Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 346 (27.10.2006) Le carte dal lager di Enrico Pistolesi

Le carte dal lager di Enrico Pistolesi


Era da un pezzo che volevo far conoscere agli amici questi testi offertici da Enrico Delfini. Non hanno certamente bisogno di una mia inadeguata introduzione, preferisco farli precedere dal relativo carteggio coll’amico bolognese.
4 marzo 2006
“[…] Da quel che credo di aver capito, il grosso degli ‘amici’ che gravitano attorno alla tua Newsletter, sono fiorentini, o almeno toscani.
Mia mamma era di Firenze. Il mio nome era il nome di suo fratello, classe 1915, morto in un campo di concentramento tedesco nel marzo 45, poche settimane prima dell’arrivo degli americani.
Spirito eclettico, atleta, musicista, ingegnere aeronautico, ufficiale dell’Arma Azzurra catturato nell’Egeo dopo l’8 settembre, medaglia d’argento al Valor Militare, si ammalò di tubercolosi per gli stenti patiti e non riuscì a tornare a casa. Mia madre riuscì ad avere e a conservare alcuni suoi scritti, decisamente belli. Mi piace farti leggere questi due, molto fiorentini; pur avendoli letti cento volte, confesso che ogni volta mi toccano dentro.
Se tra i frequentatori del sito c’è qualche pisano non giovanissimo, magari ingegnere laureato a Pisa, il nome di Enrico Pistolesi non giungerà ignoto. Il fratello di mia mamma, morto ripeto a 30 anni, era a sua volta omonimo di suo zio, pioniere dell’ingegneria aeronautica (i suoi libri sono ancora letti e studiati dopo 80 anni!), ed a Pisa è stato una vera istituzione: preside di facoltà, sindaco, presidente dell’Opera del Duomo, presidente della squadra di calcio...)
A presto, Enrico D.”
 
15 marzo 2006
“[…] Non posso chiudere senza un invio... riguarda ancora mio zio Enrico. Ho trascritto, anche se è piuttosto ingombrante, il testo che raccoglie la sua esperienza spirituale di conversione.
È un testo che, anche se scritto di getto, otto mesi dopo la caduta di Lero, nella breve estate nel campo di concentramento, ha ben poco bisogno di limature e correzioni.
Allego anche una breve poesia/filastrocca, scritta dallo zio su una cartoncino di risulta. Di nessun valore artistico, né morale, ma la considero interessante come prova della capacità dell’animo umano (o almeno di qualche animo umano) di conservare il senso dell’umorismo.
Conosci La favola di natale di Giovannino Guareschi? Uno dei testi più poetici del novecento. Fu composto in prigionia e cantato e suonato nel natale del 44 in un campo tedesco. Poesia e umorismo allo stato puro. Vero archetipo dell’umorismo sui lager, argomento molto in voga qualche anno fa, per esaltare il monello Benigni, che aveva osato e saputo trattare con lievità e col sorriso la tragedia umana. Certo un merito, ma se è merito farlo dopo mezzo secolo, molto più difficile e molto più meritorio farlo mentre si soffre davvero la fame e il freddo. All’epoca di La vita è bella, scrissi a Benigni sull’argomento, e mi è sinceramente dispiaciuto che non abbia ammesso il debito verso Guareschi, e non abbia nemmeno trovato il tempo di rispondermi. Ma questa è un’altra storia. Se non conosci l’opera di Guareschi, fammelo sapere che te la mando.
Enrico”
 
16 marzo 2006
“[…] Prima o poi pubblicherò le cose di Enrico Pistolesi, non so quando perché devo mantenere un ritmo alla NL. Ti chiedo una cosa: riesci a sapere l’indirizzo della casetta verde di tuo zio? La zona di via Centostelle è molto cambiata, ma mi piacerebbe, al momento della pubblicazione, dare indicazioni ai lettori.
Stefano”
 
16 marzo 2006
“[…] la casa, che era la casa dei miei nonni, e in cui ho passato bei momenti della mia prima infanzia, è in piazza S. Gervasio, in angolo con via Baldesi (la strada che inizia a salire verso viale A.Volta e Fiesole).
Guardando dalla piazza, quella sulla sinistra. Ora mi pare che abbia le persiane color marrone, ma una volta erano verdi. Per la precisione: 43°47’04” N ; 11°16’55” E
Per curiosità storica, Augusto Baldesi era il comandante dei Vigili del fuoco di Firenze che morì nel 1919 (anno più, anno meno) per lo scoppio della polveriera. Un deposito di materiale bellico, bombe, proiettili, esplosivo che saltò in aria provocando danni ingentissimi, e per fortuna relativamente poche vittime. Dopo il primo boato, le esplosioni di proiettili proseguirono inarrestabili per ore e fu un proiettile vagante ad uccidere Baldesi che stava prestando soccorsi.
Sul sito della polveriera (ettari di terreno raso al suolo) sorsero gli impianti di Campo di Marte, stadio compreso (qualche decennio dopo). Se conosci qualche novantenne, credo che l’esplosione della polveriera risveglierà certamente ricordi...
Enrico”

