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Il Covile - N.o 344 (1.10.2006) Voci dal Mugello: Eugenio Castellani

Voci dal Mugello: Eugenio Castellani


Questo è un numero speciale, da assaporare. Come introduzione uno scambio, dello scorso Aprile, con Claudio Marcello Rossi, suscitato da una mia postilla ad un articolo di Antonio Socci (v. NL n° 317)
‘… E poi dicono di quelli del (mio) Mugello’
 
Caro Stefano, ma per caso – non ricordo d’avertelo chiesto – sei nato a Barberino? Io ci andavo da molto piccolo a visitare la mia nonna in una casetta di paese (brocche, mezzine, i fornelli a carbone, il bagnetto – si fa per dire – sul mezzanino, ecc).
Mio padre era nato lì, cresciuto sotto la raggelante autorità (basta vedere un ritratto ad olio) del suo papà che da sempre era il ‘reggente’ del Comune. Pensa, per mortificarsi, portava sempre, sotto il completo nero, il cilicio in vita come alcuni frati, per sentire il dolore; tutte le sere il Rosario al lume di candela, i fioretti ed altro. Insomma, qualcosa di lontano dal libertarismo di Pannella, ben commentato da Socci. … Claudio”
 
“Caro Claudio, scusa il ritardo, sono nato a S.Agata, vicino Scarperia, dove abitavano i nonni paterni. Quelli materni stavano a La Castellana, vicino Panna, la casetta è ora per metà dei miei, l’altra di mio cugino Vasco, e quindi di tanto in tanto rivedo i vecchi castagni. Mi ricordo di quando arrivò la luce elettrica, prima lampade a carburo. Ma io non so raccontare il mondo che ho visto, potresti provarci tu… Stefano”

Nell’attesa posso offrirvi una bella antologia di poesie e prose di Eugenio Castellani, vi ho trovato quello spirito “fine e popolare” di cui parlava Giorgio Caproni e ne ho anche apprezzata la politicamente scorrettissima difesa della caccia (si veda Il richiamo del bosco, che mi ha fatto pensare ad Ernst Junger). I brani sono tratti da Ricette d’amore, un’edizione fuori commercio prodotta da amici e parenti dell’autore. Eugenio è nato a La Castellana nel 1920, ha scoperto il proprio talento partecipando da giovinetto ai famosi “contrasti” in ottava rima, ha lavorato, e cacciato, tutta la vita.
 
NOTA: ho inserito, dopo la poesia sulla campane di Marcoiano, un ricordo di monsignor Leto Casini che tenne la parrocchia dal 1932 al ‘37: quasi sicuramente è lui il parroco di Lampino. Leto Casini, del quale un albero sul monte dei Giusti d’Israele porta il nome, in ricordo della sua opera durante la persecuzione nazista, è fratello dello scrittore Tito, che i lettori di questa NL già conoscono.
 

Sul filo dei ricordi


Borgo natio


Certo, chi pose qui le fondamenta,
non conosceva il piombo e la livella;
forse nel mille, forse il mille e trenta,
quando non c’era Craxi né Pannella.
Senza lasciare targhe né epitaffi,
quest’esseri vissuti nei primordi,
con lunghe barbe, con spioventi baffi,
è bene che qualcuno li ricordi.
Facendo prevalente pastorizia
e dissodando queste terre avare,
seppur non lasciarono notizia,
si può supporre: l’esperienze amare.
Questi eroi, senza nome e senza gloria,
vissero dei frangenti disumani
e seppur non fecero la storia,
sono antenati miei: dei Castellani.
E da quel nome origine poi prese,
il vecchio borgo della Castellana
e la mia stirpe piano poi si estese,
come un’eco di voce alla lontana.
Non ho mai fatto araldiche ricerche,
ma so che il mio bisnonno, il buon Pieria,
oltre a seminar il grano e le cicerchie
aveva come dote: la valentia.
E da quest’uomo valido, tenace,
discese degno nonno Fortunato,
il solo ricordarlo mi dà pace;
un esempio di vita, timorato.
Avrei voluto tanto ereditare,
non beni materiali, ma saggezza,
non solo unicamente ricordare
esempi in estinzione, che tristezza.
Con grande dignità, con gran sagacia,
temprati dalle prove, le più estreme,
di questa gente piena di tenacia
di esaltare le doti, assai mi preme.
Che abbiamo conservato di retaggio?
Solo i difetti, poche le virtù
la loro forza, l’umiltà, il coraggio,
sembra solo una fola niente più.

