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Il Covile - N.o 367 (26.1.2007) Armando Ermini commenta gli scritti di Eugenio Castellani

Armando Ermini commenta gli scritti di Eugenio Castellani


Caro Stefano, grazie per averci fatto conoscere la bellissima poesia di Castellani. Pare la versione poetica de Il padre di famiglia, il vero avventuriero che Charles Péguy scrisse con eccezionale spirito profetico all’inizio del secolo scorso. Cent’anni sono passati da allora, in mezzo a guerre, stermini di massa, rivoluzioni sociali e del costume. Quell’eroe silenzioso che allora emigrava per procacciare un sempre scarso pane a moglie e figli è stato accusato di essere all’origine di ogni male, eppure, nonostante le ferite, gli schiaffi, gli acciacchi, in gran parte è ancora lì a tirare la carretta, magari non più per il pane ma per un cellulare o per una settimana di vacanza ‘esotica’ da offrire ai suoi oppressi ostaggi. E forse anche per un etto di finocchiona per sé, pensando di potersela gustare in pace, magari al mattino presto, accompagnato dal fido cane mentre è sulle tracce di un fagiano o di una lepre in un bosco silenzioso e umido, senza che qualcuno gli voci nell’orecchio che è un feroce assassino. Illuso! All’occhio attento della Grande Madre non sfuggono gli atti ‘inutili’, quelli senza adeguata contropartita economica, e la riprovazione sociale politicamente corretta incombe.
Diceva Ezra Pound (ma se la memoria mi ingannasse e fosse un altro è vero lo stesso) che la donna è molto più brava nelle cose pratiche, in quelle utili appunto, mentre all’uomo si addicono le imprese temerarie, folli, dispendiose di risorse e ricchezze, ma creatrici di vita, materiale e psichica. Anche un etto di finocchiona può essere un dispendio creativo, una pazzia inutile ma essenziale, come salire in cima ad una inutile montagna o traversare stupidamente un oceano in solitaria, solo per il gusto di farlo. Più che soldi occorre fede, voglia ed un po’ di coraggio, con buona pace dei positivisti. Sarà per la conformazione biologica o per altro, ma è un fatto che la donna conserva la vita, l’uomo la inizia e le dà forma, e la distrugge anche. È per questo che sono necessari entrambi i principi, e che siano in sostanziale equilibrio, perché si può conservare solo ciò che è stato creato e si può ‘dispendere’ solo ciò che è stato conservato.
Ed oggi? Sembra che l’equilibrio sia rotto e che tutto vada nell’unica direzione dell’utile. Ed anche laddove si parli di dono, il concetto è declinato in modo non convincente. In Italia, sulle orme della Francia, esiste il Movimento Antiutilitarista delle Scienze Sociali (M.A.U.S.S., per richiamarsi all’antropologo), di cui ho seguito qualche discussione. Nella sostanza, a parte qualche eccezione, la ricerca è orientata verso nuove forme di solidarismo e ben delineata politicamente. L’utile viene fatto coincidere col principio del profitto (cosa vera solo parzialmente), ed in nome della lotta contro di esso si trascura del tutto la carica eversiva, questa si davvero ‘rivoluzionaria’, del dispendio, del lusso, dell’eccedenza come stato anche psichico. Come vedi c’è molto da riflettere, poco da gioire.
Armando