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Il Covile - N.o 360 (10.1.2007) La Messa latina come paradigma critico/riequilibratore (di Pietro De Marco)

Questo numero


Ecco l’atteso intervento di De Marco, si tratta di un prima schema di un lavoro che sarà poi ospitato da www.chiesa, il benemerito sito di Sandro Magister. L’argomento a me, pur del tutto incompetente, interessa alquanto ma evidentemente lo stesso vale anche per altri amici, che si sono fatti vivi con ben tre mail.
“Caro Stefano, lo scritto di Cristina Campo lo trovo splendido. Dispendio versus conservazione, superfluo versus utile. E’ l’essenza del dono e il senso dell’incontro con Cristo. Lontani da ogni interpretazione ‘sociale’ del cristianesimo, ma non per questo meno orientato agli umili. Credo che dovrò accingermi a conoscere meglio Don Giussani.
[...] Armando Ermini”
“Caro Stefano. [...] Bello avere, fra i primi scritti del 2007, la notizia ed il commento del motu proprio papale per la messa in latimo. Dopo la più che convincente analisi di Antonio Socci su senso e forza della Liturgia quale mediazione con il divino (almeno per la nostra necessità di reciproco linguaggio) mi sembra molto riduttivo quel manifesto finale che definisce ‘l’antica messa in latino secondo il messale di San Pio V, grande patrimonio della nostra cultura da salvare e riscoprire.’ Ma come, solo un patrimonio ?
[...] Claudio Marcello Rossi”
“Caro Stefano, immagino ti riferisca alla 2ª preghiera eucaristica. Il testo latino è ‘gratias agentes quia nos dignos habuisti coram te et tibi ministrare’. La traduzione non è facilissima, ma tutto sommato meno politicamente corretta di quanto sembri (e infatti fu criticata, da sinistra).
Non sono latinista né etimologo ma, stando al contesto, ministrare (che starebbe laicamente per ‘svolgere un mandato’) qui sembrerebbe significare ‘rendere culto a Dio’; tuttavia, il munus sacerdotale del prof. De Marco (sia ringraziato il Cielo per la sua esistenza e opera!) c’entra come significato niente affatto recondito: la liturgia essendo ‘esercizio del sacerdozio di Cristo’, che l’Ecclesia svolge con Lui, in Lui e per Lui, nello Spirito.
Ti segnalo che, sulle traduzioni liturgiche, il piccolo zaccheo ha dedicato un bel post.
[...] Luigi Puddu”

La Messa latina come paradigma critico/riequilibratore (di Pietro De Marco)


  1. Osservazioni prime e generali. La nuova possibilità (ovvero una rinnovata piena legittimità ) della celebrazione della Messa “preconciliare” può essere intesa e sperata, nel retroterra stesso della riflessione del teologo Joseph Ratzinger, come correttivo se non come risarcimento di un’improvvida frattura (nella prassi e, prima ancora, nell’ideologia pastorale) consumata nel postconcilio, contro la tradizione liturgica moderna e, quanto alla lingua, pressoché contro l’intera tradizione. Frattura introdotta dalle pratiche, se non dalla Costituzione sulla liturgia; la drastica marginalizzazione della Messa di Pio V non è infatti nella lettera della riforma conciliare, ma avviene entro un declassamento di fatto del passato liturgico (medievale-moderno), quasi intendendo o lasciando intendere ch’esso fosse inadeguato, manchevole in sé (un assunto intrinsecamente assurdo). Il prossimo motu proprio del Pontefice, di cui è filtrata notizia giornalistica amplificata dall’iniziativa del manifesto internazionale di Socci e altri, contrasta dunque la lettura ideologica, sostanzialmente “rivoluzionaria”, che del Concilio è stata proposta da molta élite teologica e pastorale cattolica. Esso riporta (così si deve sperare) la vita cattolica, anche nel culto, alla sua essenziale natura di complexio, dichiarando la storia precedente il Concilio compatibile con ciò che molti estremismi hanno invece vissuto come opposto ad essa, lo spirito del Concilio Vaticano e la sua realizzazione.
  2. Se guardiamo più all’interno del dato liturgico-sacramentale la rinnovata legittimità ordinaria di un’eucaristia (come si dice manieristicamente oggi) celebrata secondo il Messale di Pio V e in lingua non corrente, sembra destinata a riequilibrare gli “eccessi” liturgici (rituali, linguistici, fino architettonici) e in particolare gli slittamenti, frequenti nella sensibilità diffusa, verso una asacramentalità (se non desacramentalizzazione) assembleare della celebrazione e della spiritualità eucaristica attuale. Slittamenti che hanno una preoccupante rilevanza de fide.
     
