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Il Covile - N.o 380 (26.3.2007) Ancora un omaggio a Jean Baudrillard

Questo numero


Due numeri fa avevo promesso ancora qualcosa su Jean Baudrillard. La mia intenzione era di rendergli in qualche modo omaggio. Comincio con due sue citazioni, una è piuttosto amara, l’altra fulminante (non sono riuscito a renderla efficacemente in italiano e la lascio in francese):
“La vigliaccheria intellettuale è diventata la vera disciplina olimpica del nostro tempo”
Trop d’info tue l’info — trop de sens, etc. Mais trop de bêtise ne tue pas la bêtise
Ho poi pensato di tradurre per voi, mi c’è voluto un po’, due testi, il primo, di un'amica dei coniugi Baudrillard, è l’appassionato resoconto del funerale, il secondo è il più noto dei vari commenti del pensatore francese a Loft Story, il Grande Fratello francese.
 

Paradox Funeral : L’enterrement de Jean Baudrillard n’a pas eu lieu (di Aliette Guibert-Certhoux)


Fonte: www.larevuedesressources.org , lunedì 19 marzo 2007

Ormai, signor Finkielkraut, avrà tutto il mio rispetto.
Mi sono sempre posta delle questioni sulla singolarità intellettuale ed eminente di Alain Finkielkraut, uomo che nutre un pensiero sociale estremamente reazionario dal punto di vista dei suoi gusti e delle soluzioni d’ordine che propone sulle onde di Radio France o sulla stampa, ed allo stesso tempo uomo che tuttavia invitò Baudrillard quando quest’ultimo era molto contestato a causa dell’antisemitismo che si attribuiva, a torto, alle sue tesi reversibili a proposito dell’Islam. Mi dicevo che doveva essere estremamente masochista poiché chiunque conosca minimamente Jean Baudrillard sa che il suo pensiero nessuno può utilizzarlo, ma soltanto difenderlo o respingerlo.
In breve, non sapevo veramente cosa pensare di Alain Finkielkraut, né a che servisse come uomo dei media: ora lo so.
Alain Finkielkraut è un uomo indispensabile.
Ecco le circostanze ed i fatti.


La tomba di Jean Baudrillard è nell’8a divisione del cimitero di Montparnasse, la zona di Parigi dove risiedeva da vivo. È stato inumato martedì 13 marzo con una cerimonia molto spoglia, (non era certo sorprendente da parte sua, né da quella di sua moglie, sfinita, che facesse in modo che le condoglianze non avessero luogo — “Così la sua sepoltura non ha avuto luogo” — ha osservato il filosofo René Schérer che si trovava là — “ed è tanto meglio, ora egli inizierà a vivere”) se non fosse per la presenza numerosa dei suoi amici fedeli, dei suoi lettori affezionati (in ben più grande numero di quanto ci si sarebbe aspettato), di intellettuali con i quali non aveva rapporti particolari, di vecchi allievi di Nanterre dai peli ingrigiti, di giovani uomini e giovani donne, anche, e di numerose personalità, tutte venute a rendergli omaggio. Fra le quali il ministro per gli affari culturali, Renaud Donnedieu de Vabres, stupito dinanzi al forte interesse subito dimostrato dalla stampa straniera, come ha confessato in conclusione alla sua breve allocuzione, aggiungendo: “Avrei tanto voluto parlare con Jean Baudrillard... Ora, non mi resta che leggerlo.” Prova che si sentiva in un ambiente disposto ad ascoltarlo senza volergliene (perché non gli si attribuiva nessuna importanza — e lui lo sentiva bene).


Non è il solo paradosso delle verità che la cerimonia ha svelato al pubblico, allibito all’ascolto di Alain Finkielkraut (la sorpresa ci fu, ma ciò che disse ci permise di capire che erano gli Dei che lo avevano inviato) che dichiarava di non passare un giorno senza leggere Jean Baudrillard, di cui teneva sempre un libro aperto sulla scrivania; ma d’altra parte (adottando improvvisamente un tono impaziente ed eccessivo) frequentare il pensiero di Jean Baudrillard gli poneva un grave problema personale poiché “Il sistema degli oggetti, America, Il sollevamento dei sobborghi, L’undici settembre, L’islam fiammeggiante e le nostre città infestate di graffiti: tutto ciò... NO!”.
Ciò è comunque tanto – e rende l’interesse ancora più particolare.


