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Il Covile - N.o 383 (10.4.2007) Cattolici in Toscana, un bilancio di Pietro De Marco

Questo numero


È notevole il fatto che l’intervento che trovate sotto sia in prima pagina nell’ultimo numero di Toscana Oggi, il settimanale delle diocesi toscane. Pare proprio che qualcosa stia iniziando a cambiare.
 

La Toscana: una cattolicità senza sfera pubblica (di Pietro De Marco)


Toscana Oggi, 8 aprile 2007

Ha scritto il sociologo Franco Garelli che nella “svolta antropologica e nell’investimento sulla cultura [indotte, mi permetto di sottolineare, nella riflessione e nella parola della Chiesa italiana dal magistero di Giovanni Paolo e dalla Presidenza CEI del card. Ruini, p.d.m]”, rientrano anche “il forte richiamo identitario e la scelta [cattolica] di far leva su quella parte della società che più avverte l’esigenza di riattualizzare nel tempo presente i valori della fede cristiana e i riferimenti etici che da essa derivano”. Questo slancio, che mobilita minoranze ed è destinato alla “più ampia società”, avrebbe già ottenuto effetti: “l’attuale stagione della Chiesa e del cattolicesimo italiani è profondamente segnata dal richiamo all’identità cristiana e dall’impegno sui valori irrinunciabili” (F.Garelli, L’Italia cattolica nell’epoca del pluralismo, il Mulino, 2006, p.130-131).
 
Mi chiedevo, leggendo Garelli, in quale misura questa fondata generalizzazione (Garelli ha offerto, nell’ultimo quarto di secolo, le letture del cattolicesimo italiano meno ipotecate da conformistiche prognosi di declino) si applichi alle comunità e alle culture cattoliche toscane. Quanto vi è, nella Toscana cattolica, di questa vitalità, di queste effervescenze? In effetti ben poco; tensione e passione di minoranze. Certamente vi è dell’altro nella Toscana cattolica: spiritualità, volontariati, duttilità pastorale; ma non vi è significativamente “richiamo identitario”. Azzardo questa opinione, senza il sussidio di una vera indagine sociografica regionale (comunque complessa, già nel suo disegno), sulla scorta di ricerche particolari e di una riflessione personale. La giustifico con alcune tesi, da verificare.
 
Una prima tesi. Nelle comunità toscane l’esistenza cattolica, fuori dalle cerchie familiari e parrocchiali o dai numerosi piccoli cenacoli spirituali e intellettuali nonché dalle visibilità (circoscritte) della pratica domenicale e dell’attività assistenziale, è prevalentemente una visibilità dell’assenza. Sia concesso l’ossimoro. Questo dato modale (un dato che costituisce, cioè, una caratteristica centrale del maggior numero di casi della vita cattolica, in Toscana, quanto a dimensione civile) vale anche per il clero, fatto salvo il suo maggiore apparire, per dire così, professionale.
Tale prevalente “assenza” è assenza (cattolica, toscana) da ciò che si chiama sfera pubblica. Una dominante invisibilità cattolica non può essere surrogata dalle nostre “mille attività” (certamente importanti e generose) nel “sociale” e nei cosiddetti mondi vitali quotidiani. La sfera pubblica è altra cosa; la dimensione civile del “riattualizzare nel tempo presente i valori della fede cristiana e i riferimenti etici che da essa derivano” non si realizza nelle piccole cose. Il sociologo si scusa con il “monaco” (postconciliare) per questa spiacevole evidenza.
 
Una seconda tesi. Questa sindrome toscana, di un’esistenza pubblicamente assente (come cattolica) si traduce frequentemente, credo, in una speciale presenza di singoli nella dimensione pubblica (ovvero nella sfera intellettuale o politica, etico-pubblica o ideologica), locale o meno. Una presenza mimetica. Che significa? Si dà presenza mimetica se si agisce adottando l’imitazione o, meglio, l’abito e il ruolo di attori già sperimentati e graditi nella sfera pubblica.
Così il cattolico è di volta in volta il tollerante mediatore, il pacifista, il narratore di antiche glorie (ad esempio fiorentine), il critico dell’istituzione ecclesiastica, il combattente per la Costituzione, l’amministratore per eccellenza dalla parte del cittadino, il politico che si oppone alla “divisione del paese”, il prete dei diseredati (gli altri preti suscitano diffidenza), il volontario per ragioni strettamente “umane”, il teologo rigorosamente intellettuale progressista ecc. Presenza mimetica, si badi, per convinzione; più raramente per pratica nicodemitica, cioè rivolta a dissimulare la propria identità. Questa versione puramente “laica” del proprio apparire pubblico ha una storia cattolica, specialmente ma non esclusivamente fiorentina, e ad essa continua ad attingere.
 
