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Il Covile - N.o 373 (12.2.2007) L’illusione della modernità: il commento di Armando Ermini

L’illusione della modernità: il commento di Armando Ermini


Caro Stefano, il tuo scritto del lontano 1992 (sei stato un precursore), è prezioso per più motivi. Evidenzia che l’uomo non è un essere solo “culturale”, o perlomeno che il sedimento di millenni di cultura è così profondo da essere diventato natura. Lo spieghi benissimo quando citi Mauss e le sopravvivenze di atti così detti “arcaici”, in realtà espressione della complessità dell’umano e della tenacia con cui tenta, come sa e come può (per lo più inconsapevolmente, ma proprio questa è la dimostrazione della profondità e quindi del radicamento psichico di quegli atti) di resistere alla pervasività dello scambio fondato sull’utilità. Ancora più chiaro quando parli dei riti iniziatici maschili nelle società tradizionali. Anche i fatti di Catania debbono essere letti attraverso quella chiave, come ricerca disordinata e caotica di una iniziazione, o se vuoi come effetto degenerato della sua mancanza. Non per caso la violenza feroce dei giovani ultras ha come nemico principale uomini in divisa, ossia coloro che attraverso quella scelta hanno cercato di dare forma e senso all’innata aggressività maschile (aggressive, in altro modo, lo sono anche le donne, sia chiaro). Parlare del significato del trauma ci porterebbe troppo lontano, e qui mi fermo. L’argomento è troppo importante ed andrebbe trattato a sé. Avremo occasione di farlo.
 
Altrettanto importante è il terzo punto, sulla dipendenza dalle persone o dalle cose. Per corroborare la tua tesi userò un altro esempio, il più paradossale. Tutti i sistemi comunisti, che nelle intenzioni volevano realizzare lo sganciamento dagli “arcaici” legami di dipendenza personale, hanno dato luogo al culto della personalità e all’idolatria del capo, ossia proprio alla forma degenerata di quella dipendenza. Altro che libertà e responsabilità dell’individuo!
 
L’operazione di slegare la cultura dalla natura accomuna tutti i tentativi di forgiare un nuovo tipo di umanità o di spingere nel senso della sua “evoluzione”, e da questo punto di vista non c’è sostanziale differenza fra la leva socioeconomica e quella tecnico-scientifica, fra l’uso di metodi coercitivi e quelli della “convinzione democratica”. Psichicamente corrisponde alla dissociazione fra la coscienza e l’inconscio, che rimosso e non più integrato nella personalità, opera nell’ombra fino a condizionare e fagocitare l’io. Non solo produce orrori ma anche regressione psichica, dove la coscienza individuale arretra verso il caos primordiale. Scrive Erich Neumann in Storia delle origini della coscienza (Astrolabio 1978. Roma):
“Mentre il clan, la tribù, il villaggio, ecc., costituiscono il più delle volte un gruppo unito che discende da un’origine comune, la città, l’ufficio e la fabbrica, per esempio, sono psicologicamente unità di massa. […] al gruppo, per esempio un popolo, subentra un’unità di massa, per esempio uno Stato, cioè una struttura puramente nominale […]”
Dietro alla sostituzione del rapporto personale col rapporto colle cose, emerge in realtà non l’individuo, ma l’individuo/massa, “opposto alla coscienza e al mondo culturale, […] irrazionale ed emotivo […] Egli corrisponde mitologicamente all’aspetto negativo della Grande Madre […]”,
 
Trovo ovviamente motivi di ottimismo e di speranza nel riconoscimento della persistenza di comportamenti umani non sottoposti alla legge dell’utilità. I sedimenti di millenni di cultura non si annullano in poco tempo, e forse sapranno produrre spontaneamente propri anticorpi. In questo senso non si tratta, come bene scrivi tu, di abbattere il capitalismo o la modernità, ma piuttosto di “aiutare il 'terreno', sostenendo le funzioni vitali affinché si rafforzino”. Ed in questo contano le persone e i comportamenti individuali, non i progetti d’ingegneria sociale. Tuttavia ritengo che oggi esistano motivi d’inquietudine del tutto nuovi. Fino ad ieri la contrapposizione fra i grandi sistemi ideologici prefigurava si strutture sociali diverse o addirittura opposte, ma identico per tutti rimaneva lo statuto antropologico dell’umanità. “L’uomo nuovo” dell’utopia comunista continuava a nascere da corpo di donna fecondato da un uomo, come risultato dell’incontro fra due corpi sessuati. Le generazioni si succedevano l’una all’altra condizionate solo dal fattore “caso”, e si continuava a credere nella funzione educativa di padri e madri. Userò le parole di un raro, forse unico, eretico di sinistra, Pietro Barcellona, che in Il suicidio dell’Europa. Dalla coscienza infelice all’edonismo cognitivo, scrive:
“Il problema della vita, o meglio il potere sulla vita, ovvero del rapporto fra vita e potere […] è diventato la posta in gioco del nostro tempo […] Mentre l’epoca precedente è stata caratterizzata dal dominio della natura, oggi quest’ultimo si presente come dominio della vita. Il dominio della natura significa mettere a profitto un terreno, costruire una città. Il dominio della vita consiste invece nel sostituire la natura nei meccanismi del vivente […] ciò che consente la manipolazione della vita è la convinzione che la vita stessa non ha valore, all’interno di una visione nichilista che travolge ogni idea di diritto. […] All’aurora del nuovo mondo, le norme giuridiche al pari di qualsiasi bene sono prodotte a partire dal nulla e possono essere ricacciate nel nulla”
Siamo dunque in presenza di una linea di frattura ben più profonda di tutte le precedenti. Non si tratta più di dividersi fra iniziativa privata o pubblica, sul far prevalere l’uguaglianza o le libertà economiche, ma di decidere se debba esistere o non esistere un limite nei processi di fabbricazione artificiale del vivente. La portata della posta in giuoco è immensa, questa volta davvero capace di mutare definitivamente la percezione di sé dell’uomo, e non c’è nessuna garanzia che ciò non accada. Nonostante tutto mi ostino a stupirmi della cecità di coloro non vogliono vedere cosa è in giuoco, o se lo vedono se ne rallegrano. Parlano in nome della libertà, ma a me sembra una manifestazione di quella ricolletivizzazione delle coscienze di cui parlavo prima.
 
Ed a proposito di libertà le citazioni di Péguy cadono, come si dice, a pennello. Ci stavo pensando proprio l’altro ieri, mentre guidavo. Péguy giustappone le coppie di opposti com­pia­cen­za/deferen­za, viltà/coraggio, politesse /rispetto, gente di mondo/poveri, abdicazione da qual­siasi convinzione/tenacità nel credere. Bellissime. A me sembra che tutte quelle qualità della libertà (deferenza, rispetto, coraggio, fede), abbiano una cosa importante in comune. Esigono tutte un termine di confronto, per accettarlo o rifiutarlo, ma non possono esistere solo per se stesse. Anche l’adolescente, per diventare adulto e conquistare la propria libertà, deve confrontarsi con la norma e l’esempio che il padre gli propone. Lo può accettare o rifiutare, o assumerlo in parte, secondo la propria personalità. Ma senza quei riferimenti è destinato a vagare nell’indeterminatezza e nel caos, che sono il contrario della libertà. Una società che in nome della laicità si rifiuti di prendere posizione, consideri tutte le scelte come equivalenti, si dichiari neutra, è una società che solo in apparenza favorisce la libertà dei suoi cittadini, ma in realtà sottrae loro l’ossigeno che la alimenta.
 
Armando Ermini