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Il Covile - N.o 358 (22.12.2006) Buon Natale

A tutti gli amici auguri di Buon Natale


GERRIT VAN HONTHORST, Adorazione dei pastori, 1622

Ancora una perla misconosciuta come regalo natalizio, è tratta da un piccolo capolavoro che ancora non ha trovato il suo tempo, ma che sono certo lo troverà. Memorie Toscane, infatti, dopo l’edizione Sansoni nel 1971 con prefazione “politicamente corretta” di Geno Pampaloni (ma non servì a niente), è stato ristampato solo nel 2004 ad opera di una piccola casa editrice di Pondedera attenta alle ricchezze del suo territorio.
C’è anche una notizia: ieri è stato formalmente costituito, a Firenze, il Circolo dei liberi, ne fanno parte diversi collaboratori del Covile, il Presidente è Leonardo Tirabassi. Ad Maiora.

Il ballo in casa Mastiani (di Augusto Gotti Lega)


Tratto da Memorie Toscane, CLD Libri, Pontedera, www.cldlibri.it, tel. 0587 52603
Non ho memoria di balli nelle grandi case anche perché una città di provincia non aveva possibilità di manifestazioni mondane di quel genere. Si ballava, sì, ma non erano i grandi balli delle famiglie principesche romane o anche di qualche fiorentina o delle famiglie venete o napoletane. Chiarissimo però ho nella memoria il ricordo del famoso ballo in casa Mastiani, alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, anche perché mio padre e mia madre ne seguitarono a parlare per tutta la vita.
La famiglia Mastiani Brunacci era, per censo, più che per antica nobiltà, la prima della città. Sulla torre della Prefettura davanti al ponte dove è stato ripristinato il gioco omonimo, una lapide rimasta al suo posto fino ai bombardamenti dell’ultimo conflitto, era dedicata ad un «Mastianio Brunaccio vexillifero», ossia gonfaloniere del Comune, carica di prima grandezza nel Medioevo e ripristinata poi con minor potere nell’Ottocento.
I Mastiani, che crollarono alla vigilia della prima guerra mondiale e se le banche avessero dato loro un breve respiro si sarebbero salvati per la prima svalutazione della lira, possedevano vaste e fiorentissime fattorie in varie parti del Pisano del Livornese e della Lucchesia.
Mio padre, giovane tenente amico dei due rampolli Teodoro e Vico, andava spesso con loro in barroccino a visitare le fattorie per raccogliere gli scudi e i marenghi che i fattori, solleciti, avevano preparato per i signorini, i quali nemmeno davano uno sguardo ai libri di amministrazione. La madre, era una Papanti, di illustre prosapia anch’essa.
Sulla via del tramonto, anzi prossimi al dissesto, i Mastiani, anche su consiglio di amici malfidati che avevano interesse ad anticiparne la fine, decisero di aprire le sale per un gran ballo che avrebbe dovuto rialzare le sorti della casa dimostrando solidità e agiatezza.
Anche il Conte di Torino, brillantissimo principe, fu invitato e certamente, mondano com’era, sarebbe intervenuto se il Prefetto non lo avesse fatto discretamente avvertire dello stato della famiglia facendogli rispettosamente osservare la inopportunità che un principe del sangue varcasse le soglie di quella casa sull’orlo della rovina.
Dalla riviera ligure, recentemente scoperta dall’imperatore Guglielmo durante un suo soggiorno in Italia, sarebbe arrivato un vagone carico di violette perché con tale fiore dovevano essere addobbate le sale da ballo. Due orchestre di archi e pianoforte erano state ingaggiate, celebre una per la esecuzione dei dolci valzer di Strauss, per le mazurche e le quadriglie, famosa l’altra per il tango, il nuovo tremendo e affascinante ballo arrivato dall’America del sud e che tanto scandalo aveva suscitato nel gran mondo romano, per cui il Papa Pio X per dirimere le controversie e le polemiche salottiere aveva voluto che una coppia della nobiltà più nera, quella che aveva chiuso mezzo portone in segno di lutto il 20 settembre, lo andasse a ballare davanti a lui. Dopo che ebbe visto la coppia ondeggiare al suono dei violini dichiarò che non trovava nulla di male in quella nuova danza e così il tango passò.
