in compagnia di Darwin e Freud me li rende un po’ meno antipatici [...] Il mondo, insomma, è assai più ambivalente di quanto Feser non pensi e Freud è uno di coloro che ce lo hanno insegnato”.
Dell’ “insegnamento” di Freud, che Melograni ritiene così prezioso, questa NL si è già occupata qualche anno fa (vedi, nel sito, l’antologia Freud as Fraud ovvero Una mitologia che ha molto potere), ma vale la pena riprendere un po’ il discorso, anche per i nuovi amici.
 

La parabola freudiana


Se le teorie freudiane avevano trovato in origine forti opposizioni dagli ambienti scientifici (tanto da far scrivere a Freud “Ho sempre considerato una grande ingiustizia il fatto che non si sia voluto trattare la psicoanalisi come qualunque altra scienza naturale”, La mia vita e la psicoanalisi) dall’ultimo dopoguerra la patente sembrava assicurata. Negli anni 60, quando ormai probabilmente il professor Melograni stava “fissando” la sua Weltanschauung, un’enciclopedia di larga diffusione come la Larousse poteva trattare così la voce Freud (grassetto e numerelli sono miei):
Freud (Sigmund) neurologo e psichiatra austriaco (Freiberg, Moravia 1856 - Londra 1939) [...] Le scoperte di Freud, [1] fondate su una rigorosa ricerca scientifica incontrarono l’ostilità degli ambienti scientifici dell’epoca, ma oggi la sua teoria è ufficialmente riconosciuta dagli psichiatri di tutto il mondo. [...] Freud [2] verificò le sue ipotesi mediante l’autoanalisi protratta per tutta la vita e modificò più volte le sue teorie [3] subordinando ogni forma di orgoglio al raggiungimento della verità scientifica. [...] Enciclopedia Rizzoli Larousse (Parigi 1964 - Milano 1967)
Al giorno d’oggi la sicurezza del curatore della voce fa un po’ sorridere.
Per quanto riguarda il punto 1 si veda più sotto la lunga citazione dal terzo e quarto capitolo de Il lapsus freudiano di Sebastiano Timpanaro (La Nuova Italia, 1974, ripubblicato nel 2003 da Bollati Boringhieri). Ma consiglio vivamente la lettura del libro per intero, anche perché di Timpanaro parleremo ancora: sottolineo qui quel “ma vera” nel titolo del terzo capitolo. (*)
Sul punto 2, a mostrare l’infallibile capacità di autoanalisi del maestro viennese basti questo pezzo sugli effetti della cocaina, che Freud sperimentò entusiasta. Ne tratta in Über Coca:
“L’assunzione di una dose unica o ripetuta non provoca il desiderio irresistibile di usare ancora altra sostanza; al contrario, si prova una specie di immotivata avversione nei suoi confronti”.
In termini peggiori stanno le cose a proposito del punto 3: è ormai ben documentato il lavoro di occultamento di risultanze scientifiche non gradite operato da Freud e, per anni e anni, dai suoi consettari. Per indicazioni bibliografiche si veda la mia antologia.
 
(*) Timpanaro ne ha anche per Lacan. Pagina 47, nota 5: “Devo confessare che persisto, inguaribilmente, a credere che negli scritti di Lacan la ciarlataneria e l’esibizionismo prevalgano di gran lunga sulle idee, magari discutibili ma comprensibili: dietro le cortine fumogene c’è, a mio parere, il vuoto”
 

Da Il lapsus freudiano (di Sebastiano Timpanaro)


Pedestre (ma vera) spiegazione di una citazione lacunosa


All’inizio della Psicopatologia della vita quotidiana, prima che la trattazione si frantumi in una gran quantità di esempi, discussi spesso molto brevemente e inframezzati da considerazioni metodologiche - le quali verranno poi riprese e sviluppate nell’ultimo capitolo -, vi sono due ampie trattazioni di lapsus, a ciascuna delle quali è dedicato un intero capitoletto. Sembra sicuro che questa struttura del libro non sia dovuta soltanto a vicende esteriori, alla complessa stratificazione cronologica della composizione, ma che, nelle intenzioni di Freud, quei due primi esempi abbiano la funzione di creare nel lettore, presumibilmente incredulo o renitente, una persuasione iniziale nella giustezza e fecondità del metodo. Crediamo perciò opportuno soffermarci anche noi più su essi che sugli esempi successivi. Incominciamo dal secondo perché ci sembra che alcuni difetti di metodo, particolarmente visibili nella spiegazione freudiana del secondo, aiutino a comprendere meglio la debolezza della spiegazione del primo caso e di altri esaminati nel séguito dell’opera.
 
