Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 339 (11.9.2006) In memoria di Graziano Grazzini

Questo numero


Riprendiamo dopo la pausa estiva con una brutta notizia e due pezzi sull’anniversario: il primo è una riflessione di Leonardo Tirabassi, il secondo, che ci ha inviato Enrico Delfini, è il testo dell'omelia funebre per il cappellano dei vigili del fuoco di New York, morto sotto le torri gemelle l'11 settembre.
 

Graziano Grazzini è morto


Mercoledì scorso, per un infarto fulminante è morto, a cinquant’anni, l’amico Graziano Grazzini. Graziano, che collaborava fin dall’inizio a questa NL, apparteneva a Comunione e Liberazione ed era capogruppo di Forza Italia al consiglio provinciale di Firenze. Essendo fuori città non ho potuto partecipare direttamente alle esequie, ma mio figlio me ne ha descritte la grande commozione e l’enorme partecipazione: i suoi quattro figli si sono potuti forse rendere conto meglio di chi era loro padre. Insieme a lui, negli ultimi mesi, un gruppo di amici, molti dei quali noti ai lettori, stava lavorando ad un progetto culturale che riproponesse le idee della libertà e del ritorno al reale in questa waste land del socialismo appenninico, là dove ogni pensiero si spegne. La perdita di Graziano ci rende tutto più difficile ma è anche uno sprone a continuare.
 
Graziano Grazzini

 

Cinque anni dall'11 settembre (di Leonardo Tirabassi)


fonte:www.ragionpolitica.it/testo.6405.html

Sono già passati cinque anni da quell'11 settembre, simbolo di una di quelle rare fratture epocali riconoscibili anche dai contemporanei, senza bisogno del filtro del tempo. E quindi è ora di bilanci. Bilanci sullo stato della guerra ad Al Qaida, al terrorismo islamico fascista, bilanci sulla situazione in Iraq, in Afghanistan, in Libano, sulla questione israelo-palestinese, sulla sicurezza del mondo e degli Stati Uniti. E, in primo luogo, esame all'unica risposta strategica, quella dell'amministrazione Bush, alla nuova minaccia terroristica. Compito arduo. Se cinque anni per i tempi delle democrazie high tech sono un'enormità, non si può dire lo stesso per la storia, le ideologie, per le visioni millenaristiche. E questa è la prima difficoltà: due mondi, due mentalità si stanno confrontando. Quella di chi guarda al tempo come ad una risorsa disponibile, infinita perché misurata sui parametri della fede plurisecolare per cui questa guerra è una delle tante battaglie nel corso della lotta tra bene e male, nel Jiahd verso il nuovo califfato e chi, invece, ha a disposizione una sola vita, per cui il tempo è una risorsa scarsa.
L'Occidente ha fretta, vuole risposte immediate e certe. Qui in Medio Oriente invece siamo nel ciclo dell'eterno ritorno. Libano 1982, lo sbarco di forze internazionali per la pacificazione; Libano 2006... (per noi italiani abituati all'eterno ripetersi dei problemi, «La questione meridionale» su tutti, la comprensione di questa asimmetria, abisso tra percezioni opposte, dovrebbe essere più facile se non ci si fossero messi in mezzo i sogni napoleonici; il tutto condito con parole roboanti, assertive e risolutorie in una situazione dove tutto è sfuggente, ambiguo, celato).
Si valuta allora dopo cinque anni la strategia o la sua applicazione, lo stato dell'arte tattico o i presupposti dottrinari? Io non credo che sia sufficiente questo lasso di tempo per valutare una strategia complessa come quella dell'amministrazione americana per il Medio Oriente. E questo forse è il primo dato certo di questa guerra. Spesso si è parlato di asimmetria pensando in primo luogo alla disparità delle forze in campo, alla non riconducibilità dei combattenti terroristi a uno stato sovrano e alla voluta non distinzione tra obiettivi civili e militari. Poco si è fatto attenzione però al fattore tempo. Ma l'impazienza moderna porta con se il tema del consenso, strettamente legato alla democrazia: i risultati devono essere subito visibili just in time. Altrimenti, vi è il baratro del fallimento. Ce la facciamo ad aspettare? Gli Stati Uniti, forse il Paese con più possibilità di comprendere la natura millenaristica di questa guerra, ma anche il più moderno che ha fatto della velocità la sua filosofia di vita, possono permettersi la pazienza rivoluzionaria delle fedi assolute?Al terrorismo, alle guerriglie basta poco. E' sufficiente non perdere, rimandare lo scontro e il gioco è fatto. Ma non è così per le democrazie sovrane.
