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Il Covile - N.o 366 (25.1.2007) Ancora Eugenio Castellani

Questo numero


Ecco, in esclusiva per gli amici del Covile, altri due testi di Eugenio Castellani, il poeta mugellano che ho presentato nel n° 344: una poesia, che non conoscevo, dedicata al mio nonno materno Luigi, ed un brano del diario, al quale ho aggiunto una postilla.
 

Eroi senza gloria


Si fanno cavalieri del lavoro
commendatori con titoli vari,
nella ristretta cerchia di coloro
che bussan sempre carta di denari.
S’innalzan cippi, lapidi ricordo
per questi insigni, nobili affaristi
mentre la gente, con dolente accordo
unanime commemora quei tristi.
Però quando si spegne in un tugurio
un eroe senza gloria
semplice, onesto, laborioso oscuro
martire, senza storia,
come un insetto minuscolo passa,
simbolo illustre che la società
un volgare lo chiama, della massa
al margine lo spinge, per viltà.
La miseria ti spinse “eroe scomparso”
lungi dalla tua terra
per procacciare il pane troppo scarso,
alla famiglia intera.
Per più di cinquant’anni ogni frontiera
passar ti vide triste od anelante
fier bucheron, di quella folta schiera
come nomade, errante.
Vita tremenda, quasi primitiva
nella brutezza sua nobiltò
quell’espressione d’una forza viva
che di nessuna infamia si macchiò.
Quanti milioni di eroi senza gloria
come te son passati all’aldilà
scrivendo col sudore tanta storia
per questa ingrata, pigra società.

Natale 1960. Dedicata a zio Quintilio in memoria del suo amico Gigi del Ciolli, da poco scomparso.
 
Eugenio Castellani
 

Tratto da una pagina del mio diario (di Eugenio Castellani)