Sandbostel


Questo è un paese
dove l’estate
è una novella
di maghi e fate
Là dove il fisico
si trova a posto
con il cappotto
in pieno agosto
dove si battono
i piedi a terra
mentre s’attende
il fine guerra,
contando queste
tristi giornate
fatte di sbobba
e di adunate.
Fumare in linea
è un gran delitto
che nelle carceri
ti mena dritto,
mentre nel fallo
più forte casca
chi tiene un attimo
le mani in tasca.
Clima terribile
quasi infernale
per cui deduci
ch’è naturale
che nel carattere
di questa gente
il clima peste
quasi fetente
si ripercuote,
è naturale.
Per cui dicendo
crucco maiale
altro non dico
che un’espressione
che poi nei fatti
trova ragione.
Passano i giorni
velocemente,
sono sbarcati
sul continente.
C’è la speranza
se Dio lo vuole
d’andare a prendere
di patria il sole

baracche nel lager di Sandbostel

Scenderò


Scenderò alla stazione di S.M. Novella, se ancora sarà in piedi o funzionerà come tale. Respirerò l’aria della mia città. Sentirò ancora una volta il fruscio delle sue strade e lo scatenaccio dei suoi tram.
Ecco: arrivo inaspettato, non ho voluto avvisare nessuno apposta per godere da solo questo ritorno, questo incontro con la mia Firenze amata.
Il treno ferma con un leggero sobbalzo, stridendo nei freni. Qualche tettoia squassata dal crollo di qualche bomba, ma la bella stazione è sempre riconoscibile: elegante nella sua linea pura e aristocratica.
Scendo sotto la pensilina con un salto: qualcuno mi guarda per il mio strano vestire: non ho bagaglio, ma solo il mio sacco e il mio tascapane fedele delle lunghe marce di detenuto. Non ho bisogno del facchino. Vado verso l’uscita (che sarà sempre la stessa) e collo sguardo darò un’occhiata alla sala bagagli dove un tempo un tempo più felice andavo a svincolare i numerosi bagagli.
Uscito respiro a pieni polmoni: è la fine dell’estate: l’aria è incantevole, vera aria della Toscana. Sento la mancanza della mia grigia bicicletta. Vedo su di essa circolare il babbo: almeno sono stato più tranquillo perché aveva dei freni buoni e correva meno pericolo. Con lei in un attimo sarei a casa. A piedi è troppo lontano, nemmeno da pensarci. Uno sguardo per vedere se ci sono tassì. Nemmeno l’ombra, naturalmente. Ci sono carrozze e tranvai.
D’assalto prendo una carrozza anche per evitare incontri durante il tragitto che mi sembra rovinerebbero la bellezza dell’incontro a casa.
Do l’indirizzo e traballando mi avvio verso casa. Non posso contare i minuti perché il mio orologio chissà mai dov’è: fu venduto in Ungheria ad un maresciallo tedesco.
Via Nazionale ed il viale: Piazza Cavour e viale Margherita: via Masaccio il ponte e via Centostelle. Ecco, visto qualche casa distrutta. Si sente che la guerra è passata, ma si sente anche che è finalmente finita. Si respira aria di casa.
Vedo in fondo il giallo della casa dell’Aronna. So che di fronte la mia casa bianca colle persiane verdi mi attende.
Il cuore si fa piccolo piccolo e l’occhio tende a diventare lucido:una voglia matta di ridere si mescola ad una fortissima di piangere. Coraggio.
Rivedo i soliti negozi dove mi sono tante volte fermato accompagnando i genitori nella veste di acquirenti. Mi sembra già di essere a casa.
Sarei tentato di far fermare il traballante veicolo un poco prima e fare l’ultimo tratto della strada a piedi. Ma rinunzio per non perdere nemmeno un attimo di tempo. Brucio internamente: quasi vorrei buttarmi di sotto e correre all’impazzata.
Contegno Enrico e calma.
Ecco: la carrozza si ferma. Il cancellino, l’alloro, la casa. Le finestre sono aperte: quindi sono in casa. Il cuore è ancora più piccolo. Ho preparato l’importo della corsa e della mancia e ho pagato prima ancora di fermarsi. Ho già abbracciato zaino e tascapane. Salto di sotto e mi fermo davanti al portone. È aperto.
Lo guardo, lo tocco e lo accarezzo: sfioro leggermente colla mano senza premere i pulsanti dei campanelli. Caro portone dalle maniglie roventi nelle mattinate d’estate quando si tornava dalla messa, colla maniglia rubata e sostituita con altra orrendamente brutta.
Il battente è socchiuso. Spingo e salgo i sei gradini. Ecco l’uscio a destra: prof. Gino Pistolesi. Devo avere la faccia rossa: sento il cuore in gola. Appoggio l’orecchio per percepire dei rumori: sento solo dei fruscii. Non resisto più e suono il campanello.
Il tempo fra quella suonata e l’apertura dell’uscio mi sembrerà lungo come tutto il periodo della prigionia: infatti si può dire che ne è tutta la vera sintesi.
Tutto mi brucia intorno.
Sta per realizzarsi e coronarsi la più grande avventura per ora accadutami della mia vita, sta per avverarsi il grande sogno di tanti mesi.
Ecco: dei passi giungono affievoliti. Sono dei passi che mi sembrano strascicati e per questo mi inteneriscono: devono essere i passi della mamma.
Ecco lo scatto della serratura.
L’uscio si socchiude.
Vedo una massa di capelli bianchi. Poi, nella mia fantasia non riesco a vedere più niente.
 