Tempo e disponibilità all'orrore della guerra assoluta. Ecco le risorse infinite, o quasi, del terrorismo islamico fascista. Questi sono i fattori profondi dell'asimmetria, capaci di rendere impotente qualsiasi paese moderno. E' così dalla seconda guerra mondiale, lo sanno bene i francesi con la guerra d'Indocina, l'Algeria, poi gli americani con il Vietnam e per ben due volte Israele ha dovuto fare i conti con questa contraddizione in Libano. «Colpire il nemico nel centro di gravità delle sue forze, la volontà. Indurlo a risposte rabbiose, irrazionali». Questa è la strategia, razionalissima, di Bin Laden, degli Hezbollah, di Hamas e di tutti i terrorismi che punta sulla disparità del fattore tempo e sull'erosione del consenso. Ecco ciò che mina la determinazione dell'Occidente, non la paura del nemico, come si è creduto superficialmente. L'Oriente ha capito bene la lezione e la usa con saggezza come il gatto con il topo, unendo dissimulazione e durezza, guerra e diplomazia.
Al fattore tempo è strettamente legato uno dei pilastri della dottrina Bush, la preemption. La fine della guerra fredda ha portato con sé l'inutilità di una grande strategia forgiata sul confronto di due superpotenze e fondata su due concetti centrali, deterrenza e contenimento. Il merito indiscutibile della dottrina Bush è di aver con prontezza notevole proposto una strategia sostitutiva basata sui concetti di preemption, disponibilità all'unilateralismo e egemonia. Ma i due limiti strutturali, sistemici, della mancanza di tempo e del paradosso della forza, del gigante impotente, consigliano prudenza, consigliano di applicare col contagocce il principio della guerra preventiva. Nelle guerre contro le guerriglie e il terrorismo infatti, uno stato democratico che si ispira ai valori umanitari non può usare le armi di annientamento del nemico di cui pure dispone, non può dispiegare tutta la sua forza contro un avversario che si fa scudo dei civili. L'ultima guerra del Libano è la riprova di questo paradosso (e per giunta questa era una guerra legittima secondo le regole del diritto internazionale, trattandosi di un attacco proveniente da uno stato contro un altro stato sovrano). Casus belli, «la pistola fumante» degli anglosassoni, legittima difesa, consenso internazionale, perdite limitate, velocità sono elementi costituenti la cornice di riferimento strutturale di ogni nuova strategia che si voglia far funzionare. Occorrono tutti o quasi: appena si determina l'assenza di uno solo, tanto più forti devono essere gli altri. Per l'Iraq così non è stato: qui si è assistito prima al venir meno della legittimazione internazionale - si pensi al voto contrario del Consiglio di Sicurezza dell'Onu - all'attacco americano, poi con l'assenza del ritrovamento delle armi di distruzione di massa (altro fallimento dell'intelligence) è scomparso anche il casus belli per finire con la non prevista guerra civile scatenata da Al Qaida e dall'Iran.
L'insegnamento da trarre è relativamente semplice: le guerre preventive devono avere obiettivi chiari e determinati, «quantificabili», per usare il gergo del business. E' stato così quando Israele nel 1981 bombardò il reattore nucleare di Osirak in Iraq: un obiettivo riconoscibile da colpire con una azione. Ed esempio un po' più zoppo, come gli Usa hanno agito in Afghanistan contro Al Qaida e i Talebani. L'Iraq invece è un caso di confusione strategica notevole, troppi obiettivi, trovare le armi di distruzione di massa e impedirne l'uso, deporre Saddam Hussein e instaurare la democrazia, a cui non hanno corrisposto oltretutto adeguate risorse. Se poche migliaia di uomini sono sufficienti per sconfiggere un esercito demotivato e tecnologicamente agli anni Cinquanta, non bastano certo a controllare un territorio vasto e problematico come l'Iraq, circondato inoltre da vicini minacciosi come l'Iran e la Siria. Non si può costruire la democrazia se non si sa su quali leadership contare, non si può sciogliere l'esercito irakeno e non avere truppe sufficienti e la disponibilità alla legge marziale. Non si può essere allo stesso tempo liberatori e non riuscire né a impedire le stragi quotidiane né garantire i servizi essenziali e così via di errore in errore. Ecco la contraddizione fino ad oggi irrisolta, il nodo gordiano che la «dottrina Bush» deve tagliare. Ruolo imperiale, esportazione della democrazia, guerra preventiva, uso moderato della forza, rapidità d'azione, necessità di non perdere il consenso interno fanno a pugni tra loro. Ma prima di tutto l'esportazione della democrazia è obiettivo di ben altra natura della sicurezza.
