Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 384 (16.4.2007) Modernità. Intervengono Riccardo De Benedetti e Roberto Rifilato

Questo voluminoso numero


Uno dei temi principali, forse il tema, che affaticano la nostra piccola compagnia è quello cosiddetto della modernità. Dell’argomento, a partire dall'idea maussiana del Potlach, hanno recentemente trattato diversi numeri del Covile. Mi è venuta anche l'idea di raccogliere l'intera conversazione in un quaderno dal titolo Il Thread sul dispendio; vedremo, perché questa è ancora in corso ed aspetto altri contributi. Nel presente numero ce ne sono due: il primo, a mo’ di antipasto ma pertinentissimo al successivo, è un aforisma che ho preso dal sito di Riccardo De Benedetti, una delle nostre firme storiche, il secondo, che vi lascio assaporare, ci è donato da un nuovo amico, Roberto Rifilato. Credo farà discutere (da parte mia segnalo subito delle riserve su «la nozione tradizionale del tempo ciclico»), ma siamo qui apposta.
 

Si tratta di ciò che viene fatto per calcolo (di Riccardo De Benedetti)


Fonte: http://seymour.textdrive.com/~debenedetti/?p=91

La parte maggiore dei nostri comportamenti sono tributari del grande fiume della razionalità di scopo: devo raggiungere un obiettivo; mi avvalgo degli strumenti adatti; opero un calcolo che ne ottimizza la resa; mi occupo solo di questo e il resto viene accantonato. In questo modo ho ristretto via via il riferimento al contesto nel quale si sviluppa la mia azione, di fatto ridotta alla misura di una prestazione conforme allo scopo.
A questa fase della razionalità moderna è seguita, oggi, un’altra, nella quale i comportamenti possono essere totalmente privi di scopo pur rimanendo perfettamente razionali. Pensare le conseguenze, ma prima ancora segnalare l’avvenuto passaggio.
 
Riccardo De Benedetti
 

Il Thread sul dispendio: un commento (di Roberto Rifilato)


 

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La newsletter n° 366 de Il covile si apre, dopo una bella poesia di E. Castellani che A. Ermini definisce giustamente “la versione poetica de Il padre di famiglia, il vero avventuriero di Charles Péguy”, con una pagina di diario. Se ne trascrive quanto segue, utile a far riflettere su una realtà che dista meno di un secolo dal nostro oggi infrollito e godereccio [1].
«La grande crisi cominciata nel 1929 stava attenuandosi, tuttavia il lavoro mancava e, ogni qualvolta veniva suddiviso un appezzamento di bosco per il relativo taglio, si facevano penose discussioni a non finire. I lotti boschivi che la fattoria di Panna metteva ogni anno in taglio erano molto modesti, mentre noi boscaioli eravamo tanti, troppi. [...] Quando, dopo la S.Maria di quel lontano ‘36, ebbe termine la mietitura e battitura del grano, venne a mancare ogni prospettiva di lavoro. Una sera di quel caldo solleone, parlando con mio cugino Orlando, seppi che il Fabbri di S.Agata, il quale aveva la manutenzione della strada di detta zona, cercava operai per la battitura dei sassi. [...] La mamma, quando la sera seppe che sarei rimasto a dormire in una capanna, si turbò profondamente. Lei, poveretta, sapeva che avrei dovuto mangiare, per più giorni, soltanto del pane duro. [...] E fu proprio uno di quei giorni, e precisamente un sabato mattina, che Beppe del Cavicchi decise di fare ‘una pazzia’. “Oggi a mezzogiorno” disse “vo a S.Agata a comprarmi un etto di finocchiona”. Certamente era un lusso, ma una volta tanto volle levarsi uno sfizio. Fatalità volle che quel giorno trovasse un monte di sassi durissimi e la sera al tramonto aveva guadagnato solo due lire. “Se si tiene conto che l’affettato mi è costato una lira e ottanta” mormorò, “si può facilmente dedurre che oggi ho lavorato per la finocchiona!”».

Commentando questa pagina di diario, Stefano Borselli annota:
«[...] mi preme sottolineare come quella “pazzia”, una giornata di lavoro in cambio di un etto di finocchiona, confermi la verità universale della “bella (e profonda) idea del dispendio (che viene dalla scuola di Durkheim-Mauss)” richiamata dall’amico Pietro De Marco nel n° 359 e, di conseguenza, confuti le teorie positiviste secondo le quali l’idea del lusso (v. Giovanni Verga) nascerebbe, per pochi, solo dall’estrema ricchezza e dall’allontanamento dalle necessità materiali. Credo proprio che sull’argomento varrà la pena soffermarsi un po’».