Sandbostel, 18 giugno 1944
 

Addio


Addio, per ora, vecchia Firenze.
Quando saprò ancora qualcosa di te?
Mai come ora sono stato tanto triste. Mai come ora ho sentito di volerti tanto bene.
In questi giorni stai per cambiare padrone: il destino e gli uomini hanno voluto che questo cambiamento avvenisse dolcemente, senza eccessivo rombo di aerei, boati di cannoni, senza lamento di carri armati, crepitio di mitragliatrici. Almeno così sembra dalle notizie che dal mondo arrivano fin qua attraverso il ben custodito filo spinato.
È, questo che ti faccio, più che un addio un arrivederci. Sento dentro di me una voce che mi dice, sincera, che presto sarò di nuovo fra le tue case e fra la tua gente. Camminerò per le tue strade e i tuoi viali, passeggerò nei vialetti dei tuoi giardini, respirerò la tua aria: da te godrò ancora qualche giornata di sole e di caldo, le uniche di questa annata: senti, sinceramente, le alte latitudini non sono fatte per me.
Anche se ti troverò con qualche casa di meno, con qualche buca di più e con un sacco di novità, mi sembrerai sempre la più bella e meravigliosa città del mondo.
Sì, effettivamente è molto bello l’autunno a Firenze… come pure è tanto bello lasciarsi cullare dalle illusioni, anche se queste sono illusioni probabili e non troppo fantasiose.
Il quadro ora si sposta, e l’obbiettivo mette a fuoco i particolari: non è possibile che il premio non sia…
…una casa bianca colle persiane verdi, semicircondata da un giardino, con un alloro che si protende sulla facciata.
Dentro questa casa, che vedo nitida davanti a me come se fosse vera ed anche meglio, c’è tutto il mio cuore: tutto sta racchiuso tra le sue mura tentennone e incatenate.
Ho sempre sentito dentro di me una voce che mi diceva di stare tranquillo perché il tuo nido doveva restare illeso in mezzo a tutta la bufera che lo avrebbe circondato. I vecchietti non avrebbero avuto il dolore di vedersi in mezzo ad una strada nell’avvilimento di chi, profugo e randagio va mendicando un tetto ed un giaciglio.
E chi è lontano come me sa che oltre al calore del focolare ci sono anche concrete le pietre, contornate di muri e coperte da un tetto.
È bello e nello stesso tempo triste ricordare queste cose: viene la voglia di piangere per una rabbia furiosa che dà l’impotenza dell’inazione coatta, per il sopruso eretto a norma costante di legge, per quella grandissima malattia della nostalgia.
Vi saluto tutti, per ora, cari ricordi, affetti, persone e cose, e spero di avervi lasciato in mani buone.
So che tutti voi aspettate fiduciosi del mio ritorno: mi sembra che tutti insieme mi diciate: forza Enrico, ancora un poco, ancora un piccolo sforzo e sarai di nuovo fra noi; non ti lasciare abbattere, non cedere davanti al traguardo.
Ed io per voi resisto, e anche per me. Perché so che fra voi la vita ritornerà bella, e questa bellezza sarà un premio, senz’altro il più bello, per tutto quello che materialmente e moralmente ho sofferto stringendo i denti e chinando il capo, mangiando veleno e troppo poco pane, guardando sempre avanti, verso la meta che devo e voglio assolutamente raggiungere, con l’aiuto di Dio, la meta che la speranza avvicina e il dubbio allontana, la meta che è la luminosa intima gioia del cuore: il ritorno.
 
