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Il Covile - N.o 353 (2.12.2006) Franco Cardini e Pietro De Marco (con altri) discutono di Islam ed Occidente

Questo numero


Per anni Toscanaoggi, il settimanale delle diocesi toscane, è stato per me di difficile lettura causa il pervasivo miele buonista di cui era spalmato. Da un po’ di tempo, e spero sia un inizio, vi fa capolino anche qualcosa di salato, come questa interessante discussione che vi presento, come di consueto, per intero, in ordine anticronologico.
 

3 Tra Islam e Occidente (di Pietro De Marco)


Toscanaoggi n. 41 del 19 novembre 2006
Caro Direttore,
mi provoca l’ampia pagina di controdeduzioni che l’amico carissimo Franco Cardini ha opposto ai lettori di Toscanaoggi sulla piccola crisi Islam-Benedetto XVI. Vorrei dire subito il mio accordo con Cardini su due punti, strettamente connessi: 1) è certo condannabile la nostra (di cristiani) conclamata tolleranza se è disinteresse, o inerzia, o pavidità nel difendere la nostra fede, 2) è, al contrario, giusta e benedetta la critica che la fede islamica porta al nostro (di europei) «disprezzo di Dio e al (nostro) cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà». Osservo che il primo punto è largamente, anzi, quasi esclusivamente condiviso dalla deprecata (da Cardini, non da me) opinione «teocon», quanto poco gradito all’opinione democratica, cattolica e non: com’appare antidialogico e demodé per esse «difendere» la fede!
Aggiungo che, invece, non mi conquista la requisitoria anti-Occidente di Cardini. La trovo oltre tutto poco pertinente; l’islam arabo, in particolare, non è vittima ma co-protagonista del «potere mondiale del denaro», se esiste qualcosa del genere. Inoltre non mi pare esatto attribuire all’allora card. Ratzinger (gli interventi sull’Europa si dispiegano dal 1992 alle soglie del pontificato) una distinzione tra «odio di sé» dell’Occidente come civiltà (che sarebbe irrilevante, anzi inesistente: l’Occidente si ama nella propria ricchezza, secondo Cardini) e un «odio di sé» dell’Occidente come negazione della fede in Dio (che sarebbe l’unico importante). Le due dimensioni, fede e civilizzazione, sono storicamente implicate e lo restano nella sollecitudine di Benedetto XVI. Se l’Europa-Occidente, nella diagnosi dei Pontefici, è un dramma (non da ora) è perché nella sua intera realtà essa «si odia» e entro questo odium colpisce anzitutto la propria radice e consistenza cristiana. Di più (e so di dissentire nettamente con Cardini su questo): l’Europa-Occidente «si odia» quando si attribuisce, con irrazionale e inutile colpevolizzazione, i mali e le colpe del mondo, e con ciò si illude, impoliticamente, di non avere un Nemico fuori di sé - mentre esso esiste.
Perché questo mi pare il punto. La volontà di patrocinare il riconoscimento dell’Altro islamico come parte integrante di una futura, grande complexio (non nihilisticamente indistinta o «meticcia») tra civiltà, mi vede in prima fila. Propongo da tempo terreni istituzionali di incontro, e forme circoscritte e negoziate di «riconoscimento» della shari’a. Terreni sgraditi per ragioni opposte alle laicità di destra e di sinistra, e interne o esterne alla Chiesa, perché sono traguardi razionali (ad esempio sullo spazio di riconoscimento dei diritti sacri e consuetudinari delle comunità musulmane entro i nostri ordinamenti) e non miracolosamente dialogico-emancipatori. Con lo stesso metodo ritengo, diversamente da quanto l’amico Cardini ha sempre sostenuto, che debbano essere negoziate delle consistenti reciprocità.
Ma conservo, e credo che dobbiamo conservare, occhi fermissimi sulle istanze militanti universalistiche dell’islam ideologico, certamente organizzato, potente e influente in aree geopolitiche vitali. In quell’orizzonte, sia pure senza occuparlo totalmente, opera il terrorismo. Per chi rifiuta una lettura onirica delle cose l’11 settembre non solo non è un complotto degli Stati Uniti, ma non accade senza precedenti. Una concertazione terroristica, dal Mediterraneo al Pakistan, era operante (ed era stata diagnosticata) da anni. Solo la nostra volontà ideologica di ignorare il Nemico fuori di noi può negare che sia (e fosse) in corso un’iniziativa militare sui generis (secondo la logica schmittiana del Partigiano o secondo forme di guerriglia dette di quarta generazione), entro un disegno islamista di affermazione mondiale di una civiltà (e certo di una spiritualità e di una fede). Non coglierlo è pericoloso (per il mondo) e non è utile per un rapporto equilibrato (e, sia permesso di dirlo, virile) oggi e domani con il partner islamico di civiltà.