Del ballo di casa Mastiani, che, se non mi inganno, fu dato in aprile, io sentivo parlare a tavola e in salotto ininterrottamente. Anche mio madre, insieme ad altre signore della città, si preparava con il massimo ardore alla strabiliante serata. Una pettinatrice, abilissima nel ferro di arriccio, sarebbe espressamente venuta da Roma per pettinare molte dame che l’avevano ingaggiata con appuntamenti continuati dall’alba al tramonto senza interruzione. Mi pare, questi fatti restano perennemente impressi nella memoria di un bimbo, che la donna dal pettine magico avesse preteso cento lire per seduta, somma addirittura astronomica e di cui mio padre parlava con disgusto e disdegno, raffrontandola col prezzo del grano, del vino o col salario di ottanta centesimi al giorno degli operai. Tutto procedeva con la massima alacrità, ma una pesante nube offuscava la gioia della Contessa e dei suoi due figlioli, il maggiore, Teodoro, cavaliere di onore e devozione di Malta, il minore, Vico, ambedue fra i migliori amici di mio padre.
Il grave dramma consisteva nel fatto che in un periodo di maggiore sofferenza finanziaria, quando quella dozzina nefasta di fattori, sottofattori, intendenti e sottointendenti rubavano a man bassa, coperti dai marenghi d’oro e dagli scudi d’argento che consegnavano ai signorini con tanto d’inchino durante le loro venute, la Contessa, per tenere alto il rango della casata e mantenere quella dozzina di domestici necessari ad assicurare un modesto servizio, aveva dovuto impegnare i gioielli di famiglia, fra i quali una parure di brillanti di cava vecchia come si diceva allora e fili di perle che potevano gareggiare con quelle della Regina Margherita. Questi gioielli, chiusi in un cofanetto, erano stati consegnati, dietro esborso di una grossa cifra di cui non ricordo l’entità, al famoso cavalier Ciuti che apriva le sue vetrine sotto Borgo.
Come avrebbe potuto la contessa Mastiani fare la sua entrata, la sera del ballo, priva dei gioielli di famiglia? Un bell’ingegno fra gli intimi, al corrente della cosa, propose che la gentildonna non portasse gioiello alcuno in quella serata e si sarebbe già dovuta diffondere la voce che la padrona di casa nel suo alto sentire, per non umiliare le ospiti che non avrebbero potuto gareggiare con lei nello splendore delle gioie, avesse voluto privarsi delle proprie. La trovata, che fu in un primo momento presa in considerazione per la sua demagogica bizzarria fu poi trovata peregrina, e scartata.
Le banche discretamente interpellate e specialmente la Cassa di Risparmio della città, per un intervento a brevissimo termine presso il gioielliere, al quale avrei dovuto garantire la restituzione dei preziosi dopo la festa, declinarono l’operazione con dispiacere, perché la posizione della famiglia era minata e non dava affidamento anche per lo spirito dilapidatorio del Conte Teodoro che mandava a stirare le camicie a Londra come tutti i gran signori di quell’epoca e faceva altre pazzie con cavalli e con donne di operetta, vietate soprattutto in una città di provincia.
In cotanto dolore e mentre la fulgida e fatale serata si avvicinava a gran passi, Teodoro venne a trovare mio padre considerato uomo di mondo, buon parlatore, acuto argomentatore per cui recentemente era stato nominato vicepresidente della sezione pisana del Partito Monarchico Liberale.
Mio padre, seppure al corrente della cosa di cui ormai, sottovoce, tutta la città parlava, ascoltò il suo amico e decise con i fratelli o meglio con Teodoro perché Vico diceva sempre di sì con quella sua aria triste e rassegnata, di onorare il Ciuti di una visita per cercare di ottenere subito la restituzione dei gioielli magari offrendo anche una cambiale a brevissimo termine che mio padre, pure col suo modesto patrimonio, esile in confronto a quello dei Mastiani, avrebbe firmato per garanzia.
