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Il Covile - N.o 357 (17.12.2006) I maschi? L’ultima porta in fondo, a Sinistra (di Armando Ermini)

Questo numero


Cominciano ad arrivare mail di auguri, intanto vi trasmetto quelli di Luigi Puddu, che credo stia preparando qualcosa per noi. Il tema attuale è ancora, però, quello suscitato dai manifesti bresciani sui quali registro anche le reazioni giustamente scandalizzate di due giovani padri, come Iacopo Cricelli (“Li avevo notati con disgusto stamane a Milano. Condivido l’iniziativa al 100%”) e mio figlio (“Non è possibile! [omissis]”). Ecco allora un nuovo contributo di Armando che illumina l’intera questione.
 

I maschi? L’ultima porta in fondo, a Sinistra (di Armando Ermini)


Prologo


In occasione della recente giornata contro le violenze sulla donna, un manifesto/appello firmato da molti uomini di sinistra esprimeva il concetto, cito a memoria, che “i veri uomini non stuprano e non usano violenza”. Perfettamente d’accordo, ci mancherebbe. Sennonché la frase contiene due concetti politicamente molto scorretti. Il primo che una identità maschile esiste, il secondo che può essere forte e positiva. Qui iniziano i “guai”, perché di quell’identità, a leggere quanto si scrive a sinistra sulla maschilità, non v’è traccia.
 
La contraddizione con le teorie secondo cui il genere non esiste in natura ma è un costrutto culturale, e quindi ogni soggetto è libero di scegliere la propria identità a prescindere dal sesso biologico, non potrebbe essere più chiara. Così come chiara è la contraddizione con le teorizzazioni sul genere maschile in sé oppressore. Portatori del fallo/arma, ai maschi, per diventare “civili”, non resterebbe che rinnegare se stessi e la propria storia. A sinistra, schiacciati sulle concezioni del femminismo, si dice questo, non altro.
 
“In ogni maschio c’è uno stupratore potenziale”, disse anni addietro l’ex sindaco diessino di Bologna Walter Vitali per fare autocritica; sarebbe come dire che ogni donna, potenzialmente, può uccidere il feto nel suo grembo, ossia pura banalità.
 
Per onestà intellettuale, occorre dire che se gli intellettuali maschi di riferimento della sinistra hanno rinunciato ad ogni autonoma elaborazione sul tema maschilità, la destra non sta meglio. Da questa parte si è tranquillamente continuato a giudicare il tasso di virilità in funzione delle tacche da aggiungere al proprio palmares, un machismo tanto becero e incolto quanto falso, inevitabilmente condannato, pur di raggiungere l’agognato obbiettivo, a qualsiasi concessione nei confronti di Lei e quindi a rinunciare ad una sola idea propria e indipendente. Il risultato di tanta stupidità (e di paura ) è stato, per fare un solo esempio, l’aver espulso dal campo dell’identità maschile l’omosessualità, spingendo quel mondo verso l’attuale grottesca spettacolarizzazione dei Gay Pride e dei così detti diritti civili di matrimonio e adozione, di cui una sinistra che portava a compimento un processo di trasformazione già implicito nel suo dna, si è fatta facilmente paladina.
 

Lotta di classe o guerra di genere?


“La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi”, scrivevano i padri del socialismo scientifico nelle prime righe del Manifesto del Partito Comunista. Alla classe sfruttata per eccellenza, il proletariato industriale, il compito di liberare l’umanità ed aprire la strada ad una società senza classi e sfruttamento. Molte cose sono cambiate da allora, ma non l’attesa messianica di un soggetto politico cui affidare, simbolicamente e concretamente, il compito di fondare un mondo nuovo e libero. Così, se il classico proletariato sta sfumando nei numeri e nella capacità di porsi come portatore di una reale controcultura, se i sogni terzomondisti si sono rivelati fallaci, se il concetto di “moltitudini” individuato da Toni Negri è troppo generico e indistinto, e se, infine, la figura del “consumatore” contrapposto al produttore evoca più modesti scenari da centro commerciale che palingenesi sociali, la “contraddizione principale” è stata individuata nell’unico elemento che sarebbe veramente costante nella storia, a prescindere dalle forme e dai rapporti di produzione, ed oltre l’evoluzione delle classi sociali, ossia nella contrapposizione fra generi. Va da sé che in questo scenario la parte dell’oppressore tocca agli uomini attraverso il sistema patriarcale, struttura sociale e culturale resistente ai cambiamenti politici ed economici, mentre la parte dell’oppresso è assegnata alle donne. Solo la modernità avrebbe creato le condizioni affinché il patriarcato potesse essere messo in discussione da quella che ormai viene considerata l’unica rivoluzione veramente riuscita, quella femminile e giovanile.
 
Lo schema di interpretazione della storia è lo stesso del marxismo classico, ma le prospettive e gli attori rovesciati. La questioni dei generi, ed in particolare quella femminile, non troverà più la naturale soluzione nell’ambito di una società libera dallo sfruttamento, ma al contrario sarà la liberazione femminile il presupposto di una società senza sfruttati, comunque la si chiami. Non più il proletariato ma il genere femminile, come motore di trasformazione e di liberazione. A più riprese esponenti diessini hanno dichiarato che “ciò che è bene per le donne è bene per tutti”, non diversamente da quanto sosteneva il Senatore del Regno Giovanni Agnelli a proposito della Fiat (1).
 
Questa nuova griglia ideologica di interpretazione della realtà, necessita fondamentalmente di due tipi di operazioni. Una rilettura complessiva della storia per rintracciarne il nuovo filo conduttore, e una rappresentazione dell’avversario che rafforzi l’assunto di partenza, anche a costo di forzature o distorsioni della verità. Se fino a qualche decennio fa era il “padrone” l’oggetto di tanta attenzione, ora la stessa sorte tocca agli uomini, di qualcuno dei quali non si può disconoscere la grandezza, ma sempre a titolo individuale e personale, mai come genere.
 
Guerra fra i sessi, dunque, come nuovo paradigma della storia. Non sempre questo paradigma è esplicitato nella linea politica ufficiale. Mentre è più manifesto nella sinistra radicale, nei partiti riformisti il concetto viene sfumato in una più generica necessità di riequilibrio di poteri fra uomini e donne. Negli uni e negli altri è però ben presente negli articoli dei giornali, in filigrana nelle pagine di cronaca, più esplicitamente nelle pagine culturali.
 
Iniziamo allora da quest’ultimo punto.
 
  1. Questo rovesciamento di prospettive e del rapporto causa/effetto sta ormai prevalendo anche in vari organismi internazionali, primo fra tutti l’Onu. I programmi di lotta alla povertà, ad esempio, sono orientati verso la specifica lotta a quella femminile come chiave di volta per combattere la povertà tout court. Come se i maschi non ne fossero afflitti o fossero la causa della povertà delle donne, e come se i redditi maschili, in quelle parti del mondo, non fossero in realtà redditi familiari di cui anche le donne usufruiscono.