In ricordo del piccolo borgo e della semplice gente che vi ha abitato


Accovacciata alle falde del Masso alla Volpe riposa, dopo tanta fatica e semiabbandonata, la frazione dove tanti, troppi anni fa, vidi la luce del sole. Il nome di questa sperduta borgata prese origine da un mio remoto antenato, spinto chissà da quali ragioni a cercare rifugio in questa zona che, nella notte dei tempi, era sicuramente desolata. Forse un cacciatore, in cerca di nuove zone per procacciarsi selvaggina in abbondanza, o qualche pastore, alla scoperta di nuovi pascoli? Sono ipotesi a cui nessuno potrà dare una risposta, e la mia curiosità è destinata a rimanere inappagata.
 
La Castellana! Questo nome gentile richiama alla mente le vezzose dame, signore dei castelli, spesso avide e dedite a spadroneggiare, con molta meno nobiltà, nei riguardi dei propri sudditi, e non so quanto abbia a che fare il nome di questa mia frazione con questa gente dal cosiddetto sangue blu.
 
Quello però che posso affermare nei confronti dei tanti paesani che ho conosciuto è che avevano, i pochi rimasti hanno ancora, la faccia di persone oneste. La Castellana, questa piccola parte di un’Italia sconosciuta, ha dato i natali a gente generosa che nel corso dei secoli, come nomadi erranti, ha emigrato per le vie del mondo. Boscaioli, carbonai, muratori, si sono avvicendati, dalle malariche lande della Maremma, agli scoscesi monti della Garfagnana, dalla Corsica alla Sardegna, in un ciclo infernale, che non dava agio alla speranza. Dalla Germania di Bismark a quella di Hitler, dalla Francia dei Napoleone a quella dei De Gaulle, queste rondini pellegrine portarono un contributo notevole nell’espletare lavori umili e durissimi.
 
Persone intelligenti, dignitose, hanno dovuto subire incresciose umiliazioni, trascurati e vilipesi nei paesi ospitanti. Ricordo con un senso di commozione, l’odissea che nonno Fortunato mi raccontava di aver vissuto. E poi quella di mio padre che, appena sedicenne, fu costretto a emigrare in Germania. Poi, da bimbo, ebbi anch’io l’amara esperienza di vederlo partire più volte per: la Maremma, la Garfagnana e la Francia. Più tardi, quell’esperienza toccò pure a me, sono ricordi angosciosi.
 
Ma ritorniamo ai miei paesani! Tra gli abitanti della Castellana che ho avuto la fortuna di conoscere spiccano alcuni nomi, le cui caratteristiche cercherò degnamente, se vi riesco, di raccontare.
 
Primo fra tutti vorrei parlare di Toniarino: personaggio emblematico, contraddistinto da una statura tarchiata, capelli rossicci e baffi spioventi. Era il poeta benestante della Castellana. Se di buon umore, sapeva improvvisare per la gente del posto, filastrocche banali ma esilaranti. A proposito voglio citarne alcune: La Luisa di Maso, la m’à fatto persuaso – l’Inesse del Ciolli, la nasce tra i panni molli – la Maria pelosa alza la gamba e fa vede’ ogni cosa – Piargento con la sua cavalla va più piano di una farfalla – mentre io con la mia ciuca, a volte schizzo dentro una buca – forse è meglio piglià l’ombrello, perché il tempo non mi par bello. Queste sono alcune delle tiritere, che ricordo non per il valore poetico, ma per la genuinità di quel mondo che non c’è più. Il piatto forte che Toniarino preferiva erano i migliacci che di solito friggeva e mangiava a tarda notte. “Se unnò la pancia piena e in tirare”, ripeteva, “non riesco a dormire”. Per i polli era più temuto della volpe, poiché ogni qualvolta superavano la siepe e sconfinavano nei suoi campi, difficilmente ne uscivano vivi. Ma, ironia della sorte, non è che approfittasse della carne delle sue vittime per arricchire la sua povera tavola, ma le nascondeva a marcire, nei posti più impensati. Tutto questo, secondo le sue leggi, voleva dire: difendere i suoi raccolti.
 