Sandbostel, 27 luglio 1944
 

Pensando


Capita spesso che nella propria vita un uomo si trovi solo: solo anche in mezzo a tanta gente a lui più o meno estranea, lontana da lui per modo di fare, usi e costumi, genere di vita. Allora l’uomo, recuperando della sua principale prerogativa, pensa. Se per questa sua attività ha tempo, disposizione ed intelligenza, il tempo in cui si svolge questa sua attività può definirsi senz’altro l’epoca della sua vera formazione mentale : la chiave vera dell’inizio della sua vita di carattere.
L’uomo giunge a questo momento della sua vita senza una linea di condotta ben definita, generalmente. Vi giunge generalmente impreparato, improvvisamente, senza idee chiare, senza esperienza, con solo un corredo di ricordi e di poche esperienze. Generalmente non ha mai avuto il tempo di pensare, di racchiudersi in sé stesso.
La contemplazione della natura ed anche degli avvenimenti aiuta senz’altro il processo spirituale di elaborazione mentale.
Si guarda intorno e trova istintivamente stupido tutto quello che prima lo aveva tanto interessato: si sente scettico ed annoiato della vita pur sentendo che essa è tanto bella, degna e meritevole di essere vissuta: sente quindi il bisogno di trovare una nuova forma, un nuovo atteggiamento per cui la vita riacquisti quei valori che aveva ed ha per lui perduti, affinché rifiorisca in lui la gioia di vivere.
Le spensierate compagnie degli amici non lo distraggono più come un tempo: è solo, libero del proprio pensiero e dei propri atteggiamenti.
Dove trovare questo nuovo “modus vivendi” per cui le cose e gli avvenimenti possono acquistare e mantenere ancora un vero valore?
Prima di tutto dentro di sé. D’altra parte è questa la vecchia chiave di tutte le filosofie di questo mondo. Nel raccoglimento intimo prova una gioia che prima sconosceva e che gli dà un senso di pace e di tranquillità. Si accorge così della propria esistenza che prima quasi non aveva ben sentito, assorto come era della contemplazione ed analisi delle sole cose esteriori.
Ma il solo io non basta a completare il quadro della sua anima: sente bisogno di essere in certo qual modo guidato, il che vuol dire che in questo momento affronta di petto il vero problema del quale ancora bene non vede la soluzione ma percepisce, intuisce che ormai è impossibile fare a meno di questa ricerca e di trovarne la soluzione definitiva.
Mai come in questi momenti si sente solo e triste. Mai come in questi momenti sente il fascino della ricerca intima ed insieme alla tristezza sente una grande felicità. La felicità della speranza di un qualcosa che lo accompagnerà per tutta la vita, una nuova vita che sta per nascere con un uomo nuovo e vivo, più vivo di prima, attivo rispetto alle cose e agli altri uomini e non come il precedente uomo passivo rispetto alla diretta osservazione delle cose ed alla accettazione di esse come sensazioni pure.
Ecco quindi la fase che in certo qual modo potrebbe dirsi che risolve il problema della conoscenza, che poi in fondo altro non è che quello della coscienza del proprio io.
A questo punto si accavallano nella mente le vecchie e le nuove recentemente acquisite conoscenze di storia del pensiero Umano. Vecchie e nuove teorie si accavallano nella ridda più fantastica mentre ognuna cerca di dare con varie soluzioni proposte una risposta ai noti problemi e quesiti che si offrono durante la risoluzione di vari perché, anzi di tutti i perché che valgono a dissipare il groviglio nel quale la mente si trova.
La cosa sembra quasi disperata e l’uomo è tentato a un certo punto a buttare tutto via, a ritornare come prima alla vita di forma quasi primitiva e naturalistica liberando la mente da tutti quei tanti perché che gli tolgono la serenità e lo tormentano. Anzi, se le condizioni ambientali glielo consentono, ci si prova. Ma l’esperienza purtroppo, o meglio meno male, non riesce. Egli è ormai giunto a un punto in cui non è più possibile in nessun modo tornare indietro, a meno di non disprezzare sé stessi per questo.
Fortunato colui che a questo punto trova sul cammino della vita degli avvenimenti tali che lo costringono a considerare tre principali cose.
La prima è la piccolezza di sé stesso. Come un grandissimo scenario la vita gli si apre davanti come una nuova manifestazione, alla quale impotente nel modo più assoluto deve assistere, o meglio deve essere uno dei tanti attori, una delle tante comparse. Sente sopra di sé pesare un destino, sente che si deve compiere la VOLONTÀ di un altro al quale non può opporsi, volontà che sente dura ma non crudele, anzi in certo qual modo amica.