 

La rappresentazione del maschile


L’analisi di questa pubblicistica, per decriptarne il messaggio, meriterebbe uno studio particolareggiato. Per un’analisi più puntuale rimando al sito www.maschiselvatici.it ed agli articoli citati nelle note.
 
In generale si può dire le tecniche di rappresentazione del maschile sulla stampa di sinistra e progressista possono essere raggruppate in cinque categorie.
 
  1. L’attribuzione esplicita agli uomini di caratteri intrinsecamente negativi. I maschi sono per natura violenti, aggressivi, prepotenti, vigliacchi. Valga come esempio per tutti la prima pagina di Liberazione del 24 novembre 2004 in cui, sotto una foto a pagina intera campeggiava il titolo “Maschio assassino”. L’articolo è stato meglio analizzato sul sito (1). Basti qui ricordare che lo scopo non è quello di analizzare criticamente ma con rigore, equilibrio e amore per la verità il drammatico fenomeno della violenza sessuale, ma di mettere sotto accusa l’intero genere maschile.
  2. L’attribuzione degli stessi caratteri di cui sopra, ma questa volta in modo implicito, senza parlare direttamente degli uomini, quanto piuttosto delle donne, a cui sono riconosciuti una serie di meriti e caratteristiche assenti nei maschi, che quindi risultano portatori di quelle contrarie. Ne è esempio un pezzo dell’allora direttore de L’Unità, Furio Colombo, in occasione dei festeggiamenti per l’ultimo scudetto della Roma (2).
  3. La rappresentazione del maschio come biologicamente inferiore. Meno intelligente, col cervello che funziona rozzamente, psichicamente fragile e via discorrendo (3) . Qui siamo al razzismo vero e proprio, che tocca il culmine quando Sylvie Coyaude (4) fa un confronto fra il genere maschile e le scimmie bonono, tutto a favore di queste.
  4. L’omissione, che nasconde i fatti che non rientrano nello schema del maschio privilegiato e oppressore. Si preferisce allora glissare. Difficile, infatti, sostenere che il genere che presenta un tasso di suicidi triplo rispetto all’altro, che muore o si infortuna sul lavoro in numero almeno quadruplo, che muore di più per morte violenta, i cui esponenti costituiscono la stragrande maggioranza degli homeless (i barboni che vagano per le città), che mediamente campa 5/7 anni in meno, goda di tutti i privilegi che gli si attribuiscono e che il suo scopo supremo sia l’oppressione delle donne. Ed infatti, se si presta attenzione ai titoli dei giornali su questi temi, sono sempre neutri e spesso anche i contenuti degli articoli omettono di rilevare questi particolari, quando non distorcono la verità (5). In questa specifica categoria si può ricomprendere la tecnica di riservare diverso trattamento a fatti identici ma i cui attori sono di sesso diverso (6). Se questo accade per i fenomeni sociali, la stessa cosa si può dire per le vicende individuali. Le cronache ci raccontano spesso di uomini che sacrificano la loro vita per salvare donne e bambini. Normale, certo, perché il dono è parte costitutiva dell’identità maschile, ma mal si concilia con il luogo comune della loro vigliaccheria. Allora si sceglie di glissare sul sesso del salvatore, tanto meno si chiama in causa lo psicanalista di turno a spiegarci le cause recondite, come puntualmente si fa in occasione di episodi negativi. Esemplare a questo proposito il caso Calipari/Sgrena. Ed ancora, a proposito di omissioni questa volta al contrario, il tenere celate notizie che potrebbero smentire la rappresentazione del genere femminile come vittima designata degli uomini. (7)
  5. Il sarcasmo e la sottovalutazione dei racconti maschili. I maschi non devono essere presi sul serio quando raccontano qualcosa che potrebbe incrinare l’assunto ideologico di partenza. Né le sofferenze dei padri separati (8) , né vicende raccontate in diretta. Quando a Porta a Porta l’ex ministro Castelli raccontò di un tentativo femminile di usargli violenza, fu deriso e accolto con sorrisi di scherno o di sufficienza da parte di tutti i presenti, uomini e donne di ogni parte politica, con la lodevole eccezione della diessina Anna Serafini.

Per concludere questa parte dedicata alla rappresentazione del maschile da parte della stampa di sinistra, riporto una citazione da L’Unità del 12 febbraio 2004 : “Bisogna dare una spallata a questa gerontocrazia fallocratica e tendenzialmente onanista”, che ne riassume il programma politico.
 
Questo il contorno mediatico in cui la sinistra affronta da un punto di vista più approfondito sul lato teorico la questione maschile, che poggia sull’architrave della critica alla violenza maschile ed al patriarcato.
 
  1. Maschio assassino, maschio stupratore.
  2. Lei si spoglia, a pagamento, ma la volgarità è maschile.
  3. Nuove (vecchissime) scemenze sul maschio e Maschi sesso debole, ci risiamo.
  4. Meglio bonobo che umani (maschi).
  5. Quando preoccupano gli infortuni sul lavoro; Muori in guerra? Sei un povero misogino.
  6. Uomini e giornali, una piccola ricerca sul campo. Vedi anche Roghi nei dormitori.
  7. Dal Washington Times. La violenza domestica è maschile? Sul tema è apparso anche un articolo su D Donna n. 61 del 5/11/05, Picchiati dalle donne, con statistiche internazionali ufficiali, mai riprese e commentate dai giornali ufficiali della sinistra, che dimostrano come la violenza in famiglia è esercitata anche dalle donne sugli uomini in percentuali insospettabili, vicine al 50%. Si veda anche Erin Pizzey, The emotional terrorist & the violence-prone.
  8. Associazioni inverosimili.

 

La Questione maschile vista da sinistra.


Innanzi tutto è da notare la confusione e la contraddizione fra i diversi approcci teorici e le prassi politiche della sinistra sul tema generale dell’identità di genere. La recente legge sulla libera scelta dell’identità sessuale voluta da Zapatero, nuovo idolo in tema di diritti e libertà civili , e la legge della regione Toscana sullo stesso tema, sono concepite sul postulato che non esistono basi biologiche dell’identità, ma solo condizionamenti culturali. Una volta liberatisi dagli stessi, ogni individuo sarebbe libero di scegliere la sua identità ad personam, e di cambiarla a piacimento, entro una gamma di soluzioni praticamente infinita fra le polarità maschile e femminile pure, che designerebbero soltanto una diversa ma ininfluente forma del corpo.
 