Ma nessuna contraddizione tra una previsione di partnership futura con l’islam, nel quadro euroasiatico occidentale, e un attuale contrasto armato. Il realismo strategico è una costante storico-mondiale nei rapporti tra gli uomini. L’islam non è, in sé, inimicus, e in molti ne conosciamo e ne amiamo cultura, fede, socialità. Ma può essere e oggi è, per una sua parte, hostis. Secondo razionalità guardiamo con rispetto all’Altro, ma non inermi né inattivi (esercitiamo potenza e influenza, per dirla nei termini della scienza delle relazioni internazionali).
Razionalità difficile da fare intendere, caro Direttore, non mi è del tutto chiaro perché; forse perchè abbiamo preso in odio anche la nostra occidentale capacità di discernere e distinguere.
Arriviamo allora all’interpretazione della lectio magistralis di Regensburg. Due osservazioni. Non mi pare esatta, anzitutto (ma è la cosa meno importante), l’imputazione dell’amico Cardini ai «fondamentalisti» occidentali, ovviamente neo-teocon, di avere essi provocato la mobilitazione e la protesta nei paesi musulmani. La informazione giornalistica mondiale immediata ha trasmesso, lo ricordiamo tutti, la «notizia» di un testo del Pontefice critico nei confronti dell’islam, senza particolare consenso neo- o teocon, anzi con (larvata o esplicita) critica per una sua presunta imprudenza o inopportunità. Dopo le prime reazioni (né poteva essere prima) è scattata nell’opinione occidentale una qualche polemica anti-islamista, non solo neo- o teocon ma nei diversi ambienti politici democratici.
Anche in questo caso, mi chiedo e chiederei a Cardini, perché attribuire a noi stessi (all’Occidente) quello che è iniziativa ostile altrui? Col vantaggio di chi, e con quale ratio? Niente mi impedirà di distinguere tra reti e strategie islamiste di mobilitazione ostile, e popolazioni (e élites) musulmane non ostili, comunque non mobilitate. Né per identificare queste ultime ho bisogno di chiudere gli occhi di fronte alle prime.
La seconda. Vi è una singolare analogia tra questo quadro e l’interpretazione della citazione ratzingeriana di Manuele II Palelologo. Solo in virtù di antica frequentazione e passione per cose bizantine (almeno protoumanistiche) mi azzardo ad avere un’opinione diversa da un vero medievista, qual è Cardini; ma il quadro mi pare più complesso. Se il nucleo dei dialogoi tra Manuele e il dotto persiano risale alla favorevole occasione del campo invernale del 1392, sicuramente la redazione di un testo di portata dottrinale, e non breve, dovette occupare anni; questa era d’altronde l’opinione dello stesso Khoury. Il testo viene dunque messo a punto, e probabilmente ripensato nei suoi termini rigorosi, in anni che vedono il tenace assedio di Costantinopoli da parte di Bayezid, e la infruttuosa ricerca di aiuti in Europa da parte di Manuele, intercalata dal disastro di Nicopoli.
Dunque, l’imperatore redige un confronto tra le due Fedi o – secondo una dizione corrente e profonda – Leggi (la cristiana e l’islamica), col metodo del dotto ma contemporaneamente con le armi in pugno. Se la Legge difesa dal suo contraddittore si afferma con gli eserciti, e mette in pericolo la residua sovranità e la vita stessa del basileus , Manuele ne chiede ragione, sul terreno proprio della disputa teologica. E per parte sua riconduce, polemicamente, quella volontà di conquista alle radici coraniche.
Ritengo (e l’ho scritto nel settembre scorso, v. www.chiesa.espressoline.it, ove la discussione prosegue) che Benedetto XVI abbia citato quel passo dell’opera del Paleologo con la piena avvertenza delle sue implicazioni; ha inteso, cioè, ad un tempo proporre un esplicito terreno di dialogo, mediato da un logos che ambedue le tradizioni conoscono, ricordando all’altra parte che essa, tuttavia, si mostra nemica in armi. E chiedendo all’altra parte di riflettere su questa evidenza. È lo stile di Benedetto XVI. Atto di estrema lealtà dialogica (nulla a che fare col dileggio «laico» delle vignette, anzi l’opposto) ed esempio squisitamente cattolico di un sapere di realtà che non si smarrisce in sogni. Si ha persino l’impressione che la parte più avvertita dell’islam mondiale lo abbia capito.
 