Prende così forma l’annunciato Thread sul dispendio, “filo” sul quale, letteralmente, si inanellano altri numeri della sezione Newsletter. Prima di passare al successivo, dedicato alle pregevoli osservazioni di A. Ermini, una delle quali è già stata citata, ci sia però permesso far notare, a proposito delle ultime righe sopra riportate, quanto S. Borselli abbia ragione. L’atteggiamento da lui definito “positivista” (ovvero, vista la presenza di Verga, “verista”) è infatti l’atteggiamento tipicamente moderno del deprezzare, svalutare, minimizzare, abbassare e, in una parola, materializzare (in opposizione a spiritualizzare) Si tratta di un atteggiamento contraddittorio in modo perverso, perché da un lato l’esperienza insegna l’esatto contrario (il bel gesto del povero opponendosi alla tirchieria del ricco) e, dall’altro, la storia degli ultimi tre secoli indica chiaramente che, a parlare “con la voce degli oppressi”, sono stati sempre e solo gli oppressori (a partire dal nobile de Robespierre).
Una postilla alla postilla Lo spaccapietre di lusso potrebbe semmai dar ragione a Verga su un sol punto (al quale peraltro un verista/realista/populista si ribellerebbe), quello relativo alla necessità, quale presupposto per il dispendio, di una certa “superabundantia cordis”, di una esuberanza spirituale cioè, anziché materiale.
 

2


Le stesse affermazioni le fa A. Ermini, nel n° 367, quando dice: «Più che soldi occorre fede, voglia ed un po’ di coraggio, con buona pace dei positivisti».
L’accenno alla fede ci lascia vedere come questa conversazione a distanza stia aggiustando il tiro dal dispendio come “lusso” (o concessione, anche a se stesso, del superfluo o addirittura dell’inutile) al dispendio come “sacrificio” (o privazione, solo a se stesso, dell’utile o addirittura dell’indispensabile). Ma l’opposizione, interpretata simbolicamente, come fa A. Ermini nel passaggio seguente, è più apparente che reale [2].
«Quell’eroe silenzioso che allora emigrava per procacciare un sempre scarso pane a moglie e figli è stato accusato di essere all’origine di ogni male, eppure, nonostante le ferite, gli schiaffi, gli acciacchi, in gran parte è ancora lì a tirare la carretta [...]. Diceva Ezra Pound (ma se la memoria mi ingannasse e fosse un altro è vero lo stesso) che la donna è molto più brava nelle cose pratiche, in quelle utili appunto, mentre all’uomo si addicono le imprese temerarie, folli, dispendiose di risorse e ricchezze, ma creatrici di vita, materiale e psichica. [...] Sarà per la conformazione biologica o per altro, ma è un fatto che la donna conserva la vita, l’uomo la inizia e le dà forma, e la distrugge anche. È per questo che sono necessari entrambi i principi, e che siano in sostanziale equilibrio, perché si può conservare solo ciò che è stato creato e si può ‘dispendere’ solo ciò che è stato conservato».

L’allusione all’anatomia maschile e femminile, concava questa e convessa quella, è rivelatrice, perché l’“eccedenza” maschile raffigura simbolicamente quel quid esuberante su cui si basa l’idea stessa del dono, l’idea cioè di «uscire da se stessi, dare — come ben spiega lo stesso M. Mauss [3] — liberamente e [al tempo stesso] per obbligo». Ora, se parlare di mascolinità e di femminilità significa, in termini tradizionali, parlare del sole e della luna, non v’è chi non veda a) quanto il sole sia sempre dipinto come convesso e, la luna, sempre come concava; b) quanto il dispendio solare di luce e di calore corrisponda al profitto lunare e sublunare (ovvero terrestre) della stessa luce e dello stesso calore; ed infine c) quanto sia letteralmente “splendido” e metaforicamente disinteressato il sole e quanto invece, necessariamente, sparagnino ed interessato chi del sole usufruisce.
A questo punto, a scanso di equivoci, va detto che tradizionalmente non è lecito applicare tutte le sfaccettature di un solo simbolo ai molteplici simboleggiati (o, se si preferisce, del significante ai significati), tant’è che, per restare in ambito astrologico, il maschio e la femmina hanno entrambi sole e luna nel rispettivo oroscopo. Si può aggiungere che le caratteristiche solari di abnegazione, disinteresse e sacrificio sono appannaggio di innumerevoli mogli e madri (più del terzo mondo, in verità, che del primo) e che, in ogni caso, non sono certo tipiche del maschio moderno. Se a queste caratteristiche aggiungiamo quella che le riassume, vale a dire la regalità, si intuisce subito quanto la femminilità archetipica non abbia nulla a che vedere con quella somatica (pur potendosi aggiungere, a bassa voce, che una regina presuppone l’assenza di un re [4]).
 