Questo approccio convive però con altri, diversi, all’interno dello stesso schieramento, in contraddizione fra loro. Con quello del femminismo dell’uguaglianza (1), che si pone l’obbiettivo di emancipare le donne contestandone la pretesa diversità, e col filone del femminismo della differenza, che invece rivendica orgogliosamente la diversità femminile ( che poi declina, però, in termini di superiorità/inferiorità anziché in quelli di complementarietà). La “differenza femminile” implica infatti quella maschile, e per entrambe il fondamento sta nel corpo sessuato.
 
Sul primo approccio, transgender, e specificamente sui maschi, ragiona Massimo Leone nel suo articolo Metrosexual (2), fra l’altro con interessanti considerazioni sull’influenza del marketing nell’affermarsi di questa tendenza, per concludere che la scomparsa di identità fisse condurrà uomini e donne, “verso un mondo in cui tutti saranno più liberi e, per forza di cose, più incerti e confusi”. Mi limito ad osservare che incertezza e confusione non sono sinonimi di libertà, ma il suo contrario, caos e regressione psichica, potendosi la libertà esercitare solo nell’ambito della consapevolezza e dell’aderenza alla propria natura profonda.
 
Fra i fautori della differenza, Ida Dominijanni (3) ha l’accortezza di premettere di non voler riferire verità oggettive sugli uomini, ma solo la sua visione soggettiva di donna. Peccato che questo ottimo proposito sia contraddetto da Luisa Muraro, che su Noi Donne di Dicembre 1999, scrive che “le donne sono in posizione per sapere qualcosa che gli uomini non riescono ad articolare in parole sensate. Riguarda il sesso maschile con tutta la sua gamma di significati […] le donne sanno la sua pochezza, la sua inermia, la sua intermittenza.”
 
L’approccio alla questione maschile non potrebbe essere più chiaro. C’è semmai da sottolineare come da una parte il riferimento al temuto e odiato (e invidiato?) fallo, riduca la complessità dell’identità di genere alla biologia, e dall’altra espropri il maschile anche dalla capacità di conoscere se stesso, di “dirsi”, a favore della superiore capacità conoscitiva delle donne, che d’altra parte, come si addice a chi si ritiene depositario di una missione universale, agisce sempre in nome del Bene, come tiene a precisare la stessa Muraro qualche riga dopo, scrivendo che “la verità femminile si ispira non alla volontà di castrare gli uomini, […] ma proprio all’intelligenza dell’amore.” È, specularmente, quello che le donne da sempre rimproverano agli uomini: rappresentarle secondo la propria immagine e pretendere che quell’immagine sia universale.
 
È da sottolineare come il simbolo del maschile, il fallo, viene raccontato in modi tanto diversi e contraddittori. Da strumento di conoscenza per eccellenza (Lacan e Ida Magli, ma qui la sinistra non c’entra) a strumento di oppressione ed infine alla definizione della Muraro che riecheggia l’ “oggetto ridicolo” di Rousseau. Rimane il mistero di come il genere portatore di un coso tanto insignificante, per di più dotato di un cervello mal funzionante, abbia potuto instaurare una dittatura così lunga e spietata.
 
Ma forse il mistero non è più tale se mettiamo a fuoco il fatto che non siamo più nel campo della ricerca della verità, del vero e del falso, ma come direbbe Rino Della Vecchia (4), in quello della Etosfera, lo spazio del buono e del cattivo, del bene e del male, del bello e del brutto, decisi in funzione esclusiva del sentire, e dunque sottratti al rigore della prova di verità e coerenza, ma solo a quella di utilità. È questo che permette l’uso spregiudicato ora dell’un approccio, ora dell’altro. Uguaglianza o diversità, identità biologica o culturale, si intrecciano di continuo sia nella critica al maschile, sia nelle istanze femminili, in modo che l’oggetto del contendere e l’obbiettivo si fanno sfuggenti (5). L’unica cosa chiara e percepibile è che l’intero genere maschile è sotto tiro, e spesso ad opera degli stessi maschi.
 
  1. Cito, per tutti, Elisabeth Badinter, La strada degli errori, Feltrinelli, 2004, una critica serrata al femminismo della differenza ed alle sue “pretese” di superiorità etica e morale, in favore di un approccio più concreto ed egualitario nei rapporti fra donne e uomini.
  2. Metrosexual.
  3. Quello che gli uomini non dicono.
  4. Rino Della Vecchia. Questa metà della terra. Parole degli uomini del XXI secolo. ordini@altrosenso.info oppure tramite www.uomini3000.it.
  5. Un esempio di questa contraddittorietà si ritrova nel sito citato dove Letizia Mencarini riporta uno studio sull’età del primo rapporto sessuale, dal quale risulta che per le ragazze italiane è posticipato rispetto ai paesi del Nord Europa e rispetto ai maschi. Il ritardo viene attribuito al permanere di antichi retaggi culturali non superati. Appare evidente l’assunto ideologico che l’approccio al sesso dei due generi debba essere identico e con limiti d’età uniformi. In questo caso le differenze sono attribuite a fattori culturali, e non vale più quella “diversità femminile” di cui ci raccontano altri articoli nello stesso contenitore.

 

Il silenzio maschile sui maschi


Su una cosa la Dominijanni ha ragione piena. Il silenzio dei maschi è assordante. Quelli di destra hanno altro a cui pensare: le tacche, i soldi, il successo. Quelli di sinistra, che tengono “saldamente” in mano le sorti dei propri partiti, sono incapaci di articolare parola sul proprio genere se non per dare ragione alle compagne qualsiasi cosa dicano, annichiliti da un senso di colpa che li immobilizza (anche al cadreghino, da cui si guardano bene dallo staccarsi).
 
Ne risulta una linea politica dettata dalle donne ma gestita dai maschi in modo più realista del re, incurante delle contraddizioni e degli strappi del diritto e dove l’unica cosa che gli uomini ripetono come una litania è il valore aggiunto delle donne in politica, in economia, etc. etc., ma mai nulla riguardo al proprio genere, se non l’ammissione della colpa e lo sfoggio di buona volontà, la cui concretizzazione è peraltro sempre rinviata al domani.
 
