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Il Covile - N.o 362 (16.1.2007) Giuliano Di Tanna cita Flannery O'Connor

Questo numero


il thread sulla Messa in latino si conclude con un ricordo di Enrico Delfini ed un’altra aurea scheggia fornitaci da Giuliano Di Tanna, il suo iniziatore.

“Carissimo […] Sembra una combinazione, ma con estrema costanza e regolarità, vai a colpire argomenti che mi ‘bollono dentro’ da sempre; e sempre con considerazioni che mi sento di condividere al 100%.
Anche io, come Sciascia, ho servito messa. In latino, e con grande impegno. Certo, muoveva al sorriso sentire certe donne rispondere e cantare in latino maccheronico (1), ma l’uso di un rito e di una lingua costante e omogenea nel tempo e nello spazio, anche se considerata lingua “morta”, aveva l’innegabile pregio di evidenziare l’universalità (cattolicità) della Chiesa. Quando ero in vacanza, potevo presentarmi con mio fratello a qualsiasi parrocchia e offrire i miei servigi di chierichetto, sapendo che le mie competenze erano sufficienti a servire messa in Val d’Aosta come in Toscana, in Abruzzo come sulle Dolomiti. Oggi ogni parrocchia ha riti e usi particolari, talvolta differenti da una messa ad un’altra...
Quella vecchietta che cantava ‘Canta il merlo sul frumento...’ invece di ‘tantum ergo sacramentum’ era in grado di seguire la messa nella sua chiesa, e in un milione di chiese nel mondo (anche se forse non era preparatissima in teologia dogmatica). Oggi, forse, capisce meglio la messa delle 10 nella sua parrocchia, ma basta che si sposti di 5 chilometri e probabilmente non comprende nulla del rito […]
Enrico
 
(1) nell’insegnarmi il PaterNoster, mia mamma mi raccontava della beghina che importunava il curato per farsi spiegare le parole della preghiera:
‘Etenenosse chi era ?’
‘era un santo’
‘in du' casse ? e perchè lo misero in due casse?’
‘si vede che in una 'un ci stava...’ ”


“Il mio piccolo contributo alla discussione:
‘La liturgia, a differenza del linguaggio pio del fedele, è di una mirabile asciuttezza.’ (Flannery O’Connor).
Giuliano”