La grande crisi cominciata nel 1929 stava attenuandosi, tuttavia il lavoro mancava ed ogni qualvolta veniva suddiviso un appezzamento di bosco per il relativo taglio, si facevano penose discussioni a non finire. I lotti boschivi che la fattoria di Panna metteva ogni anno in taglio erano molto modesti, mentre noi boscaioli eravamo tanti, troppi. Anch’io mi ero precocemente inserito in quel duro lavoro e le mie tenere mani portavano già i calli che l’accetta procurava. Con le prime luci dell’alba partivo insieme al babbo e spesso, ovattati dalla nebbia, ci inerpicavamo lungo i tortuosi sentieri dell’Appennino. Giorni lunghi e tediosi si alternavano a fredde e lucenti giornate e spesso la neve ci costringeva al riposo forzato. Nei giorni privi di vento ci alzavamo alle tre del mattino per fare la brace e questo lavoro ci sottoponeva ad una fatica estrema. Per tenere il fuoco sotto controllo ci esponevamo alle sue lingue roventi e molto spesso si veniva depilati di palpebre e sopracciglia. La sera, al tramonto, si preparava un fascio di legna secca e con questo pesante fardello raggiungevamo le nostre casupole al calar della notte. Un piatto di tagliatelle e fagioli era il menu della cena che con avidità lupina divoravamo in pochi minuti.
I primi di maggio del 1936 ebbe termine la guerra scatenata contro gli Abissini e questa ‘vittoria’ suscitò in gran parte degli italiani un entusiasmo indescrivibile. Mussolini, sulla cresta dell’onda, fece radunare, tramite il suo apparato, enormi masse di persone in ogni parte d’Italia e, con grande enfasi, si tentò di far credere che con la conquista dell’Impero avremmo anche trovato uno sbocco per la nostra mano d’opera. La sera del cinque maggio dello stesso anno, il sottoscritto, insieme a tanti altri amici, andò al dopolavoro di Panna per ascoltare, come già annunciato da stampa e radio, il discorso del “capo”. Il suddetto dopolavoro, unico locale pubblico fornito di apparecchio radio della zona, rigurgitava di persone. I contadini erano stati tutti mobilitati e il guardiacaccia Pieri, un patito del regime, curava l’ordine all’interno. Quando lo speaker della radio annunciò che il duce avrebbe preso la parola, ci fece togliere a tutti il cappello ed impose un assoluto silenzio. Ripensando a quella sera, non posso fare a meno di constatare quanto sia fragile e vulnerabile l’essere umano quando gli viene somministrato il siero della dittatura. È risaputo che quell’impresa non fu affatto cavalleresca ma la propaganda dell’epoca l'aveva esaltata, facendo sì che contagiasse gran parte dell’opinione pubblica.
Quando, dopo la S.Maria di quel lontano ’36, ebbe termine la mietitura e battitura del grano, venne a mancare ogni prospettiva di lavoro. Una sera di quel caldo solleone, parlando con mio cugino Orlando, seppi che il Fabbri di S.Agata, il quale aveva la manutenzione della strada di detta zona, cercava operai per la battitura dei sassi. Un afoso lunedì di quel fine agosto, in compagnia del cugino Renato andammo al ponte dello Sprocco per cominciare a spaccare le pietre. Quei sassi, pescati nel torrente Anguidola, erano durissimi e per batterne un metro cubo al giorno dovevamo impegnarci al massimo. Si partiva dalla Castellana alle quattro del mattino per tornare a casa a notte fonda. Rammento che in quei giorni il caldo era torrido e per dissetarci andavamo nel vicino torrente a bere l’acqua che scende da Monte Calvi. Dopo alcuni giorni vennero a ingrandire le fila Bruno del Montanelli, Beppe del Cavicchi e il Pelino.
Ai primi di settembre il Fabbri ci fece andare lungo la via di Gabbiano, di conseguenza il percorso da fare a piedi si allungò ancora. Pertanto, onde evitare le lunghe camminate di mattino e sera, si chiese ad un contadino se ci faceva dormire nella sua capanna. “L’albergo è a vostra disposizione” rispose, ridendo, l’anziano colono “basta che non mangiate il fieno, che quello mi serve per i buoi”. La mamma, quando la sera seppe che sarei rimasto a dormire in una capanna, si turbò profondamente. Lei, poveretta, sapeva che avrei dovuto mangiare per più giorni, soltanto del pane duro. La sera di poi, nel mettere due grossi pani nel tascapane, mi disse: “Guarda Eugenio, oggi sono andata alla bottega di zio Mario e ti ho comprato il fondo di una mortadella, se farai ‘a miccino’ (con parsimonia) ti dovrebbe bastare tutta la settimana”.
Il giorno dopo, quando si fece notte, una sofferenza penosa mi colse, anche perché quella era la prima volta che ero costretto a dormire fuori casa. Ricordo che il plenilunio illuminava a giorno la campagna e quel penoso silenzio era rotto soltanto dal canto dell’assiolo e da una stonata civetta. Per quanto la voglia di dormire fosse tanta non fui capace di chiudere un occhio per l’intera notte. Però anche i miei compagni di letto sentivo che si agitavano fra la polvere dello scomodo materasso. Al primo canto del gallo si scese nell’aia, mentre l’alba coi suoi occhi arrossati si affacciava all’orizzonte. Pareva che anch’essa si fosse commossa per noi poveri ragazzi che, per ragioni di sopravvivenza, eravamo costretti anzitempo a lottare così duramente per guadagnare solo quattro lire al giorno.
E fu proprio uno di quei giorni, e precisamente un sabato mattina, che Beppe del Cavicchi decise di fare ‘una pazzia’. “Oggi a mezzogiorno” disse “vo a S.Agata a comprarmi un etto di finocchiona”. Certamente era un lusso, ma una volta tanto volle levarsi uno sfizio. Fatalità volle che quel giorno trovasse un monte di sassi durissimi e la sera al tramonto aveva guadagnato solo due lire. “Se si tiene conto che l’affettato mi è costato una lira e ottanta” mormorò, “si può facilmente dedurre che oggi ho lavorato per la finocchiona!”
Nel decorso degli anni seguenti, ogni qualvolta incontravo l’amico Beppe, quell’etto di finocchiona tornava in argomento e l’amarezza di quel salume, faceva storcere ancora la bocca.
 
Eugenio Castellani
 

Postilla: lo spaccapietre di lusso


A Beppe del Cavicchi, che poi altri non era che il fratello di mia nonna Ida, la moglie di nonno Luigi, l’acquolina in bocca doveva avergliela fatta venire vedere il giovane Eugenio che si affettava il suo culaccino di mortadella. Ma del racconto mi preme sottolineare come quella “pazzia”, una giornata di lavoro in cambio di un etto di finocchiona, confermi la verità universale della “bella (e profonda) idea del dispendio (che viene dalla scuola di Durkheim-Mauss)” richiamata dall’amico Pietro De Marco nel n° 359 e, di conseguenza, confuti le teorie positiviste secondo le quali l’idea del lusso (v. Giovanni Verga) nascerebbe, per pochi, solo dall’estrema ricchezza e dall’allontanamento dalle necessità materiali. Credo proprio che sull’argomento varrà la pena soffermarsi un po’.
 
S.B.