Per l’occasione, seppure in licenza, rivestì la uniforme con la doppia bottoniera e i pantaloni azzurri con la banda bianca, i colori di «Umberto I», nel quale prestava servizio.
I tre si avviarono al negozio del Ciuti e si fecero annunciare.
Il gioielliere, percosso da tanta visita, andò incontro agli illustri visitatori e inchinandosi con l’ossequio dovuto alle persone, ma col tono di chi ha dato a chi chiedeva, li fece accomodare nel suo studio.
«A quale fortunata combinazione devo l’onore di questa visita?»
«Non proprio fortunata» rispose mio padre che prese subito il comando della seduta, «ma piuttosto alla certezza di trovare un amico al quale potersi rivolgere in una seria contingenza».
«Sono ai loro ordini» disse il Ciuti con un tono diverso da quello col quale don Abbondio si dichiarava disposto, sempre, all’obbedienza.
«Ecco Cavaliere» disse mio padre, «com’ella sa, la contessa Mastiani offre un grande ricevimento ed le sue sale ai gentiluomini e alle dame non solo della città, ma addirittura della Toscana e potremo dire d’Italia».
«Come potrei non saperlo», sorrise il gioielliere dalle grandi mani bianche e soffici abituate a toccar brillanti e perle, «tutto il mondo ne parla, anzi dirò meglio: non si parla di altro. È il grande argomento del giorno che onora la nostra città e la porta insieme al nome della grande famiglia Mastiani, sulle più alte vette».
«Bene» disse mio padre affrontando deciso l’argomento, «lei ha in deposito e non vorrei cercare nome all’atto, le gioie della contessa Mastiani, che da secoli la famiglia conserva e che in parte vengono anche dalle illustri casate con le quali è imparentata. Ora ella comprende, Cavaliere carissimo, che la signora Contessa non può, la sera nella quale anche Principi del Sangue varcheranno la soglia della sua casa, presentarsi senza tanto ornamento. Se lei potesse o, meglio, se lei volesse esser così cortese di restituire per quelle ore i gioielli attraverso naturalmente una garanzia scritta, una ricevuta o se vuole addirittura una cambiale a brevissimo termine, che i figli sottoscriverebbero e io pure, noi gliene saremmo estremamente grati e non sapremmo davvero come compensare tanta generosità. Si intende che la mattina dopo il ballo noi stessi riporteremo il cofanetto e, non è il caso di dire, così come ci è stato consegnato».
Il Ciuti chinò la testa, la grande testa bianca, pensosa in atto di profonda riflessione. I due fratelli guardarono mio padre.
«Ecco signori e lei signor Capitano. Io non mi ero mai posto, confesso, questo grave problema e mi dò veramente dello stolto pensando di non averci pensato», e sorrise del gioco, «com’era mio stretto dovere, ma talvolta il nostro cervello si rifiuta o meglio dimentica di collegare, come dovrebbe, certi eventi a certi fatti che sono a detti eventi strettamente collegati». Si appoggiò allo schienale della poltrona, aprì le braccia guardando il soffitto «La devota amicizia che io porto al Conte Teodoro e a suo fratello Ludovico, l’ammirazione che ho per lei signor Capitano e che avevo per il defunto Conte Ottavio, il padre di questi giovani così immaturamente strappato a noi, l’ossequio devotissimo per la signora Contessa Mastiani, mi impediscono», e qui ebbe una pausa dolorosissima per gli astanti, «mi impediscono» riprese a voce più bassa e con un’altra pausa, «di dire di no».
Mio padre con un cenno di comando frenò gli entusiasmi dei due giovani, impedendo che si alzassero e buttassero le braccia al collo del gioielliere. Disse con calma e lentamente «Noi eravamo certi, signor Cavaliere, che lei avrebbe accolto la nostra richiesta e porteremo la no tizia alla signora Contessa, che non dubitava del risultato, conoscendo il suo signorile animo e al sua sensibilità. Se crede, possiamo andare subito a comprare l’effetto», e aggiunse: «Che peccato buttar via migliaia di lire per una questione che noi e lei consideriamo non di carattere commerciale, ma di onore e di piena tranquillità».
