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Il Covile - N.o 361 (12.1.2007) Giuseppe Vettori ci parla del Gregoriano

Questo numero


Il testo che presento, non propriamente sulla Messa in latino ma sul Canto Gregoriano, era già stato pubblicato quasi cinque anni fa, nel N° 55, così introdotto:
“Continuo offrendo agli amici una lettura che mi ha colpito: la presentazione-giustificazione con la quale Giuseppe Vettori introduce il suo utile libretto: Canti Gregoriani, Valentano (VT), Scipioni, 1999. Giuseppe Vettori si è occupato per tutta la vita di musica popolare ed è autore di importanti raccolte che vi consiglio.”
Come annunciato trovate in nota le testimonianze di Leonardo Sciascia e Georges Brassens (autore a me molto caro, v. N° 112 con la traduzione de Les sabots d’Hélène).
 
Su questi temi, sia il latino sia il Gregoriano, ho già confessato la mia incompetenza, ma, sentendomi vicino allo spirito di Vettori, oso replicare a chi dipinge i difensori della tradizione solo come esteti decadenti (vedi il post di wXre segnalatomi da Alfredo Barbetti) che anche il popolo sentì la ferita di una rottura e una perdita di bellezza sicuramente non inevitabili.
 
Dimenticavo: Apocalypto, il film di Mel Gibson, che ho visto, è davvero bello. Vitamine per il cervello, e tanto peggio per les cons.
 

Un non credente si confessa (di Giuseppe Vettori)


Dicono che un attimo prima della morte – per i privilegiati che riescono a viverselo con consapevole serenità, quell’attimo terribile e risolutivo – la mente contempli tutti assieme, senza ordine apparente, fatti e figure che hanno, chissà perché, lasciato un segno.
 
In quell’attimo, quando sarò, fra le immagini che mi circonderanno – io credo – vedrò:
 
- Mio padre che intona Ave maris stella, con voce forte e sonora, e in quelle note vibra insieme la tenacia del gregoriano e la gioia e la rabbia del canto contadino di protesta.
 
- La pace sonnolenta del primo mattino, in campagna, col sole appena sorto e le cose che vengono nitide a poco a poco; e la processione delle Rogazioni avanza lenta, e io sono lì, vestito sa chierichetto e con la navetta dell’incenso; Propitius esto, canta il sacerdote, e io, e pochi altri: Te rogamus, audi nos; e io so appena leggere, compitando, ma le litanie dei santi le ho da tempo apprese a memoria.
 
- L’orgoglio della prima Messa degli Angeli, imparata la sera dopo cena, insieme a cinque o sei ragazze, stanche, contente, volenterose; maestro è mio padre – quinta elementare! – e io ho sette anni.
 
- Le lacrime e un brivido, al Libera me Domine che un sacerdote e un coro di contadini cantano sulla bara di mio padre; io ho nove anni; mia madre, piangendo, recita la “diasilla”.
 
- Il sonno affascinato e intermittente dei Mattutini in Seminario; è la settimana santa, e non c’è scuola: tutto ruota attorno a un Dio che si è fatto uomo e che gli uomini stanno per uccidere: le Lamentazioni, la preghiera di Geremia… mi assopisco un attimo, poi rispondo, di soprassalto, ai versetti di un salmo.
 
Sono un non credente, quel che si dice un agnostico; ho lasciato la Chiesa, ormai, da trent’anni, senza ripensamenti significativi. Nel frattempo, del resto, la liturgia è cambiata radicalmente: niente latino, niente gregoriano, simboli del tutto modificati, persino l’altare ha cambiato di posto. Allora perché questo volumetto?
 
Forse sarà meglio cominciare col dire che cosa questo libro non è, né intende essere.
 
Non una raccolta organica e ampia di canti gregoriani [...], non un saggio storico [...] e nemmeno un pamphlet, rozzo o raffinato, di destra o di sinistra, una di quelle cose con cui un non credente pretende di insegnare al papa a fare il papa, e ai cattolici come raccogliersi e pregare.
 
No, ho curato questo libro per una riflessione mia: una riflessione con me stesso e col mio passato, un conto aperto che vorrei, se non chiudere - c’è mai qualcuno che chiude davvero qualcosa? - ripassare e verificare. [...]
 
Spero che da queste pagine, da questo itinerario nella memoria, appaia il canto gregoriano così come io l’ho vissuto. Nato dall’amore, dal genio, dalla cultura raffinatissima di cantori e musicisti grandi e sconosciuti, si è trasmesso di generazione in generazione esprimendo la tristezza, il giubilo, la sofferenza, la paura e la voglia di vivere di grandi protagonisti e d i anonimi senza storia; a questi ultimi ha fornito per secoli una mitologia credibile, un teatro affascinante, una lingua magica e misteriosa. Milioni di esseri umani, nel rito scabro e ancestrale delle sue morte, hanno imparato a convivere con la morte, ad accettarne l’idea, a temerla un po’ meno.
 
Da oltre trent’anni il gregoriano è praticamente scomparso dalla liturgia cattolica. Certo, non ufficialmente. Ho letto anch’io i documenti conciliari che ne confermano la funzione. E la Libreria Editrice Vaticana propone edizioni critiche impeccabili di quel repertorio.
 
Ma è un repertorio sparito dalle chiese; la sostituzione del latino con le lingue nazionali (1) ne ha segnato il destino. E dunque: stiamo celebrando un caro defunto?
 
Nella basilica inferiore di San Clemente, a Roma, interrata per sette secoli e da non molto scavata e riportata in vita, c’è un affresco d’autore anonimo, un po’ rovinato ma leggibile ancora. Illustra la leggenda di una cappella, sommersa dalle acque del mar nero, nel luogo dove il corpo di papa Clemente giacque dopo il martirio.
 
Ogni anno, nel giorno della festa del santo, per miracolo le acque defluiscono, la cappella riemerge, i fedeli si affollano a pregare, finché la sera le onde tutto ricoprono, fino all’anno seguente.
 
Ed ecco che una volta, tutta presa dalla sua devozione, una mamma, uscendo dalla cappella, non si accorge che il suo bambino non è più con lei, Le sue lacrime disperate nulla possono contro il mare, lento e inesorabile. In lutto, muta, affranta, l’anno dopo la mamma torna in pellegrinaggio per recuperare il cadavere e trova, invece, il suo bambino tranquillo e vivo…
 
Nel 1963 il Concilio Ecumenico Vaticano II ha sbiadito prima, poi pressoché cancellato il canto gregoriano.
 
Forse, chissà, in una cappella sommersa, dipinta a fresco da un anonimo, in una basilica sotterranea e interrata, un bambino vivo attende fiducioso che le onde, ancora una volta, si ritirino…
 
Giuseppe Vettori
 
Note
 
(1) “Ricordavo ancora (a dieci anni avevo servito messa) certi passi della messa in latino; e li confrontavo all’italiano cui erano stati ridotti; propriamente ridotti, e anche nel senso di quando si dice com’è ridotto il tale” (Leonardo Sciascia, Todo Modo, in Opere 1971-1983, Milano, Bompiani, 1989, pag. 120).
 
“Mi sembra che vi dimentichiate di coloro a cui non è stata data abbastanza forza per giudicare da soli, per affrontare la fede spoglia di misteri, di riti. Parlate tanto dei poveri ma sembra non pensiate a questa povertà… Dicevano tutto quello che potevano dire accendendo un cero. Era la visione della tonaca che dava l’idea del prete, sentivano il mistero ascoltando il latino” (Georges Brassens, da un’intervista ad André Sève – Frère André – in Tutte le canzoni, Padova, Muzzio, 1991, pag. 275).