Pietro De Marco
 

2 L'Islam e l'Occidente che non amiamo (di Franco Cardini)


Toscanaoggi n. 38 del 29 ottobre 2006
Caro Direttore,
ho letto con interesse la pagina L’Islam che ha voluto fraintendere il Papa che credo, più che esaurire un dibattito, invece contribuisca ad allargarlo e ad approfondirlo. Poiché nel corso di essa vengo anch’io chiamato in causa, permettetemi di replicare e di precisare.
Una premessa. Non è stato il mondo islamico ad avviare il fraintendimento delle parole del Santo Padre. All’interno di quel mondo, i fondamentalisti hanno cavalcato l’incidente, è vero. Ma esso è nato dal fatto che sono stati alcuni media occidentali, tutti legati in qualche modo – guarda caso! – alla causa neocon-teocon, a battere immediatamente dopo la lectio magistralis di Regensburg la grancassa sul tema «Il Papa la pensa come noi, il Papa ci dà ragione, il Papa è dei nostri», confondendo – vorrei credere in buonafede: ma non sono così ingenuo... – quel che pensa Benedetto XVI con quel che disse nel 1392 il basileus Manuele II Paleologo a un teologo musulmano quando si trovavano entrambi (particolare che da solo sarebbe bastato a fugare ogni equivoco) nell’accampamento militare di Ankara, dove entrambi stavano servendo il sultano in guerra (l’imperatore bizantino ne era ormai tributario: si può dir vassallo). Un uso, quello della controversistica, molto diffuso nel medioevo.
È evidente che il mondo islamico si è fidato (anche perché al suo interno qualcuno lo ha manovrato) di quanto trovava scritto nei giornali occidentali e vedeva nelle nostre tv, che i loro media hanno subito ripreso. Malafede in entrambi i campi: ma il sasso è partito dall’Occidente.
Ci andrei piano con l’islam che si è diffuso con la spada: e il cristianesimo, no, signor Cusano? E il nordest europeo tra XII e XV secolo? E il continente americano? E l’Africa nera? E l’Australia? Quando siamo violenti noi, è solo questione di «aberrazioni»? È così facile assolver noi stessi?
A Goran Innocenti vorrei ricordare un fatto istituzionale e strutturale che distingue la Chiesa cattolica dalle comunità musulmane. Al papa forse si può chieder qualcosa: ad esempio che rispetti i musulmani. Ma ai musulmani è difficile chiedere il reciproco – come sarebbe difficile chiederlo agli ebrei o ai protestanti – semplicemente data la pluralità di gruppi, confraternite, scuole ecc. in cui l’Islam è diviso. Ecco perché è indispensabile, quando si parla d’Islam e con l’Islam, saper ogni volta con precisione chi è il nostro reale e concreto interlocutore.
È soltanto l’Islam «teologicamente irrazionalista», signor Pratesi? I dogmi cristiani non sono forse «irrazionalisti», visti alla pura luce della razionalità da Aristotele in poi? La croce non è forse «scandalo per gli ebrei, follia per i gentili»? È «razionale» l’Incarnazione? E la transubstanziazione? Se il cristianesimo fosse tutto e solo ragione, che cosa ci starebbe a fare la fede? O stiamo diventando tutti gnostici? A parte il fatto che i musulmani hanno insegnato Platone e Aristotele ai cristiani, fra XI e XIII secolo.
Inoltre, attenzione a non gloriarci troppo della nostra «tolleranza». I musulmani insorgono se qualcuno insulta il profeta e il Corano, noi no quando insultano Gesù. Colpa nostra: a mio avviso, facciamo malissimo. Dovremmo imporre il rispetto della nostra fede, come giustamente fanno appunto ebrei e musulmani. Ma se non lo facciamo, non facciamocene un vanto: non è solo «tolleranza». È appunto – e, una volta tanto, sul serio – relativismo: nel senso che per noi, anche e soprattutto per noi credenti, la fede è diventato un valore relativo, se non addirittura un falso valore anche per chi dice di averla. Provate a toccare il nostro tollerante Occidente sulla sua fede vera: non su Cristo, che ha largamente dimenticato e rinnegato (anche se non del tutto a parole), ma sul suo vero Dio. Su Mammona. Provate a toccarlo sulla finanza, o sul petrolio: e vedrete (anzi, lo state già vedendo) come reagirà; vedrete quanta tolleranza dimostrerà, quando s’insultano o si minacciano i suoi veri dèi.