«E perché buttar via del denaro?» domandò il Ciuti sorridendo e poi, guardando lontano aggiunse «Io non penso, non credo che ci sia bisogno di una cambiale e poi a che servirebbe?», la qual frase poteva significare tanto che la fiducia era sufficiente, quanto che, in caso avverso, la cambiale, data l’entità, ben difficilmente sarebbe stata pagata.
«E allora dica lei signor Cavaliere quale forma di garanzia desidera».
«Mi pare molto più semplice» disse il Ciuti sempre guardando lontano e come disegnando nella sua mente la forma della operazione, «che il Conte Teodoro e il Conte Vico firmino in calce all’inventario dettagliatissimo che accompagna i gioielli e che si trova nel cofanetto, una dichiarazione che hanno ritirato gli oggetti e che si impegnano a riportarli entro il mezzogiorno seguente alla memorabile serata che resterà certamente impressa nella memoria dei fortunati che potranno assistervi; e, a questo proposito», proseguì agitando un campanello per chiamare una sua vecchia commessa che fungeva da segretaria, «avrei anch’io un piccolo piacere da chiedere».
«Dica e subito» intervenne con foga il Conte Teodoro «e consideri già di avere ottenuto ciò che chiederà».
«Ecco», disse il Ciuti tutto in forchetta, «come sanno io sono vedovo e la mia vita, il mio lavoro e quello che è e sarà il mio modesto patrimonio, tutto è dedicato alla mia unica figlia Maria che ha compiuto ventun anni proprio l’altro giorno. Orbene, mia figlia arde dal desiderio di assistere a questo che si chiamerà certamente il ballo del secolo, naturalmente accompagnata da me. Se la signora Contessa loro madre e loro», aggiunse rivolto ai due col suo più prezioso sorriso, «volessero farmi l’onore di un invito, io indosserei, per quella memorabile serata, la mia vecchia marsina e mia figlia il suo abito da ballo che le ho fatto confezionare a Parigi e regalato proprio per il suo compleanno».
Un silenzio di morte piombò nella stanza.
Dopo una penosissima pausa il Conte Teodoro, con una voce che pareva venisse d’oltre tomba, guardando un po’ il Ciuti, un po’ mio padre, dal quale aspettava senso alle sue parole, disse:
«Sarei tanto felice io di dirle subito di sì e con quanta gioia lei può immaginare, ma è mia madre che fa gli inviti e certamente...»
«Lei conosce» intervenne mio padre per toglier d’imbarazzo l’amico, «il carattere autoritario della signora Contessa, la quale, data anche l’età dei figli, l’importanza della festa e un po’ anche la spensieratezza dei giovani, ha voluto riservarsi il compito di inviare i cartoncini d’invito, ma certamente... sono certo...»
La sottoscrizione sotto l’inventario avvenne celermente, seppure con clima mutato e i tre partirono vincitori e vinti col cofanetto verso il palazzo dove la Contessa attendeva con una certa ansia l’esito della delicata missione.
Mio padre durante il breve tragitto fu incaricato di presentare lui la richiesta alla madre con la sua bella parola, illuminando il largo gesto della restituzione e mettendo in ombra la richiesta dell’invito, ma nonostante le sue buone arti la reazione della vecchia Signora fu tremenda.
«Un mercante in casa mia? Un bottegaio nelle mie sale accanto ai più fulgidi nomi dell’aristocrazia e del patriziato italiano, ma voi siete pazzi». E camminava come un turbine per la breve stanza. «Pazzi, dico, e di lei mi meraviglio, Capitano, di lei in cui Teodoro e Vico ripongon tanta fiducia. Come si è lasciato, lei così destro nelle cose della vita, gabellare, ma che dico gabellare, abbindolare, ma che dico abbindolare, addirittura ricattare, ricattare, ripeto, da un mercante, da un negoziante, da un bottegaio, il cui padre vendeva perline colorate e rosari sul carretto in piazza Garibaldi e il cui nonno andava, io ben lo ricordo, a raccattar concio col paniere sulle spalle!»