Un giovane ebreo austriaco, col quale Freud attacca conversazione in viaggio, si lagna della condizione d’inferiorità in cui sono tenuti gli ebrei in Austria-Ungheria: la sua generazione, egli dice, è “destinata ad atrofizzarsi, non potendo sviluppare i suoi talenti né soddisfare i suoi bisogni”. Si accalora nel parlare di questo problema, e vuol concludere il suo “discorso appassionato” (così, con una punta di bonaria ironia, lo chiama Freud) col verso che Virgilio fa pronunziare a Didone abbandonata da Enea e prossima al suicidio: Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor (Eneide, IV 625). Ma la memoria gli fa difetto, ed egli riesce soltanto a dire Exoriare ex nostris ossibus ultor: cioè omette aliquis e inverte le parole nostris ex.
 
Come si spiega il duplice errore? Il più mediocre dei filologi non troverebbe difficoltà a darne una spiegazione. Come già abbiamo accennato, chiunque abbia a che fare con trasmissione scritta o orale di testi (comprese le citazioni a memoria), sa che essi sono esposti a un costante pericolo di banalizzazione. Forme espressive più arcaiche, più auliche, più ardite stilisticamente, più lontane, quindi, dal patrimonio linguistico-culturale di colui che trascrive o cita, tendono ad essere sostituite da forme di uso più comune. Il processo di banalizzazione può colpire più particolarmente aspetti grafici della parola (grafie come studj, havere diventeranno facilmente, in una copia eseguita oggi o ancor più in una citazione scritta a memoria, studi e avere), può colpire fatti fonetici (accade cento volte di leggere o di sentire citato un famoso verso ariostesco nella forma “O gran bontà de’ cavalieri antichi!” e non antiqui, sebbene la forma più arcaica sia garantita anche dalla rima del terzo e quinto verso di quell’ottava), fatti morfologici (“enno dannati i peccator carnali”, scrisse Dante, Inf. V 38, ma in vari manoscritti della Commedia si trova sono, o eran, o altre banalizzazioni, cfr. l’edizione critica del Petrocchi), lessicali (ancora in Dante l’arcaico aguglia è stato quasi sempre in alcuni codici, ed è tuttora in citazioni poco accurate di moderni, soppiantato dal più consueto aquila), infine fatti sintattici o sintattico-stilistici [...] Abbiamo citato volutamente esempi elementarissimi; ma spesso la banalizzazione assume aspetti assai più complessi, che investono l’intero contesto e non la parola singola. Spesso è anche difficile, e talvolta, come abbiamo accennato, impossibile stabilire se si tratti di banalizzazione inconscia o di alterazione consapevole; ma certo in moltissimi casi la consapevolezza è esclusa, e ciascuno di noi, andando a controllare un testo già citato a memoria o anche trascritto da lui stesso, deve quasi sempre constatare di aver commesso un certo numero di sviste, consistenti per lo più, appunto, in banalizzazioni. Per molto tempo, da ragazzo, io credetti che nel sonetto In morte del fratello Giovanni il Foscolo avesse scritto: “...mi vedrai seduto / su la tua tomba, o fratel mio”, invece che “su la tua pietra“: una evidente banalizzazione (pietra nel senso di pietra tombale non appartiene al linguaggio comune), che avevo compiuto inconsciamente, forse fin dalla prima volta che mi era toccato imparare a memoria quel sonetto.
 