3


Saltiamo a pie’ pari, scusandoci con l’amico Stefano, il n° 368, dedicato a Jean Baudrillard. Sperando di non fare come la volpe con l’uva, dobbiamo confessare di non capire perché si debbano usare criteri di indagine così peregrini. Per fortuna, lo stesso Stefano conclude la newsletter in questione confermando come «la parte meno caduca del pensiero marxiano sia tutta interna al grande pensiero reazionario, alla critica della modernità». Del resto, chi è senza peccato, eccetera. Anche chi scrive, in anni meno acciaccati, si trastullava con le “categorie” dell’oralità e dell’analità, categorie che, se si pone mente a quelle aristoteliche, lasciano intravedere fino a che punto ci siamo “evoluti”.
Al riguardo sarà bene insistere, perché quanto s’è detto poc’anzi sulla voluttà tutta moderna di svilire, insozzare ed insomma ridurre al minimo comun denominatore (anziché elevare al massimo comune multiplo) la trinità platonica del Vero, del Bello e del Buono, riguarda particolarmente quella che ancora Stefano definisce la «fraudolenza freudiana». Si insiste sull’autore di Al di là del principio di piacere (costretto in quest’opera tardiva a postulare l’esistenza di un “principio” opposto al piacere, ammesso che due principii siano ammissibili) perché la grettezza e la meschinità, spesso davvero repellenti, della sua interpretazione sembrano fatte apposta per smantellare la visione tradizionale del dono come sacrificio, dedizione, generosità e, in ultima analisi, fede.
Infine, e per chiudere con Freud (del quale ha pagato le spese il povero Baudrillard), contrapporre Eros a Thanatos, riducendo il primo a mera libidine copulatoria e, il secondo, a rozzo impulso autodistruttivo, significa aver dimenticato quanto era noto da millenni, cioè la perfetta coincidenza di Amore e Morte: se l’amore, inteso in senso sia corporale che spirituale, consiste nell’uscita da sé (nello scordarsi di sé, nella liberazione dalla propria individualità), la morte non è definibile altrimenti [5].
 
Ma torniamo nel Covile. Nella newsletter n° 371, A. Ermini conferma le nostre perplessità (valore d’uso e valore di scambio sembrando a chi scrive strumenti euristici troppo bassamente mercantili, per valutare l’altezza del gesto sacrificale) e ne aggiunge di nuove:
«[...] di Baudrillard non riesco a capire bene il riferimento al cristianesimo e alla legge morale su cui si fonderebbe il valore d’uso e l’utilità. Lo lascio come punto da approfondire [6], perché a me sembra invece che l’individuo astratto sia il prodotto concettuale non del cristianesimo, ma della borghesia. Non è un caso che l’economia politica come scienza autonoma sia nata con essa».

Ineccepibile. Si potrebbe chiosare con riferimenti storici all’ascesa del terzo stato occidentale e della terza casta orientale, la natura borghese/mercantile delle quali è per l’appunto quanto di più alieno si possa immaginare dallo spirito eminentemente sacrificale della seconda (guerriera e regale) e della prima (sacerdotale o clericale).[7] Analogamente dobbiamo tralasciare la lucida analisi, sempre di A. Ermini (ibidem), sull’artificializzazione indotta dalla modernità («il processo di “emancipazione” giunto alle sue conseguenze logiche estreme svela oggi con chiarezza la forzatura ideologica di cui è frutto, e la sua natura di astrazione»)[8]. Dobbiamo tralasciare, si diceva, perché il tema presente, quello del dono/dispendio, è già sconfinato (sebbene l’artificializzazione, in quanto opposta alla spontaneità, potrebbe rientrare in più d’una delle alternative abbozzate fin qui, non ultima quella tra Prometeo ed Epimeteo (a cui si fa riferimento qua e là in nota) e certamente non esclusa quella proposta dall’Ermini medesimo, che vi vede sottesa l’antitesi tra utilitarismo e disinteresse).
 

