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Il Covile - N.o 340 (17.9.2006) Pietro De Marco sul Libano

Questo numero


Mentre il rientro dalle vacanze rendeva tutti più produttivi i virus hanno intralciato il flusso della newsletter; si è così accumulato materiale da inviare e di conseguenza i prossimi invii saranno più serrati: ecco intanto una riflessione sulle vicende libanesi che Pietro De Marco aveva preparato a fine agosto, il testo è strettamente collegato a Libano e scontri di civiltà. Come riconoscere il nemico, pubblicato in rete a www.chiesa.espressonline.it
 

Dopo il cessate il fuoco e oltre la propaganda (di Pietro De Marco)


Né la sofferenza di Israele per impreparazioni e perdite nella terza guerra libanese (considero la prima quella lunga e drammatica del 1982-1985, in cui Hezbollah fa la sua comparsa; la seconda quella breve e mirata – la cosiddetta Operazione Responsabilità - contro Hezbollah del luglio 1993, con caratteristiche non così distanti dalla recente – ma il computo potrebbe essere diverso), né la propaganda siriana e iraniana sulla "distruzione del mito sionista (dell'invincibilità di Israele)", possono sostituire una fredda valutazione dei fatti, né da parte dei contendenti né da parte nostra. Già altre guerre, e tra le più importanti per Israele, erano state accompagnate da immediati traumi da 'sconfitta' dei vincitori e proclami di 'vittoria' degli sconfitti. Così al termine della guerra dello Yom Kippur, seguita da violente polemiche interne a Israele sull'impreparazione e gli errori nella conduzione delle stesse vittoriose operazioni sul fronte meridionale, e dei termini politici del cessate il fuoco. Così nel 1985, dopo il ritiro dal Libano, e dopo l'Operazione del 1993. Simmetricamente non mancarono magnificazioni da parte araba dei magri risultati ottenuti.
 
I crudi fatti dicono che Hezbollah, cessata l'euforia (specialmente nella lontana Teheran), deve ricostruire gran parte del proprio sistema logistico e del potenziale offensivo, nonché compensare nelle popolazioni sciite i danni e le sofferenze dell'oggi, risultato della presenza armata del partito di Dio e dei suoi azzardi, tanto peggio se calcolati. L'intero sistema sociale-politico libanese andrà convinto, da Hezbollah non meno che dalla Siria, che è valsa la pena provocare Israele, e che varrà la pena domani rinnovare la provocazione.
 
La Siria dopo le parole di sfida del presidente Bashar Assad e dei suoi ministri ha poco altro da spendere; non è nelle condizioni di affrontare Israele sul terreno militare con la certezza che le sue perdite verrebbero adeguatamente colmate da qualcuno, come in passato dall'URSS. La Siria deve inoltre stornare da sé i rischi del confinare con l'Iraq; la garanzia di sopravvivenza, forse l'assicurazione sulla vita –come si usa dire- del Ba'th siriano risiedono oggi, agli occhi degli Stati Uniti, nell'elevata probabilità che un collasso del regime apra anche in Siria enormi, e imprevedibili, varchi alla penetrazione di Teheran. Come tale la Siria deve fare la sua parte, secondo regole che non può trasgredire, nel gioco degli equilibri tra establishment sunnita e iniziativa sciita nello scacchiere mediorientale.
 
Ma neppure Teheran ha, oggi, molte carte in più oltre alla propaganda e al consenso emozionale delle masse; il suo protagonismo preoccupa occidente e arabi (forse più questi ultimi, meno ciechi di noi e più vicini). Sa che verrà fatto di tutto per il suo contenimento. La guerra detta di quarta generazione, la 4GW, costituita da una guerriglia di corpi politico-militari, quasi-regolari e dotati di mezzi, immersi in una popolazione e un territorio da essi pienamente controllati, può certo limitare l'efficacia dell'IDF (come gli specialisti siglano l'esercito israeliano), ma non a neutralizzarla. E tutti sanno che Israele imparerà anche a combattere sul terreno in termini nuovi. Il prolungato contatto con Hezbollah in questa campagna, la conseguente migliore conoscenza delle sue risorse e tecniche e della sua organizzazione, sono il manuale che Israele sta già studiando.
 
