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Il Covile - N.o 374 (15.2.2007) Su un appello ai vescovi (di Pietro De Marco)

Su un appello ai vescovi (di Pietro De Marco)


Lo sgarbato “appello ai vescovi” (Il Foglio, 15 febbraio) che fa perno sull’antico nucleo “bolognese” dell’Istituto per le Scienze Religiose (da Giuseppe Alberigo a Pino Ruggieri a Raniero La Valle), suscita per le sue pretese critiche e prescrittive qualche rilievo. Tre fronti cruciali ed anche drammatici ci separano dalla stagione cattolica degli anni Settanta e oltre. Il primo è costituito dalla vicenda postconciliare dell’autonomia politica e culturale praticata da settori del laicato italiano per quasi due decenni e risoltasi in dipendenza dalle culture allora dominanti, nonché nello smarrimento dell’identità e della responsabilità cattolica. Il secondo ne è come il corollario: molta cultura del laicato, nell’illusione che le modernità, presenti o in gestazione, fossero buone in sé — quasi una seconda Rivelazione, rinuncia ad una rilevanza propria negli indirizzi politici della società italiana, a vantaggio di scelte spiritualistiche e/o utopizzanti. Il terzo fronte di quel collasso è rappresentato, negli stessi decenni, dai limiti sempre più accentuati della DC di governo e della sua cultura (di principale matrice Azione Cattolica). Non all’altezza della deriva nihilistica nell’ethos e nell’ideologia, diagnosticata da Augusto Del Noce, poi da Gianni Baget Bozzo, il decantato modello di mediazione ha così “effetti perversi” anche nella sfera pubblica e negli ordinamenti. Niente di questo può essere considerato ripetibile, tanto meno normativo.
 
Ma vi è una simmetria tra quei momenti e alcune diagnosi che ingombrano ancora la riflessione politica di parti della cultura cattolica italiana. Una prima diagnosi lamenta la dipendenza dei politici cattolici italiani da agende definite da altri. Tale dipendenza o subalternità per indiscusso, quanto indebito, consenso sarebbe iniziata con la fine della DC storica, a datare dalla perdita dell’unità politica o, meglio, partitica dei cattolici. Una seconda (e complementare) depreca la marginalità della cultura cattolica nella sfera pubblica, e si accompagna alla rituale sollecitazione al laicato cattolico di “riprendere la parola”. Una terza sottolinea la inattività o il silenzio di questi anni negli ambiti, un tempo segnati dal protagonismo cattolico, delle politiche sociali ed economiche. Certo, nella modulazione dell’opinione pubblica, che influenzata dai grandi giornali e dagli altri media è poi invocata dai media a prova della bontà delle proprie campagne, le culture cattoliche appaiono deboli o sottorappresentate.
 
Ma questa percezione di assenza è responsabilità cattolica su altro piano che non la mancanza di impegno; essa proviene da gravi errori di lettura di sé e della sfera pubblica. Le culture cattoliche non sono silenti; oggi parlano e l’analisi laica, che ha buone antenne, sostiene che esse parlino troppo e siano fin troppo protagoniste dello spazio pubblico. Solo che le forme e i soggetti di questa politicità, oggi, non sono né quelli della mediazione centrista, né quelli opposti della effervescenza o contestazione d’autrefois. La cultura politica cattolica nasce oggi conflittuale e critica, non senza capacità di azione (già cultura politica, rilevante per la sfera pubblica italiana), come frutto della mobilitazione evangelizzante proclamata dal pontificato di Giovanni Paolo II. Per l’Italia si deve al governo del Cardinale Presidente della CEI la traduzione del Magistero giovannipaolino in ripresa della responsabilità cattolica nella gerarchia e nel laicato, nei confronti degli sconvolgimenti antropologici da diagnosticare senza subalternità e da non subire.
 
È questa storica emancipazione di molti da una lunga stagione (quella sì) di smarrimento dell’autonomia, che l’appello bolognese indica come “immeritata involuzione” della Chiesa italiana, e che denuncia come “sciagura”. Ciò che va opposto a queste stereotipe diagnosi su chiesa, società italiana e laicato, è la loro incapacità non solo di leggere la storia contemporanea ma, più gravemente, di avvertire la criticità delle frontiere che le società, le umanità, contemporanee stanno attraversando. Va opposto che resta ben poco di autonomamente pratico-politico nelle discipline della materia bioetica e coniugale perseguite da legislatori e supreme Corti nel mondo. Troppo colpisce ormai l’ordine materiale e di senso della Creazione, e attiene alla competenza della Chiesa docens, alla sua responsabilità verso l’uomo.
 
Per questo se i Dico intendono dimostrare che il laicato cattolico-democratico in quanto tale è nuovamente capace di iniziativa positiva e di costruzione politica (la questione del Pd), contro ogni ostacolo, tale dimostrazione si fonda su un errore di interpretazione della storia cattolica del dopoconcilio; per questo anche essa viene esibita sul terreno improprio e cruciale (antropologico) che altri le hanno imposto.
 
Pietro De Marco