4


Riconduciamoci nell’ambito del dono. Come non condividere l’affermazione delle sue «caratteristiche falliche» («pensiamo soltanto — prosegue A. Ermini — alle implicazioni psichiche del fatto che, di migliaia o milioni di spermatozoi, solo uno feconda e tutti gli altri muoiono, vengono distrutti. In questo senso il dono fallico è “consumazione”, o distruzione fine a se stessa» [9]). Come non condividerla (magari accodandole le osservazioni relative alla mascolinità del sole, del padre e, giocoforza, di Dio)? Ciò non pertanto, sarà pur vero che il fuco morituro è di genere maschile, sarà altresì vero che l’agnello da abbacchiare è l’alter ego del montone, sarà infine vero che sembra peculiarità del solo maschio quell’ “uscire da sé” che la poetica tradizionale simboleggia nella pioggia (emessa dal cielo a fecondare la terra); ciò non pertanto, dicevamo, anche la femmina sperimenta (per amore, e solo per amore) quell’ “uscire da sé” che è il parto. Ora, se innegabilmente il seme è maschile, ha senso chiedersi chi, nell’ottica del dono/sacrificio, sia da privilegiare? Anche la terra si “consuma” (si usura, si impoverisce), tant’è che prima o poi occorre un po’ di letame (“laetamen”) che la allieti, concimandola. La stessa anatomia muliebre, di cui s’è sottolineata la concavità ricettiva e passiva[10], si ribalta nel suo contrario quando si pensa al suo “consumare” il partner. Del resto, riandando a Madre Terra, ogni contadino sa che quest’ultima “consuma la zappa”. Infine, per attenerci alle allegorie rurali (e perciò naturali, spontanee e “dispendiose”), è proprio della natura procreare molti affinché sopravvivano pochi.[11]
Evitando di addentrarsi ulteriormente nel ginepraio della questione femminile[12], sicché, preferiremmo restare nel quadro delle attribuzioni simboliche tradizionali, quadro il cui pregio — come s’è detto — consiste nel collocare il singolo esistente (essere umano, animale, vegetale o minerale che sia) in una cosmologia universale l’inizio e la fine della quale pertengono all’Uno (il termine “Uni-verso” non indicando altro). Tale visione cosmologica, per noi moderni irrimediabilmente persa, permetteva ad esempio di non opporre meccanicamente (ed artificialmente) maschio a femmina [13], ma di apprezzarne sia la compresenza nel singolo che, secondo i casi, l’assunzione dell’uno o dell’altro ruolo (la madre essendo, in qualche modo, “maschile” nei confronti del figlio da prendere a sberle e, viceversa, ancora a mo’ di esempio, l’anziano subalterno maschio essendo virtualmente “femminile” rispetto alla giovane donna che gli è superiore in grado).
 

5


Cerchiamo allora, per quanto è nelle nostre possibilità, di evidenziare qualche altro aspetto del binomio “sole/luna”, venerabile binomio tradizionale (i cui colori sono non a caso quelli della bandiera della Santa Sede) che anticipa le coppie di opposti pazientemente elencate da Stefano nel n° 372.
Cominciamo dalle caratteristiche planetarie (solari a sinistra e lunari a destra), caratteristiche che peraltro, come è peculiarità di ogni simbolo tradizionale, non si limitano mai alla sola lettera.
 
luce proprialuce riflessa
luminositàoscurità
immobilità/staticità [14]rivoluzione/cambiamento/progresso [15]
chiarezza/semplicità equivocità/complicità (zone d’ombra)
certezza dubbio (fantasmi, lemuri, larve, spettri)
combustione/continuitàdiscontinuità (termica e no)

L’ultima opposizione precedente conduce, dall’aspetto planetario del simbolo, a quello zodiacale, utile a correlare l’ariete/montone/agnello/pecora all’immediatezza della luce solare e la vacca/toro/vitello alla ruminazione del ragionamento su luce riflessa. Fuor di metafora, come gergalmente “ruminare” sta per “pensarci su”, così la riflessione attiene sia alla ragione che allo specchio (specchio d’acqua, spicchio di luna). Con questo rapido accenno si vuol introdurre un’ulteriore accezione dei simboli in questione, cioè il rapporto tra l’intelletto e la ragione, tra l’immediatezza folgorante del primo (l’ “intelletto d’Amore” dantesco) ed il progressivo discorrere della seconda, tra la sintesi e l’analisi, tra la certezza dell’ “intueor” (del “vedere in/tramite Dio”) e le congetture, le ipotesi e le fantasie del mondo lunare. [16] Come si vede, la ragione «che tutto valuta con numero, peso e misura» è un’arma femminilmente a doppio taglio (non a caso la “misura/mensura” unificando “mente/mens” e “mese/mensis” [17], analogamente a quanto accade con “metro/metron” e “mater/meter”).
Ora, essendo razionale anche la macchina, si dovrà nuovamente contrapporre la meccanica (l’artificio tecnologico, l’automazione) all’uso dei soli accessorii di cui ci ha dotato il buon Dio, nuovamento scindendo, in tal modo, progresso e femminilità da stasi (che non significa “regresso”) e mascolinità.
Al riguardo ci sembra illuminante (in modo davvero solare) il seguente apologo, tratto ancora dal classico taoista Chuang Tze.
«Confucio vide un contadino intento a lavorare nell’orto. Quell’uomo scendeva, lungo una galleria, fino al pozzo e ne usciva con una giara colma d’acqua, che vuotava nei canaletti tra un filare e l’altro. Confucio, giudicando tale lavoro faticoso e poco producente, gli disse: “Se aveste una macchina capace di irrigare cento filari al giorno, ve ne servireste?”. “Come è fatta?”, chiese il contadino. “È una macchina di legno cavo, pesante dietro — rispose Confucio — e leggera avanti, con la quale si tira su l’acqua come si potrebbe far con la mano, ma così velocemente che l’acqua trabocca dal secchio. Questa macchina è detta ‘pozzo a bilanciere’“. Il contadino si adirò, impallidì e sibilò: “Chi si serve di macchine usa meccanismi e la sua anima si meccanizza. Chi ha l’anima meccanizzata ha perso la purezza dell’innocenza originaria e non sa più che cosa sia la pace. Non ignoro i pregi di questa macchina, ma non voglio servirmene”.»

