Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 359 (6.1.2007) Anno nuovo nuovo tema

Questo numero


Suscitato da una mail di Giuliano Di Tanna che dormiva dalla scorsa Pasqua, apriamo l’anno con un nuovo tema. Come sempre cercheremo di documentare ed andare a fondo senza fretta, perciò questo è solo l’inizio: nel prossimo numero ci sarà l’intervento di Pietro De Marco e poi chiameremo a testimoniare Georges Brassens e Leonardo Sciascia.
 
14 aprile 2006
“Caro Stefano, ti invio un passo delle Note sulla Liturgia di Cristina Campo tratto dal libro antologico Sotto falso nome. Fanne ciò che vuoi.
[…] Giuliano Di Tanna”
4 gennaio 2007
“Caro Pietro, sto pensando ad una NL con l’appello di Socci in appoggio alla liberalizzazione della Messa in latino. Ci aggiungerei questo contributo di Di Tanna che è lì dalla scorsa Pasqua.
Mi farebbe piacere il tuo parere su questo: c’è un termine che ascolto ogni domenica (quasi) che mi disturba un po’: «compiere il servizio sacerdotale», mi ricorda quei vocaboli sterilizzati come «operatore sanitario», «operatore ecologico» ecc., «beati gli operatori di pace» suona affine, mi pare che una volta si dicesse «beati i pacifici» (che poi non è la stessa cosa, chissà com’è il testo originario...). Sono io ad essere fissato o forse la scelta è poco felice?
[…] Stefano”
5 gennaio 2007
“Benissimo. La Campo ha scritto altre cose, se non ricordo male, sulla lingua liturgica, sul rito; dovremmo rivederle. S’intende che la bella (e profonda) idea del dispendio (che viene dalla scuola di Durkheim-Mauss, mediata da Bataille, che Zolla e altri loro amici non disdegnavano) applicata all’azione liturgica, vale con o senza latino, e vale per ogni complesso rituale. A maggior ragione è importante una teologia della liturgia che ricordi il senso peculiare (rituale-misterico) e l’eccezionalità extraquotidiana (o, meglio, che “apre” e reintegra il quotidiano all’Eterno) della liturgia, in latino o lingue moderne che sia.
Il servizio sacerdotale è traduzione del sacerdotale munus; poteva essere tradotto con ufficio (officium) ma sarebbe stato peggio; «compito» è troppo poco. «Servizio», poi, suona invitabilmente attraente per il linguaggio teologico-pastorale contemporaneo. “Operatori di pace” (lat. pacifici, con maggiore percezione del facere che è nel suffisso; gr. eirenopoioi, dove il suffisso -poiòs accentua di più il fare-operare) è peggio. A discapito dei traduttori (“pacifici” era effettivamente un po’ debole nella semantica corrente, ma era sempre stato spiegato in chiesa nel suo significato proprio) bisogna dire che tutti gli «operatori» del linguaggio burocratico-amministrativo sono venuti dopo. Si poteva dire, e qualche volta si dice, «facitori di pace»; non è bello, ma oggi suonerebbe meno politic.correct !
Ti allego un mio pezzetto sulla messa latina; è solo un appunto per un intervento più costruito, promesso a Magister (per il sito M. aspetta che esca il motu proprio del Papa). […] Una revisione provvisoria potrebbe anche uscire sul Covile; tu sai che il tuo/nostro giro di amici mi piace. Tra l’altro la Messa da piazza San Pietro del 1° dell’anno, celebrata da Benedetto, è stata interamente in latino, non so se sul Messale di Pio IV. Le grandi Messe di Giovanni Paolo erano in più lingue (latino e moderne), se non sbaglio.
[…] Pietro”

Note sulla Liturgia (di Cristina Campo)


Liturgia - come poesia - è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile. Essa è regolata da armoniose forme e ritmi che, ispirati alla creazione, la superano nell’estasi. In realtà la poesia si è sempre posta come segno ideale la liturgia ed appare inevitabile che, declinando la poesia da visione a cronaca, anche la liturgia abbia a soffrirne offesa. Sempre il sacro sofferse della degradazione del profano.
 
La liturgia cristiana ha forse la sua radice nel vaso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi del Redentore nella casa di Simone il Lebbroso, la sera precedente alla Cena. Sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: “Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me” – parola terribile che mette in guardia l’uomo contro il pericolo delle distrazioni onorevoli: Dio non c’è sempre e non rimane a lungo e quando c’è non tollera altro pensiero, altra sollecitudine che Se stesso – ma addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra il giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a coloro che ispira.
 