«Non mi pare, Contessa, che si possa parlar di ricatto» azzardava timido e sommesso mio padre, travolto da tanta furia, i figli ormai muti per l’ira materna. «Perché parlare di ricatto? Il povero Ciuti non ha posto condizioni alla restituzione delle gioie e non ha chiesto in cambio l’invito. Ha restituito senza batter ciglio e ha domandato gentilmente di assistere alla festa per la figlia, più che per lui. Il ricatto implica una condizione imperativa e qui si è dato senza imporre».
«Farnetica forse» disse ghignando la Contessa «che quella gallina di sua figlia diventi la Contessa Mastiani? Mi pare» continuò «che lei avrebbe indossato con maggior successo la toga in una pretura piuttosto che una balda uniforme, caro Capitano. Lo dirò anche a sua madre, per la quale ho viva amicizia», e masticava, «un bottegaio, un bottegaio con una gallina bollita per figlia», e poi di nuovo esplodendo, «fate pure se volete, io sono malata, molto malata e non potrò intervenire al ballo. Resterò a letto. Divertitevi» e se ne andò.
Quando la causa sembrava perduta e mio padre dichiarava, suffragato dal giudizio di intimi consulenti convocati per la bisogna, fra cui il celebre avvocato Emilio Bianchi, deputato di destra, e il giudice di Tribunale Ferruzzi, che bisognava restituire le gioie o mandare l’invito, arrivò dall’Arcivescovado un messo annunziante che Monsignor Calandra, accompagnato da Monsignor Modena, a nome del Cardinale, chiedevano di essere ricevuti in serata dalla signora Contessa.
L’Arcivescovado di Pisa, il cui presule per antica consuetudine rivestiva la porpora e si fregiava del titolo di Primate di Corsica e Sardegna per le antiche conquiste della Repubblica Pisana in quelle isole, era un grosso personaggio nella città. Reggeva l’Arcivescovado, a quel tempo, il Cardinal Maffi, che avrebbe ben due volte, nel 1914 e nel 21, rasentato la tiara. Sotto un fisico da macellaio, con un naso rosso paonazzo da ubriacone, e si diceva, ma non era vero, che bevesse soltanto aranciate, celava un acutissimo ingegno, un sensibile animo ed una grande cultura. L’Arcidiocesi di Pisa era fra le più difficili, intanto perché a pochi chilometri da San Rossore dove abitava per lunghi soggiorni il Re con la sua famiglia, e poi perché Pisa era un possente covo di anarchici ed una delle roccaforti repubblicane che aveva in Eugenio Chiesa il suo principale campione.
Il Cardinale, coltissimo in astronomia, precorreva i tempi. Aveva pubblicamente offerto di innalzare un monumento a Galileo, considerato pisano anche se di famiglia fiorentina, quasi per fare ammenda della condanna inflitta dalla Chiesa al gran vecchio.
Accanto al Cardinal Maffi lentamente, ma con sicura marcia, era sorto ed aveva assunto il rango di eminenza grigia Monsignor Calandra, piemontese, dal faccione sempre reclinato da una parte in segno di sottomissione e umiltà, ma che con mano ferrea reggeva le sorti della sede arcivescovile, organizzava gli intrighi, faceva fare testamenti a favore delle opere pie a vecchi signori paurosi dell’inferno e frenava talvolta gli impeti generosi e guerrieri del robusto Cardinale.
Monsignor Calandra arrivò a sera a palazzo Mastiani accompagnato da Monsignor Modena, detto l’Abatino, che faceva contrasto col primo per il corpo trasparente, il volto esangue e la voce angelica. Monsignor Calandra, dopo essersi profondamente inchinato davanti alla Contessa, disse che parlava a nome del Cardinale, il quale seguiva con tanto appassionato e benevolo interesse le sorti di quella grande famiglia legata per antica tradizione alla Chiesa e consigliava di invitare il Ciuti. Per finire Monsignor Modena citò una dozzina di casi storici nei quali re cristianissimi e regine elette del più puro sangue e principi che avevano espugnato torrioni di Gerusalemme alla prima Crociata, non avevano disdegnato di assidersi accanto a miseri e derelitti plebei. Finì con voce da soprano citando il Papa che in un giorno dell’anno lavava i piedi dei poveri. La signora Contessa Mastiani poteva ben invitare un distinto gioielliere con la sua brava figlia, ottima signorina, anche se in quelle vene non scorreva sangue blu.