Non si tratta di rinunciare all'idealismo wilsoniano, alla moral clarity. Bush ha capito due punti centrali sul nemico islamico fascista. Punto uno: contro i predicatori di morte disposti al suicidio, la deterrenza non funziona. A differenza del terrorismo europeo, il Jiahd mette in discussione l'esistenza stessa dell'avversario. Punto due: gli attacchi furibondi di una parte dell'Islam politico sono frutto di una visione distorta della modernità, rappresentano un tentativo folle di fare i conti con la globalizzazione; solo inserendo il mondo islamico musulmano nell'alveo delle libertà umane, civili, politiche e economiche si può risolvere questo stato di cose. Alla democrazia non c'è alternativa. Il processo, come dimostra l'Iraq, non sarà né facile né veloce, né indolore. Queste le critiche sul versante americano, ma gli errori hanno avuto anche un effetto disastroso sulla pubblica opinione musulmana, araba o iraniana che sia.
L'assenza di armi di distruzione di massa ha alimentato l'idea che la guerra fosse stata scatenata per motivi diversi da quelli dichiarati: per mettere le mani sul petrolio, per sostenere Israele o addirittura per condurre guerra all'Islam. Il risultato è stato che nelle percezioni del mondo islamico fenomeni tra loro diversi e senza collegamento come il conflitto israelo-palestinese, l'Afghanistan, l'Iraq, il Libano, il Kashmir, la Cecenia, il petrolio, Abu Ghraib si sono saldati assieme formando una visione unitaria. Tutto si tiene alimentando il solito vittimismo paranoico dove tutti i mali che affliggono il proprio mondo provengono dall'esterno, dalla persecuzione scatenata dal Grande Satana.
Ma davanti alle difficoltà, agli errori e, perché no?, alle sconfitte, bisogna ricordarsi che la nuova visione strategica americana è stata ideata e applicata nel giro di pochi mesi dopo un evento inatteso, quell'orribile 11 settembre 2001, mentre, dopo la seconda guerra mondiale, si dovettero aspettare più di due anni per avere la formulazione della dottrina Truman in grado di fronteggiare l'Unione Sovietica, e non si trattava certo di un nemico sconosciuto svelatosi nello spazio di un tragico giorno sui cieli di New York.
Leonardo Tirabassi
 

Omelia di Fr. M.Duffy OFM per Fr. Mychal Judge OFM


New York City, 15 settembre 2001
Traduzione di Enrico Delfini

Eminenza, Sig. Presidente, Padre Provinciale, familiari e amici di Padre Mychal Judge, buongiorno ad ognuno di voi e benvenuti a questa celebrazione. E questa è una celebrazione. Il mio primo pensiero sia per le sorelle di Mychal, Dympna e Erin. I nostri cuori sono con voi in tutti questi giorni e nei giorni a venire.
Dopo tutto quello che è stato scritto su Padre Mychal Judge sui giornali, dopo tutto quello che è stato detto di lui alla televisione, i complimenti, le manifestazioni d’affetto, il grande tributo che gli è stato reso la notte scorsa alla Veglia solenne, io sono di fronte a voi a onestamente sento che il predicatore al funerale di Madre Teresa aveva un compito più facile del mio. [risate]
Noi Francescani abbiamo davvero molte tradizioni. Voi, che ci conoscete, sapete che alcune sono strane, altre sono buone. Non so questa a quale categoria appartiene. [risate]
Una delle nostre tradizioni è che viene dato a ciascuno di noi un foglio di carta. Il titolo in testa alla pagina dice: “Nell’occasione della tua morte”. Notate, non dice “nel caso che tu muoia”. [risate] Tutti noi sappiamo che il non è questione di se, ma è questione di quando. E in questo foglio di carta c’è un elenco di categorie che ognuno di noi deve riempire: dove vogliamo che sia celebrato il nostro funerale, che letture ci piacerebbero, quale musica, dove ci piacerebbe essere sepolti.