“E l’odore si sparse per l’intera dimora”. Il nardo di Maria Maddalena profuma l’intera liturgia cristiana, più ancora del nardo soave della Sulamita, del quale tanto si parla nelle Ore di Nostra Signora, tutte intrise di aromi e di fiori. Al nardo viene giusta mente comparato l’incenso, che ha il potere di disperdere l’angoscia del respiro e si leva al cospetto di Dio de manu Angeli. L’incenso è inesprimibilmente misterioso. Esso è insieme preghiera e qualcosa di più fine, più acuto della preghiera. Compone l’aroma dell’eros con quello della rinuncia, è resa di grazie ed è, come il nardo, alcunché di soavemente ferale. “Ella mi prepara per la mia sepoltura” disse il Salvatore con quell’accento che nessuno, intorno a Lui, penetrava. Nemmeno Maddalena comprese, naturalmente. Ma quando, tre giorni dopo, venne al Sepolcro con altri balsami, in cerca del corpo venerato, esso non era più là. Come sempre non l’utile aveva servito alla vera celebrazione ma il superfluo: non l’azione ma la liturgia dell’azione. La vera imbalsamazione del Corpo del Signore era già avvenuta al banchetto, e insieme anche la sola unzione regale e sacerdotale che Egli mai ricevesse su questa terra. E più ancora: un principio di sacramento, giacché il corpo ch’ella così preparava era già l’ “ostia pura, ostia santa, ostia immacolata” pronta all’offerta; e il suo bisogno di toccarlo, intriderlo di profumi e di lacrime, tergerlo con ciocche di capelli, fondersi in qualche modo con esso, qualcosa di molto simile a una comunione. Inesauribile è il gesto di Maddalena, e in realtà Cristo affermò che per sempre ci si sarebbe ricordati di esso. Ciò che lo rende inesauribile è appunto la sua gratuità: tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a una dramma sola di quel nardo, come tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a un solo grano d’incenso bruciato al cospetto di Dio con cuore ardente. Nel Mattutino del Grande Sabato del rito bizantino si cantano, rivolte a Giuda, queste parole:
“Se sei l’amico dei poveri e ti rattristi dell’effusione di un balsamo per la consolazione di un’anima, come hai potuto vendere la luce a prezzo d’oro?”.
La complessità del gesto di Maddalena ne fa, come abbiamo detto, qualcosa che da liturgico diviene in qualche modo sacramentale. Ma si potrebbe ricordare, prima ancora del suo gesto, quello non meno ineffabile, se anche più semplice, dei saggissimi Magi. I quali, partiti alla ricerca di un fanciullo bisognoso di tutto, non gli recarono latte né panni ma le insegne della Sua triplice dignità di Profeta, di Sacerdote e di Re. Così mostrando che neppure Dio stesso, quando si mostri a noi perfettamente povero, ci dispensa dalla celebrazione simbolica della Sua gloria, quale è rappresentata dalla liturgia; e che questa, pur nel suo incessante attuarsi, rimane per eccellenza un’operazione contemplativa. Di una delicatezza e di una gravita che rendono, più che rischiosa, mortale ogni arbitraria modificazione.
 
Cristina Campo
 

Gioca pure coi santi ma intanto impara il latino (di Antonio Socci)


Fonte: Libero, 4 gennaio 2007

La notizia clamorosa è stata pressoché ignorata dai giornali, tranne che da Libero, ma segna la disfatta dell’opposizione progressista a Ratzinger (e si lega alla firma, ormai prossima, del Papa al Motu proprio per la Messa in latino): nel 2006 agli incontri con il Santo Padre sono accorse 3 milioni e 222 mila persone, un record stupefacente (in media più del doppio rispetto al culmine del grande Papa Wojtyla che pure attraeva i popoli). Dunque si è verificato l’esatto opposto di quanto i cosiddetti “esperti” (anche cattolici) avevano previsto. Sandro Magister sull’Espresso (che non è certo un foglio cattolico) ha testualmente riconosciuto: «Benedetto XVI è il Papa più popolare della storia». Ma solo il Wall Street Journal fra i grandi giornali ha cominciato a riflettere sullo stile e la grandezza di questo Pontefice. Cos’è che attrae tanta gente verso Papa Benedetto? I nostri giornali evitano di chiederselo. Sui quotidiani va in scena l’ovvio dei popoli. Ieri il Corriere della Sera dedicava un’intera pagina (con richiamo in prima) al “mito” di Maria Maddalena, con tutte le corbellerie su di lei, a partire da Dan Brown, buone per i creduloni. Sempre ieri, l’Unità faceva un’altra paginata con questo titolo: “Anatema vaticano: il rock è l’inferno” (basandosi su una frase del «direttore della Cappella Lateranense Frisina»). E La Stampa tornava a occuparsi di guardie svizzere con un’intera pagina dedicata a una polemichetta al loro interno. La Repubblica infine dedicava la pagina culturale - ancora una volta - al libro di Augias e Pesce Inchiesta su Gesù.
 