Chi scrive ha avuto modo di confrontarsi con uomini di associazioni (tutte orientate politicamente a sinistra) che intendono sottoporre l’archetipo maschile alla critica più radicale: Uomini in Cammino e Maschio per obbligo (1). Ne ho ricavato la sensazione di grande paralisi psicologica, ben al di là della necessità di uno sguardo autocritico, ma soprattutto l’incapacità di elaborare in autonomia un modello maschile, sia pure nuovo rispetto a quello del mai troppo deprecato patriarcato. Può sembrare un paradosso, ma sono proprio le donne a rifiutare, giustamente, il maternage che viene loro richiesto, e ad invitarli a rimanere, in quanto maschi, all’interno dell’ordine simbolico paterno (2). Il paradosso, però, è solo apparente perché le donne non sanno che farsene di un maschio che si rifugi alla loro ombra. Potranno forse sentirsi lusingate sul momento, ma alla lunga hanno bisogno d’altro. Il silenzio maschile non è casuale o dovuto a pigrizia, ma la conseguenza logica dell’accettazione incondizionata del racconto femminista del mondo. Accettato l’assunto che la storia è fondamentalmente storia di guerra fra i sessi, l’unica parola dicibile per un maschio è quella sulla colpa di essere maschi. Esemplare in questo senso Adriano Sofri, su Il Foglio del 29/01/05 (3)
 
Diventa impossibile, ed anche inutile, cercare di rintracciare nella storia un qualsiasi senso positivo della virilità ed anche individuare quali trasformazioni ha subito nel tempo per riprendere il filo di un discorso su se stessi e trasportarlo all’oggi.
 
  1. www.maschiselvatici.it/menu/iniziative.htm.
  2. Un po’ di luce sul mio 2005 di Beppe Pavan.
  3. Maschi pentiti: Adriano Sofri.

 

La questione della violenza


La violenza è orribile, il maschio è intrinsecamente violento, quindi… In questo sillogismo è racchiusa l’accusa principe che viene mossa al maschile, quella comprensibile da tutti, anche dall’uomo e dalla donna della strada che nulla sanno di patriarcato e quant’altro.
 
“Parlando di uomini, si finisce quasi fatalmente per parlare di potere, dominio, violenza, per quel connubio perverso che, nella rappresentazione maschile del mondo, ha stretto insieme amore e odio, conservazione e distruzione, pace e guerra, vita e morte,” scrive Lea Melandri (1)
 
Accusa d’altra parte supportata dai copiosi dati delle cronache che parlano di guerre e violenza di vario genere perpetrate da maschi. Vediamo dunque di capirci qualcosa a partire da un punto fermo.
 
“Nella psiche maschile c’è un nucleo oscuro, violento, cui è legata la stessa nascita dell’uomo come soggetto e lo sviluppo della psiche maschile”, scrive Claudio Risè (2). Lo stesso autore, ne Il maschio selvatico (3), attraverso una leggenda di Chretien de Troyes, Ivano, ci racconta dal punto di vista psicoanalitico, del doppio aspetto della sessualità maschile. Energia al tempo stesso distruttiva e creatrice, che apre al trascendente. L’atto di Ivano di versare l’acqua fecondante nella pietra cava, simbologia dell’atto sessuale, produce lo scatenamento delle forze elementari e distruttive sotto forma di tuono e grandine, ed il perfetto canto paradisiaco degli uccelli, l’armonia sottile, delicata, che esprime quella particolarmente forte sacralità della vita che si appoggia sulla distruzione, seguito però da gemiti e lamenti provenienti dal fondo della valle. Ivano, come ogni maschio, dovrà passare attraverso la conoscenza ed il confronto con la propria ombra violenta, col dolore che ne scaturisce, per elaborarla, integrarla, per, infine, non solo accedere all’amore, ma anche per mettere quella forza e quell’energia al servizio della comunità. Non ha senso, quindi, il giudizio morale (connubio perverso) della Melandri, come se guerra e pace, vita e morte, amore e odio, non si definissero a vicenda e potessero esistere l’uno senza l’altro, e non solo nei maschi. È per questo che gli appelli politicamente corretti alla pace e alla non violenza, a parte gli aspetti propagandistici, lasciano il tempo che trovano e non cambiano di una virgola la realtà del mondo.
 
Il punto, infatti, è un altro. Tutte le società tradizionali o “primitive”, quelle spazzate via con l’entusiasta beneplacito del variegato mondo progressista dall’irrompere della modernità, esigevano che i giovani maschi, per accedere al rango di uomini adulti, si sottoponessero a complessi riti di iniziazione comportanti sacrifici anche cruenti, prove terrorizzanti, paura e violenza, sia pure amministrata all’interno del rito (4).
 
Il senso di quei riti non era quello di forzare i giovani maschi, finora vissuti nell’ombra protettiva materna, all’esercizio della violenza, ma, al contrario, di conoscerla dentro di sé, confrontarcisi, saperla amministrare ed anche usare, certamente, ma sotto il controllo della propria coscienza e della comunità, al suo servizio.
 
Ciò che invece viene richiesto al genere maschile è una pura e semplice negazione di questa energia, sotto la spada di Damocle del giudizio moralistico, senza rendersi conto di due cose: che la rimozione non elimina nulla, semmai ricaccia nell’inconscio, e che così facendo si eliminano anche le potenzialità trasformatrici e creative di quella energia. (5)
 
Il risultato sarà, anzi è, La Terra Desolata di cui ci parla T.S. Eliot.
 
Fa una certa impressione che quelli che “il potere nasce dalla canna dei fucili”, o che urlavano slogans come “ogni fascista preso lo massacriamo”, siano passati “armi” e bagagli nel campo del pacifismo più assoluto e politicamente corretto. Somiglia davvero ad una gigantesca rimozione per evitare un vero confronto con se stessi ed il proprio passato.
 
Stiamo discutendo di maschile e sinistra, ma è fatale che il tema si intrecci continuamente col femminile, anche perché sono le donne, l’abbiamo già detto, a dettare la linea. Non si può non dire, allora, che il confronto con l’oscurità dell’ombra è ben lontano dall’essere compiuto anche per l’altra metà del cielo. È troppo facile infatti, e puerile, limitarsi a dire che la violenza femminile che sta emergendo è un retaggio ed un cedimento al sistema di valori del patriarcato, senza il quale la innata bontà e innocenza del genere femminile potrebbero emergere in tutta la loro luminosità.
 
Vorrei invitare coloro che pensano così a riflettere su una cosa. Nel recente passato le donne hanno idolatrato il duce guerriero o il fuhrer, oggi le madri palestinesi incitano i figli a diventare kamikaze. Si tratta di una violenza per interposta persona, ma ormai accade con frequenza che la violenza sia esercitata direttamente (Abu Graib, Kamikaze femmine, e non mi addentro nel tema aborto e infanticidio), con una crescita direttamente proporzionale all’indebolimento ed alla fine prossima del patriarcato, come vedremo fra poco. Ciò significa che il genere femminile non è esente dalla violenza, semmai che ne è stato esentato, e proprio dai maschi che nel pieno fulgore del patriarcato hanno assunto su di sé tutto il lutto e l’oscuro senso di colpa che l’esercizio della violenza comporta. C’è a mio avviso una ragione, che molto parzialmente anche Lea Melandri adombra nell’articolo citato. Il bisogno maschile di credere e di crearsi un’oasi di pace rigenerante. Oggi, scrive, le donne si sono ritratte dal ruolo loro assegnato per diventare soggetti agenti e pensanti in prima persona. Bene, ma questo implica che anch’esse facciano i conti con la propria ombra, che certamente non coincide con quella maschile, ma pure esiste. Non è una chiamata in correo, perché le categorie morali non hanno senso in queste vicende, ma una richiesta di assunzione di responsabilità simmetrica a quella che viene chiesta agli uomini.
 