Mychal Judge aveva scritto, vicino alla voce predicatore, il mio nome. Mike Duffy. Non lo sapevo fino a mercoledì mattina. Ne sono rimasto scosso, scioccato…per un motivo, come potete vedere da questa assemblea, M.Judge conosceva migliaia di persone, si può dire che conosceva tutti al mondo. E se c’era qualcuno che lui non conosceva, ora tutti conoscono lui, ne sono sicuro.
Certamente aveva amici più intellettuali di me, certamente più santi di me, persone più conosciute. E così sono rimasto con questo pensiero, perché io… e sono giunto alla conclusione che io ero solo e semplicemente suo amico… e sono onorato di essere chiamato tale.
Dico sempre ai miei volontari in Philadelphia che nella vita, si è davvero fortunati se si hanno quattro o cinque persone che si possono chiamare amici. Con cui dividere ogni pensiero, della cui compagnia gioire, da cui stare lontani e separati, e poi tornare insieme ripartendo dallo stesso punto in cui ci si era lasciati. Essi perdoneranno i vostri errori e riconosceranno le vostre virtù. Mychal Judge era una di queste persone per me. E credo e spero di esserlo stato per lui…
Noi come nazione abbiamo passato quattro giorni terribili e sembra che non debbano finire. Papa Giovanni Paolo ha chiamato martedì un giorno nero nella storia dell’umanità. Ha detto che è stato un terribile affronto alla dignità umana. Nelle nostre emozioni collettive, nelle nostre coscienze, tutti sentiamo le stesse cose dopo martedì mattina.
Stavo girando con un pulmino per Philadelphia a raccogliere cibo per la mensa della carità, quando ho cominciato a sentire le notizie, una dopo l’altra, dopo l’altra. Come tutti voi . Tutti abbiamo avuto le stesse emozioni… Erano le due di pomeriggio quando sono rientrato alla mensa della carità, e mi sentivo davvero distrutto per gli avvenimenti. Alle 4 e mezzo, ho ricevuto una telefonata dal mio caro amico Padre Ron Pecci. Stavo servendo il pasto ai senza casa. Sono stato chiamato al telefono. Mi ha detto: “è successo” gli ho detto: “cosa?” mi ha detto “Mychal Judge è morto”.
In quel momento alle mie affaticate emozioni accadde spiritualmente quello che era accaduto fisicamente alle torri del World Trade poche ore prima. E ho sentito dentro di me… il mio spirito collassare completamente al suolo… ridotto ad una massa di detriti in fondo al mio cuore. Mi sono seduto sui gradini della cantina, col telefono ancora all’orecchio e abbiamo pianto per 15 minuti.
Più tardi quel giorno, ero nella mia camera. Mi tenevo la testa fra le mani, alla mia scrivania, e un frate molto santo, col quale ho il privilegio di vivere, Padre Charlie Finnegan, con delicatezza ha fatto scivolare un foglio di carta davanti a me, sussurrando “Questo è stato scritto migliaia di anni fa nel mezzo di una tragedia nazionale. E’ una citazione dal Libro delle Lamentazioni.”
“I favori del Signore non si esauriscono. La sua misericordia non passa. Ogni mattina si rinnova. Grande è la sua fiducia. Mi affiderò sempre a Lui” Ho letto quella citazione e ho pensato e ascoltato, contemplato. Ho pensato ad altri passaggi nel Vangelo che dicono: il male non trionferà, che nell’ora più buia in cui Gesù giace morente sulla croce, quella sofferenza porta alla resurrezione.
Ho letto e ho pensato che la luce è meglio del buio, la speranza meglio della disperazione. E pensando alla mia fede e alla fede di Mychal Judge e a tutto ciò che mi aveva insegnato e alle scritture… ho cominciato a sollevare spiritualmente la testa e ancora una volta ho cominciato a vedere le stelle. E’ così che ho trovato il coraggio di stare qui in piedi di fronte a voi a celebrare la vita di Mychal. Perché è la sua vita che parla, non la sua morte. E’ il suo coraggio dimostrato martedì che parla, non la mia paura. E’ la sua speranza e la sua fede nella bontà di ogni persona che parla, non la mia disperazione. Sono qui a parlare del mio amico.
