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Il Covile - N.o 349 (16.11.2006) Del gioco e dei giocatori (1)

Questo numero


Prima di tutto interesserà agli amici questa mail di Gabriella Antonini:
“Caro Stefano,
in questi giorni mi ha tel. il Pecciarini segnalandomi che hanno messo su un sito su Gaziano Grazzini: www.carograziano.blogspot.com
Per ora c’è pochissimo ma è presente il covile! Se lo sapevi già non importa... mi serve per salutarti! Gabriella”
Sotto invece do conto di cosucce sulle quali sto ragionando in questi tempi. Ci sono altre curiose implicazioni che forse svilupperò in seguito, mi piacerebbe intanto un confronto su queste premesse.

Del gioco e dei giocatori (1) (di Stefano Borselli)


Nell’estate del 1972 nell’imminenza delle Olimpiadi di Monaco (sarebbero state poi ricordate soprattutto per il massacro degli atleti israeliani) l’ala più ragionativa del “movimento” tedesco fece circolare un pamphlet [1] critico-critico. Il breve saggio trattava dello sport e cercava di arrivare alla radice, a mio parere vi andava molto vicino.
 
“In nessun altro contesto”, scrivevano gli anonimi autori (cito a memoria), “l’ideologia capitalistica si presenta in forma pura come nel gioco competitivo: infatti è nella sua essenza partire da una situazione di parità, di uguaglianza, vista come negativa, per arrivare, attraverso serissimo [2] impegno e rispettando regole predeterminate ed indiscutibili, ad una differenziazione, una gerarchia, un ordinamento, che rappresentano lo scopo stesso dell’azione”. “Quelli competitivi”, aggiungevano, “sono ‘giochi a somma zero’ ”: si vince esattamente quanto che perde l’avversario.” Il testo concludeva proponendo sia giochi “critici”, metagiochi [3], come giocare a cambiare le regole del gioco, sia i cosiddetti “giochi non competitivi”.
 
Per sottolineare come questa materia fosse allora calda ricordo come anche Guy Debord avesse lavorato su questi temi [4] e come i situazionisti, spesso le montagne partoriscono topolini, ideassero un insulso calcetto a tre porte (anch’esso, però, inevitabilmente competitivo…) che in tempi recenti qualche epigono bolognese ha pure provato, senza successo, a diffondere.
 
Tanti anni dopo, se la seconda obiezione dei “compagni tedeschi”, quella alla rigidità delle regole, pare oggi démodée, (è anzi preoccupante la deriva verso un legalitarismo estremo), la prima, quella che il gioco mira alla disuguaglianza, ancora affascina nel mondo del buonismo e del politicamente corretto: se il bene, la giustizia, consiste nella diminuzione delle differenze allora il gioco competitivo è un addestramento al male, all’ingiustizia [5]. Ma le cose stanno davvero così? Mi sa proprio di no, anzi credo, con Czeslaw Milosz, che avesse ragione Hölderlin nel correggere il motto francese in “Gerarchia, Fraternità, Libertà” [6].
 
Per quanto mi riguarda, adoro giocare, mi piacciono anche i solitari. Ultimamente, di tanto in tanto, faccio delle partite a Spider, un solitario di Windows. Spider ha tre livelli di difficoltà: facile, (con un solo seme, ho totalizzato il 50% di vittorie), medio, (con due semi, 25%), difficile, (con quattro, 7% di vittorie soltanto: perdo più di nove volte su dieci). Indovinate con quale livello preferisco giocare… Chiunque sa gustare il piacere della competizione lo capisce benissimo. È per noi evidenza ed esperienza che il profitto ricavato da una sfida è del tutto indipendente dal bottino materiale e che c’è più sugo a perdere con un forte avversario che a vincere con una schiappa.
 
Ma perché ci piace giocare anche se/quando perdiamo? Penso che il piacere, l’ebbrezza, che ricaviamo dalla competizione abbia origini profonde: nel giocare, come per Tolkien nello scrivere fiabe [7], traendo dal caos dell’indifferenziato un mondo di forme, un ordine, diventiamo sub-creatori. È questo che rende condizione essenziale del gioco quella di essere scelta volontaria, non necessaria. Se qualcuno ti obbliga o lo fai per denaro, allora non è più un gioco ma un lavoro o peggio.
 
Evidentemente non tutti potranno comprendere quanto sopra. Conosciamo un’altra categorie di uomini: quelli che non sanno perdere, che non hanno lo spirito giusto e che quando gli va male se la prendono, per un gioco al quale nessuno li ha costretti. Ma di questo parleremo un’altra volta.
 
Stefano Borselli
 

Note


[1] Il testo ebbe anche una traduzione italiana, allegata al giornale Lotta Continua.
 
[2] Vedi: Johan Huizinga, Homo ludens.
 
[3] Come il noiosissimo Eleusi proposto in quegli anni da Scientific American.
 
[4] Vedi: Guy Debord, Rapporto sulla costruzione di situazioni, recentemente tradotto dall’amico Claudio D’Ettorre,: “Il gioco situazionista si distingue dalla concezione classica di gioco per la sua negazione radicale dei caratteri ludici di competizione e di separazione dalla vita corrente”. Il neretto è mio.
 
[5] Fabrizio Cerviati, v. Il Covile58, qualche tempo fa mi raccontava, sconsolato, che nell’Istituto Tecnico dove insegna, una collega di Biologia, piena di zelo, aveva esposto i risultati dell’Olimpiade scolastica della materia in ordine alfabetico. Che l’aveva organizzata a fare?
 
[6] ibidem, n° 139.
 
[7] Vedi: J.R.R.Tolkien, Albero e Foglia, ‘Sulle Fiabe’, Rusconi.