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Il Covile - N.o 352 (29.11.2006) Il nuovo libro di Roberto Corsi

Imperdibile


Si tratta di Lealtà vo’ cercando, il nuovo libro di Roberto Corsi. Roberto è un giornalista che Graziano Grazzini mi volle far conoscere qualche anno fa. Graziano, al quale il libro è dedicato, aveva capito che io e Roberto qualcosa in comune l’avevamo: perlomeno l’essere testimoni degli ultimi bagliori della civiltà contadina toscana. Chi frequenta da più tempo questa newsletter sa cosa intendo.
La recente fatica di Roberto Corsi è divisa in due parti, la prima raccoglie una serie di “lettere al cestino” su argomenti di politica e varia umanità (un esempio qui sotto), la seconda interviste a personaggi che altrove (v. NL n° 24) ho paragonato al Francesco Alcàntara del Discorso sulla caccia di Ortega y Gasset: “uno degli uomini più straordinari, di cui la Spagna, nell’ultimo secolo, a sua insaputa, ha goduto”. Tra gli intervistati anche una firma del Covile: Leonardo Tirabassi; una primizia è anche, nella prima parte, il resoconto di una riunione semiclandestina del costituendo Circolo dei liberi al quale partecipo anch’io e che sono certo a breve farà parlare di sé.
Il libro è reperibile in libreria, chi non riesce a trovarlo può rivolgersi all’autore: tel. 3293946667.
 

Cèncio, il primo moderato (di Roberto Corsi)