Poi Jacques Donzelot, con Baudrillard complice di attivismo pedagogico all’università di Nanterre, al tempo del movimento del 22 marzo, nel 1968, che racconta a sua volta (roba da fare uscire il diavolo dall’acqua santa, come si diceva nella campagna francese in passato) che in occasione di una conversazione recente a tre, tra loro e la moglie di Baudrillard (anch’essa ex studentessa a Nanterre), mentre stavano parlando di democrazia, ad un tratto ella chiese (siccome Donzelot non parlava a voce alta, io non ho compreso distintamente le circostanze esatte ma questo l’ho sentito bene — e siamo molti ad averlo inteso): “Jean, sei democratico?” quest’ultimo rispose: “Non è una domanda da fare ad un uomo che si ama. “
Nessuno è perfetto. (Dove aveva la testa, quel giorno, per avere dimenticato America? — lei che conosce bene la sua opera e mai l’ho vista presa alla sprovvista — se non di fronte a tanto amore che non poteva dargli se non a reciproca distanza, riscoprendo ogni giorno il mondo insieme a lui fino all’ultimo soffio).


Se Jacques Donzelot è riuscito ad trarci dalla tristezza generale, resta che senza Alain Finkielkraut chi avrebbe attualizzato la preoccupazione collettiva di Jean Baudrillard? Ebbene ecco, è fatto, è il reazionario Alain Finkielkraut che lo ha detto. Grazie a lui, il Baudrillard che prende partito contro l’oppressione in tutte le sue forme esce infine dall’ombra, ogni ambiguità è tolta. Grazie.
(Quant’è vero che occorre di tutto per fare un mondo!)


Un po’ più lontano, all’ingresso del cimitero, verso il viale Edgar Quinet, vegliano da un lato Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, e dall’altro Roland Topor, fra le tombe che contano nel cuore della modernità e della post-modernità critica e tante altre, tra le quali quella di Charles Baudelaire.
Stranamente ancora, è stato uno dei giorni più inquinati della stagione a Parigi. Il parcheggio era stato dichiarato gratuito in tutta la città, era una dolce giornata e c’era il sole, così che dopo la cerimonia niente ha impedito di attardarsi, per evocare ricordi, nei terrazzi dei caffè... C’erano coloro che anticipavano il loro pranzo con un bicchier di vino e coloro che completavano con una tartina ed un tè la colazione interrotta la mattina, poiché la sepoltura ebbe luogo alle 10 precise, presto per chi veniva da lontano.


Il groppo delle impressioni a proposito della sepoltura di Jean, tutto in background, ha abbassato di molto la mia energia al lavoro. Anziché sonnecchiare dinanzi allo schermo del mio computer, mi sono allungata sul letto, colpita, esausta, incapace di dormire se non restando in uno stato di sogno ad occhi aperti, fino alla notte...
È finito — ma tutto comincia.
La sepoltura di Jean Baudrillard si è svolta come in un sogno patafisico. Ciò gli sarebbe piaciuto.
Almeno, lui, sopravvivrà con la sua opera, tanta gente importante non l’ha ancora letto, e gli altri, che lo leggono senza interruzione, devono ancora contentarsi di rimandare a dopo il capirlo.
Jean, nostro grande amico crudele e tenero.
 
Aliette Guibert-Certhoux
 

Tous télé-guidés (di Jean Baudrillard)