E qui arrivo al punto che m’interessa. Come cattolico, sono felice della rinascita dell’Islam. Ne conosco bene i malintesi e i pericoli, ne temo le aberrazioni: e per questo cerco di continuo di discutere e di approfondire quanto lo riguarda. Ho salutato con gioia il fatto che un’associazione come l’Ucoii, che passa per esser musulmana fondamentalista, abbia chiesto proprio a me – che sono un allievo di Attilio Mordini e un ammiratore di Papini e di Giuliotti: quindi un cattolico tradizionalista – di prefare la traduzione italiana del Corano. È stato un atto di straordinaria apertura, purtroppo ignorato dai mass media che continuano a dipinger l’Ucoii come una setta di cupi fanatici. Ma, signor Mungai, Lei mi risponde con le parole del papa: «L’Occidente non ama più se stesso». Potrei replicarle citando a mia volta il Santo Padre, che nell’omelia del 10 settembre scorso, a Monaco, ha richiamato con parole durissime proprio l’Occidente per il suo ateismo pratico crescente, per il suo cinismo, per la sua crescente desacralizzazione: «Le popolazioni dell’Asia e dell’Africa ammirano le nostre prestazioni tecniche e la nostra scienza, ma al contempo si spaventano di fronte a un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da imporre anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà».
Ecco l’Occidente che non ama più se stesso di cui parlava il papa, signor Mungai: non ama più se stesso perché non ama più Dio, non perché «si vergogna della sua civiltà», come cianciano neocons, «cristianisti» e «Atei devoti» (perché ora ci sono anche questi). E questo, il loro, è appunto l’Occidente che il papa a sua volta giustamente non ama, come ha dichiarato nell’omelia di Monaco; e che nemmeno io, da cattolico, amo. È l’Occidente-Modernità della desacralizzazione, un processo plurisecolare avviato nel Cinquecento e divenuto vorticoso a partire dal Settecento e che i cattolici ignorano o fingono d’ignorare. La cosiddetta «laicizzazione»: la progressiva vittoria – dalla Riforma in poi, attraverso l’Illuminismo – dell’individualismo e del primato dell’avere, del possedere, del fare, del conquistare e del guadagnare sull’essere; l’imposizione del modello di vita etsi Deus non daretur, anche se poi molti di quanti lo adottano continuano a dirsi cristiani e difensori della «Civiltà cristiana» (che sarebbe non l’Amore, ma il primato dell’Occidente; magari condito con un po’ di residua etica cristiana per quanto riguarda la vita privata, la morale sessuale eccetera; ma anche lì, si dovrebbe capire quanto ci sia di autentico e quanto d’ipocrita e di conformista).
Se leggessimo un po’ di più quel che i musulmani dicono davvero di noi, anche gli odiati fondamentalisti, invece di farci spiegare il loro pensiero dai Magdi Allam, dai Ferrara, dai Pera e dai Feltri (quattro specchiati esempi di fede cattolica, tra l’altro...), scopriremmo che essi non rimproverano affatto all’Occidente di esser cristiano, ma, al contrario, di non esserlo abbastanza: per quanto anche tra loro molti siano appunto i Magdi Allam, i Ferrara, i Pera e i Feltri che cercano di convincerli, purtroppo spesso riuscendovi, che il cristianesimo è proprio questo, quello degli occidentali, quello delle multinazionali e dello sfruttamento intensivo del suolo, dell’aria e del mare, quello della tirannia della banca Mondiale e delle bombe al fosforo, quello di Abu Ghraib e di Guantanamo.
È contro l’estremismo e la mistificazione dei fondamentalisti dei due «opposti» fronti (che saranno anche opposti, ma che si sostengono meravigliosamente a vicenda) che i credenti cristiani, ebrei e musulmani debbono lottare. Contro la fanatizzazione delle fedi, certo: ma anche contro la violenza del danaro e della volontà di potenza, contro l’ingiustizia insopportabile di un Occidente straricco e del resto del mondo impoverito al quale si cerca perfino di sottrarre l’acqua per rivendergliela a caro prezzo. Chi si rende complice di queste ingiustizie può inalberare le croci che vuole, può invocare il Signore tutte le volte che crede, ma è un pagano adoratore di Mammona che col cristianesimo non ha più nulla a che vedere.
 