Un altro personaggio curioso era Piargento. Bonario, brontolone, portava sempre una fusciacca rossa che gli fasciava la vita, ma non doveva essere di grande utilità, dal momento che aveva sempre i calzoni a bracaloni. Era la persona più facoltosa – se così si può dire – della Castellana. Ma questo non è che procurasse a lui e ai suoi un tenore migliore di vita, rispetto agli altri, ed escluderei che fosse per cupidigia. Ma le carestie e la mancanza di una pur se minima pensione, li portavano a rinunciare anche a quel poco che potevano permettersi. Il domani, era l’ambascia. Anche se, ad onor del vero, nascevano vecchi e morivano giovani. Durante il mese dedicato alla Madonna il “Maggio Mariano” tutte le sere si riunivano nel chiesino a recitare il SS. Rosario. Per Piargento era un’utile occasione per fare un sonnellino. Infatti si metteva cavalcioni sopra una sedia e, poggiata la testa sulla spalliera, cominciava a russare. Ogni tanto, come se la stanchezza gli desse una tregua, pareva rinvenisse e bofonchiasse, mormorava: Ammene, un derivato di Amen.
 
Poi c’era Fede. Uomo retto, sincero con un’onestà che oggi definiremmo: dabbenaggine. Se trovava per terra un rosicchio di pane, caduto magari a noi ragazzi, lo raccoglieva, vi soffiava sopra e mangiandolo brontolava: “Questa è grazia di Dio, non va sprecata”. Amava le sue vacche quasi quanto i suoi di casa, ma quando durante lo sfollamento, a causa della guerra, le sue bestie morirono colpite da una cannonata, confessò: “L’importante è che sia rimasto illeso Vittorio”. Suo nipote handicappato!
 
Poi ancora Vico, mio lontano parente. Anch’egli di una rettitudine inimitabile purtroppo estinta. Uomo di Chiesa, dotato di una voce bellissima, dai parroci che frequentava aveva imparato, oltre a cantare gli inni sacri, anche a leggere e a scrivere. Una sera, durante una funzione religiosa, all’atto di recitare l’inno finale, sua moglie Elvira diede inizio alla lauda e, sbagliando, cominciò così: “Bella la mia...” anziché: “O bella mia speranza ecc” “Sta a vedere” rimbeccò suo marito Vico “che è bella altro che la tua”. Erano intermezzi che servivano a rendere sopportabile il grigiore di quella vita grama. Rammento poi la pelle del suo viso color del cuoio, su cui spiccavano solchi profondi di rughe, tracciate dall’aratro della sofferenza. Dal suo ettaro di terra che zappava tutto a mano, il buon Vico traeva, insieme a quattro pecore, quel minimo per sopravvivere e quel troppo per non morir di fame. Quando ripenso alla grande rassegnazione che era subìta e accettata, trovo anch’io la forza di resistere.
 
Proseguendo l’elenco, ricordo zio Nanni. Bravo, quando era sobrio, irruente e sbruffone quando alzava troppo il gomito. Se adirato, mandava dei moccoli da spaventare il diavolo. Il bracconaggio era per lui, oltre a fonte di guadagno, una sfida contro i padroni di riserve e contro i privilegi. Tra lacci, fucile e tagliole prese più lepri lui da solo che tutti gli altri cacciatori di Marcoiano messi assieme.
 
Anche Gigi del Ciolli passò gran parte della sua vita, usando le abitudini delle rondini. Tante frontiere lo videro passar triste o anelante, a seconda della partenza o del ritorno. Aveva una memoria che richiama alla mente Pico della Mirandola e tutta la rudezza accumulata per anni nella vita di carbonaio, spesso sfociava e si ritorceva nei confronti della moglie. Se talvolta, durante una conversazione, la sposa tentava di prendere la parola, la tacitava con degli epiteti come questo: “Chetati, accidenti a te e a tutti i Cavicchi d’Italia”. Va precisato che sua moglie, portava questo nome. Al di là di questi rimproveri, va considerata la lotta disumana per la sopravvivenza, che abbrutiva anche gli essere umani.
 