D’altro canto va precisato che tutte le dicotomie suddette, esistendo in natura, sono perfettamente fisiologiche. Vanno però, sempre fisiologicamente, gerarchicizzate, interiormente (ben pochi di noi privilegiando, ad esempio, lo stomaco lunare rispetto al cuore solare; ma troppi di noi sottomettendo l’intelletto alla ragione e lo spirito — chi è Costui? — all’anima) ed esteriormente (una per tutte: capofamiglia e marito debbono coincidere). La rivoluzione infatti (termine astronomico che, sintomaticamente, riguarda tutti i pianeti, tranne il sole), consiste nella sovversione gerarchica.
 

6


Ciò detto, L’illusione della modernità di Stefano Borselli conferma e completa il precedente abbozzo di simbolismo tradizionale. Dalle due tabelle di questo saggio traiamo le opposizioni seguenti, che ci sembrano adattarsi a meraviglia all’antitesi “sole-luna”. Antitesi, abbiam detto ma, al tempo stesso e secondo i vicendevoli casi, complementarietà.
 
dipendenza da persone dipendenza da cose
nulle terre sans seigneurl’argent n’a pas de maître
comunitàsocietà
organicismo meccanicismo
donovendita/acquisto
obbligo diritto
gerarchia egualitarismo
Epimeteo Prometeo
disinteresse interesse
rispetto politesse
ingenuità furbizia
differenziazioneindifferenziazione
intellettosentimento
coraggio viltà

L’ultima antitesi testé citata non deve irritare alcuna eventuale lettrice, perché il coraggio femminile può ben superare quello maschile. Alla stessa stregua quella precedente, tra intelletto e sentimento (nulla essendo sentimentale, e perciò soggetto all’errore, quanto la cosiddetta “mente fredda” [18]), prescinde dall’anatomia. Ma le antitesi (e le complementarietà) sussistono, come quelle tra Sparta (città senza mura, ovvero tecnologicamente poco avanzata, con donne guerriere e madri che, ad un figlio vivo “sotto lo scudo”, preferivano quello morto “sullo scudo”) ed Atene.
Ma cediamo la parola a Stefano.
«È spesso usata la metafora della nostra civiltà come forma tumorale. Sono forti infatti le analogie: parassitismo (si nutre delle forme vive precedenti), sviluppo impazzito, indifferenziazione. Non si deve dimenticare che il tumore non è autonomo, non è un organismo, ma la patologia di un organismo. Non sarà mai che un uomo cambi il funzionamento tipico dei suoi organi, apparati, sistemi. Finché un malato di cancro vive, ancora sono presenti tutte le funzioni essenziali (anche se sempre con maggiore difficoltà). Vivrà male, malissimo, tra i tormenti, ma se e fintanto che quelle funzioni persistono. [...] Come spiega meglio Bernanos: “L’eccesso di zucchero è una conseguenza della malattia funzionale del fegato. L’eccesso di macchinismo concentrazionario e totalitario, con tutti i mali che esso genera, è conseguenza di una malattia funzionale della civiltà umana, e non è colpa mia se si pretende di dare a questo diabete meccanico il nome stesso di civiltà, vale a dire il nome stesso di ciò che esso sta per distruggere”».

Inappuntabile. Ci si potrebbe chiedere, semmai, fino a che punto la nostra civiltà meccanica sia una degenerazione dipendente da una patologia ipertrofica o da un fisiologico, ancorché deprecabile, invecchiamento. L’enigma della Sfinge, su ciò, potrebbe dirla lunga (la terza gamba del vecchio, ossia il bastone, potendo alludere alla tecnologia). Se questa ipotesi fosse più di un’ipotesi (e tradizionalmente lo è), il passo che segue sarebbe difficilmente realizzabile.
«Non è questione — sostiene ancora Stefano — di abbattere il sistema della modernità (o capitalistico o della tecnica o dei consumi o come lo si voglia chiamare), per costruire ex novo quello comunitario. Abbiamo visto che la modernità non esiste se non come malattia o come ideologia. Il fallimento dei tentativi storici di restaurazione della comunità per decreto, il loro approdo totalitario, sono solo espressione di quel soggettivismo esasperato, dello spirito prometeico, tipico della mentalità moderna. La cura prevede sì di attaccare il male (anche, perché no, con la chirurgia), ma soprattutto di aiutare il “terreno”, sostenendo le funzioni vitali affinché si rafforzino».