La seconda cosa è proprio questa volontà esterna a lui, gigantescamente potente alla quale sente dolce l’ubbidire più che il ribellarsi.
La terza cosa è la sensazione dell’apprezzamento del buono e del cattivo, del bello e del brutto, del giusto e dell’ingiusto.
Tutto quello che accade, magari apparentemente orrendo e ingiusto, è poi così ? Oppure è la sua impressione, la quale forse erra: e allora è portato, tramite una serie di considerazioni, forse in massima parte intuitive più che ragionate, sentimentali più che rigorosamente logiche, a fondere insieme il concetto di buono e di cattivo, giusto e ingiusto con quella volontà che sente magari dura, ma amica, che sente tanto grande quanto lui si sente piccolo e inerme.
Guardando in una tiepida notte di fine estate il più limpido cielo stellato dell’Asia Minore, ascoltando con orecchio distratto lo sciacquio della risacca lenta, intravedendo il brulichio delle stelle riflesse sulle piccole onde, e più che altro essendosi accorto che ormai il cuor suo ha detto addio a tutto questo, sente quanto passeggera è la vita, il suo IO si ribella a dover pensare che tutto questo, questa grande rinunzia sia ingiusta: pensa che è lui che non sa apprezzare il vero giusto e ingiusto: s’inchina allora a questa volontà che ha sentito forte e violenta al di sopra di sé. Si accorge che ha gli occhi bagnati. Allora tutto gli sembra bello, anzi veramente lo è, compresa la rinuncia. L’uomo si accorge che sta pregando, si accorge che finalmente ha vinto la sua grande battaglia. Le sue labbra lentamente si muovono e dicono: “Sia fatta la tua volontà”
L’uomo si alza dallo scoglio sul quale era seduto: gli sembra di essere infinitamente più leggero. E immensamente sereno. Sente che finalmente ha trovato un amico ed il suo cuore è gonfio di gioia e di amore. Si è arreso e per questo ha vinto. Guarda ancora le stelle e si sente ad esse fratello: fratello al mondo tutto, ai monti, agli alberi, al mare. Sente che tutto è legato e proviene da quella grande volontà che ha accettato senza ribellarsi come sua padrona, amica, infinitamente amata. E quelle lacrime di poco prima quasi si trasformano in lacrime di gioia.
-Ho vinto!- pensa. E sa che quella vittoria è qualcosa di veramente grande ed importante per lui.
La mente si distende in una serenità senza precedenti. Ora non esistono più problemi. Esiste solo la vita, intesa finalmente nel suo senso giusto perché ogni problema è definitivamente risolto. Sente nel cuore quella immensa pace che dà la vera felicità, anzi è l’unica vera felicità: sente di essere finalmente in pace con sé stesso e in pace col mondo e con gli uomini. Si meraviglia anzi come tanto tempo abbia potuto vivere senza questa enorme gioia la cui mancanza gli arrecherebbe il più grande dolore.
La vita gli sembra più bella, anche se ha perso un po’ della sua importanza, anzi forse proprio per quello. La sente sua perché lui deve combatterla, ma la considera come un dono e più che un dono un imprestito che gli serva di sublimazione e santificazione.
È quasi l’alba quando varca la soglia della diroccata dimora. Si accorge che un’altra preghiera si muove commossa sul suo labbro: “Ti ringrazio di avermi condotto a Te, con tanto amore.”
Questo processo risolutivo del suo pensare accumulato da mesi è durato varie ore: sullo scoglio in riva al mare sarà stato forse più di mezza nottata. Lo sforzo mentale è stato accompagnato anche da uno sforzo sentimentale fortissimo ed il cuore quasi gli fa male. Ma la felicità è tanta che non sente stanchezza e non sente dolore.
Come è bello, nella sua vera bellezza giustamente apprezzata, ora, il mondo. Quello che prima sembrava orrendo ora non ha più importanza. La lotta materiale non è che una piccola parte della grande e vera lotta che è la vita.
Non si spoglia, si butta soltanto disteso sulla branda, si copre con una coperta buttata su alla meglio: lascia la porta aperta ed attraverso essa vede ancora le stelle e il contorno dei monti contro il cielo che comincia a schiarirsi nell’alba. Le sue labbra sussurrano: “Ancora ti ringrazio. Che tu sia benedetto, o mio Dio. Vorrei anche io, quasi sarei tentato a dirti allontana da me questo calice amaro, ma invece, ricordandomi le tue stesse parole, accetto e benedico la tua volontà.”
Socchiude gli occhi e si addormenta in un sonno che brevissimo gli darà un po’ di riposo e di distensione di nervi. Quando si risveglierà gli sembrerà di essere nato allora, in una nuova e più bella vita, ove tutto ha una risposta, non esistono più quesiti rimasti senza risposta, problemi insoluti; un mondo nel quale, nell’apparente lotta e dolore, c’è una gran pace, quella sola che sa dare l’Agnello di Iddio.