Ma ritorniamo ai miei compaesani. Ho parlato finora soprattutto di uomini, ma anche le donne, proprio loro, hanno subìto il mortificato lavoro di serve. Dopo un apprendistato di erbaiole e pecoraie, si guadagnavano la qualifica di cuoche, cameriere e bambinaie. Dopo quell’allucinante tirocinio, si sposavano, per generare sfrottolate di figli, condannati a subire la stessa sorte. Crescete e moltiplicate, raccomandava la Chiesa, e i credenti e non solo quelli, sfornavano figli a ripetizione.
 
Tra le donne, la più tirchia e la più temuta era l’Adele di Dincina, il suo appellativo di strega seminava il panico tra tutti coloro che la incontravano, i quali, per i debiti scongiuri, facevano il segno delle corna. E le corna, quelle nel vero senso della parola, venivano fatte, da alcune di loro, ai propri mariti. Però chiedo che venga accordato un po’ di comprensione a queste “peccatrici”, considerando che passavano lunghi mesi se non anni lontane dai loro uomini, ma consapevoli che la loro mamma le aveva fatte donne, ma non per serbarla al gatto. La giovinezza e la grazia di queste povere donne sfioriva presto a causa delle numerose gravidanze e dei duri lavori a cui erano costrette. Questo frustante stato di cose, portava loro a non aver cura di se stesse, ed in breve tempo appassivano. La parrucchiera e le creme erano il libro dei sogni. Quindi non rimaneva che accettare l’ineluttabile.
 
Da questi vecchi muri di pietra, traspare tutta la forza di volontà di questa povera gente, per ammonticchiare questi sassi, tenuti assieme da una magra calcina e che stanno lì in modo asimmetrico a ricordare a noi smemorati il destino crudele di questi nostri antenati.
 
Ho ritenuto doveroso ricordare questo piccolo Borgo e tutta la gente semplice che vi ha abitato, il cui nome resta scritto solo in qualche lastra di marmo o in qualche croce di ferro corroso dalla ruggine, come la nostra memoria, giù nel cimitero di Marcoiano. Scende inesorabile la sera. Il cono d’ombra scivola dal Poggio di Panna verso la Banditaccia, e non farà rallentare la sua corsa la breve salita del Campo alla Noce.
L’importante sarà, di sapere attendere con dignità.

 
Natale 1998
 

Chiesetta mia


Quando talora passo e non ho fretta
da Marcoiano, ahimè, provo sconcerto
nel rimirare quella mia chiesetta
come una cattedrale nel deserto.
E chi l’ha vista pullular gremita
di gente molto semplice e serena,
pulsando insieme a lei pieni di vita
non può sfuggire il senso di una pena.
Attonito riguardo il campanile,
i muti bronzi delle sue campane
e quel suono dolcissimo, gentile,
più non risuona per le vie montane.
Quella voce argentina assai possente
più non echeggia nella valle antica,
a stimolare forza alla sua gente
come un omaggio offerto alla fatica.
Immobili rimangon le campane,
non suona mezzogiorno alle sue genti,
tra le case vicine e le lontane
il solo suono, è il sibilar dei venti.
E quelli turbinosi della vita,
hanno disperso noi, povere foglie
ed ora già si conta sulle dita
la poca gente che la terra accoglie.
Tu sonasti festoso campanile,
al primo sacramento della vita
e sempre il tuo squillar lieto e gentile,
quando c’inanellarono le dita.
Squilli di gioia, squilli di mestizia
tu annunciavi a vicenda ai tuoi fedeli
ed or tacendo, non fai più notizia
un solo monumento ti riveli.
E come spesso accade per un sogno,
quando rimane solo la visione
e ti tormenta l’animo il bisogno
di far rivivere, cose e persone.
Possiamo spolverare la memoria
e rivangare l’orto abbandonato,
fan parte quelle pagine di storia,
di un inedito libro del passato.
Un libro di struggente tenerezza,
di un tempo memorabile che fu,
quando nel ciclo della giovinezza
splendeva l’astro della gioventù.