Insomma, modernità come affezione reversibile o come senescenza? Ardua questione, se è vero che la luna simboleggia sia la donna che la vecchiaia [19]. Lasciamo rispondere A. Ermini [20]:
«Non si tratta più di dividersi fra iniziativa privata o pubblica, sul far prevalere l’uguaglianza o le libertà economiche, ma di decidere se debba esistere o non esistere un limite nei processi di fabbricazione artificiale del vivente».

Decidere? E chi, se non Lui?
 

7


Rileggendo quanto scritto finora, ci sembra di aver detto continuamente anche l’esatto contrario di tutto ciò che s’è detto. ll punto cruciale, infatti, è nell’alternativa tra l’accettazione incondizionata della vita così com’è (ivi compresa la povertà, la fame, la malattia e, in senso lato, il dolore) ed il tentativo di cambiarla. In termini fideistici, tra un “fiat voluntas Sua” assoluto ed indiscriminato, perché anche il ladro e l’assassino rubano ed uccidono col Suo permesso (e ne pagheranno il fio, certo, ma questo riguarda il ladro e l’assassino, non il derubato e l’ucciso) ed un intavolare trattative con l’Altissimo. In termini storico-geografici, tra il fatalismo orientale ormai quasi tramontato e l’interventismo occidentale moderno. In termini mitologici, tra lo stupido Epimeteo e lo scaltro Prometeo.
In medio stat virtus, ovviamente. Ma è possibile attenersi indefinitamente ad un giusto mezzo che, nell’arco della giornata, è rappresentato dal mezzogiorno (che, nell’arco dell’esistenza, è rappresentato dalla mezza età; che, nell’arco della storia europea, è rappresentato dal medio evo)? Oportet ut scandala eveniant, quindi, perché ad ogni nascita deve seguire una morte. Guai, però, a colui per il quale lo scandalo avviene. È necessario che cali il buio della notte, in altre parole. Ma guai agli adoratori del buio.
 
L’infamia prometeica è tutta qui, nell’aver sostituito la nozione tradizionale del tempo ciclico (che permetteva agli antichi di non nutrire illusioni, circa l’ineluttabile deperimento di tutto il deperibile, ma anche di nutrire la certezza di un perenne ritorno) con quella del tempo lineare di un progresso (da dove? verso dove?) illimitato. Infamia moderna, menzogna satanica contrabbandata, infatti, a beneficio dell’umanità intera. [21] Ladro e bugiardo, insomma, Prometeo. Ma colpevoli, chi più, chi meno, lo siamo tutti; tutti coloro, cioè, che non vogliamo rinunciare al fuoco, che non troviamo di nostro gusto radici e ghiande.
 
Nessuna speranza? Nessuna, ma anche nessun timore. Solo certezze, ferme ed immutabili come il sole (certezze alle quali si oppongono sia la speranza [22] che il timore). Portae inferi non praevalebunt, insomma. Ma il buio dovrà farsi ancor più fitto, nei prossimi giorni, anni o secoli che siano. Ad ognuno di noi compete solo il non lasciar spegnere la candela della consapevolezza dell’esistenza di un tempo migliore, passato e perciò futuro. La candela de Il covile, ad esempio.
 
Roberto Rifilato
 

 

NOTE


[1] Si vedrà man mano quanto questo esordio, all’apparenza sommesso, sia in realtà il fondamento di tutte le successive argomentazioni (quasi che una sola mano, la stessa Mano, abbia diretto le mani di tutti coloro, da Stefano all’ultimo arrivato, Roberto, che scrivono). Ciò perché la povertà, che sarebbe più pertinente definire “essenzialità”, è la sola condizione normale (ovvero “a norma”, cioè perpendicolare ai bisogni terrestri); è la povertà letterale di chi deve spaccarsi la schiena per tirare avanti e per far tirare avanti i suoi cari ed è la povertà metaforica del povero di spirito (potremmo dire, né spiritoso, né spiritato) che rifugge dallo “spirito prometeico” di chi s’ingegna con calcoli, previsioni e congetture, a cambiare il mondo (Prometeo pre-pensando ed Epimeteo post-pensando, ossia non pensando affatto, se è vero che, del senno di poi, ne son piene le fosse). Vedremo più avanti in qual modo il mito prefiguri la modernità (e pertanto la peccaminosità) di Prometeo, ladro e bugiardo, e la classicità di Epimeteo, ingenuo (nel senso etimologico di “naïf”, “nativo”) e puro.
Per “l’uomo epimeteico”, nell’accezione proposta da I. Illich, si rimanda all’eccellente n° 267.
 