Ma anche l'immediato non appare così favorevole al mondo arabo. Politicamente la tregua sul teatro libanese è da oggi in mano a Hezbollah; il primo razzo sulla Galilea metterà ONU e Europa (e Libano) di fronte alla necessità di decidere le caratteristiche operative della propria presenza sul campo. Hezbollah è uno strumento in mano alla politica iraniana globale e, in termini complementari, alla specifica pressione regionale della Siria. Favorendo e controllando in qualche misura Hezbollah il presidente Assad indica al Libano di essere ancora il padrone della sua sicurezza. Diciamo che il Partito di Dio è per Teheran un'arma puntata su Israele per negoziare con l'Occidente; ma per Damasco è anzitutto un'arma puntata sul Libano, per salvaguardare quelli che qualcuno chiama i suoi legittimi interessi. Per ambedue sfruttare imprudentemente l'incapacità dell'ONU di fermare Hezbollah legittimerebbe la nuova risposta israeliana.
 
In sede regionale. La risposta potrebbe condurre questa volta Israele ad investire la Siria sul proprio territorio, sia pure in misura limitata; gli USA non potrebbero impedirlo e si limiterebbero a mediare un cessate il fuoco, aumentando la propria influenza su Assad. Al tempo stesso una supremazia locale basterebbe ad Israele per definire (e occupare) nuove zone di sicurezza, e ottenere una qualche estensione del controllo internazionale alle frontiere israelo-siriana e siro-libanese.
 
Nel quadro mediorientale globale. Una propensione da parte iraniana a sfruttare l'attuale incertezza tattica di Israele sul fronte libanese imporrebbe (comunque imporrà, crediamo) a Tel Aviv di entrare direttamente ed attivamente nella partita strategica per il nuovo Medio Oriente, da cui finora è stata tenuta fuori dagli USA. La diplomazia americana nel 2003 aveva operato nell'ipotesi di trattare con gli stati arabi e con l'Iran a partire dai soli nuovi dati iracheni, senza mescolarli con la questione (allora anzitutto) israelo-palestinese. Ma l'iniziativa iraniano-siriana, frustrando (in maniera poco lungimirante per il blocco islamico) questa strategia americana intesa ad operare per settori e problemi delimitati (secondo il geniale modello del trattato di pace israelo-egiziano del 1979), porta ormai Israele a diventare co-protagonista nell'intero scacchiere. E a richiedere agli USA i mezzi per farlo. Non vi sono, infatti, vie medie o miste tra vere paci settoriali e negoziato globale; se gli arabi (e Teheran) aggiornano il conflitto locale per ottenere vantaggi nella trattativa globale (pace nel riconoscimento di un Israele dimidiato), Israele deve rispondere con strategia globale.
 
In effetti Teheran sta usando attivamente Hezbollah per compensare la funzione militarmente passiva (per ora, e anche questo materia di negoziato) e relativamente pacifica della comunità sciita in Iraq. Gli sciiti sono dunque all'attacco sulla frontiera israelo-libanese per ricordare agli USA che la partita irachena si negozia anche ai confini di Israele. Niente di nuovo in sé, anzi classica strategia di porfolio quella di aprire più fronti con diverse logiche, per ottenere comunque vantaggi dalla differenziazione. Tutto questo suppone che l'Iran abbia un avversario che subisce; ma né gli Stati Uniti né Israele (e nemmeno alcuni paesi arabi) possono stare al gioco, e dovranno ribaltarlo prima che Teheran abbia l'atomica.
 
Terminiamo con poche considerazioni che ci riguardano. Conosciamo le pigre valutazioni della risposta israeliana ai rapimenti del 12 luglio: essa sarebbe stata sproporzionata e/o inutile. Valutazioni che non costavano niente; ai più apparivano fondate comunque (anche se prive di conseguenze, quindi di responsabilità) su principi buoni.
 
Da quando evidenze e riflessione hanno chiarito (come ho cercato di dire) il profilo delle forze che operano contro Israele, ci si poteva attendere venisse riconosciuta la proporzione della risposta di Israele. Non un locale gruppo "partigiano" è il nemico, ma una catena di alleanze attive e passive che include lo stato libanese (uno dei due estremi della catena). Che nelle mani (forse precipitose, forse no) dei guerriglieri Hezbollah sia esploso, il 12 luglio 2006, qualcosa che ha reso visibile un fronte cruciale della risposta di Teheran alla trasformazione in corso del Medio Oriente, non può sfuggire a nessuno. La valutazione di proporzionalità esige si ponderi che Israele deve ormai rispondere militarmente sulla grande scala delle organizzazioni e delle nazioni musulmane che sono nemici in armi, suoi e dell'Occidente. (In effetti, la diagnosi di sproporzione era quasi scomparsa dalle dichiarazioni e dai commenti internazionali; ma l'on. D'Alema pare distratto).
 
E questa è un'evidenza analitica; niente a che fare con l'affermazione (non corretta e da temere) per cui l'Islam sarebbe comunque il Nemico.
 
Pietro De Marco