 
Quell’eco lontana, mi è sempre vicina. Din... Don... Dan...
 
“A proposito di campane ricordo l’accesa discussione che dovetti sostenere a Marcoiano con alcuni che la sera del 9 maggio 1935 vennero a chiedermi di suonare un bel doppio per celebrare la conquista dell’Etiopia da parte delle nostre truppe e la procla­mazione dell’impero, dipendente da Roma. In conclusione dissi loro che era inutile che insistessero, non avrei mai permesso che per quel­l’avvenimento si suonassero le cam­pane, essendo state benedette perché servissero solo per chiamare i fedeli al culto e per scongiurare pubbliche calamità. Sonandole ora che è già notte, non essendoci nessuna cerimonia religiosa, la gente penserebbe ad una grave calamità; anche voi la pensate così? Se l’impara il federale, state lustri!” Leto Casini, Ricordi di un vecchio prete, pag. 44, Editrice la Giuntina, Firenze 1986

Lampino


Il vento impetuoso degli anni spazza ormai le ultime illusioni ed al suo posto subentrano i rimpianti della mia tormentata giovinezza. E proprio da uno di questi ricordi, traggo lo spunto per raccontare un brano delle mie memorie.
 
In un passato lontano, che ormai è diventato leggenda, fu regalato a mio padre un cane di tre anni che era un incrocio tra un bracco e un segugio italiano. Il primo anno in verità fece dannare l’anima, poiché, invece di cercare le lepri, faceva le canizze, rincorrendoli, a tutti i merli che incontrava nel bosco. Infine la pazienza di mio padre e l’abbondanza della selvaggina fecero il miracolo e il denigrato bastardo divenne un ottimo cercatore.
 
Verso la fine di novembre del 1934 in seguito alla grande crisi economica che sconvolse il mondo, il regime, per placare la fame ma soprattutto i malumori della povera gente, istituì l’assistenza invernale per i disoccupati. “Bontà loro” e – nel nostro caso – dietro l’interessamento del parroco, veniva distribuito alle famiglie un chilo di riso a testa alla settimana per ogni componente la famiglia! Però quando ebbe inizio l’assegnazione dei buoni per il ritiro dei generi alimentari, alla mia famiglia non vennero dati. Mia madre, preoccupata, si rivolse allora al suddetto prete per conoscere le ragioni di questa esclusione. La risposta del compassato reverendo fu esplicita e chiara: se suo marito, disse, si permette di andare a caccia e di mantenere anche un cane, non vedo perché non debba mantenere anche i suoi figli. È vero che mangiavamo poco e male, ma quel raffronto assurdo apparve a noi come un insulto alla carità cristiana, ed anche una dolorosa costrizione. Infatti quando mia madre, tornata dalla chiesa, chiarì al babbo come stavano le cose, questi divenne cupo come il cielo autunnale e, malgrado le mie proteste, fu deciso di sopprimere il mio caro Lampino. Per più settimane mio padre uscì di buon’ora con l’intenzione di uccidere il povero cane contestato; ma ogni qualvolta puntava l’arma contro il fedele amico – che per lunghi anni lo aveva seguito e appagato – il cuore gli veniva meno, e triste e taciturno tornava a casa, con la sua bestiolina scodinzolante. Però se da un canto io esultavo per il rinvio dell’esecuzione, dall’altro mia madre – non a cuor leggero – insisteva con il babbo affinché si decidesse. Il riso per sfamare i nostri figli diceva, vale più di tutti i cani del mondo. E così una mattina piovosa di quel triste novembre, l’eco di uno sparo rimbombò nell’immenso silenzio e si perse tra i faggi del fosso di Montolino. Per un paio di giorni, rispettai il penoso silenzio del babbo e con i lucciconi andavo nello stalletto ad accarezzare la cuccia vuota. Poi gli chiesi dove aveva sepolto il mio amico di giuoco. Masticando rabbia papà mi rispose: è lassù nel fossetto dei Ronchi a far compagnia ai faggi che per tanti anni lo hanno visto sfrecciare fra di loro, in disperate ricerche e canizze frenetiche; offriamo questo sacrificio all’anima del buon prete.
Con il senno di poi, ho perdonato anche la buon’anima. Era dura anche per i preti.
 