Testo pubblicato in Libération del 7 settembre 2001

Con Loft Story la televisione è riuscita in una operazione fantastica di consensualizzazione programmata, un vero colpo di forza, un’OPA sulla società intera — un grande successo nella via della telemorfosi integrale della società.
Essa ha creato un avvenimento (o meglio un non-avvenimento) nel quale tutti si trovano coinvolti. «Un fatto sociale totale», direbbe Mauss — sennonché nelle altre culture questo significava la potenza convergente di tutti gli elementi del sociale, mentre qui ciò segna per tutta una società l’elevazione allo stato parodistico di una farsa integrale, di un ritorno d’immagine implacabile sulla propria realtà
Quello che la critica più radicale, l’immaginazione più sovversiva, quello che nessuna derisione situazionista avrebbe potuto fare… è la televisione ad averlo realizzato. Essa si è rivelata la più forte nella scienza delle soluzioni immaginarie [la patafisica di A.Jarry]. Ma, se è la televisione che lo ha fatto, siamo noi ad averlo voluto. Inutile chiamare in causa la potenza dei media, quella del denaro o la stupidità del pubblico per lasciar sperare che ci sia un’alternativa. Il fatto è che ci siamo impegnati in una socializzazione integrale, tecnica e sperimentale, che conduce all’incatenamento automatico degli individui entro processi automatici senza appello.
Società ormai senza contratto, senza regole né sistema di valori che non siano complicità riflesse, senza altra logica che quella d’un contagio immediato, d’una promiscuità che ci mescola gli uni agli altri in un immenso essere indivisibile.
Siamo divenuti degli esseri individuati, vale a dire non divisibili in se stessi e virtualmente indifferenti. Questa individuazione di cui siamo così fieri non ha dunque nulla a che fare con la libertà personale, è, al contrario, segno di una promiscuità generale. Corollario di questa promiscuità: è la «convivialità esclusiva» che si vede fiorire dappertutto, che si sia nelle porte chiuse di Loft, o nei ghetti di lusso del tempo libero, o in qualsiasi luogo dove ci si diverte come in una culla sperimentale dove non si tratta tanto di salvaguardare un territorio simbolico, quando di rinchiudersi con la propria immagine e di vivere in complicità incestuosa con essa, con tutti gli effetti di trasparenza e di rifrazione propri di uno schermo totale.
Ci si muove ancora, ma giusto appena per darsi, al di là della fine, l’illusione retrospettiva della realtà, o del sociale, ridotti però ad un’interazione disperata con se stessi. Questa promiscuità, fatta d’implosione sociale, d’involuzione mentale e d’interazione «on line», questa sconfessione profonda d’ogni dimensione conflittuale, si tratta di una conseguenza accidentale dell’evoluzione moderna delle società, oppure di una condizione naturale dell’uomo che finalmente non avrebbe sosta nel rinnegare il suo essere sociale come dimensione artificiale? L’essere umano è un essere sociale? Sarebbe interessante vedere che ne sarà nel futuro di un essere senza struttura sociale profonda, senza sistema ordinato di relazioni e di valori, nella pura continuità delle reti, in pilotaggio automatico e in qualche modo in «coma dépassé» [morte celebrale], un essere contravvenente a tutti i presupposti dell’antropologia. Ma non si ha dell’uomo, come dice Stanislaw Lec una concezione troppo antropologica? Promiscuità e reclusione si riassumono nell’idea originale di sottomettere un gruppo ad un’esperienza d’isolamento sensoriale, al fine di registrarne il comportamento di molecole umane sotto vuoto, nell’intento, può essere, di vederli sbranarsi tra loro in questa promiscuità artificiale. Non si è arrivati a tanto, ma questa microsituazione esistenziale vale come metafora universale dell’essere moderno recluso nel suo Loft personale, che non è più il suo universo fisico e mentale, ma il suo universo tattile e digitale, quello del «corpo spettrale» di Turing, quello dell’uomo numerico prigioniero nel dedalo delle reti e divenuto il suo proprio topolino (bianco).
Il rumore dello scatto è liberare allo sguardo delle folle questa situazione propriamente insopportabile, facendo loro assaporare le peripezie in un’orgia senza domani.
Bell’exploit, ma che non si fermerà qui. Presto arriveranno, come una successione logica, gli snuff movies e i supplizi corporali televisivi. La morte deve, essa stessa, entrare in scena, niente affatto come sacrificio, ma come peripezia sperimentale — ovunque negata e combattuta tecnicamente — ma risorgente sugli schermi come performance di sintesi (così come revival televisivo, d’una crudeltà infantile, della guerra delle trincee o dei combattimenti nel Pacifico).