Di tutto questo, di questa notte in modo particolare, si ricorderà, con tinte vive e vibranti l’uomo, quando non più assillato dal problema della ricerca ormai definitivamente superato penserà al suo perfezionamento spirituale.
Tempo non manca nelle lunghe oziose forzatamente giornate. Sono da lui considerate settimane e mesi quasi di preparazione oltre che di espiazione e di esperienza.
Quando nelle lunghe notti polacche non potrà dormire perché le gambe sue saranno doloranti per la debolezza e per i gonfiori degli edemi per fame, quando sarà stanco e la notte malamente riposerà sugli sconnessi e duri tavolacci, quando avrà sonno e freddo, tanto freddo e non potrà dormire perché le sue coperte sono insufficienti ed il vento penetrerà soffiando impetuoso e gelido tra le sconnesse assi della triste baracca, quando avrà sonno e non potrà chiudere occhio perché il suo stomaco e tutto il suo corpo urlerà per la fame, fame continua, tremenda, incubo di tutte le ore e di tutte le azioni; allora saprà cosa vuol dire veramente: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano.”
E quando al giorno, affamato e infreddolito senza nemmeno una sigaretta che lo aiuterebbe a calmare gli stimoli della fame, aspetta la minestra insufficiente ed il pane di segatura che non sfama, allora ripeterà ancora: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano, benedici quello che fra poco mi sarà dato, fa che mi basti e fa che a tutti i poveri del mondo non manchi mai, anche a loro, un tozzo di pane.”
Ma la bellezza di questa invocazione l’aveva sentita anche più forte nei primi giorni della tragica odissea quando il tozzo di pane e la minestra calda non erano cose sicuramente quotidiane, anzi non esistevano nemmeno.
La sublimità di certe preghiere si avverte proprio in determinate circostanze, quando esse sono applicabili al caso specifico.
E quando languendo in orride baracche privato della libertà, coatto e abbandonato, vittima di quella che a lui sembra, o almeno ha tutta l’apparenza di una formidabile ingiustizia, dice: “Rimetti a noi i nostri debiti” soggiungendo subito: “come noi li rimettiamo ai nostri debitori” perché sia chiusa a zero la partita di amore e di carità verso Dio e verso il prossimo. Niente rancori quindi, ma solo perdono e sopportazione.
Quale cosa esiste più bella del perdono? Il rancore e l’odio lascia sospesi aspettando il momento della rivincita: uno quindi non può essere calmo e felice. Il perdono invece è un fatto di per sé consumato, già chiuso e liquidato, che lascia contento come sempre accade per le vittorie su sé stesso.
Quando camminando sulla viscida neve pesticciata e ghiacciata si recherà alla baracca funzionante da cappella durante il lungo crepuscolo delle giornate invernali della Polonia settentrionale, sentirà come se si recasse da un amico, l’amico più caro, quello che mai tradisce, quello che mai non mente, quello che sa, colla massima fiducia e scrupolosa esattezza, amministrare i suoi molti debiti ed i suoi pochissimi crediti, che saprà colla sua infinita generosità, colmare i vuoti di questo grande squilibrio, l’unico insomma che saprà salvarlo dal fallimento. Entrerà nella silenziosa baracca, s’inginocchierà e pregherà e starà in adorazione. Cose inconcepibili per l’uomo di un tempo, le più belle dell’uomo nuovo.
Sentirà vivo dentro di sé quel sentimento inspiegabile, ma ugualmente forte e vivo, del riconoscimento della divinità, del desiderio di umiliarsi dinanzi ad essa, umiliazione sublime che vale più di qualunque innalzamento.
E pregherà, qualche volta colle lacrime agli occhi: pregherà per sé e per quelli che lontano ha lasciati e che rappresentano quello che di più caro ha su questa terra: sentirà allora che le sue preghiere voleranno e raggiungeranno lo scopo posandosi come l’ala di un angelo sul capo bianco della mamma, calmandola e tranquillizzandola nelle lunghe ore della trepida attesa. Sentirà di non essere poi tanto lontano da tutti loro come sembra guardando la carta geografica. E apprezzerà della vita tanti e tanti valori che chi non ne ha provata la mancanza non sa cosa significhino veramente. Sono valori di cui in particolare se ne può far la vera valutazione in senso negativo sentendone la mancanza. Si fanno progetti e sogni.
E il tempo, che è galantuomo, intanto passa.