Tratto da Lealtà vo’ cercando, Aleph Edizioni, Firenze, p. 53.
“Io non so se l’erba campa e il cavallo cresce, ma bisogna avere fiducia” (Totò)
Caro cestino,
non chiedermi il cognome né il nome di battesimo (ma per quanto tempo ancora si potrà dire così senza incorrere nei fulmini della pannellian-socialista Rosa nel Pugno?). Non li ricordo. Ho ben presente, invece, il soprannome, destino a cui quasi nessuno sfuggiva in quel dopoguerra in cui la miseria non era così fitta da non lasciare qualche pertugio per la speranza: Cèncio. A Monteloro, tipica e fertile campagna toscana fatta di tante case isolate circondate da campi ben coltivati, dove ho trascorso la mia infanzia, potevi imbatterti in Naso, Tirilli, il Topo, Cartuccia, Fuso, Buggiana. A differenza di Cèncio, erano tutti contadini o, più precisamente, mezzadri. Dividevano a metà i prodotti della terra col padrone, sotto gli occhi vigili del fattore. Poi il lodo De Gasperi cambiò l’equilibrio lasciando ai padroni il 47% dando ai mezzadri il 53%, che diventò poi il 58% con l’avvento al governo dei socialisti nei primi anni ‘60. Ma ormai i mezzadri non c’erano più.
Cèncio era uno dei pochi operai agricoli. A differenza dei mezzadri, egli non aveva la casa in uso gratuito, ma doveva pagare la pigione. La convivenza di mezzadri e pigionali era la caratteristica che distingueva Monterinieri, un gruppetto di case ben raccolte, quasi un paese nel paese. C’erano rapporti di buon vicinato, ci mancherebbe, ma la distinzione era netta. Ad esempio, mentre i contadini facevano le frittelle per la domenica dell’Ulivo, i pigionali festeggiavano S. Giuseppe con quella delizia per il fegato. La varietà delle frittelle, con la mela o con lo zibibbo, era invece comune ad entrambe le categorie.
Il fatto che oggi sia il 19 marzo l’unico giorno canonico delle frittelle – ma la mia mamma continua a fare della domenica dell’Ulivo la sua linea del Piave – è un altro dei segnali che la civiltà contadina è scomparsa.
A dare a Monterinieri il risalto che meritava provvedeva Silvano, figlio del Topo, in maniera assolutamente originale. Faceva, a suo modo, le rogazioni. Per tre giorni, in primavera, il pievano – le nobili origini di Monteloro erano riscontrabili nel fatto che si trattava di una pievania e non di una prioria – il pievano, dicevo, andava per le strade e i viottoli della campagna, aspersorio alla mano e acqua santa nella secchiolina, per impetrare da Dio la buona stagione, cioè la giusta miscela di acqua e sole, senza altri accidenti (“a fulgore et tempestate libera nos Domine” – dai fulmini e dalla tempesta liberaci o Signore).
Si racconta che il consiglio comunale di Prato si riunisse d’urgenza per studiare le misure da prendere di fronte all’imperversare della pioggia. Dopo una notte di convulse trattative e di appassionato dibattito decise, credo all’unanimità, di lasciar piovere. Fanno così anche i contadini, se è per questo. Lasciano piovere, ma col fiato sospeso. Può bastare una grandinata perché il lavoro di un anno se ne vada in una bestemmia. Cioè in un attimo.
Le rogazioni seguivano un rituale preciso, ovviamente nell’unica lingua liturgica del tempo, il latino. Anche gli analfabeti sapevano a memoria il Pater Ave Gloria e rispondevano alla Messa, ma pretendere l’esegesi del resto era decisamente troppo. Il pievano implorava, recto tono: “ut fructus terrae dare et conservare digneris” (perché ti degni di darci e conservarci il frutto della terra) e il popolo rispondeva : “te rogamus audi nos” (ti preghiamo ascoltaci). Quel mattacchione di Silvano traduceva un po’ a senso: “Portare pentole, forchette, tegami a Monterinieri” e si rispondeva da solo: “i tegami non ce li ho”. L’assonanza, almeno quella, era salva. Ed era salvo anche il senso dell’humor, formidabile antidoto alla miseria e alla disperazione che, non necessariamente, sfociava nella preghiera.
L’altro sbocco possibile erano i classici, toscanissimi moccoli, che, come le polemiche al Processo di Biscardi, spesso “fioccavano come nespole”. Nemmeno quel pover’uomo del Bianchino, alle prese con mille guai, compresa una forma di semi-pazzia dei figli, se ne esentava. Avesse vissuto qualche decennio più tardi avrebbe almeno potuto rendere più lieve il senso di colpa avvalendosi della distinzione introdotta da padre Ernesto Balducci (che Dio l’abbia in gloria) fra la “bestemmia borghese, ributtante cinismo” e la “bestemmia proletaria, che è fenomeno religioso”. Al Bianchino era concesso solo un tocco di amarognola autoironia che esprimeva così: “mi toccherà smettere di bestemmiare, perché non ne so più”. Con ciò ribadiva uno dei requisiti tipici della bestemmia che, al pari delle litanie, doveva avere una certa varietà nelle formule.
Ma torniamo a Cèncio che, non avendo un podere suo da coltivare, andava per opra. Armato di vanga, ogni giorno a fare la fossa: un metro sotto terra per piantarci poi le viti. Una vitaccia che avrebbe indotto ognuno a sperare in tempi migliori.
Cèncio, a differenza di Berlusconi, non aveva letto il Capitale. Non sapeva nulla della dittatura del proletariato, ma affidava al Pci il suo legittimo desiderio di cambiamento. Guai se gli avessero detto che il marxismo prevedeva la socializzazione dei mezzi di produzione. Come avrebbe fatto senza gli unici che possedeva, la sua vanga e la sua zappa?
Ad ogni elezione, Cèncio illustrava da par suo il programma elettorale del Pci: “se questa volta si vince, dopo chi avrà la sua bistecca, chi una mezza gallina …”. Mia nonna Ida era meno propensa agli slanci utopici e rovesciava robuste secchiate d’acqua sulle pur modeste attese di Cèncio: “chi avrà il suo pezzo di fossa, se ci sarà…”. Le pretese di Cèncio divennero poi negli anni l’ammonimento di mia nonna nei confronti di mio cugino Maurizio e miei a stare con i piedi ben piantati per terra. Eppure quella gallina soltanto mezza era un capolavoro di sobrietà, un calcio alle farneticazioni massimaliste, l’indicazione virtuosa di un riformismo ante litteram.
Le elezioni andavano poi come andavano, De Gasperi sconfiggeva Togliatti ma Cèncio, senza bisogno di studiare i flussi elettorali alla Mannheimer, trovava subito i motivi della sconfitta elettorale: “per forza s’è perso: Montughi ha votato due volte”. Montughi significava genericamente i frati, essendo in quella zona di Firenze insediata una nutrita schiera di cappuccini. La delusione era resa ancor più cocente dal fatto che Monteloro rappresentava la mosca bianca nel comune rosso-cinabrese di Pontassieve. Credo che il merito fosse soprattutto delle donne che lasciavano parlare e sinistreggiare i mariti ma poi si ricordavano dell’ammonimento di don Camillo (“in cabina Dio ti vede, Stalin no”) e facevano di testa loro. Tant’è che durante lo scrutinio, di fronte ad una lunga sequenza di voti per lo scudocrociato, qualcuno ne fornì la spiegazione sociologica e proruppe in uno spontaneissimo: “è sortita la prima Messa”, che era, appunto, quella frequentata dalle donne.
Come John Brown è morto ma lo schiavo è in libertà, anche Cèncio ha lasciato questa valle di lacrime (poco dopo i sessanta anni) ma la bistecca è sulla nostra tavola (mucca pazza permettendo) e anche la gallina intera (che Dio la salvi dall’aviaria). Anche se il Pci perdeva le elezioni.
Ho ripensato all’operaio agricolo di Monterinieri leggendo lo slogan sotto il faccione gaudente e ben pasciuto di Prodi: “l’Italia riparte”. In bicicletta con lui o in barca con D’Alema? Ed Enzo Jannacci da trent’anni chiede: “ma dove arriva se [ri]parte”? Oppure l’altro slogan sotto il volto, dai tratti più spigolosi, di Diliberto: “lavoro stabile e sicuro”. Più sicuro della fossa di Cèncio? Pierferdinando Casini ha inondato le città di striscioni nei quali afferma che “la responsabilità è ciò che tiene unita l’Italia”. Teneva, presidente. Teneva.
23.03.06
 
Roberto Corsi