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Il Covile - N.o 377 (28.2.2007) Raffaele Iannuzzi risponde a Umberto Galimberti

La coscienza secondo Benedetto XVI, con qualche nota sul soggettivismo secondo i nuovi costruttivisti (di Raffaele Iannuzzi)


Benedetto XVI, nel suo discorso ai partecipanti all’assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita, ha affrontato una questione essenziale, oggi posta ai margini del discorso pubblico: la coscienza cristiana. Il tema non è legato esclusivamente alla fede cristiana, ma investe ogni aspetto dell’esperienza umana e proprio in questo approccio laico, cioè aperto alla totalità dei fattori della vita dell’uomo, risiede la novità del pensiero filosofico e teologico di Papa Ratzinger. Egli non apre configgendo con il laicismo, ma misura oggettivamente la portata universale della verità e, solo a questo punto, introduce l’elemento cardine della coscienza cristiana. Alcuni passaggi analitici sono imprescindibili e meritano una particolare attenzione. Il Papa non sente il bisogno di appellarsi all’emotivismo soggettivistico o, per dirla con parole moderne, alla soggettività, poiché la coscienza, nell’esperienza cristiana, riconosce la verità naturale della vita e dell’uomo. Ciò conduce a riconoscere alla coscienza stessa la natura di ricettacolo del vero, del bello e del buono, i tre trascendentali di Tommaso d’Aquino. A questo livello, riemerge la lezione di straordinaria finezza di Giovanni Paolo II, il quale, fin dai tempi del suo insegnamento universitario, ha saputo coniugare creativamente la dimensione soggettiva dei valori accolti dalla persona e il fattore universale, naturale ed oggettivo della verità.
 
Da questa costellazione di verità filosofiche, ma anche di evidenze naturali, è scaturita la genialità di un pensiero ad un tempo laico e cristiano, un umanesimo religioso, inscritto nella tradizione fenomenologia di Scheler e tradotto nelle categorie del tomismo etico. La Veritatis spendor, non a caso citata da Benedetto XVI nel suo discorso, ha rappresentato l’acme di questo movimento balthasariano di pensiero ed esperienza ricompressa nella verità cristiana. L’inserzione della dignità della vita umana e del suo valore oggettivo e naturale, dunque universale, si pone al riparo da qualsivoglia fideismo eticistico proprio in ragione della disamina accurata delle categorie etiche e filosofiche compiuta da Wojtyla e Ratzinger. Quest’ultimo, oggi, è in grado di ricomprendere e ritradurre, mosso dalla battaglia e dalla militanza del cristiano nella società, questo magistero, rendendolo pietra di paragone per il pensiero agnostico e non credente. Se esiste ancora la ragione come coscienza della realtà nella totalità dei suoi fattori, argomenta il Papa nel suo discorso, allora non è possibile censurare la drammaticità della questione della sacralità della vita. Essa può sì diventare, più che un fondamento inconcusso un problema, per la coscienza dei non credenti, ma non può mai essere sottoposta ai criteri relativistici ed emotivistici mutuati ora dal senso comune della società postmoderna secolarizzata, ora dall’opinione pubblica, che già Tocqueville considerava la possibile anticamera della “dittatura della maggioranza”.
 
Habermas, nella sua riflessione sui fondamenti del pensiero etico nella postmodernità, è giunto se non altro ad interrogativi della medesima portata. E in Francia molte intelligenze laiche ed assai inquiete, a cominciare da Finkielkraut per finire a Glucksmann, si interrogano seriamente su questo complesso di problemi. Dunque, l’attualità nel senso nietzscheano del termine, la posizione del problema nel presente, è agitata piuttosto da Benedetto XVI, con un piglio di filosofo umanista e militante cristiano. Coloro che intendono il Vaticano II come la premessa dello smantellamento della Tradizione cattolica dovranno presto ricredersi a fronte dell’impalcatura teorica che, con ammirevole tenacia, sta edificando questo Papa, che, con l’equilibrio proprio del magistero ecclesiastico, non vuole in alcun modo cedere né alle sirene dell’interventismo chiassosamente tradizionalistico, né alle sicumere progressiste e neoclericali. La sua modernità consiste proprio in ciò: l’equilibrio classico del pensiero posto a fondamento del retto agire. Ortodossia congiunta ad ortoprassi. Gli esiti più fecondi del Vaticano II, non c’è dubbio. Del resto, è stata la storia a mobilitare la Chiesa in quel Concilio, ed è oggi sempre la storia a recuperarne il senso di atto teorico e pratico, di pensiero e retto agire.
 