1978
 

Poesie di caccia


Il richiamo del bosco


Quando cadon giù le prime foglie
ed il verde del bosco trascolora,
i vecchi tronchi, dalle rame spoglie,
svettano maestosi nell’aurora.
E quelle piante insieme a te cresciute
sfidano venti, piogge e le procelle,
se tu le ascolti, pure essendo mute
raccontano le favole più belle.
Nelle giornate fredde o luminose,
quando da cupo il cielo si fa fosco,
quando le nebbie scendono tediose
un richiamo possente esce dal bosco.
Quella voce allettante, lusinghiera,
l’acre odore di foglie e borraccina,
invitano a cacciar nella brughiera
il re supremo della selvaggina.
Questo richiamo atavico attanaglia
con fascino possente, eccezionale
e ti abbandoni in mezzo alla boscaglia,
nella struggente attesa del cinghiale.
Per ore te ne stai fermo in attesa
vigile con lo sguardo, orecchio teso,
l’inclemenza del tempo non ti pesa
e ti senti un eroe “più che incompreso”.
Ma quando la canizza si scatena,
quell’attimo fuggente ti ripaga
per la sopportazione di ogni pena
è un fiume di emozioni, che dilaga.
Sotto quell’onda d’urto ogni tua fibra
moltiplica per mille ogni tuo senso
e quella smania che da dentro vibra,
ti fa sentire grande nell’immenso.
Per i più bravi è merito di vanto,
anche pei fortunati un po’ di gloria,
son attimi febbrili e nell’incanto,
tu scrivi la tua pagina di storia.
Questa passione vecchia e sempre nuova
comporta sacrifici ed umiltà
e solamente l’uomo che la prova,
conosce a pieno il bene che ci dà.


Storia di un mondo antico


Il fatto curioso che mi accingo a raccontare, accadde sul finire degli anni dieci, protagonista del quale fu il compianto zio Mario. Questa semplice poesia la scrissi in gran parte al Passo dell’Osteria Bruciata il giorno 7 ottobre 1947, quando avevamo molte speranze in più e tanti anni in meno! Poi il manoscritto finì in un cassetto e solo quando ormai era troppo tardi fu da me rinvenuto. So che se al momento giusto lo avessi fatto recapitare allo zio Mario, allo zio Quintilio e al Capanni, che in quel giorno luminoso mi tennero compagnia al passo dei colombacci, sicuramente avrei strappato loro una risata in più, ma ahimè!
 