Tempo perso


Riflettiamo bene: è tutto tempo perso, questo.
Quali vantaggi si possono trarre da questi insegnamenti e quali sono questi ?
Raccogliamo le idee ed enunciamoli se ancora tutti mi vengono in mente e se mi riuscirà.
Il tempo che uno trascorre in un esilio o in un posto simile a questo non è perduto. Questo sempre lo sosterrò contro chiunque volesse affermare il contrario: vorrebbe dire che questo è un imbecille completo che dagli avvenimenti non sa trarre alcun insegnamento.
La condizione morale che si rispecchia e deriva da quella materiale di carattere logistico è quella di una forzata, intima, assillante promiscuità col prossimo non sempre simpatico, per cui l’individuo non è mai solo. Tutto quello che fa, anche le minime cose, è osservato e commentato.
Sembrerebbe impossibile, ma questo forzato, talvolta infernale miscuglio di uomini è proprio quello che, in contrapposto a questo senso di disagio fisico, ti porta quello morale perfettamente contrapposto, ossia il senso della solitudine. Tu sei solo, tremendamente solo, senza un amico vero, con tutta, più che sempre, la responsabilità di te stesso, delle tue azioni, dei tuoi pensieri, delle tue decisioni. Mai come qui, come in questi momenti, vengono tremendi momenti di sconforto, di abbattimento, forse anche di disperazione: e il conforto non viene dal di fuori: viene solo da te, dalla tua forza di volontà che deve vincere e vince: però costandoti uno sforzo che ti spossa tremendamente.
Esistono amici in prigionia?
Intendo con questo, amici e non compagni.
Si possono dare due casi: o gli amici, ossia l’amicizia, si era formata precedentemente o è di formazione attuale.
Se è vero che i veri amici si riconoscono nella miseria, questa legge penso che qua non ha alcun valore perché la miseria è troppo bilaterale per poter dare valore al proverbio. Quindi i veri amici cercheranno al massimo di sopportarsi leticando il meno possibile fra di loro, e progettando di dividere i pacchi che riceveranno nel futuro.
I nuovi amici non esistono e non possono esistere: sempre intendendo per amicizia quella forma superiore di relazione fra uomo e uomo, quello che sulla terra è uno dei più grandi doni, concesso da Dio all’uomo.
Non può esistere perché ciascuno inizialmente è troppo preoccupato del proprio io, del proprio problema, del problema dell’esistenza in fondo, che non può sinceramente guardare al prossimo con quella carità e quell’amore necessario per la formazione di un’amicizia, anche se l’oggetto fosse elemento buonissimo e che in altre circostanze ed occasioni avrebbe dato buoni frutti. L’uomo, nelle circostanze in cui si trova, cerca come arma di difesa l’egoismo: cerca di chiudersi fortemente in sé stesso, di ritirarsi per difesa in un proprio isolamento in cui l’io è solo ma almeno al sicuro da molte cose. Scambierà qualche parola buona, qualche complimento: l’altro contraccambierà, ma tutti e due sono troppo malfidati per una esperienza lunga di torti, affronti e “fregature”, avute che non vogliono assolutamente compromettersi. Cammineranno ancora per due strade parallele, magari vicine, ma che non si incontreranno mai.
Ma la cosa fra tutte più interessante è la critica al prossimo rivelatosi nudo e nella sua vera natura alla luce delle nuove circostanze. Le quali, diminuendo l’attività esteriore hanno esaltato le sue doti spirituali, buone e cattive, mostrando a nudo il vero carattere. Analisi che intelligentemente va fatta considerando [oltre (1)] al fuscello la famosa biblica trave.
Viene da domandarsi con una resipiscenza di carità se però l’uomo in queste condizioni, ossia l’uomo affamato (patologicamente malato) e privato della sua libertà, sia un uomo completamente normale per cui quello che pensa e le azioni che compie sono quelle naturali e vere.
Comunque si constata che l’uomo è essenzialmente egoista: l’egoismo è la base del suo pensare e del suo agire. È un egoismo, tremendamente freddo, irrevocabile che agghiaccia il cuore. Rare, ma pure esistono, sono le forme di carità. Piccole mosche bianche che talvolta commuovono fino alle lacrime e sono fatte da coloro da cui meno c’era da aspettarselo: gente talvolta anche sconosciuta che come una buona fata s’incontra sul nostro cammino e ci fanno riconciliare con il nostro simile.