Franco Cardini
 

1 L’Islam che ha voluto fraintendere il Papa (lettere di lettori di Toscanaoggi)


Toscanaoggi n. 34 del 1° ottobre 2006
Caro Direttore,
ho apprezzato quando detto dal consigliere della Lega musulmana mondiale Mario Scialoia a proposito delle polemiche sul discorso del Papa: «Se un leader islamico citasse le parole pronunciate da Gesù nel Vangelo secondo Matteo: “Io non sono venuto per portare la pace ma la spada” nel mondo cristiano non succederebbe nulla. Gesù quelle parole le ha effettivamente pronunciate cacciando i mercanti dal tempio, ma vanno e verrebbero interpretate alla luce di tutto il messaggio evangelico, che è un messaggio di amore e non di odio». Purtroppo molti musulmani non ragionano così e traducono alla lettera ogni citazione del Corano.
Nel corso della storia, tutte le religioni hanno attraversato fasi difficili, ma la colpa è degli uomini e non della dottrina. La Chiesa cattolica ha chiesto scusa per i suoi errori del passato. Cosa hanno fatto le altre?
Walter Estran
 
Caro Direttore,
le reazioni isteriche del mondo islamico, anche di quello «moderato», alle parole del Papa, non fanno che dimostrare concretamente ciò che il Papa ha detto e cioè che non vi può essere fede senza ragione. Si possono considerare ragionevoli le reazioni del mondo islamico di questi giorni? Mi pare anche, a questo punto, che l’Occidente dovrebbe mettersi l’animo in pace riguardo alla possibilità di dialogo con chi questo dialogo non vuole averlo. Forse sarà possibile in un futuro se nel mondo islamico vi sarà democrazia e non più teocrazia.
Le parole del Papa vengono sempre divulgate, tradotte anche in arabo, affinché tutti le possano comprendere, questo accade in democrazia. Perché non si pretende che anche le parole degli imam che riecheggiano nelle moschee, anche in Italia, vengano puntualmente ed integralmente rese note a tutti?
I nostri fratelli musulmani non possono solo «criticare» l’Occidente dimenticando cosa fa l’Occidente per loro. Dimenticando cosa fanno le associazioni di volontariato, anche cattoliche, per quell’umanità alla deriva che sbarca sulle nostre coste, non possono dimenticare la nostra accoglienza nei loro confronti. Noi occidentali siamo sempre pronti a predicare la pace, è giusto continuare a farlo con chi ci promette guerra?
Viviana Ventisette, Campi Bisenzio (Fi)
 
Caro Direttore,
gran polverone sulle parole del Papa a Regensburg: ognuno ci sguazza cercando di trarne i propri vantaggi. Il Papa ha voluto semplicemente mostrare che nella concezione cristiana esiste un legame inscindibile tra ragione e fede, mostrando anche, con alcuni esempi, dove può condurre una separazione tra ragione e fede: tra l’altro ad una giustificazione religiosa della violenza. Egli ricorda come nel Corano ci siano al proposito norme contrastanti: alcune escludono la violenza, altri la predicano, aggiungendo che, secondo alcuni studiosi, le prime risalgono al primo periodo della predicazione del Profeta, quando egli era in posizione sfavorevole.
A questo punto il Papa cita Manuele II Paleologo, secondo il quale Maometto ha predicato di diffondere la fede con la spada, ma questo è contrario alla natura divina e a quella umana, che è razionale. Questo tipo di procedimento logico, commenta Benedetto XVI, è naturale per la tradizione greca e cristiana, arduo per quella islamica, che vede Dio sganciato dal Logos. È veramente un crocevia che ci interpella da vicino.
A mio avviso è impensabile che il Papa non abbia avvertito la «pericolosità» dell’intervento. Penso che egli abbia voluto stimolare la discussione su questo punto, anche all’interno dello stesso mondo musulmano, dove mi pare che ci siano diverse ambiguità e reticenze su questo. Dovremmo smettere di considerare gli islamici come dei bambini incapaci di capire: che discutano, riflettano, si preoccupino di far chiaro al mondo che sono contro la violenza religiosa. Oppure ne abbiamo paura, e preferiamo non urtare la loro suscettibilità per paura delle conseguenze? Questo è opportunismo. E poi si mette in croce Pio XII per la sua condotta prudente con Hitler.
Che l’Islam si sia diffuso con l’aiuto della spada mi pare storia. Che sia teologicamente irrazionalista mi pare ineccepibile. Che occorra che si chiarisca le idee, pure. Si grida allo scandalo come se il Papa avesse chiamato alle crociate, che è il contrario di quanto egli ha detto. La verità storica e teologica verrà – come spesso succede – strumentalizzata per fini politici. È meglio tacere? Certo, si è meglio accetti, specie da chi non tollera alcun confronto su basi razionali e paritarie.
Marco Pratesi
 