E’ stato scritto tanto su di lui, che sono sicuro che conoscete la sua storia. Era un NewYorker al cento per cento. Come sapete era nato a Brooklyn... Be’ , forse qualcuno di voi non lo sa, era gemello. Dympna è sua sorella gemella... Egli era nato l’11 maggio, lei era nata il 13 [risate] Anche nella nascita, Mychal doveva essere speciale. [risate] Non faceva niente in modo normale, no. [risate]
Crebbe giocando a baseball e andando in bicicletta come tutti i ragazzini. Poi, come avete sentito raccontare tante volte, prese il lucido da scarpe, le spazzole e una borsa e via in bicicletta, e di fronte al Flatiron Building, lucidò scarpe per fare un po’ di soldi in più, mentre era un bambino. Ma molto presto nella sua vita, quando era un teenager, e questo è un po’ più inusuale, a causa della fede in cui credeva, quella che la madre e le sorelle gli avevano consegnato, a causa del suo amore per Dio e per Gesù, capì che gli sarebbe piaciuto essere un Francescano per il resto della vita. Così, ancora ragazzo, si unì ai frati. E non mollò mai. Non mollò mai perché il suo spirito era veramente, puramente francescano, semplice, pieno di gioia, amante della vita e del sorriso. Fu ordinato nel 1961 e passò molti anni come parroco nel New Jersey, East Rutherford, Rochelle Park,West Milford. Passò un po’ di tempo in un collegio a Siena, un anno credo a Boston.
E poi tornò nella sua amata New York; il suo cuore non aveva in realtà mai lasciato la città. Lo conobbi dieci anni dopo che era stato ordinato. Io sono stato ordinato, e questo è un poco ironico…il mio trentesimo anniversario dell’ordinazione era Martedì 11 settembre. E’ sempre stato un giorno felice per me, ma credo che da ora in poi, sarà qualcosa di misto. La mia prima destinazione fu molto felice. Fui inviato a West Rutherford, New Jersey, e Mychal era là impegnato nelle opere parrocchiali. Naturalmente, ero fresco di seminario, dove avevo imparato un sacco di teoria. Si impara tanta sapienza, ma bisogna trovarsi realmente a faccia a faccia con la gente per sapere come comportarsi e come mettere realmente in atto il nostro ministero. Arrivai là, con gli occhi e le orecchie ben aperti; e Mychal Judge diventò il mio modello. Egli fu, senza saperlo, il mio mentore, e io il suo pupillo. Io guardavo come egli trattava la gente. Egli era davvero uno di loro [a people person]. Mentre noi ci davamo da fare organizzando i chierichetti, i cori, le liturgie e le decorazioni, lui era in ufficio ad ascoltare. Il suo cuore era aperto. Le sue orecchie erano aperte e in modo particolare egli ascoltava le persone con dei problemi.
Portava sempre con sé un’agenda. Aveva appuntamenti quattro o cinque settimane avanti. Poteva rientrare in dormitorio alle 11 e 30 di sera dopo aver finito il suo ultimo appuntamento; perché quando entrava in relazione con una persona, e voi tutti lo sapete, questa sentiva come se lui fosse il loro miglior amico. Quando parlava con te, tu eri la sola persona sulla faccia della terra. Amava la gente, e lo si vedeva, e la differenza era tutta qui. Puoi servire la gente, ma se non la ami, non è vero ministero. C’è una descrizione che S. Bonaventura scrisse una volta per S. Francesco, e credo si adatti benissimo a Mychal. San Bonaventura disse che San Francesco aveva una inclinazione per la compassione. Certamente Mychal Judge ce l’aveva. Un’altra cosa di Mychal Judge era che gli piaceva essere dove c’era l’azione. Se sentiva …una macchina dei pompieri o una macchina della polizia, qualsiasi notizia, doveva scappare. Amava esser dove la gente era attiva, dove c’era una crisi, così da poter inserire Dio in quello che stava accadendo. Questo era il suo modo di fare le cose.