[2] Più apparente che reale, perché il sostrato indispensabile al dispendio (energetico e no, di energie fisiche o psichiche, di risorse economiche o ambientali quali, poniamo, quelle idriche d’una fontana sempre zampillante o d’una sorgente mai imbottigliata) è una certa carenza di oculatezza. Vogliamo dire che il calcolo (prometeico) dell’avaro si pone agli antipodi dell’irriflessività (epimeteica) del prodigo. E vorremmo tuttavia aggiungere che il calcolo dell’avaro è un calcolo miope, la vera lungimiranza essendo quella di chi accumula nel deposito celeste, «dove il tarlo non corrode e la tignola non distrugge»; in questo senso l’accettazione esistenziale di Epimeteo è dettata dalla fede, come il rifiuto esistenziale di Prometeo (che cerca di farsi un’altra vita, migliore della precedente) è dettato dalla mancanza di fede. Non a caso il furto del fuoco viene da lui perpetrato a danno degli dei ed è, da questi ultimi, punito col “rodimento di fegato” del pianto e dello stridor di denti.
 
[3] Citato nel n° 372.
 
[4] Il discorso è insieme semplice, cioè “sine plica”, ed ingarbugliato. Dipende dall’interlocutore, naturalmente. Tuttavia, contando sull’inesauribile ricchezza (atta al dispendio più sfrenato) del simbolo, si può ancora dire che il sole corrisponde al cuore e la luna allo stomaco, organi compresenti in ogni essere umano. Infatti vi ritroviamo di nuovo, nell’ordine, convessità e concavità, eroico sperpero ed utilizzo accurato, primarietà e secondarietà e, last but not least, amore come cuore ed egoismo come pancia (non a caso il celebre apologo di Menenio Agrippa paragonando allo stomaco i rivoltosi dell’Aventino).
 
[5] Inoltre, il binomio “amore-morte” potrebbe porsi a cifra emblematica dello stesso dispendio solare e cardiaco: come si “brucia” per amore, quindi a favore altrui, ci si brucia, ci si consuma cioè a proprio danno. È questo l’eroismo, elementare (primario, perfino coatto, se si vuole), del sacrificio.
Sicché, come non c’è amore senza dono (di sé), né c’è dono senza amore, così non c’è dono senza sacrificio (parziale o totale, agli esseri umani o agli dei — in quest’ultimo caso lo “spreco” del sacrificio comportando letteralmente il “mandare in fumo”). Essendo il sacrificio un “sacrum facere”, peraltro, non c’è sacrificio senza fede. Ergo, non c’è amore senza fede, né c’è fede senza amore.
 
[6] A commento, Stefano cita Chesterton ed il di quest’ultimo «dilagare delle virtù cristiane che sembrano come folli». Se, con ciò, si vuole alludere a quell’istituzionalizzazione della figura del prossimo descritta da Illich nel prosieguo del commento in questione, non si può non essere d’accordo. Ma — come di nuovo obietta A. Ermini nel n° 372 — l’istituzionalizzazione/reificazione/artificializzazione del prossimo (e perciò del dono) è imputabile alla modernità, più che al cristianesimo. In qual misura, poi, la modernità sia conseguente al cristianesimo o viceversa (nello stesso senso in cui una medicina è conseguente ad una malattia) è argomento che richiederebbe uno studio (ed uno studioso) a parte.
Ancora circa l’istituzionalizzazione, che a noi pare null’altro che “leviatanizzazione”, A. Ermini (concordando, nell’esordio dedicato a L’illusione della modernità di Stefano Borselli, con il bel neologismo di quest’ultimo sul «welfare cristiano») dice che essa «spinge il donatario a autoeleggersi prossimo del donante/istituzione e rivendicare il dono come diritto». È esattamente così. Tuttavia ci si può chiedere se la metastasi dello Stato in Leviatano non fosse già inerente al concetto stesso di Stato. Al riguardo, vengono in mente le immortali parole del Tao te king, laddove si afferma che il governante deve governare «come se friggesse pesciolini», intervenendo cioè il meno possibile (l’optimum essendo il non intervenire affatto, cosa ormai impossibile, perché, «scomparsa la semplicità, apparve il valore; scomparso il valore, apparve la bontà; scomparsa la bontà, apparve la morale; scomparsa la morale, apparve la legge»; legge, s’intende, umana, sempre e solo troppo umana).
 
[7] Che tutto il mondo moderno sia caratterizzato dall’inversione/sovversione di quanto costituisce il mondo tradizionale, è cosa nota. Si pensi, tuttavia, in qual misura lo spirito di sacrificio (obbedienza, lealtà, senso dell’onore, noblesse oblige e così via, fino all’ “estremo” sacrificio) contraddistingua ancora il mestiere del soldato, nonostante il ripugnante riferimento al “soldo”. In questa chiave sarebbe possibile cambiare Il padre di famiglia, il vero avventuriero in Il padre di famiglia, il vero soldato.
 
