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Il Covile - N.o 381 (30.3.2007) Il nuovo libro di Fiamma Nirenstein

Il nuovo libro di Fiamma Nirenstein, Israele siamo noi (di Leonardo Tirabassi)


Il Giornale della Toscana, 28 marzo 2007

È un libro multistrato, dove la difesa strenua di Israele si unisce all’analisi, quasi un’autocoscienza, della generazione del ‘68, un libro in cui il pericolo sterminatore del Jhad islamico è visto nella sua assoluta evidenza, ma inconcepibile agli occhi di una sinistra che va dai liberal radical-chic ai cattolici di sinistra, passando ovviamente per le leadership, salvo qualche rara eccezione.
 
Procediamo con ordine, la tesi di Israele siamo noi (Rizzoli, €17,75) è forte e chiara. Israele, che, ricordiamo, è l’unica democrazia tra Lampedusa a l’India, è un paese normale che incarna tutti i principi e valori positivi del nostro mondo, avanguardia con antenne sensibili della difesa di noi tutti. Il fatto che l’Europa si accorga, poco e in parte, sia del pericolo della “guerra santa” sia del ruolo che Israele sta giocando dimostra una cosa sola, la corruzione del pensiero razionale, della coscienza democratica e morale del nostro stanco continente.
 
Fiamma Nirenstein conosce bene l’origine di questo disfacimento del buon senso, prodotto del ‘68; ha fatto parte di questa élite, classe dirigente di sinistra, comunista per meglio dire, che tra una canzone rivoluzionaria ed una manifestazione, aveva come scopo principale la distruzione della ragione e della tradizione. Il risultato di quell’ “assalto al cielo” non fu la rivoluzione come voleva Mao, ma l’abbandono e il disprezzo del bene più prezioso a disposizione di una società: il senso di responsabilità e della verità per cadere in braccio poi ad un modernismo cieco che si traduce in un benessere vacuo, liquido, come si usa dire oggi. Qui l’inviata del Giornale coglie un punto centrale della critica al comunismo, certo lo fa con il piglio della giornalista di vaglia, mettendo in risalto un punto centrale della critica dell’ideologia. Non è possibile uscire veramente da quella gabbia di idee, preconcetti, mezze verità, organizzate in una mistificazione totale se non si è disposti ad una duplice operazione, cambiare le proprie categorie concettuali, il proprio modo di vedere il mondo e, allo stesso tempo, capire perché quell’ideologia avesse per lei, compreso il sottoscritto, quella fascinazione che ha ammaliato tanti giovani, in che modo cioè la dottrina arrivasse a formare la personalità. Solo se si coglie questo snodo dove la propria soggettività si incontra con la società e la storia, solo se si è disposti a mettere in discussione tutti noi stessi, si può uscire dalla prigione infernale delle ideologie, siano il comunismo o il politically correct. E questo percorso l’autrice è stata disposta a compierlo fino in fondo offrendoci un analisi lucida, spietata, ma anche divertente, delle stupidità di una generazione. “Siamo noi…i responsabili della catena di errori che dalle idee libertarie e antitotalitarie degli anni Sessanta ci ha portato a uno stato di autentico blocco mentale di fronte a culture autoritarie e antisemite”. Adesso che le ideologie sono cadute, a questa sinistra rimane solo il collante dell’essere contro: contro Berlusconi, contro l’America, contro Israele. L’antisemitismo come valvola di sfogo, forse più dell’antiamericanismo, delle pulsioni peggiori che permette di unire sotto un’unica bandiera le posizioni più diverse e non consente di capire la novità del terrorismo islamico che uccide in nome della “guerra santa”.
 
Ecco che l’analisi sposta l’occhio sulla minaccia che viene dal nuovo terrorismo jhadista, etichetta che unisce sia quello di origine sunnita, salafista, di Al Qaida che la minaccia iraniana. Fiamma Nirenstein inizia il suo viaggio, da quella torre di guardia che è Gerusalemme – avamposto della nostra civiltà – per compiere una vera e propria analisi strategica. In un mondo dove ancora le parole sono pietre e non mera chiacchera, cicaleccio irresponsabile, le minacce di distruzione di Israele da parte di Theran, le bombe dell’11 settembre, l’attacco senza motivo degli Hezbollah libanesi (un paese che non ha nessuna disputa con Israele), la guerra di logoramento portata avanti da Hamas a Gaza (al posto della costruzione di uno stato funzionante), i milioni di euro spesi in armamenti dai palestinesi vanno a definire senza ombra di dubbio chi sia il vero nemico, non solo di Israele, ma di tutto il mondo democratico. Qui c’è però la scoperta più amara. Né Israele né gli Stati Uniti hanno saputo dare una risposta chiara, riuscendo a disegnare un strategia efficace. Davanti ad una guerra di nuovo tipo, alla cosiddetta guerra asimmetrica, che si fa scudo dei civili, che non si perita a nascondere le katiusce nei cortili degli ospedali, e allo stesso tempo considera gli inermi della parte opposta come obiettivi, davanti a chi considera i bambini propri non il bene più prezioso ma carne da macello, gli eserciti dei paesi democratici stentano a operare e a sconfiggere il nemico. E’ così in Iraq, in Afghanistan, è così in Israele che per primo ha visto venire allo scoperto la nuova guerra di religione, forse nei palestinesi mai veramente seppellita, nemmeno ai tempi del laico Arafat. Al Qaida, i rivoluzionari iraniani, i talebani, tutti hanno capito qual è il punto debole delle democrazie: il senso di umanità, il fondarsi sul rispetto dei diritti civili, l’opinione pubblica. E Israele è il paese dove tutto avviene in modo amplificato, ma al contrario di molti governi europei che propongono l’appeasement, e la deterrenza, strumenti inefficaci con chi vuole solo lo sterminio a priori del nemico che si risolvono in vuoto e irresponsabile discorso, povera strategia tesa a nascondere il disimpegno politico e morale, Israele resiste, è costretto a resistere.
 
La forza, la determinazione con cui lo stato e la società israeliana si oppongono a chi vuole oggi un nuovo genocidio si ritrovano appunto in quelle basi antropologiche fortemente indebolite, come si diceva all’inizio, dalla generazione del ‘68: senso di responsabilità, chiarezza morale, la durezza dell’esperienza umana. Il motivo delle radici della “fortezza” di Israele risiedono nelle modalità con cui quel paese ha fatto, fin dalla sua nascita, i conti con la modernità, riuscendo a “lasciare uno spazio alla tradizione che ha permesso la costruzione della società occidentale”.
 
Leonardo Tirabassi