  1. Uomini allo specchio. Potere e violenza, un passaggio critico.
  2. C. Risè. Diventa te stesso, Demetra, 1997.
  3. C. Risè. Il maschio selvatico, Red edizioni, Como.
  4. C. Risè. Op. cit. in nota 2.
  5. Il messaggio che viene inviato ai maschi è in realtà schizofrenico, perché contemporaneamente si chiede di usarla, la violenza, in guerra come in altre circostanze. In mezzo nulla. Nessuna educazione alla conoscenza ed alla gestione di sé. Anche così si spiegano le sue esplosioni incontrollate in soggetti apparentemente innocui, i “bravi ragazzi” di cui ci parlano frequentemente le cronache. Il problema della perdita di contatto con la natura profonda, interiore ed esterna, è d’altra parte della civiltà moderna nel suo complesso. La tendenza al distacco dai processi naturali, dall’uso crescente di materiali che in natura sono sconosciuti fino alla fabbricazione artificiale della stessa vita, appare inarrestabile, senza che se ne valuti l’impatto sulla psiche individuale e collettiva. Il risultato è una sensazione “inebriante” di onnipotenza e la perdita del senso del limite, fino a pensare una umanità senza “imperfezioni”, sin dalla nascita. Il sogno eugenetico perseguita l’uomo da due secoli, ormai, ma le possibilità offerte oggi dalla tecnologia ne rendono molto più concreta la possibilità di realizzazione, ed in modo apparentemente “democratico”, per decisione individuale e non per imposizione di stato. La sostanza, però, non cambia. È per questo che l’immersione nella wilderness offre la possibilità di nuovo, profondo, ascolto si sé e del mondo, ed è un fattore rigenerante. Non si tratta di rifiuto della scienza o di nostalgie dell’Arcadia, tanto meno della ricerca del “buon selvaggio”. Il selvaggio non era affatto buono e le categorie morali non si addicono alla natura, che è insieme vita e morte, armonia e imperfezione, come l’uomo. Al contrario, come ho già detto, è proprio la modernità che vorrebbe scacciare ogni contraddizione in nome di una generica bontà e di un altrettanto generico bene, fin dal linguaggio edulcorato e politicamente corretto che viene usato sui media. A sinistra (ma per altri versi anche a destra), non solo manca la coscienza di questi problemi, ma tutti presi dal mito del progresso scientifico, non se ne vedono i risvolti. Una delle prime cose che apprendemmo nel ‘68 fu che la ricerca e la stessa scienza non sono neutre, ma dipendono in gran parte da scelte economiche e politiche. Oggi, per fare un esempio, si crede che una spinta alla” liberazione” delle donne passi attraverso la scienza e la tecnologia. Non ci si accorge né che la crescente medicalizzazione del corpo femminile (ma non solo femminile) serve agli interessi delle multinazionali farmaceutiche, né soprattutto che si tratta, infine, di liberarsi dal proprio corpo (e dai suoi limiti), come se fosse una intollerabile prigione. Ed è singolare constatare come i movimenti femminili, partiti dalla riscoperta del corpo, stiano arrivando alla sua negazione in nome di un concetto astratto di libertà. Forse anche in questo caso il mito, bistrattato come ingenua credenza, potrebbe insegnare qualcosa di importante. Ricordate quello di Dedalo e Icaro?

 

Qualcosa sul patriarcato


Scrive la Dominijanni nell’articolo citato che “la misoginia cui le nostre società sono affette […] non sono permanenze del passato lasciate intatte dal femminismo: sono al contrario effetti del femminismo, reazioni”. (1)
 
Ora, senza discutere l’esattezza del rapporto causa/effetto che andrebbe a mio parere rovesciata nel femminismo come effetto del ritrarsi degli uomini dalla maschilità profonda, di cui la misoginia è parte [del ritrarsi, non della maschilità], viene toccato un punto fondamentale. C’è infatti una ammissione implicita, certo non voluta, che la misoginia non appartiene intrinsecamente al genere maschile, ma è un portato della storia, in evidente contraddizione con l’assunto dell’eterno dominio patriarcale come causa dell’oppressione femminile.
 
Ha buon gioco a questo proposito Pierluigi Lanfranchi nello smontare le basi teoriche dei “gender studies” in quanto fondati su un concetto moderno di identità sessuale, affatto corrispondente a quello del passato. “Il rischio - scrive a proposito del mondo greco - è quello di andare alla ricerca dell’identità maschile dell’uomo greco utilizzando la categoria moderna della mascolinità fondata sulla centralità del sesso e quindi piegare le fonti letterarie al nostro schema concettuale. In realtà, - prosegue - le virtù e l’autocontrollo richiesti ad un cittadino soldato sono basate su considerazioni di utilità civica e non su valutazioni morali circa la sua posizione sessuale sia in senso fisico che metaforico. … Come tutti i sistemi interpretativi ad alto contenuto ideologico, i “gender studies” si trovano davanti a un dilemma: perseguire uno stile critico che accetta la contingenza delle proprie categorie ma le ritiene così importanti da sacrificare l’esigenza di storicità, oppure puntare ad una ricostruzione della realtà antica che si accontenta di materiale che può fornire poche risposte, e talvolta nessuna risposta, alle domande che ci poniamo.” (2)
 
Cosa resta allora del concetto di patriarcato come architrave immutabile del dominio maschile?
 
Ivan Illich, autore non certo misogino, lo definisce, come “uno squilibrio dei poteri in una situazione di complementarietà asimmetrica dei generi” ed i generi, sono a loro volta definiti come “due modelli differenti di concettualizzazione dell’universo. Un modo di percezione legato al genere corrisponde all’insieme degli utensili e dei compiti propri di ogni genere. Non solo si vedono le cose con differenti sfumature, ma si impara sin dall’inizio che ogni cosa ha sempre un altro aspetto. E ci sono cose che sono sempre alla portata di un ragazzo, ma - quasi sempre - non di una ragazza”. (3)
 
Illich, pur non analizzando la genesi dello squilibrio, ossia come e perché i maschi avessero la prevalenza nello spazio pubblico e le femmine in quello privato, insiste sulla complementarietà dei due generi, funzionale non solo al tipo di economia di sussistenza delle società antiche, ma anche alla convivenza armonica di uomini e donne.
 