La “bellezza morale” e la “chiarezza della coscienza” richiamate da Benedetto XVI in questo magistrale discorso sono i terminali naturali dell’azione della coscienza, ma non di ogni coscienza, non di una coscienza qualsiasi, bensì di una coscienza ordinata alla verità. La Gaudium et spes recita così, sovvertendo il senso comune postmoderno: “L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio nel suo cuore; ubbidire ad essa è la dignità stessa dell’uomo e, secondo questa, egli sarà giudicato” (n.16). Un testo celeberrimo e insieme ignorato nello scarto oggettivo che produce rispetto alla posticcia modernità: la coscienza non è la clava che rompe l’ordine naturale per ordine dell’imperio del potere di turno, ma è il criterio di discernimento della verità. A quest’ultima essa è oggettivamente sottoposta. E qui riecheggia la domanda di Pilato: “Quid est veritas?”. Sant’Agostino rispose: “Vir qui adest”, “L’uomo qui presente”, cioè Cristo evidentemente, ma quand’anche questa evidenza non fosse patrimonio comune, resterebbe sempre la drammatica domanda su ciò che è bene e ciò che è male, interrogativi fondativi e fondamentali, dunque introdotti nell’umana ragione e nel cuore dell’uomo da una natura che non può essere censurata come inopportunamente inscritta nel discorso individuale e pubblico. Una sorta di “perturbante”, annota Papa Ratzinger, almeno così appare il suo sottile non detto; un “perturbante” esageratamente reale e sproporzionato rispetto alla capacità dell’uomo di creare ad immagine e somiglianza della teche un prodotto in vitro, una vita a disposizione dei gusti e dei desideri eletti a divinità postmoderne, feticci della ubris degli uomini del nostro tempo.
 
Non c’è pietismo in questo ordito intellettuale, ma, per contro, una dirompente carica eversiva e militante, che rende laico fino al midollo l’intervento del Papa. Vita militia est, ergo di militanza e battaglia aperta si tratta, contro, stavolta sì, il pre-giudizio scientista, abnorme nel senso etimologico se comparato con la gravità della realtà in questione, la vita. In questa tensione drammatica che Balthasar avrebbe definito come “sinfonia della verità”, si gioca la battaglia nel presente della Chiesa, la battaglia contemporanea di questo Papa. Kierkegaard non tentava neppure di censurare la prima verità dell’ortodossia cristiana, Cristo è nostro contemporaneo, il Papa ora traduce il nesso con l’ortodossia in categorie estranee al rigorismo tradizionalista eppure solide e tenacemente aggrappate al corso universale e totalizzante del Magistero della Chiesa. L’esito logico è il seguente: “La vita è il primo dei beni ricevuti da Dio ed è fondamento di tutti gli altri; garantire il diritto alla vita a tutti e in maniera uguale per tutti è dovere dal cui assolvimento dipende il futuro dell’umanità”.
 
Si comprende allora perché un filosofo avvertito come Umberto Galimberti, in un significativo articolo su La Repubblica (26 febbraio) abbia còlto la sfida del “perturbante” introdotto dal Papa ed abbia tentato di capovolgere lo schema di ragionamento del medesimo: “Ma cos’è questa ‘coscienza’? La dittatura del principio della soggettività che non si fa carico di alcuna responsabilità collettiva e tanto meno delle conseguenze che ne derivano”. Conseguenza: o la coscienza, anche in politica, si adegua ai criteri dell’ordine sociale ed istituzionale, questo sì oggettivo ed insindacabile (giacobinismo allo stato puro), oppure si auto-confina nel “ghetto della soggettività”, per citare paradossalmente Benedetto XVI: se la coscienza “si attiene — continua Galimberti — unicamente ai propri principi, senza farsi carico delle mediazioni e soprattutto delle conseguenze delle proprie azioni, una simile coscienza, che limita a tal punto il ‘principio di responsabilità collettiva e sociale’, è troppo ristretta e troppo angusta per diventare il punto di riferimento della decisione politica, che per sua natura deve farsi carico della mediazione e delle conseguenze delle sue risoluzioni. Per cui la dittatura della soggettività è in ogni suo aspetto incompatibile con l’agire politico, e non salva neppure l’anima perché, come ci ricorda Kant: ‘La morale è fatta per l’uomo, non l’uomo per la morale’. E questo monito vale anche, e forse a maggior ragione, per l’ideologia”.
 
Peccato che questo ragionamento sia in se stesso squisitamente ideologico, si può inscrivere tranquillamente nel costruttivismo, che oggi è anche e forse soprattutto “costruttivismo antropologico”, com’è stato correttamente richiamato. Dunque: per evitare il soggettivismo, si ripiomba nel costruttivismo artificioso ed ideologico, bypassando totalmente la natura dell’uomo e la ricerca della verità, l’unico fine della filosofia dalle sue origini. A questo punto, la verità viene dettata dal più forte e da chi controlla la società e le istituzioni. E, in questo Paese, le conseguenze garantirebbero lo status quo prodotto dal potere dei soliti noti. Questo sì contro la libertà dei soggetti liberi, anche “postmodernamente” liberi.
 
Raffaele Iannuzzi