Ricordo una volta che tornai al convento e il segretario mi disse “c’è una situazione con ostaggi a Carlstadt e Mychal Judge è già là”. Dissi “Mio Dio”. Bene, prendo la macchina e vado là. C’era un casa e un uomo al secondo piano con un fucile puntato su sua moglie che teneva tra le braccia un bimbo. Lui minacciava di ucciderla. Quando arrivai, c’erano diverse persone tutto attorno, luci, poliziotti, e un’autoscala dei pompieri. E dov’era Mychal Judge? Su per la scala, vestito da frate, proprio in cima alla scala, a parlare con l’uomo attraverso la finestra del secondo piano. Mi presi una paura da morire, perché con una mano si teneva su la veste per non inciampare. E si teneva alla scala con una mano sola. E non era neanche un tipo particolarmente agile. [risate] Io ero terrorizzato e lui, potete immaginarlo, ciondolando un po’ con la testa “Lo sai, John, forse possiamo farcela. Lo sai che non è questo il modo di fare. Perché non scendi giù che ci beviamo una tazza di caffè e ne parliamo?” Io stavo là, tutti eravamo là, e dicevamo “Adesso cade dalla scala; adesso ci scappa la sparatoria” Lui non mostrava il minimo segno di paura, e continuava a dire “Lo sai, tu sei una persona per bene, John. Non hai bisogno di fare così” Non so cosa successe, ma egli mise giù il fucile e moglie e bimbo furono salvi. Ma, ovviamente, c’erano delle macchine fotografiche. [risate] Dovunque ci fosse un fotografo nel giro di un miglio, potevate essere sicuri che l’obiettivo era puntato su Mychal Judge. [risate] Infatti avevamo l’abitudine di accusarlo di pagare il reporter di Bergen Record’s perché gli stesse sempre attorno per…[risate]
Un altro aspetto, una lezione che ho imparato da lui, dal suo modo di vivere, è la semplicità.
Egli viveva molto semplicemente. Non aveva molti vestiti. Erano sempre ben stirati, naturalmente, e puliti, ma non ne aveva molti, la sua stanza era semplice, spoglia.
Un giorno mi disse “Michael Duffy – mi chiamava sempre per nome e cognome- Michael Duffy, sai di che cosa avrei bisogno?” Io mi incuriosii, perché era molto difficile comprargli un regalo o qualsiasi altra cosa. Dissi: “di che cosa?” “Sai di cosa ho realmente bisogno?” “ No, di cosa Mike?” “Assolutamente di niente- [mormorii]- non ho bisogno di niente al mondo. Sono l’uomo più felice sulla faccia della terra.” E andò avanti per dieci minuti, a dirmi quanto si sentisse benedetto. “Ho delle belle sorelle. Ho nipoti e pronipoti. Ho la salute. Sono un prete francescano. Amo il mio lavoro. Amo il mio ministero.” E andava di lungo, e concludeva guardando al cielo e dicendo “Perché sono così fortunato? Non me lo merito. Perché sono così fortunato?” Era proprio così che sentiva la sua vita.
Un’altra caratteristica di Mychal Judge era che gli piaceva benedire la gente, intendo fisicamente. Anche se la gente non glielo aveva chiesto…
[risate]
Una vecchietta andava da lui e lui le parlava, come se fosse la sola persona sulla faccia della terra. Poi le diceva “Lasciati benedire.” Le metteva addosso le sue manone irlandesi e le premeva sulla testa tanto che la povera donna rischiava di essere schiacciata, poi lui guardava in alto al cielo e chiedeva a Dio di benedirla, darle la salute, la pace eccetera. Una giovane coppia andava da lui a dirgli “Abbiamo appena saputo che avremo un figlio.” “Oh, è meraviglioso! E’ grande!” Poi metteva la sua mano sulla pancia della donna, e chiamava Dio a benedire il bambino non ancora nato. Quando mi capitava di portare in giro i ragazzi col pullmann, al momento della partenza era sempre lì attorno. Saltava sull’autobus, guidava i giovani nella preghiera, e poi li benediva tutti per la loro sicurezza e la loro felicità, qualunque fosse la nostra meta. Se una famiglia era in crisi, marito e moglie, capitava che egli si recava da loro…e talvolta prendeva le loro mani contemporaneamente, e tenendosele strette bisbigliava una benedizione perché la crisi passasse.