Ora, nel verso di Virgilio citato dal giovane interlocutore di Freud il costrutto exoriare aliquis... ultor - sia che s’intenda aliquis come soggetto e ultor come predicativo del soggetto: “qualcuno... come vendicatore”, sia ultor come soggetto e aliquis come suo attributo: “un qualche vendicatore” - è fortemente anomalo. L’anomalia consiste nella coesistenza della seconda persona del verbo col pronome indefinito aliquis: Didone dà del tu a codesto futuro vendicatore, come se lo vedesse dinanzi a sé, profeticamente, già ben individuato; e nello stesso tempo esprime con quell’aliquis (e anche, poco dopo, col verso 627: nunc, ohm, quocumque dabunt se tempore vires, “sùbito, in avvenire, in qualunque tempo si offriranno forze sufficienti”), la sua indeterminatezza. La frase di Didone è, insieme, un augurio, vago come tutti gli auguri (“venga, presto o tardi, qualcuno che mi vendichi”), e una profezia implicita dell’avvento di Annibale, il vendicatore al quale certamente Virgilio, scrivendo post eventum, pensava, e al quale dovettero sùbito pensare i lettori antichi dell’Eneide (“allude ad Annibale”, spiega Servio nel suo commento, risalente alla tarda antichità). In tedesco, cioè nella lingua del giovane interlocutore di Freud, un simile costrutto è pressoché intraducibile alla lettera; la stessa difficoltà, del resto, si presenta in italiano, in francese e in inglese. Qualcosa bisogna sacrificare: o si vuole soprattutto mantenere il carattere di augurio misteriosamente indeterminato, e allora bisogna rendere exoriare con una terza anziché con una seconda persona singolare (“sorga un vendicatore” ecc.); o si vuole conservare l’immediatezza e la forza direttamente evocatrice della seconda persona singolare, e allora bisogna, se non sopprimere, stemperare alquanto l’aliquis (“sorgi, o vendicatore, chiunque tu sia.,.”; “sorgi, ignoto vendicatore...”). Alla prima soluzione, per esempio, si appigliò Wilhelm von Hertzberg, un filologo e traduttore che ebbe qualche fama nel secondo Ottocento: “Mög’ aus meinem Gebein sich einst ein Rächer erheben”. Alla seconda, sopprimendo addirittura l’aliquis, era ricorso precedentemente un poeta e traduttore autentico, Johann Heinrich Voss: “Aufstehn mögest du doch aus unserer Asche, du Rächer”. Più liberamente ancora, ma pur sempre rinunziando a rendere l’effetto stilistico-passionale del testo latino, Friedrich Schiller, in una traduzione-rifacimento del quarto libro dell’Eneide, aveva scritto: “Ein Rächer wird aus meinem Staub erstehn”: qui va perduto sia il carattere di augurio, sia l’invocazione diretta al vendicatore. [...]
 
Ma se filologi e traduttori, alle prese direttamente col testo, erano consapevoli dell’intraducibilità dell’espressione virgiliana, un giovane austriaco di media cultura, per il quale le parole di Didone costituivano con ogni probabilità soltanto una lontana reminiscenza ginnasiale, era portato, inconsciamente, a banalizzare il testo di Virgilio, cioè ad assimilarlo alla propria sensibilità linguistica. L’eliminazione inconscia di aliquis corrisponde appunto a questa tendenza: exoriare ex nostris ossibus, ultor è una frase perfettamente trasponibile in lingua tedesca, senza forzature. Non a caso la citazione “semplificata” del giovane austriaco viene a coincidere con la versione, riportata qui sopra, del Voss. [...]
 
C’è di più. Mentre talvolta la banalizzazione si attua mediante sostituzione di un’espressione più facile ad una più difficile, o mediante aggiunta di parole chiarificatrici che nel testo originale erano sottintese, nel nostro caso essa si concreta in una riduzione del testo originario, ossia nella soppressione inconscia di aliquis. Ora, aliquis era esposto ad essere omesso anche per un motivo più generale, cioè perché, tra tutte le parole del verso virgiliano (prescindendo dalla preposizione ex, sulla quale ritorneremo verso la fine di questo capitolo), è l’unica non strettamente necessaria al senso. Sopprimiamo exoriare, o nostris ossibus, o ultor, e il verso di Virgilio diviene privo di senso: sopprimiamo aliquis, e il verso risulterà, certo, danneggiato metricamente ed esteticamente, ma continuerà ad avere un senso, anche in rapporto all’uso polemico che intendeva farne il giovane ebreo. [...]
 