Il quale simile di natura è molto spesso ladro.
È vero, ma sembrerebbe impossibile immaginarsi un distinto signore ufficiale intento a rubare ad un collega il pane della razione o la parte della sua marmellata o di margarina. Non parliamo, oltre che di questi furti che si possono definire occasionali, di quelli organizzati in grande stile di interi pacchi viveri.
Forse l’uomo in queste circostanze ritorna primitivo, colla legge subdola dell’uomo delle caverne, dei serpenti della foresta. Occorre vivere e per questa tremenda imperiosa necessità l’uomo ruba: il disagio fisico racchiuso dalla fame tremenda spinge al furto, una tremenda umiliazione dinanzi a sé, forse però sotto un certo punto di vista perdonabile.
In queste circostanze uno impara cosa è la fame. Pochi lo sanno, punti in tempi normali lo sanno veramente. Altro è la fame occasionale di uno che ha saltato uno o più pasti: solo, essa è lo stimolo dello stomaco che reclama i suoi diritti più o meno imperiosamente. Altro è la fame sistematica di più mesi, la fame insaziabile di tutto l’organismo ridotto al minimo delle riserve, indebolito, con una fiacca tremenda ed una abulia alla quale è necessario opporre, con uno sforzo non indifferente, la necessaria reazione per non soccombere. Chi soccombe è un vinto. E l’indebolimento generale si ripercuote inevitabilmente anche sul morale, che meno forte di prima cede e si inflette: cade per la propria debolezza se capita l’occasione: e mai come allora sono belle le parole: “Non ci indurre in tentazione”.
Non peggiore della fame è il freddo. Solo sa cosa è il freddo (combinato colla fame) chi si è visto derubato dell’unica coperta che possedeva, e nel freddo della notte non ha potuto dormire, quasi ha pianto di disperazione. Ha imparato costui però quanto è bello il gesto di chi ha con lui voluto dividere il letto e le coperte stringendosi a lui per sentire più caldo, stando scomodo. Terribile è sentire che tutta questa sofferenza è di per sé inutile, come inutile è stare fuori per ore a battere i piedi sulla neve ghiacciata quando si sarebbe potuto stare al caldo vicino alla stufa: fatti che in concomitanza con quello dell’alimentazione contribuivano ad alimentare quella fame, tremenda, incubo centrale della giornata e della nottata.
L’uomo ha anche imparato, come già detto, cosa significhi non avere un amico col quale sinceramente confidarsi, ricordare e sperare insieme.
Lunghe giornate trascorse nella attesa di una lettera da casa e poi di un pacco, amara constatazione della differente distribuzione di queste grandi gioie fra i vari componenti della comunità. Fatto del resto inevitabile, come per tutte le cose della vita. Per cui tremendo è sentire parlare di nausea e di stomaco troppo pieno quando il nostro è troppo vuoto e la nausea non esiste nemmeno per le schifose rape non cotte.
Contare i giorni di una prigionia senza meta fissa, cassare i giorni dal calendario contando quelli passati senza sapere quelli futuri: ecco la più grande prova e scuola di pazienza, e di rassegnazione. “Sia fatta la tua volontà”.
Il letto duro e la sporcizia sono quasi cose secondarie: ci si fa l’abitudine. Come si fa l’abitudine a dover dipendere l’uno dall’altro per quelle tante cose di cui si manca ma che esistono nella comunità.
Se da questa grande prova, gigantesco cimento della volontà e del carattere, l’uomo riuscirà illeso, sarà un vittorioso, vittorioso della più grande battaglia che abbia mai combattuto e vinto. Avrà finalmente un vero carattere che non teme crolli e non teme disfatte: potrà essere un uomo veramente felice. Se perderà, avrà perduto la più importante battaglia della sua vita: sarà un vinto, un debole, e piangerà questo tempo come un tempo perduto, mentre il vincitore lo considererà un tempo utile per la conquista della sua felicità, della sua pace, della sua vera vita.
 
Sandbostel 18 giugno 44

1) aggiunta ad sensum (E.D.)