Ma (ed è là l’ironia di tutte queste mascherate sperimentali, parallelamente alla moltiplicazione di questi spettacoli di violenza) cresce l’incertezza quanto al loro equivalente reale, e quindi il sospetto sulle immagini. Più si avanza nell’orgia dell’immagine e dello sguardo, meno ci si può credere. I due parossismi, quello della violenza dell’immagine e quello del suo discredito, crescono secondo la stessa funzione esponenziale. Di colpo, tutte le immagini sono in fondo già delle immagini di sintesi. D’altronde il Loft avrebbe potuto benissimo essere fabbricato con immagini di sintesi — e lo sarà più tardi. I gesti, i discorsi, gli attori rispondono già a tutte le condizioni di prefabbricazione, di figurazione programmata. Come più tardi si cloneranno biologicamente gli esseri umani, che, in fondo, hanno già mentalmente e culturalmente un profilo di cloni. Stesso isolamento sensoriale, stessa curiosità abissale nell’attività sessuale di Catherine Millet (1). Si può penetrare più avanti, più lontano dello stesso sessuale? Si può possedere fino in fondo ed essere posseduti fino in fondo? Spingendo il sesso fino all’assurdo, sradicandolo dallo stesso principio del piacere, ella lo sradica anche dal suo principio di realtà, e costringe a porre la domanda: cosa ne è dell’essere sessuale? La sessualità non sarebbe, contrariamente all’evidenza naturale, nient’altro che un’ipotesi? Verificata come lo è qui fino all’esaurimento, lascia perplessi. Verificata oltre alla sua fine, non si sa semplicemente più ciò che è né ciò che significa.
Stessa tentazione abissale nel caso del Loft, ma questa volta aperta su un altro abisso, quello del vuoto e dell’insignificanza. Andare sempre più in là verso questa vera scena primitiva della modernità — dove è il segreto della banalità, di questa nullità sovresposta, illuminata, informata su qualsiasi angolo, che non lascia vedere più nulla a forza di trasparenza? Il mistero diventa quello di questo consenso forzato della vita per com’è — oggetto di timore, ma allo stesso tempo vertigine di immergersi in questi lembi di un’esistenza sotto vuoto e privata di qualsiasi significato.
Il XX secolo avrà visto ogni specie di crimini: Auschwitz, Hiroshima, genocidi — ma il solo vero crimine perfetto, è, secondo le parole di Heidegger, «la seconda caduta dell’uomo, la caduta nella banalità». Violenza mortale della banalità che precisamente, nella sua indifferenza e nella sua monotonia, è la forma più sottile di sterminio. Un vero teatro della crudeltà, della nostra crudeltà verso di noi, completamente sdrammatizzata e senza una goccia di sangue. Crimine perfetto in quanto capace di cancellare le proprie tracce, ma soprattutto per il fatto che, di quest’omicidio, siamo allo stesso tempo gli autori e le vittime. Finché questa distinzione esiste, il crimine non è perfetto. Ma, in tutti i crimini storici che conosciamo, la distinzione è chiara. È soltanto nel suicidio che l’assassino e la vittima si confondono, ed in questo senso l’immersione nella banalità è davvero equivalente ad un suicidio della specie. Da qualche parte nel cuore di questa banalità e del suo evento determinante portiamo il lutto di questa esistenza residuale, di questa incertezza e di questa disillusione.
C’è, in tutta questa storia di Loft, una sorta di elaborazione di lutto collettivo che lega tra loro i criminali, che siamo noi tutti. E là è la nostra vera corruzione, nel consumo di questo lutto e di questa delusione, fonte di un piacere contrastato. Alla luce di questa promiscuità, di questa convivialità truccata, di questa incertezza e di questa disillusione, tutto è da rivedere. Con Loft Story: l’evidenza dell’essere umano come essere sociale. Con Catherine Millet: l’evidenza dell’essere umano come essere sessuale. Con l’eccesso di trasparenza e d’informazione: l’evidenza della realtà tout court. Sessuati, certamente, noi lo siamo (Catherine Millet anche), ma sessuali? Socializzati, noi lo siamo (e spesso di forza), ma degli esseri sociali? È da vedere. Realizzati, sì, ma reali? Nulla è meno sicuro. Tutto ciò sarebbe catastrofico, se ci fosse una verità del sociale, una verità del sessuale, una verità del reale. Fortunatamente sono soltanto ipotesi e se assumono oggi forme mostruose, nondimeno restano ipotesi, mai falsificabili. La verità, se esistesse, sarebbe il sesso. Il sesso ed il desiderio sarebbero la parola fine della storia... ma non ce n’è. Ciò significa che il pericolo di un’operazione sistematica del sociale, del reale e del sessuale è anch’esso solo virtuale.
Di qui l’altra questione, come interrogazione finale: CHI RIDEVA NEL LOFT? In questo mondo immateriale senza traccia d’humour, quale mostro poteva ben ridere nei fotogrammi? Quale divinità sarcastica poteva ben ridere nel suo foro interiore? L’umano troppo umano ha dovuto girarsi nella sua tomba. Ma come si sa, le convulsioni degli uomini servono alla distrazione degli Dei... che possono soltanto riderne. Ciò fu anche, in altri luoghi, una forma di tortura sperimentale. Ma non stiamo esplorando tutte le forme storiche di tortura, servite in dosi omeopatiche, come cultura di massa o d’avanguardia? È uno dei temi principali dell’arte contemporanea.
 
Jean Baudrillard
 
(1) Catherine Millet, La Vie sexuelle de Catherine M., Le Seuil, 2001.