L’attrattiva Gesù anche per Dan Brown


L’origine di questo interesse è la formidabile attrazione che Gesù esercita oggi. Perfino il successo del Codice da Vinci è dovuto a questa attrattiva potente che Gesù è. Ma quel volume, come il gran parlare di religione che si fa sui giornali, rappresenta il tentativo dei media e degli intellettuali di scavare un abisso fra noi viventi dell’anno 2007 e Gesù. Come se quel Gesù che giganteggia dalle pagine dei Vangeli e che tanto seduce i cuori, in realtà non esistesse o fosse irraggiungibile. Proprio ieri Benedetto XVI ha denunciato questo fenomeno, durante l’udienza del mercoledì. Ha parlato della notizia più importante della storia, la nascita di Gesù e della «sorpresa» di tutti noi per «quest’evento umanamente incredibile», dove «ogni uomo scopre di essere gratuitamente amato da Dio». Poi però ha indicato anche «il mistero del male (mysterium iniquitatis), il potere delle tenebre che tenta di oscurare lo splendore della luce divina: e, purtroppo, sperimentiamo ogni giorno questo potere delle tenebre». Il papa spiega: «È il dramma del rifiuto di Cristo, che, come in passato, si manifesta e si esprime, purtroppo, anche oggi in tanti modi diversi. Forse persino più subdole e pericolose sono le forme del rifiuto di Dio nell’era contemporanea: dal netto rigetto all’indifferenza, dall’ateismo scientista alla presentazione di un Gesù cosiddetto modernizzato o postmodernizzato. Un Gesù uomo, ridotto in modo diverso ad un semplice uomo del suo tempo, privato della sua divinità; oppure un Gesù talmente idealizzato da sembrare talora il personaggio di una fiaba». Ma, protesta papa Ratzinger, le cose stanno diversamente: «Gesù, il vero Gesù della storia, è vero Dio e vero Uomo e non si stanca di proporre il suo Vangelo a tutti, sapendo di essere “segno di contraddizione” ... In realtà, solo il Bambino che giace nel presepe possiede il vero segreto della vita. Per questo chiede di accoglierlo, di fargli spazio in noi, nei nostri cuori, nelle nostre case, nelle nostre città e nelle nostre società». Qui Ratzinger, dopo aver annunciato che Gesù è realmente vivo e presente adesso, interpella come Kierkegaard ogni uomo: «Dinanzi a Lui non si può restare indifferenti. Anche noi, cari amici, dobbiamo continuamente prendere posizione. Quale sarà dunque la nostra risposta? Con quale atteggiamento lo accogliamo?».
 

A scuola di cristianesimo


Il Papa elogia «la semplicità dei pastori». E anche la leale «ricerca dei Magi che, attraverso la stella, scrutano i segni di Dio». Il Papa indica poi e soprattutto Maria e Giuseppe, i primi ad aver accolto Gesù. Così illumina l’unica via ragionevole per incontrare Gesù e conoscerlo: la compagnia di chi vive con Lui, la Chiesa. In quale altro luogo si può chiedere notizia di Lui? «Gli oltre duemila anni di storia cristiana» dice Benedetto XVI «sono pieni di esempi di uomini e donne, di giovani e adulti, di bambini ed anziani che hanno creduto al mistero del Natale, hanno aperto le braccia all’Emmanuele divenendo con la loro vita fari di luce e di speranza. L’amore che Gesù, nascendo a Betlemme, ha recato nel mondo, lega a sé quanti lo accolgono in un duraturo rapporto di amicizia e di fraternità. Afferma san Giovanni della Croce: “Dio dandoci tutto, cioè suo Figlio, ha detto or mai in Lui tutto. Fissa gli occhi su Lui solo ... e vi troverai anche più di quanto chiedi e desideri”».
 