    Sottolineo, per punti, i motivi di questa speranza:
    1. La lingua non-ordinaria favorirà la percezione di una antiquitas del rito, di una originarietà su cui il presente profondamente e necessariamente si impianta secondo continuità viva, ma che non dileggia o prevarica. Anche una rada esperienza del rito latino, non più quasi-trasgressiva, sarà presto in grado di rianimare il senso del rapporto necessario tradizione/adattazione/innovazione e della loro reciproca forza moderatrice (come sanno i credenti che eccezionalmente frequentano le liturgie monastiche in latino, ancora più che quelle “tradizionalistiche”).
    2. La forma e la disciplina rituale della Messa di Pio V avranno una obiettiva rilevanza per l’orizzonte di fede (lex orandi, lex credendi). Specialmente l’essere rivolti al Signore del celebrante e dell’assemblea (che oggi appare rivolta al celebrante, come il celebrante ad essa) e la contemporanea riscoperta della eccentricità dell’altare rispetto agli astanti, costringerà a riflettere (non in maniera “nuova”, ma nei termini della tradizione cattolica, latina e orientale) su spazio e tempo sacro, sul loro senso e fondamento.
    3. Non è, infatti, la comunità radunata (i suoi sentimenti, la sua disposizione, la sua socialità o compagnia) il perno e la condizione del sacramentum/sacrificium. Non è il behavior dell’assemblea che conta, secondo una tentazione pragmatistica e attivistica - una “liturgia attiva”! -, tentazione di cui lo psico-sociologismo di liturgisti e pastoralisti sembra non essere consapevole. Al contrario l’azione della comunità orante è sotto la norma sacrificale e ne trae il proprio profilo; l’agire è plasmato dai divina mysteria. Il divino sacerdos sacrifica se stesso al Padre e il celebrante e l’assemblea sono tratti in questo abisso, nella sua direzione e senso. Nel canon missae non vi è altro che abbia tale rilevanza, non vi è altro orientamento.
    4. Questa evidenza chiederà uno stile di catechesi dei sacramenti come annuncio di Realtà , non come educazione sentimentale; l’orientamento del celebrante al Signore, la significatività “nuova” (ma antica e costante nella storia della fede cristiana) del Tibi offerimus, imporranno la ripresa della catechesi della Presenza reale, del “Dio con noi” (caro all’orizzonte del Joseph Ratzinger teologo). Simbolicamente ed esteticamente (cioè nella aistesis dell’evento culturale) tutto ciò risulterà più chiaro al fedele nel suo traguardare oltre il celebrante e l’altare, nel trascenderli, verso il Signore, che non nell’attuale colloquio frontale tra celebrante e popolo; “rivolti al Signore” si oppone alla tentazione di concepire l’altare come spectaculum al centro (o quasi) e “a portata” dell’assemblea (1).
  3. L’evidenza di una essenziale stabilità della Tradizione, resa evidente anche dalla rinnovata “validità “ ordinaria (non dalla esclusività ) anche della lingua latina liturgica, verrà incontro (sarà medicina) al persistente disorientamento delle generazioni formate prima del Concilio o dopo ma fuori del radicalismo “conciliare”, generazioni la cui serietà e pienezza di formazione cristiana si è cercato di revocare in dubbio. La nuova legittimità della Messa latina sarà , di fronte al popolo cristiano, la sconfitta dell’arroganza e, specialmente, della frettolosità teologica e religiosa di un esercito di antichi “riformatori”.
Pietro De Marco
 
(1) Contro il relativo disordine contemporaneo dovremmo badare invece a che, durante il rito, non vi fossero né “popolo” né sacerdoti dietro l’altare. L’altare, nell’ordine dello spazio sacro, è immediatamente l’aperto alla Trascendenza, il canale della teofania, e non può che essere vertice e soglia dell’intera actio liturgica. L’altare non è propriamente mensa o tavola.