Didone, san Gennaro e lo spettro di una gravidanza indesiderata


A questo punto, per me, e forse per qualsiasi altro studioso di critica testuale, il duplice errore di citazione compiuto dall’interlocutore di Freud è spiegato in modo soddisfacente. La spiegazione non ha, certo, nulla di brillante né di particolarmente intelligente (e se l’ho esposta con tanta minuzia, è perché il presente lavoro, come ho già detto, aspirerebbe a riuscire chiaro anche a freudiani che non si siano mai occupati di filologia); ma è la più semplice ed “economica” possibile. In che senso ed entro quali limiti sì ha il diritto di considerarla una “spiegazione”? Su questo punto - che investe il concetto stesso freudiano di spiegazione o interpretazione - ritorneremo nel capitolo 7. Esaminiamo, intanto, la spiegazione del tutto diversa data da Freud. Freud sottopone il giovane austriaco, col suo consenso, a una piccola “analisi”. Non si tratta, è ovvio, di una vera seduta psicanalitica - così come, in generale, la Psicopatologia della vita quotidiana non si occupa di vere nevrosi, ma di quei meccanismi “micronevrotici” che si verificano anche nelle persone fondamentalmente sane -. Tuttavia la tecnica usata per risalire alla causa del disturbo della memoria è, anche qui, quella delle “libere associazioni”. Freud dice: “La devo pregare di comunicarmi sinceramente e non criticamente tutto quanto Le viene in mente fissando la Sua attenzione sulla parola dimenticata, ma senza una determinata intenzione”. Ed ecco che al giovane ebreo, opportunamente guidato (ma su ciò torneremo fra poco) dalla maieutica di Freud, viene in mente, partendo da a-liquis, la serie Reliquien - Liquidation - Flüssigkeit - Fluid; e poi san Simonino, il bambino la cui uccisione era stata calunniosamente attribuita nel secolo xv agli ebrei, e le cui reliquie erano state viste tempo addietro a Trento dal giovane ebreo; e poi - attraverso una serie di santi su cui avremo ancora occasione di dire qualcosa - san Gennaro, e il relativo miracolo del sangue raggrumato che ridiventa liquido, e l’emozione che assale i napoletani più superstiziosi se tale liquefazione tarda a verificarsi, e che si estrinseca in pittoresche invettive e minacce rivolte al santo; e infine il fatto che il nostro giovane era anche lui ossessionato al pensiero di un “mancato sgorgo di liquido”, poiché temeva di aver messo incinta una signora italiana con la quale era stato, fra l’altro, a Napoli, e da un giorno all’altro si aspettava di ricevere la conferma dei propri timori. Ma c’è di più: tra i santi che vengono in mente al giovane dopo san Simonino c’è anche sant’Agostino; e Augustinus e Ianuarius ci riportano tutte due al calendario (agosto e gennaio), cioè a scadenze di date che dovevano suonare sinistramente al giovane timoroso di divenire padre (che i due mesi fossero molto distanti l’uno dall’altro, e che la distanza non fosse, d’altra parte, quella dei fatidici nove mesi, poco importa). E ancora: Simonino era un santo bambino: altra idea spiacevolissima. Ed era stato ucciso ancora piccolo: si affaccia la tentazione dell’infanticidio, ossia dell’aborto equiparato ad un infanticidio. “Lascio giudicare a Lei - conclude Freud soddisfatto - se tutti questi rapporti possano spiegarsi col caso. Io Le posso dire, comunque, che tutti i fatti analoghi, se analizzati, portano ad altrettanti stranissimi ‘casi’ ”. È davvero così ferrea come sembrava a Freud - e come, per quel che mi risulta, sembra tuttora ai freudiani o almeno alla maggior parte di essi - la concatenazione che dalla dimenticanza di aliquis nel verso virgiliano conduce il giovane ebreo alla confessione del timore che lo assillava in quei giorni? A me pare di no; mi pare, anzi, che pochi procedimenti siano, al di sotto del brillante fuoco d’artificio, cosi antiscientifici come quello seguito in questo caso, e in tanti casi analoghi, da Freud. Le “associazioni” alle quali Freud, secondo il suo noto metodo, lascia che si abbandoni il paziente sono di vario genere: somiglianze foniche tra parole di significato del tutto diverso e appartenenti anche a lingue diverse (per es. tra aliquis e Reliquien); affinità di significato tra parole fonicamente non simili (poco importa, anche qui, se appartenenti alla stessa o a più lingue: per es. tra Liquidation e Flüssigkeit-Fluid); connessioni concettuali e fattuali dei più diversi tipi (Simonino, Agostino e Gennaro sono tutt’e tre santi; san Gennaro è connesso con Napoli, e il miracolo di san Gennaro consiste nella liquefazione del sangue, ecc). Non si tratta di contestare, in astratto, la possibilità di tutti questi tipi di associazioni [...] : si tratta di renderci conto che, attraverso una gamma così vasta di passaggi, si può arrivare da qualsiasi punto di partenza a un medesimo punto di arrivo.
 