Una terza tesi. Questa invisibilità effettiva nella presenza mimetica, comporta l’obiettiva separatezza del privato (e del comunitario) della fede dalla sfera pubblica. È interessante che conviva invece con l’ideologia dell’abbattimento di “storici steccati” tra Chiesa e società civile. Come regge questo paradosso? L’invisibilità cattolica toscana (modale) e i suoi popolari teoremi hanno un retroterra di teologia debole. Un remoto anti-intellettualismo (diffuso nel clero) e più recenti pervasive catechesi dell’Altro (diffuse nei laicati parrocchiali) legittimano, da noi più che altrove, un irriflesso abbandono cattolico del momento pubblico, nella certezza di praticarlo. Rendono “spontaneo” il far coincidere la condizione laicale (di christifidelis laicus) con la laicità dei moderni. Non mi stupisco, allora, di fronte alla progressiva riduzione dei contenuti (della fides quae creditur) nella trasmissione catechetica delle nostre parrochie o alla manipolazione filantropica e solidaristica delle parole del dogma e della liturgia. Né mi stupisco, fuori del quadro parrocchiale, della percentuale degli “avvalentisi” dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole toscane, i valori percentuali più bassi a livello nazionale (Firenze ha valori disastrosi); la partecipazione all’IRC è responsabilità cattolica pubblica. Ma per l’ethos toscano (quale risulta da molti indicatori di “laicismo”) la sporgenza cattolica nella scuola è illegittima, comunque mal sopportata; così molte famiglie cattoliche si conformano all’opinione comune, o scelgono quell’assenza pubblica (prima tesi) che le rende socialmente accettabili. Nella stessa logica, come esibisce i più elevati standard di abbandono dell’IRC (attorno al 17% per l’a.s. 2005/2006) la Toscana esibì le percentuali di votanti più alte in Italia, in occasione del Referendum contro la Legge 40 (il 39,7 di votanti al IV quesito, con l’83,6 di sì). Tale conformità cattolica è confermata da una ricerca su una storica organizzazione del volontariato fiorentino; un associato su tre (tra coloro che rispondono alla domanda, l’80%) nel 2005 si è recato alle urne.
 
Una soluzione semplificatrice, d’altronde: il laico senza fede positiva né cittadinanza religiosa non abita con bella naturalezza la sfera pubblica delle società moderne? Ma questo avviene perché l’ha realizzata a propria immagine. Il cristiano, cattolico in particolare, vi abita invece con intrinseca, insuperabile, problematicità, poiché la “neutralità” della sfera pubblica agisce come la ben nota “bussola impazzita” e sfida la responsabilità che la Città di Dio ha sulla destinazione ultima della politica. La sfida avviene non su terreni declamatori, ma su soglie critiche: per affrontarle non vi sono (né potrebbero esserci) modelli laici da imitare, ruoli corretti da rivestire; il cristiano (prete o comune fedele) deve operare allo scoperto.
 
Quanta percezione di questa criticità di ogni giorno e di questo dovere vi è nella Toscana cattolica? Il profilo modale mi pare rivolto ad altro. E come può un larvale “sentire” cattolico, senza dottrina, confrontarsi con l’orizzonte delle istituzioni politiche? Buone domande per una difficile ricerca. Il sociologo non è così sprovveduto da ricondurre tutto ciò alla “secolarizzazione”. Sappiamo di numerose minoranze, nel clero e nel laicato, che hanno un’attenzione critica per questa Toscana cattolica, e vi si oppongono come possono (magari abbonando circoli e parrocchie a qualche periodico di battaglia antimoderna). E avviene che dove si cerca una visione più rigorosamente e realisticamente cristiana (e se necessario conflittuale) dell’agire cattolico pubblico, lì si realizzi anche un più attento sapere della fede.
 
Pietro De Marco