Caro Direttore,
ho letto il discorso che il Papa ha tenuto a Ratisbona e lo ritengo molto profondo e non affatto offensivo nei riguardi dei musulmani. Sicuramente è stata estrapolata ad arte una citazione per creare odio contro l’Occidente. Dobbiamo stare attenti a non cadere in questa trappola. Credo che i musulmani moderati dovrebbero prendere le distanze dai fondamentalisti che hanno ribadito la guerra santa contro gli infedeli (che saremmo noi), l’uccisione del Papa e la conquista di Roma. Se così non sarà, sarà difficile che l’Occidente dimentichi i suoi pregiudizi nei confronti dell’Islam. Molti leader musulmani insultano cristiani ed ebrei. Perché non chiediamo lo stesso rispetto che loro esigono dal Papa?
Goran Innocenti
 
Caro Direttore,
quale tristezza e che preoccupazione vedere gli stati occidentali quasi ignorare l’attacco frontale portato con risentimento ed odio profondo verso Benedetto XVI e tutto il mondo occidentale individuato come origine di ogni male e quindi da distruggere. Che stupidità e quale vergogna vedere riempire i giornali del caso Telecom e sentire parlare i nostri politici di telefonini e di come farci soldi, quando cose ben più gravi passano sopra le nostre teste. Teste chine a guardare solo le paccottiglie di casa.
Tutto l’Occidente chiamato in causa da (purtroppo molti) farneticanti personaggi ha di fatto rifiutato di difendere la propria identità, dignità e civiltà. Al contrario sarebbe il momento di chiedere con vigore la reciprocità di trattamento nelle due sfere d’influenza del mondo musulmano e di quello cristiano. Non dovremmo tollerare offese, minacce e omicidi come avvengono da troppo tempo da parte di gruppi e da parte di stati musulmani.
Federico Budini, Firenze
 
Caro Direttore,
ad un’inesistente accusa, attribuita a Benedetto XVI, di praticare la violenza, i musulmani, anziché dimostrare il contrario, hanno cominciato a manifestare violenza e odio attaccando le chiese cattoliche. La cosa vergognosa è che nessun Paese europeo, neppure il «cattolico» Prodi, ha preso le difese del Santo Padre. Tra l’altro Prodi, arrivato in Cina, ha taciuto sull’arresto di un Vescovo cattolico da parte delle autorità cinesi, effettuato proprio in quei giorni. E noi continuiamo a costruire moschee in Italia senza chiedere in cambio la costruzione di chiese nei territori islamici.
Gaetano Lastilla
 
Caro Direttore,
la prefazione di Franco Cardini all’edizione del Corano con revisione e controllo dottrinale dell’Ucoii si conclude così: «... la nuova primavera coranica alla quale stiamo assistendo in questi anni, è una benedizione per il mondo: anche e soprattutto per le altre due religioni abramitiche. La Modernità occidentale ha provocato un dilagare dell’agnosticismo e dell’ateismo... i credenti nel Dio di Abramo di tutto il mondo non possono che salutare nel rinascimento musulmano, al di là dei fenomeni politici che lo accompagnano ma che restano solo equivocamente collegati ad esso, una riscossa della fede che solo alcuni lustri or sono era impensabile».
A queste parole vorrei rispondere con quelle del Papa: «l’Occidente non ama più se stesso; della sua Storia oramai vede soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro».
Allora lasciamo perdere la «benedizione» che l’avvento dell’islam in Occidente porterebbe alle altre religioni abramitiche, i musulmani dovrebbero fare un bell’esame di coscienza sui loro comportamenti collettivi: la violazione sistematica dei diritti dell’uomo, il terrorismo, le pratiche oppressive contro le donne, la mancanza di democrazia, il formalismo religioso e sociale che schiaccia la persona.
Il Papa non deve chiedere scusa a nessuno, sono coloro che si sentono «offesi» che devono chiedere scusa per quanto stanno facendo nei loro paesi e nel mondo e per l’odio che infondono verso l’Occidente approfittando di ogni occasione.
Enrico Mungai, Vaiano (Po)