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Il Covile - N.o 345 (4.10.2006) I fotomontaggi di Veltroni

Questo numero


Del misfatto urbanistico rappresentato dal nuovo Museo dell’Ara Pacis ci siamo già occupati diffusamente nei nn. 326 e 329, ma il recente tentativo di nasconderlo con un fotomontaggio [vedi anche] (siamo alla disinformazja?) ci obbliga a ritornare sull’argomento.

I falsi sillogismi di Veltroni (di Samir Younés)


Come un cultore del modernismo, e più precisamente di quello impenitente, il Sindaco di Roma è quel tipo di politico che associa la sua politica all’arte e all’architettura modernista, guardando all’una come estensione dell’altra. Egli ha scritto libri ed ha partecipato a programmi televisivi ed eventi mediatici necessari a fare la coreografia di quest’immagine che ama coltivare. Altri politici, sia di sinistra che di destra, lo hanno preceduto in queste azioni propagandistiche, seguendo la stessa illegittima associazione. Questa associazione risulta illegittima poiché l’esperienza ci ha insegnato – sin dalla Rivoluzione Francese – che quando diverse ideologie politiche, della sinistra o della destra che siano, usano le stesse forme d’arte per giustificare sé stesse, non fanno altro che dimostrare come l’arte stessa risulti essere estranea a questa connessione. Questo è per esempio il caso del nuovo Museo per l’Ara Pacis.
Ara Pacis: il fotomontaggio

Il Comune di Roma e i suoi consiglieri sono così profondamente coinvolti nell’immedesimare sé stessi con l’immagine modernista, da aver fatto ricorso ad un sotterfugio medianico propagandistico consistente in un fotomontaggio pensato per ingannare l’osservatore ingenuo che il nuovo Museo per l’Ara Pacis rappresenti solo un nuovo livello dei tanti che caratterizzano la storia di Roma. Ci si riferisce al cartellone pubblicitario del Comune (vedere l’immagine), dove diversi frammenti dello stesso edificio, Palazzo Farnese, sono stati spostati dal contesto originario in modo da poter creare uno sfondo virtuale per il nuovo museo. È curioso che i propositori di un edificio assorto su sé stesso, quale è il nuovo Museo per l’Ara Pacis, sentano la necessità di “ambientarlo” utilizzando porzioni di un edificio genuinamente romano. Si noti altresì come nell’immagine di cui sopra il Mausoleo di Augusto sia stato ignorato, rimosso, e convenientemente nascosto nel fotomontaggio … persino i cipressi sono scomparsi!
 
Come consuetudine, l’architetto scelto ha ripetuto il suo ennesimo assemblaggio di forme industriali inesorabilmente uniformi ed avulse dal contesto, disdegnando ed offendendo quest’ultimo … nonostante tutto, però, il Sindaco di Roma risulta deliziato da questo fenomeno. Il lettore probabilmente ricorderà le parole pronunciate dal Sindaco durante il programma andato in onda su RaiTre il 6 dicembre 2005 (nell’ambito della testata La storia siamo noi, di Giovanni Minoli). Lì il Sindaco asseriva che c’è un sola possibilità relativa ai nuovi interventi architettonici per l’Urbe: quella modernista. Ci troviamo dunque di fronte ad una situazione paradossale, situazione in cui colui che si autodefinisce pluralista e aperto diverse opinioni impone una unica possibilità modernista per l’architettura! Chiaramente l’attuale Sindaco, e il suo predecessore, possono concepire una sola specie di modernità: il Modernismo (visione forzata e come tale distorta della modernità).
 
Gli ultimi due sindaci di Roma avrebbero dovuto ascoltare le altre opinioni circa il nuovo Museo per l’Ara Pacis. Questa era certamente una delle tante possibili opzioni, specie se trattasi di un monumento appartenente al patrimonio artistico internazionale. Ma loro hanno preferito scegliere lo Studio di un solo architetto, una sola possibilità di espressione architettonica, senza beneficiare di un razionale confronto di diverse opinioni architettoniche. Se avessero organizzato anche semplicemente un concorso internazionale ad inviti, probabilmente essi avrebbero avuto la possibilità di paragonare le idee e confrontare le diverse opinioni circa la modernità. Senz’altro si sarebbe potuto evitare la simbolica pochezza dell’edificio attuale. In ogni modo, dato che nessun razionale confronto è stato operato, loro hanno imposto alla città l’espressione del loro gusto privato derivante dall’ideologia modernista. Ma uno dei problemi di quell’ideologia è l’essere monista: essa deve dominare a tal punto da non ammettere l’esistenza di altre ideologie. I seguaci di questa corrente dichiarano di essere aperti a tutte le opinioni pur restando drammaticamente ancorati allo stesso credo monista. Qui, ancora una volta, abbiamo la formazione di un “gusto ufficiale”, un gusto prestabilito. Conseguentemente, il Sindaco ha bollato gli oppositori del progetto del nuovo Museo per l’Ara Pacis come “sventurati”, mostrandoci dunque il campo d’azione entro cui egli tende a far coincidere le sue posizioni politiche e artistiche (vedere il Messaggero, Cronaca di Roma, Domenica 24 Settembre, 2006). Piuttosto che castigare coloro che disapprovano l’estetica modernista, il Sindaco farebbe bene a passeggiare per le strade di Roma ed ascoltare l’indignazione dei cittadini relativamente all’imposizione alla città di un oggetto decontestualizzato.
 
Qualcuno si è opposto il nuovo Museo per l’Ara Pacis portando la discussione su livello politico. Anche questo è da ritenersi illegittimo, poiché l’opposizione al nuovo Museo per l’Ara Pacis deve fondarsi sul piano architettonico: il modo in cui l’edificio si relaziona al carattere di Roma, l’adeguatezza del nuovo edificio alla sua funzione, le sue proporzioni, i suoi materiali, la sua costruzione, la sua durevolezza, i suoi colori, e tante altri argomenti che appartengono alla sfera del fare architettura.
 
Infine, il summenzionato articolo della Cronaca di Roma asserisce che l’auditorium contenuto nell’edifico per l’Ara Pacis ospiterà conferenze atte a promuovere il dialogo interreligioso. Quest’iniziativa è senz’altro benvenuta, e specialmente necessaria in un mondo infiammato da troppe divisioni. Ciononostante, il fatto che i dibattiti relativi a diverse religioni debbano avvenire in questo edificio non significa che l’edificio stesso sia necessariamente più illuminato o più pluralista. Un dibattito, su qualsiasi argomento, può avvenire in qualsiasi edificio atto a contenerlo: non ha alcuna relazione con il carattere dell’edificio, soprattutto se quell’edificio intende ignorare il contesto in cui è stato forzato. Guardiamoci bene dai falsi sillogismi.
 
Samir Younés
Samir Younés è professore di architettura e Direttore del Rome Studies Program della University of Notre Dame, USA.