Se ne andarono ambedue a tarda ora e a testa bassa senza aver nulla ottenuto.
Negli ultimi giorni che precedettero il grande evento fu una processione di visite di personalità e di amiche che in segreto cercavano di persuadere la tremenda donna a mandare l’invito, o a sostenerla perché non lo mandasse. Andò la Contessa Bicchierai di antica bellezza e famosa per i suoi giovanili amori e la Rosselmini Gualandi, che vantava nelle vene il sangue di una delle famiglie citate da Dante nel canto del Conte Ugolino e la signora Maruzzi e la signora Sbragia e la signora Giorgini e il Colonnello D’Arcayne Conte della Minerva Cavalier Camillo, comandante il settimo e il Commendator Sanipoli presidente della Misericordia e già in odore di santità da vivo e un Conte Calanti, lontano cugino, tutto tagliuzzato per ferite di duello, arrivato appositamente in carrozza da Lucca. Insomma la città o per lo meno la buona società, ossia il gruppo di famiglie magnatizie per censo, per nobiltà o carica, si era diviso in due fazioni, quella progressista che voleva il Ciuti al ballo e fra queste le famiglie legate all’Arcivescovado e quella conservatrice capeggiata dagli Upezzinghi e dai Roncioni che volevano il gioielliere a bottega.
Tré giorni avanti l’evento la Contessa Mastiani crollò. In fretta, senza avvertire nessuno, vergò quel nome che «non nasceva» su un cartoncino a rilievo con la sua lunga calligrafia inglese, lo mise in una busta e, chiamato un domestico fidato, lo spedì al negozio del Ciuti.
La notizia si diffuse con la stessa celerità con la quale oggi la televisione trasmette i fatti. Perché questa resipiscenza dell’ultim’ora? Ci fu chi la attribuì a una crisi di coscienza o a un intervento di qualche ignoto, ma per la verità, a quanto affermava mio padre, era stato il figlio minore a piegare, con la sua inconcludente e vaga tristezza, il cuore della madre.
Una sera, a notte, la Contessa era entrata in camera di Vico e lo aveva trovato in ginocchio ai piedi del letto che piangeva con il capo tra le mani. Alla domanda sulla causa di tanta angoscia, il giovane, che sapeva esprimersi così male preso sempre da una timidezza diffusa, aveva balbettato che capiva la sua pochezza e che era tanto rattristato per questa sua goffaggine e inettitudine in tutte le cose, che almeno il fratello era bello e brillante, lui sciocco e inerte anche in quell’occasione dell’invito, per il quale non aveva saputo prender posizione alcuna né aiutare la madre a non mandarlo né consigliarla a mandarlo. La madre lo aveva accarezzato e consolato e la mattina dopo aveva spedito la bolla che annullava la scomunica.
Nel tardo pomeriggio, quando ormai tutto era a posto e fra poche ore sarebbero arrivati i primi invitati, il vecchio maggiordomo, che da quarant’anni era al servizio di quella casa, si precipitò nella stanza della padrona.
«Signora Contessa», disse battendo le mani, «bisogna che venga! Non ho mai visto una cosa simile. È arrivato un trofeo di rose rosse, talmente splendido, che io in quarant’anni di servizio anche ai tempi del povero signor Conte non ho mai visto nulla di simile».
La Contessa si alzò e andò verso il mirabile monumento di fiori. C’era una busta. L’aprì. Era un biglietto da visita del Cavalier Ciuti. A penna, con sottile e nitida calligrafia, c’era scritto: «Ringrazio anche a nome di mia figlia per il gentile invito, spiacente che precedenti impegni impediscano ad ambedue di intervenire alla festa».
 
Augusto Gotti Lega