Questa è la scuola di cristianesimo che Benedetto XVI sta facendo da più di un anno al mondo e questo spiega lo straordinario successo del suo insegnamento. La gran quantità di persone che accorre ad ascoltarlo attratta dal fascino di Gesù - ha pensato di abbeverarsi all’unica vera fonte buona per conoscere il Salvatore. E non è un caso se il papa ha annunciato un suo libro su Gesù: sembra moltiplicare gli sforzi per appagare questa fame e sete dell’umanità. Ritiene che se tanti vanno ad abbeverarsi a sorgenti che non dissetano è perché spesso non trovano nella Chiesa chi dia loro da bere l’acqua vera.
 

L’analisi della crisi e il ritardo italiano


È anche per questo, per rendere più visibile e splendente la sorgente, che Benedetto XVI sta per firmare (forse il 6 gennaio prossimo) il Motu proprioche finalmente liberalizza l’antica liturgia della Chiesa, quella in latino. Che non è solo una questione di lingua, ma la fine dell’enorme quantità di abusi che hanno stravolto la liturgia post-conciliare. Già da cardinale, Ratzinger aveva spiegato: «la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita etsi Deus non daretur: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero di Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?». Il luogo più vero dove si può incontrare Gesù vivente è, spiega il Papa, la liturgia durante la quale il Salvatore sempre espia per noi, come vittima sacrificale, paga per le nostre colpe e ci libera. Il Motu proprio del Papa sta per arrivare. C’era stata l’opposizione dei vescovi francesi, ma le loro chiese sono deserte. Pesa poi un appello di intellettuali cattolici francesi schierati con il Papa e ancor più decisivo è stato un analogo appello arrivato dalla Polonia, firmato da autorevoli personalità («Noi siamo con te, Santo Padre!»). Anche in Italia c’è stato un documento a favore della decisione del Papa, mentre un testo contro la libertà di preghiera scritto da un prete genovese è caduto nel nulla (ha raccolto perlopiù firme scherzose di burloni). Il segno dell’imminenza della decisione pontificia è anche un documento della Curia di Genova che espone tutte le ragioni del Motu proprio. Ieri perfino Avvenire, con la risposta del direttore a una lettera, ha dato il segnale che la firma sta per arrivare. Ma pure che l’establishment clericale non ha capito la portata e il significato di questa decisione.
 
Antonio Socci
 

Appello a sostegno del papa che riporta la libertà e l’antica liturgia cattolica !!! (di Antonio Socci)


Fonte: www.antoniosocci.it

Sul Foglio di Giuliano Ferrara, il 16 dicembre 2006, ho pubblicato questo Articolo-manifesto…
 
Vorrei lanciare un appello a tutto il mondo della cultura. A sostegno di una storica decisione di Benedetto XVI che salva ed esalta un grandioso patrimonio spirituale e culturale, ma che scatenerà contro di lui il mondo dell’oscurantismo e dell’intolleranza. Il clamoroso annuncio l’ha dato ieri il cardinale Jorge Arturo Medina Estevez, membro della Commissione Ecclesia Dei che si è riunita per discutere della liberalizzazione della messa in latino. Il prelato ha detto: “La pubblicazione del Motu Proprio da parte del Papa che liberalizzerà la celebrazione della messa in latino secondo il messale di San Pio V è prossima”.
 
Si tratta di un evento straordinariamente importante per la Chiesa e anche per la cultura e la storia della nostra civiltà. Storicamente furono proprio gli intellettuali laici a percepire di più e meglio il disastro, lo scempio anche culturale, rappresentato dalla “proibizione” della liturgia di san Pio V e la sparizione del latino come lingua sacra della Chiesa Cattolica. Quando 40 anni fa – contravvenendo ai documenti del Concilio – fu imposta la proibizione dell’antica liturgia della Chiesa (quella peraltro con cui si era celebrato anche durante il Concilio) vi fu una grande e meritoria protesta degli intellettuali più rappresentativi che consideravano questa decisione come un taglio alle radici della nostra civiltà cristiana (la liturgia è stata da sempre centro e sorgente dell’arte più sublime).
 