È solo con la società industriale che la complementarietà viene spezzata in favore di una concezione unisex del lavoro, nel presupposto che uomini e donne siano fatti per lo stesso lavoro, percepiscano la stessa realtà e abbiano, a parte qualche trascurabile variante esteriore, gli stessi bisogni.
 
Il “neutrum oeconomicum” è dunque il nuovo soggetto umano (maschile o femminile) costretto, senza differenze, a produrre e a consumare merci neutre, istituzionalmente scarse, egualmente desiderabili o necessarie per esseri neutri in competizione appartenenti a due sessi biologici. Scuola, famiglia, sindacato, tribunale, incorporano il postulato unisex che è diventato l’elemento costitutivo della società, ed è soltanto su questo postulato che può essere concepita la moderna guerra fra i sessi, secondo Illich invariabilmente persa dalle donne. Su quest’ultimo punto gli si potrebbe obbiettare che, in quanto fondato sul concetto di neutralità, il sessismo antifemminile che denunciava all’inizio degli anni ‘80, potrebbe tranquillamente rovesciarsi nel suo contrario, possibilità già intravista all’epoca dallo stesso Illich. A distanza di oltre vent’anni, la tendenza a forzare per legge situazioni definite discriminatorie in base al presupposto ideologico dell’identità di bisogni, interessi e passioni, conferma questa possibilità.
 
Tornando al nostro tema originario, la tesi di Illich è importante perché dimostra che il patriarcato è morto molto tempo fa e non ha senso discuterne ora come se in questi secoli nulla di sostanziale fosse accaduto. Non solo, dimostra anche che quando si parla di identità maschile (e femminile), si possono ritrovare importanti tracce di involuzione piuttosto che di evoluzione, e dunque la possibilità di riallacciarsi, nei modi oggi possibili e praticabili, al filo rosso del passato.
 
La discussione sul patriarcato finisce per forza di cose ad intrecciarsi con quella sul padre e sulla paternità, in quanto costituenti imprescindibili dell’identità maschile.
 
  1. A questo proposito, se solo li si volesse vedere, ci sono dati ed esempi di realtà che non solo contraddicono la tesi della Dominijanni sulla violenza come reazione al femminismo, ma contribuiscono anche a mettere nella giusta luce il rapporto fra sradicamento sociale maschile e criminalità violenta, compresa quella contro le donne. A metà degli anni 80, a Flint, cittadina Usa di 150.000 abitanti, chiusero alcune fabbriche della General Motors e 30.000 uomini furono espulsi dal processo produttivo. Ebbene, in pochissimo tempo aumentarono in modo esponenziale il numero di suicidi, il tasso di alcolismo, la violenza coniugale, gli assassini e gli stupri, che furono ben 285 nel solo 1985.
    Insomma, il tasso di criminalità della tranquilla cittadina superò in breve quello della megalopoli New York. Qui non c’entra la libertà femminile, c’entra invece lo sradicamento maschile e la perdita di senso di sé, che nella psiche maschile è profondamente radicato al sostentamento della famiglia, per il quale gli uomini non hanno mai esitato a sottoporsi a sacrifici durissimi (emigrazione, lavori pericolosi etc.). Quando l’Onu vara i suoi programmi contro la povertà femminile e non contro la povertà in generale, fa un’operazione ideologica, non perché le donne debbano essere povere, ma perché non tiene conto di questa realtà. Ma non solo ideologica; anche stupida, perché fallirà nei suoi effetti (come sono falliti costantemente tutti i programmi di sviluppo per il terzo mondo che non tenevano in nessun conto la realtà di quelle culture), e violenta, perché induce gli uomini a pensarsi inutili in ciò che è sempre stato a fondamento della loro identità e perché i processi sociali e psichici non possono essere forzati a suon di dollari, ma necessitano di lunga incubazione.
  2. Maschile Universale, norme sociali della Grecia classica.
  3. Il Genere e il sesso, Mondatori,1982.

 

Il padre


L’antropologo tedesco Dieter Lenzen (1) traccia un storia della paternità dal mondo antico ai nostri tempi, evidenziandone l’evoluzione e i punti di frattura. A sua volta Claudio Risè, che al tema dell’identità maschile ha dedicato gran parte dei suoi lavori, prende in esame lo specifico paterno e la sua funzione psichica e sociale, evidenziando i guasti prodotti dalla sua assenza (2). I due autori, e con loro anche Paolo Ferliga (3), concordano nell’individuare nella Riforma protestante un punto di svolta decisivo. Lutero sposta il matrimonio dal terreno del Sacro a quello del profano e contemporaneamente attribuisce per la prima volta alla madre i compiti educativi finora riservati al padre o sue figure maschili sostitutive. Inizia così un lungo processo di distacco fra padri e figli che troverà il suo compimento definitivo nella seconda metà del ‘900, quando causa l’assenza per le due guerre mondiali e le esigenze dell’apparato produttivo, la figura paterna perde tutte le sue tradizionali prerogative all’interno della famiglia, conservando soltanto quelle di procacciatore di denaro. A me pare che questa analisi ben si integri, anche temporalmente, con quella di Illich sulla fine del patriarcato, anzi le dia fondamenta più salde evitando il rischio di centrare tutto sui rapporti economici. È essenziale aver bene in mente questo schema interpretativo quando si parla di crisi della figura paterna, sia per capire che si sta discutendo della crisi di una specifica forma storica assunta dalla paternità, sia per rintracciare i rimedi possibili, sempre che li si vogliano cercare e non si consideri invece, qui è il punto, la scomparsa del padre come liberatoria in sé.
 
Risè in particolare insiste sull’importanza della funzione paterna di rottura del legame simbiotico madre/figlio come condizione per la crescita psichica di quest’ultimo, e di apertura e spinta al sociale che il padre, e solo lui, è capace di imprimere. Lega però la legittimazione di queste funzioni e del “potere” del padre che vi è connesso, con l’assunzione della rappresentanza terrena dell’ordine simbolico del Padre divino. Spezzatosi con la secolarizzazione questo legame, rinunciato ai compiti educativi, spinto fuori dalla famiglia per lavorare in fabbrica o in ufficio, diventa fatale che l’autorità paterna venga percepita, ma non solo percepita , come autoritarismo fine a se stesso contro cui insorse la ribellione giovanile e femminile. La realtà ci dice anche, però, che laddove il padre non c’è, fisicamente o psicologicamente, si annidano i maggiori pericoli per i figli. Pericoli concreti di scivolare nella delinquenza, nella dipendenza da psicofarmaci, nella fragilità psichica da cui scaturisce l’aumento dei suicidi giovanili, o nella migliore delle ipotesi la permanenza indefinita in una situazione infantile di dipendenza dalla madre o dalla sua figura femminile sostitutiva, moglie o compagna.
 