Amava portare Cristo alla gente. Era il ponte tra la gente e Dio e gli piaceva esserlo. Molte volte in questi ultimi giorni, ci sono state persone che sono venute da me a dirmi, Padre Mychal ha celebrato il mio matrimonio, Padre Mychal ha battezzato mio figlio. Padre Mychal è venuto da noi quando eravamo in crisi. Ci sono tantissime cose che Padre Mychal ha fatto per la gente. Penso che non ci sia un solo registro parrocchiale in questa diocesi che non abbia il suo nome per qualche motivo, un battesimo, un matrimonio, o qualcos’altro.
Ma quello che non potete sapere, e ho piacere di dirvelo oggi perché forse può consolarvi un poco, è che era una strada a doppio senso di marcia. Voi gente pensate che lui abbia fatto tanto per voi. Ma non vedete la cosa dalla parte di chi come noi viveva con lui. Quando tornava a casa era carico di energia, nutrito, elettrizzato e pieno di vita a causa vostra.
Quando tornava a casa era capace di dirmi “Ho incontrato un giovane oggi. E’ proprio una buona persona. Ha più fede lui in un mignolo che io in tutto il mio corpo. Oh, è così una brava persona. Oh, come sono grandi.” Oppure “Oggi ho battezzato un bambino.” Solo a vedere una nuova vita, si riempiva di entusiasmo. Voglio che sappiate, e credo che anche lui sarebbe d’accordo, quanto voi avete fatto per lui. Voi avete reso felice la sua vita. Voi avete fatto di lui la persona che era per tutti noi.
Mi viene in mente quel famoso disegno di Picasso di due mani che tengono un bouquet di fiori. Lo conoscete, dico quello in cui c’è un bouquet, un piccolo bouquet, tutto colorato e c’è un mano che viene da destra e una mano che viene da sinistra. Entrambe tengono il bouquet. Ma l’artista è stato così abile da disegnare le due mani con la stessa angolazione. Così, non si può sapere chi è che sta dando e chi sta ricevendo. Ed è lo stesso modo in cui Mychal entrava in relazione con la gente. Dovreste sapere quanto avete dato voi a lui, ed è stato questo amore che lui aveva per la gente, e questo modo di entrare in relazione con la gente, che lo hanno riportato a New York City e a divenire parte del dipartimento dei Vigili del fuoco…
Egli amava il dipartimento dei pompieri e tutti i suoi uomini. Era capace di telefonarmi a notte fonda per raccontarmi tutte le esperienze che aveva avuto con loro, di quanto fossero meravigliosi, di quanto fossero buoni. Era qualcosa di davvero speciale il suo amore per i suoi pompieri di New York. E stava proprio amandoli quando è morto.
Martedì, uno dei nostri confratelli, Brian Carroll, stava camminando per la Sesta Av. E vide letteralmente l’aeroplano passargli sopra la testa a bassa quota. Poco dopo vide del fumo uscire da una delle torri. Corse in convento. Corse nella camera di Padre Mychal e gli disse “Mychal, credo che stiano per avere bisogno di te. Credo che le torri del WTC siano in fiamme.” Mychal indossava il saio. Saltò su, si tolse il saio, si mise l’uniforme, e devo dirvelo, nel caso pensiate che egli fosse troppo perfetto, trovò il tempo per pettinarsi e per darsi la lacca sui capelli. [risate]
Ma solo per un secondo, ne sono certo… Corse giù per le scale, salì in macchina con altri pompieri, andò alle Torri gemelle… Appena arrivato laggiù, una delle prime persone che incontrò fu il sindaco, Giuliani, e proprio il sindaco l’altra sera ha raccontato che Mychal Judge corse da lui ed egli, il sindaco, gli appoggiò le mani sulle spalle e disse “Mychal, per favore prega per noi.” E Mychal si voltò e con quel suo sorrisone irlandese disse “Lo faccio sempre.” E poi prese a correre con i pompieri dentro l’edificio. Mentre stava dando assistenza a dei pompieri morenti, amministrando il Sacramento degli Infermi e l’Estrema Unzione, Mychal Judge morì. I pompieri lo disseppellirono dalle macerie e lo portarono fuori dall’edificio; e sapete una cosa? C’era un fotografo proprio lì. La foto è apparsa sul New York Times, sul New York Daily e USA Today al mercoledì, e qualcuno mi ha detto l’altra sera che la rivista People ha anche lei la stessa foto. Scommetto che l’aveva programmato. [risate]
Sapete, se fate un passo indietro e guardate come è morto il mio amico Mychal, sono sicuro che quando avremo finito di piangere, quando tutto sarà finito e potremo vedere le cose in prospettiva, guardiamo bene come è morto quest’uomo.