Due appelli furono pubblicati in difesa della Messa di s. Pio V, nel 1966 e nel 1971. Ecco alcuni dei nomi che li sottoscrissero: Jeorge Luis Borges, Giorgio De Chirico, Elena Croce, W. H. Auden, i registi Bresson e Dreyer, Augusto Del Noce, Julien Green, Jacques Maritain (che pure era l’intellettuale prediletto di Paolo VI, colui a cui il Papa consegnò, alla fine del Concilio, il documento agli intellettuali), Eugenio Montale, Cristina Campo, Francois Mauriac, Salvatore Quasimodo, Evelyn Waugh, Maria Zambrano, Elémire Zolla, Gabriel Marcel, Salvador De Madariaga, Gianfranco Contini, Giacomo Devoto, Giovanni Macchia, Massimo Pallottino, Ettore Paratore, Giorgio Bassani, Mario Luzi, Guido Piovene, Andrés Segovia, Harold Acton, Agatha Christie, Graham Greene e molti altri fino al famoso direttore del Times, William Rees-Mogg.
 
Si tratta perlopiù di intellettuali laici perché il valore culturale e spirituale dell’antica liturgia latina è un patrimonio di tutti, come lo è la Cappella Sistina, come lo è il Gregoriano, come lo sono le grandi cattedrali, la scultura gotica, la Basilica di San Pietro. Tanto più oggi che tutta la nostra civiltà europea rischia drammaticamente di recidere e rinnegare le proprie radici.
 
Curiosamente proprio i “cattolici progressisti”, che facevano del dialogo col mondo e con la cultura moderna la loro bandiera, non ne tennero alcun conto e s’impuntarono per 40 anni per mantenere questa incredibile proibizione. Un arbitrio senza precedenti. Nell’aprile 2005, alla vigilia dell’elezioni di Benedetto XVI, su Repubblica, fu uno scrittore laico, Guido Ceronetti che scrisse una lettera aperta al nuovo papa nella quale chiedeva “che sia tolto il sinistro bavaglio soffocatore della voce latina della messa”.
 
Questa aspettativa del mondo della cultura (e dei credenti) non poteva trovare interlocutore migliore di Ratzinger, che prima di essere papa è stato (ed è) uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo, un uomo veramente illuminato, un autentico paladino della libertà del pensiero (fu lui a scrivere lo storico discorso con cui il cardinale Frings, al Concilio, demolì l’antica Inquisizione). Già da cardinale Ratzinger dichiarò apertamente che la proibizione della Messa di S. Pio V era senza precedenti: “Nel corso della sua storia la Chiesa non ha mai abolito o proibito forme ortodosse di liturgia, perché ciò sarebbe estraneo allo spirito stesso della Chiesa”.
 
In un suo volume raccontò con drammaticità come assistette alla “pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi completo del messale precedente”. Ratzinger ricordava: “Rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l’impressione che questo fosse del tutto normale”, ma, scriveva Ratzinger “la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano essere solo tragiche… si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro”.
 
Gli effetti furono disastrosi. Si aprì la strada ad abusi incredibili nella liturgia. Ratzinger scrisse: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita ‘etsi Deus non daretur’: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero di Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?”.
 
Per volere della Provvidenza è proprio Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI, che si prepara a cancellare l’ingiusta proibizione dell’antica liturgia, a riportare libertà e a restituire alla Chiesa e alla civiltà umana questo immenso tesoro. Joseph Ratzinger si conferma l’uomo più illuminato del nostro tempo. L’opposizione illiberale e intollerante che probabilmente si scatenerà contro di lui dentro la Chiesa (già preannunciata dai vescovi frencesi) merita una risposta dal mondo della cultura che già 40 anni fa fece sentire la sua voce. Per questo chiedo agli intellettuali laici e a chiunque lo voglia di esprimere pubblicamente il proprio plauso alla illuminata decisione di Benedetto XVI di restituire alla vita della Chiesa e all’umanità un grande patrimonio spirituale e culturale.
 
Ecco il sintetico manifesto che propongo di sottoscrivere:
“Esprimiamo il nostro plauso per la decisione di Benedetto XVI di cancellare la proibizione dell’antica messa in latino secondo il messale di San Pio V, grande patrimonio della nostra cultura da salvare e riscoprire.”
Antonio Socci
 
Il testo dell’appello insieme a me è stato sottoscritto da un gruppo di grandi intellettuali: René Girard, Vittorio Strada, Franco Zeffirelli e Guido Ceronetti.
 
Chi volesse esprimere un analogo appoggio alla decisione del Papa (avversato dal mondo catto-progressista) può farlo sapere anche al Foglio che ha gentilmente ospitato l’Appello, scrivendo all’indirizzo lettere@ilfoglio.it .