Quando le lepri morian di vecchiaia
e le starne dovean emigrare,
quando i fagiani beccavan sull’aia,
pei cacciatori c’era un gran da fare.
Accadde appunto in quell’epoca gaia,
il fatto che vi sto per raccontare;
ed eccovi di seguito i dettagli,
protagonista un certo Mario Magli.
Fin da piccino cominciò ad entrargli
addosso la passion del cacciatore
e cominciò a cercar cani e guinzagli
e il fucile volea dal genitore.
Insomma insisti, prega, picchia e dagli
un giorno pien di gioia e di stupore,
ricevette dal padre quale manna,
un trombone a bacchetta da una canna.
Partì la sera stessa e andò per Panna,
ben munito di polveri e pallini;
tira a due lepri e l’animo si danna,
ma di bandita, passarono i confini.
Spara al fagiano, gli cantò un osanna
le starne gli beccarono i pallini,
tornando a casa col vuoto in bisaccia
i merli gli facevan la boccaccia.
Al buon padre bastò guardarlo in faccia,
quando in cucina entrò, ridendo amaro,
gli disse: “Disonori la tua razza,
mentre al piombo subir farai rincaro.
Però se il primo giorno non s’ammazza
la selvaggina, non è caso raro;
la delusione che oggi ti ha depresso,
ti spronerà domani nel successo”.
Sognò la notte d’essere a un congresso
di lepri, di fagiani e barbagianni
i quali gli facevano il processo
per tentato omicidio ai propri danni.
E l’incubo si accrebbe il giorno appresso
nella Cerreta presso il Pian di Gianni,
gli passaron quattro lepri proprio belle,
buone davvero, per le pappardelle.
Con la tromba nel sacco e le padelle
ritornò verso casa sconsolato;
al buon padre, al fratello e alle sorelle
disse: “Davvero, sono scalognato!”.
Nessuno poi credette alle storielle
e lui per non sentirsi canzonato
e per dar prova della sua bravura
si balzellò le starne alla pastura.
Era una sera luminosa e pura,
scendeva dalle fonti quella brezza
che di rado ci dona la natura
e tutto sfiora come una carezza.
Mario guardava da quella fessura
del capanno di frasche che in bellezza
aveva costruito da suo pari,
in una stoppia di Monterinari.
Gli occhi rotava intorno come fari,
mentre l’ombra dei faggi del poggetto
si allungava sul campo del “safari”,
un quadro degno per un Tintoretto.
Tutto ad un tratto si sentì due spari
ed il rapido volo è presto detto,
sbucaron le starne di tra i faggi
e si posaron proprio nei paraggi.
Per ben capire questi personaggi,
che definir si voglion cacciatori,
bisogna aver captato quei messaggi
che la natura dà con i suoi valori.
Quindi niente sarcasmo né pestaggi,
non chiedon della cronaca gli onori;
come sportivi vanno rispettati
nei pregi e nei difetti esagerati.
Mario già trepidava per gli alati,
che in ogni istante poteano sbucare,
la siepe scrutava in tutti i lati
e il cuore gli batteva da scoppiare.
In fila indiana come dei soldati,
il branco delle starne intanto appare,
poi in ordine sparso si dispone;
Mario impietrito, stringeva il trombone.
Se un timido talvolta si propone
di fermare una donna che a lui piace,
arrossisce, balbetta e in conclusione
vorrebbe dir gran cose, invece tace;
questo in poche parole il paragone.
Le starne intanto, nella quieta pace,
all’ombra si spollaiano festose
ignorando lo zio Mario e l’altre cose.
Dopo mezz’ora al fine si propose
di farsi rispettar da quei “rapaci”,
la canna a uno spiraglio piano pose
succhiellando diceva: “Cuore taci!”.
Un altro poco l’anima si rose
contando tutti gli attimi fugaci,
poi risoluto il suo grilletto tira,
ma si scordò di prendere la mira.
Accecato di collera pien d’ira
Mario non si potea dar pace,
per sua fortuna aveva mezza lira...
...e un cacciatore più di lui capace,
di quelli che non sbagliano la mira,
gli tolse le castagne dalla brace
vendendogli una starna e la speranza
insieme ritornò; con la baldanza.
Non sapendo lo zio com’è d’usanza
una volta abbattuti questi uccelli,
per evitare indebita fragranza...
si tolgon dalle viscere i budelli.
Ma questa imperdonabile ignoranza
in errore l’indusse, senza orpelli
e l’innocente, semplice menzogna
lo fece spasimar dalla vergogna.
Un cadetto parea della Guascogna
con quella starna in mano trionfante,
“Oh... che te l’ha portata la cicogna!”
gli disse il padre, un poco titubante;
“Vuol dire che è finita la scalogna”
rispose Mario intrepido, anelante;
e posò la sua starna sul bancone
con l’aria sufficiente del campione.
“Ma l’hai starnata?” disse il buon Ceccone,
“No, non l’ho fatto” gli rispose il figlio;
“Fammela fare a me questa funzione
ho sempre il vecchio uncino, ora lo piglio”.
A sviscerar la starna si dispone
invano fruga, poi con serio ciglio
gli disse: “Su racconta la menzogna! ....”
Mario sarebbe entrato in una fogna.
“La vanità combattere bisogna!”
riprese il padre a dir con bonomia
“La fama che da giovani si sogna
confonde realtà con fantasia!
ma sono i soli istanti in cui si sogna,
a parte quella semplice bugia.
Uccidere una starna già starnata
fa novità, ma quanto l’hai pagata?”