Ho fatto questa lunga premessa sul padre per due motivi. Il primo per sottolineare con forza che questione maschile e questione paterna sono la stessa cosa, e non si comprende l’una senza l’altra.
 
Vale a dire che senza il padre, non necessariamente biologico, il figlio maschio (ma anche la femmina soffre, per altri aspetti, l’assenza paterna) non si evolve verso una piena maschilità.
 
Nel suo ultimo lavoro (4), Claudio Risè sostiene che la caratteristica più importante di Don Giovanni è il suo essere il trasgressore per eccellenza della legge del padre, e che da questo deriva anche il suo disprezzo verso il femminile, ridotto a strumento di competizione con gli altri maschi.
 
Il secondo perché colpisce quanto poco spazio occupi il padre nella letteratura femminista e di sinistra in genere sulla questione maschile. Non bastano i pur bei libri di Walter Veltroni per supplire alla mancanza di pensiero sullo specifico paterno. In tutti gli articoli dedicati da www.golemindispensabile.it alla crisi maschile, ho trovato due soli passaggi sulla paternità: nell’articolo di Ida Dominijanni circa la “necessità di confrontarsi con la crisi del ruolo paterno”, e in quello di Lea Melandri (5), per la quale, “nell’epoca in cui i capisaldi del potere dei padri, per naturale decrepitezza o inevitabili discontinuità dovute alle nuove acquisizioni della coscienza, cominciano a declinare, e le passioni stesse, perdendo il loro smalto, si fanno ‘tristi’, sembra che solo la violenza tragga dal mutamento in atto nuovo vigore.” Sembra dunque che la violenza crescente sia una cieca reazione alla perdita di potere, e non una conseguenza del venire meno delle funzioni paterne in termini, anche, di elaborazione dell’aggressività, coscienza del limite e indipendenza emotiva.
 
Non è casuale questo rovesciamento del rapporto di causa/effetto, come non è per caso che a sinistra si parli poco del padre e quando accade lo si faccia o per sottolinearne le carenze o per auspicarne l’evoluzione nel senso di un maternage di riserva, mai per prendere atto dei guasti sociali e individuali legati alla sua mancanza. Nella visione maternocentrica non possono esistere una funzione e un ruolo prettamente paterni, anzi il padre, per tutto quello che rappresenta a livelli simbolico e concreto, è visto come un ostacolo al pieno dispiegarsi della libertà individuale.
 
  1. Alla ricerca del padre. Dal patriarcato agli alimenti, Laterza, 1994.
  2. Il padre, l’assente inaccettabile, Edizioni San Paolo, 2003.
  3. Il segno del padre, Moretti & Vitali, 2005.
  4. Don Giovanni l’ingannatore. Trappola mortale per donne d’ingegno, Frassinelli, 2005.
  5. Uomini allo specchio. Potere e violenza, un passaggio critico.

 

Conclusione


A conclusione di questo excursus su sinistra e questione maschile, troppo lungo e insieme troppo breve perché meriterebbe ben altro approfondimento, la domanda cui sarebbe obbligatorio rispondere è se gli esiti a cui è approdata la sinistra marxista (o ex o post) sull’identità maschile e paterna (ma in generale sul concetto di individuo) è una contingenza oppure fa parte di una concezione più complessiva del mondo, già in nuce nell’impostazione filosofica originaria del materialismo. Ci vorrebbe troppo spazio per discutere la questione e mi limito a rimandare chi volesse approfondire il tema agli scritti di Augusto Del Noce.
 
Basti qui sottolineare che la questione maschile non può essere disgiunta da altre questioni che agitano il dibattito culturale e, a un livello penosamente basso e propagandistico, quello politico. Secolarizzazione, concetto di autorità, di famiglia, ruolo dei genitori, della scuola e delle altre istituzioni statali nella vita della comunità. Ogni lettore attento alle cose della politica sa cosa si scrive a sinistra, e forse è anche confuso dalla babele di linguaggi che tuttavia non riescono a mascherare una verità che è semplice ed intorno alla quale si strutturano anche le proposte concrete.
 

La famiglia da buttare, ed il padre è inutile.


Franca Fossati, in un carteggio con Giuliano Ferrara su Il Foglio del 14 dicembre 2006, scrive di essere orgogliosa di aver contribuito a distruggere la famiglia tradizionale, quella, per intendersi, fatta di padre, madre, figli, e magari nonni, in cui la differenza di genere non era un optional, ed alla quale, in quanto comunità naturale, erano affidati l’educazione e l’accudimento dei figli e la cura degli anziani. Quella famiglia, scrive la Fossati, era in realtà un luogo di schiavitù (femminile, s’intende), ed allora molto meglio quanto accade oggi. “[…] divorzio, aborto legale, e magari Pacs sono solo effetti di quella rottura dell’ordine simbolico del Patriarca” a cui aggiunge in altra parte della lettera la fecondazione assistita.
 
Il giorno dopo, 15 dicembre, Avvenire ci informa che Caroline Flint, ministro della salute di Toni Blair, ha presentato un proposta di riforma in cui, fra le altre novità, è previsto che non ci sarà più bisogno di una figura paterna per accedere ad un trattamento di fertilità. Rimane solo il divieto, per ora, di produrre un embrione in vitro con il materiale genetico di due donne. Scrive Avvenire:
“È l’ulteriore passo avanti di una cultura che da decenni tende all’eliminazione del padre. Già da tempo psicologi e sociologi osservano l’emarginazione dalla famiglia della figura maschile - prima attaccata dal femminismo, poi svuotata dalla caratteristica economica di “capofamiglia” dal lavoro femminile - e un crescente maternage, o prevalenza della madre, nel rapporto con i figli. L’avvento della fecondazione assistita, riducendo l’apporto del padre a una provetta - e a volte proveniente da uno sconosciuto - aveva inflitto un nuovo colpo alla significanza del padre nell’immaginario collettivo. Il progetto inglese conclude l’operazione: nemmeno in vista dell’educazione del bambino la presenza di un padre è ritenuta utile.”

E pazienza che tutte le statistiche dimostrino che l’assenza del padre è la prima causa dei disagi giovanili e sociali.
 
Questa è la verità semplice a cui, anche in Italia, si ispirano i progetti politici varati dai gruppi dirigenti della sinistra, nonostante i mascheramenti e le volute ambiguità di linguaggio o le foglie di fico costituite da qualche personaggio estemporaneo. Ma alla politica, si sa, non sempre è consentito dire tutto, perché motivi tattici impongono prudenza.
 