Se tra la dimenticanza di aliquis e il timore della gravidanza della signora napoletana ci fosse effettivamente stato un rapporto causale (e di una causalità stretta: Freud nell’ultimo capitolo, come del resto in tutte le esposizioni del proprio concetto di sintomo nevrotico, parla di determinismo, per quanto ciò possa suonare spiacevolmente “ottocentesco” agli odierni freudiani), bisognerebbe inferirne che il giovane austriaco doveva dimenticare, o ricordare in modo alterato, o inserire in un contesto che non la richiedeva, per l’appunto quella parola e non un’altra. [...] Dobbiamo dunque aspettarci che facendo una serie di controprove - supponendo, cioè, la dimenticanza di un’altra parola qualsiasi di quel verso dell’Eneide - i conti non tornino, o tornino peggio che nell’episodio “autentico” narrato da Freud.
 
Ebbene, supponiamo che, invece di aliquis, il giovane austriaco avesse dimenticato la parola exoriare, “sorgi”. Non avrebbe avuto difficoltà a passare dall’idea del “sorgere” a quella della “nascita” (exorior può avere tutt’e due i significati): la nascita, ahimè, d’un bambino, da lui tanto temuta. Supponiamo che avesse dimenticato nostris: l’aggettivo latino noster gli avrebbe fatto venire in mente il Pater noster dei cattolici (abbiamo visto che anche nell’episodio “autentico”, sebbene Freud e il suo interlocutore siano entrambi ebrei, è fatto largo uso di associazioni d’idee tratte dalla religione cattolica), e da Dio Padre si sarebbe facilmente passati ai santi, e, di santo in santo, a san Gennaro e alla temuta amenorrea della signora; oppure, più immediatamente, il riferimento al Padre che sta nei cieli avrebbe risvegliato nel nostro uomo il timore di diventare presto padre su questa terra. Supponiamo che avesse dimenticato ossibus: le ossa sono tipiche reliquie di santi cattolici, e, una volta approdati a reliquie di vario genere, la via era di nuovo aperta verso san Gennaro; oppure da os “osso” la mente del giovane dotato di buona cultura poteva trascorrere a os “bocca” (con la vocale o lunga), e ai baci appassionati tra lui e la signora, e a tutto ciò che di più compromettente ne era seguito (magari con una di quelle digressioni poliglotte, che tanto piacevano a Freud, sull’uso eufemistico del verbo baiser in francese). E se, infine, l’amnesia avesse colpito ultori Anche in questo caso più itinerari erano possibili. Ultor non è, come suono, troppo distante da Eltern (“genitori” in tedesco), e questa parola avrebbe ricondotto il nostro giovane al doloroso pensiero di se stesso e della signora come genitori del bambino che, forse, era già stato concepito. Oppure il desiderio-minaccia (analogo a quello dei devoti di san Gennaro) che entro breve tempo le mestruazioni avvenissero, altrimenti..., avrebbe potuto prender corpo nella parola Ultimatum, anch’essa fonicamente non lontana da ultor. O ancora, il concetto di “vendetta”, espresso dalla parola ultor, avrebbe potuto far venire in mente al giovane, una volta di più, il malaugurato san Simonino, col contorno di propositi di vendetta che i cattolici avevano calunniosamente attribuito agli ebrei per dar pretesto alla loro vendetta contro gli ebrei stessi, e, quindi, con la tentazione di infanticidio-aborto di cui sopra.
 
Sono, queste che io mi sono divertito a escogitare (e che potrebbero essere variate e accresciute a piacere), delle connessioni grottesche? Certo, lo sono. Ma sono davvero meno grottesche e meno “casuali” (nel senso che chiariremo meglio tra poco) le connessioni attraverso le quali Freud spiega, o fa spiegare al suo interlocutore, la dimenticanza di aliquis? [...]
 
Sebastiano Timpanaro
 

Postilla sul lavoro del correttore


Mentre sistemavo la citazione (dalla prima ristampa riveduta, del giugno 1975, la prima edizione è del novembre 1974) il correttore ortografico del mio Word Processor mi ha avvertito che l’“inframezzati” che trovate all’inizio era stampato “inframezzzati”, con tre zeta. L’innocente refuso era evidentemente sfuggito anche al grande filologo. Ma al software (realizzato su indicazione di un pedante normalizzatore, come chiunque può verificare) la parola non va bene neppure emendata della zeta sovrabbondante: la parola resta sottolineata in rosso perché si pretenderebbe il più comune “inframmezzare”, con due emme. Ho controllato la recente ristampa della Bollati Boringhieri (ottobre 2003) e, stupìto, ho trovato accolta la banalizzazione proposta dal WP. Sembra quindi che ormai la correzione delle bozze sia un processo totalmente automatizzato: chissà che ne penserebbe Timpanaro...