Un moderno gladiatore


Quando l’imperatore Vespasiano
fece innalzare il grande Colosseo
per divertire il popolo romano;
certo non si pensava ad Amedeo.
Lotte bestiali, veramente atroci,
di schiavi, di cristiani e gladiatori
mandati in pasto a bestie assai feroci,
per la felicità dei spettatori.
Poi, forse, per mancanza di felini
e non per carità; presto s’impara
ad usare pietà per i vicini
e per far prima s’usa la lupara.
Faccio riferimento a questi fatti
per raccontarne un altro fresco fresco,
forse noi cacciator siamo un po’ matti
a volte, si sconfina nel grottesco.
Veniamo al dunque. Il poggio del Salceto
è un’isola di verde, sempre uguale;
in quell’intricatissimo forteto,
vi s’era stabilito un bel cinghiale.
Il decorso novembre, una mattina
ci decidemmo di mandar lo sfratto
e i battitori ansiosi sulla cima
aspettavan per dar lo scacco matto.
Appena sciolti i cani in Battipiano,
presero in breve tempo la passata
e la canizza, come un uragano,
si dileguò nell’aria, disperata.
Il cinghiale puntò verso la buca
ove stava appostato il prode Baldi,
“Vien proprio qua da me, maremma ciuca!
Dio me la mandi buona, il ciel mi salvi!”.
Quando il nero spuntò nella radura,
soffiava come un toro scatenato,
il Baldi, pur tremando di paura
a prendere la mira, trovò fiato.
Sparò più volte il valido Amedeo
e la bestia rimase in sua balia
poi la fuga tentò dentro il paleo,
nell’estremo sussulto d’agonia.
Temendo che la preda gli sfuggisse,
il Baldi si gettò sull’animale
e con le mani, come il prode Ulisse,
una lotta ingaggiò, quasi mortale.
Afferrò per le gambe l’ungulato
e insieme rotolò lungo il pendio,
contuso infine, lacero, stremato,
render credette l’animaccia a Dio.
Cercò di estrar di tasca anche il coltello,
ma vana risultò quella manovra
e riprendendo il tragico duello,
di nuovo si avventò come una piovra.
Pietrino dalla cima di un poggetto
impotente assistette al corpo a corpo;
“Che brutta fine!” disse “poveretto!”
e pe’ un istante, lo credette morto.
A portare soccorso al nostro eroe,
accorse il Ghenghe, dalla posta accanto,
soffiava l’Amedeo pareva un boe,
disse: “Spara al cinghiale! sennò schianto!”.
Un colpo pose fine a quello strazio
e solo il Baldi allor lasciò la presa,
con fil di voce disse: “Ti ringrazio!”
e rimase accasciato, a pancia stesa.
Poi, quando il Ghenghe si rendette conto
dell’incolumità del gladiatore,
fece all’amico un meritato affronto,
compreso tra il beffardo e lo stupore.
“Se invece di rischiar la tua pellaccia
in un assalto quasi furibondo,
ti fossi ricordato che la caccia
si fa con il fucile in tutto il mondo;
sarebbe stato facile, più saggio
che mettere in vetrina il tuo coraggio.”
I segni della lotta sovraumana
si notavano ancor dopo due mesi,
setole di cinghiale e pelle umana
si agitavan tra i pruni, ancora appesi.
Peccato! Per gli eroi non c’è più spazio
come accadeva in campo di battaglia,
ma per ricompensarti dello strazio,
di mota, ti daremo la medaglia.
Se al posto di un barboso manoscritto,
ahimè! filmato avessi quella scena
e mostrarvi quell’uomo a buco ritto
in una posizione da far pena;
sbellicare farei l’Italia intera
per questa storia incredula, ma vera.
Con questi versi mi son preso abuso,
di sfottere Amedeo fuor di misura,
ti prego amico! Non tenermi il muso,
se ti ho colpito sotto la cintura!
La tua mira eccellente e la mia stima
mi fan sentire amico più di prima.
Innanzi di por fine a questo canto,
ringraziare vorrei tutti gli amici
che di chiamarli tali, me ne vanto
a costo di gravosi sacrifici.
Anche le quote mie sono in ribasso,
ma contro il mio voler, questo mi pesa;
non posso più seguire il vostro passo,
purtroppo, siamo prossimi alla resa.
Ma perdonate un pizzico d’orgoglio,
abbiamo fatto insieme tanta strada;
mentre gli uccelli, il vento e il pozzo all’Oglio
canteranno per me l’inno alla squadra.

Eugenio Castellani