Allora, ricordando che gli attuali gruppi dirigenti provengono dalla generazione della rivoluzione antiautoritaria del ‘68 (che è anche la mia) o di questa sono i prodotti, mi limito a riportare quello che scrisse nel 1998 l’antropologa Ida Magli (1).
“Fin dall’antichità il padre è stato per le donne e per i figli quello che oggi è lo Stato: protettore, dispensatore di beni, giustiziere, garante del futuro. Ma è stato anche il modello per i figli maschi sul quale misurarsi, con il quale gareggiare, dal quale attingere forza, prestigio, sicurezza in se stessi e del proprio posto nella società. La dimensione paterna veniva rispecchiata nella trascendenza, nell’aldilà […] con il crollo del padre, è praticamente crollata tutta la struttura della famiglia sulla terra, almeno in Occidente […] Lo Stato socialista ha assunto un volto sempre più coercitivo perché ha accentrato su di se anche le funzioni della famiglia che non c’è […] il ragazzo è obbligato a frequentare per molti anni una scuola dove trova falsi padri, ossia insegnanti di sesso femminile che dovrebbero svolgere il ruolo di autorità e d’insegnamento dei valori sociali al posto dei padri. […] Il problema dei figli maschi dunque è veramente tragico. Forse perfino l’incremento dell’omosessualità maschile ha la sua prima causa in questo: il maschio cerca un altro maschio, fisicamente maschio, perché non esistono più le funzioni sovrabiologiche svolte dalla mascolinità. Terribile inganno, come è evidente: non è mai nella pura fisicità che l’uomo trova la risposta e il soddisfacimento dei suoi bisogni cognitivi, simbolici, trascendenti. Il futuro si presenta, dunque, per l’Occidente, come un palazzo in rovina che finge di essere un palazzo in costruzione. Naturalmente questo non significa che dall’emancipazione delle donne si possa o tantomeno si debba tornare indietro. Si tratta invece di rendersi conto che eliminare o sostituire i maschi nelle strutture del potere non significa aver stabilito una società più giusta o meno coercitiva. Lo Stato, collettivo e impersonale, esercita un potere dominatore e autoritario molto più pesante di quello del padre; ma soprattutto non disegna una nuova immagine dell’uomo. C’è un bisogno disperato di invenzione. Sia permesso a una donna confessare che se l’aspetta dai maschi.”

Non riuscirei a dire meglio di così il senso della questione maschile. Quale sia il pensiero della sinistra circa problemi posti dalla Magli è del tutto evidente: non di problemi si tratterebbe, ma di acquisizione di libertà nuove.
 
Vorrei infine, per concludere davvero, riallacciarmi alla richiesta finale della Magli, che riecheggia sia la perorazione di Ida Dominijanni: “saper riconsiderare anche in positivo i valori maschili e non definire la mascolinità solo in negativo”, sia la questione posta all’inizio del presente articolo: la definizione in positivo di cosa sia oggi una maschilità “vera”.
 
Detto che è del tutto ovvio, poiché ogni uomo nasce da corpo di donna e con esso stabilisce una necessaria simbiosi, che il primo atto di affermazione di sé come maschio sia quello di definirsi in negativo, come non femmina, non penso sia necessaria chissà quale invenzione per ridefinire la maschilità in senso positivo. L’antropologo David Gilmore (2) ha prodotto uno studio molto accurato mostrante come nelle società tradizionali i modelli antropologici maschili siano sempre stati definiti in funzione dell’utilità sociale che dovevano rivestire, e che il potere attribuito agli uomini non era mai fine a se stesso, ma comportava una infinita serie di vincoli e obblighi. Il prestigio sociale di cui godeva il maschio era direttamente proporzionale alla sua bravura nel garantire cibo, protezione, ricchezza, sicurezza, a donne e bambini, cioè a tutta la comunità, spesso a scapito del proprio personale interesse. Occorre dunque essere consapevoli che dal corpo e dal fallo non si può prescindere, ma che il senso del maschile non può essere ridotto alla sua biologia, pena la condanna all’inutilità di senso, e sempre di più anche concreta. È necessario quindi rintracciare il momento in cui la complessità e la ricchezza dell’essere maschi è venuta meno e da lì riprendere il filo di un discorso sul maschile. In questo non si può prescindere dalla critica radicale della società borghese, della filosofia dell’utilitarismo e dei suoi esiti ultimi, la società dei consumi, laddove il principio della soddisfazione del bisogno, e quindi dell’interesse, ha sostituito quello del dono libero di sé, che sempre ha contrassegnato il mondo maschile.
“Da questo punto di vista - scrive C. Risè (2) - l’intera società occidentale della modernità, tutta chiusa nell’osservazione e nel mantenimento della vita e dei suoi componenti materiali, è certamente dominata dal principio femminile. Il dono di sé, dunque, come profondamente connaturato alla natura e alla vocazione del maschile. Compito del maschile, nella ripartizione col femminile degli obblighi verso la vita, è “dare la forma”, così come quello del femminile è di conservarla […] È dunque in questo gesto, nell’offrire il sapere del dono al giovane maschio, o al figlio, ma anche nel dar forma all’aspetto umano e sociale della figlia, e nel battersi contro ogni innaturale distruzione di forme (a cominciare naturalmente da quella dell’aborto, o dell’aggressione bellicosa), che si riassume ogni prospettiva di rigenerazione del maschile […] Il creatore di forme, il seminatore della vita, il maschio, non può sottrarsi a questa chiamata. Senza negare, forse per sempre, il senso della sua esistenza.”

Ma basterebbe forse, per rintracciare i segni in positivo del maschile, guardarsi intorno con occhi attenti, anche oggi. Il barbone che salva le ragazze dallo stupro e si prende qualche coltellata, il bagnante che affoga per salvare due bambini, il passante che salva una donna dall’incendio della sua auto o dal morso micidiale dei due rotweiler, lo zingaro che muore per salvare la giovane moglie. Piccoli episodi di cronaca, uomini normali, magari emarginati, ma maestri. Come maestri sono i tanti che senza cedere di un millimetro alle mode del momento, hanno continuato per tutta la vita a tirare la carretta. Sul lavoro, in famiglia, nei loro studi ed anche nei luoghi di guerra. Non per la “cultura della legalità”, frase priva di significato, o per puro senso del dovere. Semplicemente perché questo è il “programma genetico” maschile. È ora di smettere la guerra contro questi uomini.
“che il cuore sia retto
Il fallo percepisca il suo scopo”
E. Pound
Non credo proprio, ormai, che sia possibile percepirlo da sinistra
 
  1. Ida Magli, Cari maschi, ora inventatevi un nuovo padre. Da La Nazione.
  2. David D. Gilmore, La genesi del maschile, La Nuova Italia, 1993.
  3. C. Risè, Il Selvatico, il padre, il dono, Libuk srl, 2006, per l’edizione elettronica. Lampi di stampa, 2006 per l’edizione in stampa digitale. Reperibile in www.lampidistampa.it, www.libuk.it o scrivendo a info@maschiselvatici.it.

 
Armando Ermini