Era proprio là dove era l’azione, dove aveva sempre voluto essere. Stava pregando, perché nel rito dell’unzione si ripete sempre Gesù vieni, Gesù perdona, Gesù salva. Stava parlando con Dio, e stava aiutando qualcuno. Potete onestamente pensare un modo migliore di morire?
Credo che sia stato bello.
I pompieri presero il suo corpo e dal momento che lo rispettavano e lo amavano, non vollero lasciarlo per la strada. Così, rapidamente lo portarono in una chiesa, ma non lo lasciarono nel vestibolo, andarono fino alla navata principale. Posero il corpo davanti all’altare. Lo coprirono con un telo. E sul telo, posero la sua stola e il suo distintivo. Poi si inginocchiarono e ringraziarono Dio. Poi corsero via a continuare il loro lavoro.
E così, nella mia testa… mi immagino il corpo di Mychal Judge in quella chiesa, in un santuario, e mi rendo conto che i pompieri lo hanno riportato al Padre, nella casa del Padre. E le parole che vengono a me “Io sono il Buon Pastore, e il Buon Pastore dona la sua vita per le pecore… Non c’è amore più grande di quello di chi dà la vita per i suoi amici. E io vi ho chiamati amici.”…
Io faccio a voi questa mattina questa dichiarazione, che Mychal Judge è sempre stato mio amico. Adesso egli è anche mio eroe.
Il corpo di Mychal Judge è stato il primo portato via da Ground Zero. Il suo certificato di morte ha il numero uno in cima…ho meditato su questo fatto di migliaia di persone che stiamo trovando e che sono perite in questo terribile olocausto…Perché è stato Mychal Judge il numero uno? Credo di sapere la ragione. Spero che sarete d’accordo con me. Lo scopo di Mychal e la sua intenzione in quel momento era di portare i pompieri al momento della morte, così che potessero essere pronti a incontrare il loro creatore. C’erano due o trecento pompieri sepolti là, come ci ha detto ieri sera il comandante.
Mychal Judge non avrebbe mai potuto dare l’estrema unzione a tutti. Era fisicamente impossibile in questa vita, ma non nella prossima. E io credo che se gli fosse stata data la scelta, avrebbe preferito che avvenisse quello che è davvero avvenuto. Egli è passato all’altra parte della vita, e ora può continuare a fare quello che voleva fare con tutto il suo cuore. Nelle prossime settimane, noi avremo un continuo accumularsi di nomi, di persone tratte fuori dalle macerie. E Mychal Judge sarà dall’altra parte della morte… a riceverli invece che a inviarli lassù. Ed egli sarà là a riceverli con quel suo sorrisone irlandese dicendo “Benvenuto, voglio portarti da mio Padre.”… Così, può continuare a fare in morte quello che non può più fare in vita…
Oggi noi…seppelliamo il corpo di Mike Judge, ma non il suo spirito. Seppelliamo la sua mente, ma non i suoi sogni. Seppelliamo la sua voce, ma non il suo messaggio. Seppelliamo le sua mani, ma non il suo buon lavoro. Seppelliamo il suo cuore, ma non il suo amore. Mai il suo amore.
Credo che noi… la sua famiglia, gli amici e quelli che lo hanno amato, dobbiamo rendergli il favore che così spesso egli ha fatto a noi. Tutti noi abbiamo sentito le sue grandi mani quando ci dava la sua benedizione. Adesso penso che sarebbe davvero giusto che noi fossimo chiamati a quel ruolo che la liturgia ci riserva, di regale sacerdozio e di nazione santa. A dare a Mychal una benedizione che lui offra al Padre.
E allora vi chiedo per favore di alzarvi in piedi. E di alzare la mano destra e stenderla verso il mio amico Mychal e ripetere dopo di me:

Mychal, che il Signore ti benedica.
Che gli angeli ti guidino al tuo Salvatore.
Tu sei un segno della sua presenza per noi.
Che il Signore ti accolga nelle sue braccia
E ti tenga nel suo amore per sempre.
Riposa in pace. Amen