[8] A noi pare che il processo di sradicamento, documentato da Ermini con citazioni da Illich, Tocqueville, Marx ed Heidegger, sia inscrivibile nell’ormai plurisecolare rivolta contro la voce del sangue, voce che dal padre della famiglia tradizionale, attraverso il padrone/patrono della corporazione medioevale, arriva all’eterno Dio Padre. È l’ennesima implicazione, certamente non sviluppabile qui, del concetto di “dono” (per cui non c’è dono senza sangue, lo stesso sangue astrologicamente connesso al sole, al cuore ed all’Ariete/Agnus Dei).
 
[9] Sulla contrapposizione tra “consumo” e “consumazione”, avanzata da Baudrillard, criticata da Borselli (probabilmente anche a causa dell’usura semantica dei due termini, di fatto sinonimi) ed accettata da Ermini, ci si potrebbe forse trovare in maggior accordo intendendo “consumazione” come “consunzione” e, pertanto, considerando attivo il consumo e passiva (o, meglio, riflessiva) la consunzione. Ma la differenza tra questa e quello è comunque larvata, se si pensa al già citato esempio del sole. E ne è conferma ulteriore quanto sostiene ancora A. Ermini (cfr. n° 378) a proposito di Homo consumans, l’ultimo libro del teorico della società liquida, Z. Bauman: «[...] ciò che univa la famiglia era la collaborazione in un unico processo produttivo di cui la riunione serale per la cena condivisa era l’ultimo atto. L’invenzione del fast food, e pratiche connesse, non solo segna la fine del momento del consumo condiviso, ma “indica anche l’irrilevanza dei legami umani nella società dei consumi della modernità liquida”». Che il cliente/consumatore, insomma, pagata la propria consumazione (in piedi o al tavolo), finisca col consumare se stesso, ci sembra più di un gioco di parole.
 
[10] Non sarà inutile ricordare che, in latino, “molere mulierem” sta per “macinare (come con una mola) la donna/moglie”.
 
[11] In questa prospettiva, l’alta mortalità infantile (altro corollario, stavolta spiacevole, del dispendio) che contraddistingue la naturalezza del vivere, ossia del non vivere come una bestia d’allevamento, fa sembrare un po’ ingenerosa la frase seguente (e il buon Armando non ce ne voglia): «All’occhio attento della Grande Madre non sfuggono gli atti ‘inutili’, quelli senza adeguata contropartita economica».
 
[12] Il che non significa chiudere un occhio sulle nefandezze perpetrate dal femminismo, che è in realtà pura e semplice sterilizzazione della femmina singola prima e della società tutta poi. Grimaldello diabolico nei confronti della famiglia (cardine di ogni struttura comunitaria), la rivolta di colei che fino ad ieri era la donna/domina ha comportato, in progressione geometrica, la contraccezione, il divorzio, l’aborto e l’omosessualità. Anche a non voler parlare della cosiddetta “bioingegneria” (e tacendo sull’eutanasia), l’uomo moderno sembra ormai una specie in via di autoestinzione. E la cosa, tutto sommato, potrebbe non rappresentare un gran motivo di cruccio.
Tra l’altro, s’è fatto cenno alla sterilizzazione. Come non vedere che l’artificializzazione (sulla quale, pure, non si voleva indugiare) ne è un sinonimo? Come non vedere che, se la vitalità (muscolare, cerebrale o anche solo cardiaca) è forse l’unico presupposto indiscutibile del dispendio, l’assenza di vitalità contrassegna l’utile, il tornaconto, l’interesse, il meccanico, lo sterile e, in una parola, il funebre? D’altronde, come non vedere che la medicina, ad esempio, è una sorta di artificializzazione? Oggi questa affermazione può sembrar ovvia, tra un trapianto ed una protesi, ma qualche millennio fa solo il mito era in grado di farci sospettare, in Prometeo, un futuro scienziato pazzo. Paradossalmente, sicché, se artificializzazione e sterilizzazione coincidono, l’abbassamento della mortalità infantile, della quale si parla nella nota precedente, è, nell’ordine, hybris prometeica, interferenza in un processo naturale (spontaneo e “dispendioso”) e, pertanto, necrofilia.
 
[13] A dire il vero, stroncava sul nascere le false questioni del genere “servo-padrone”. Ma, comprensibilmente, l’argomento è oggi tabù (comprensibilmente, perché tutto quanto serve a Satana è sottoposto, dal medesimo princeps huius mundi oggi più che mai tale, ad un rigoroso silenzio-stampa).
 
[14] Non ci si stupisca. La centralità del sole (e la sua conseguente immobilità) è un dato tradizionale onnipresente, dato esoterico (ovvero di nessuna utilità pratica) che un po’ alla volta cominciò ad essere divulgato (ad esempio da Ipparco, nel II secolo a. C.), provocando più danni che vantaggi. Si potrebbe dire altrettanto di Prometeo, l’analogo cinese del quale fu colui che, qualche millennio avanti Cristo, insegnò ai nostri progenitori l’uso di cibi alternativi alle ghiande ed alle radici: solo qualche millennio fa, pertanto, decollava il progresso (dopo «decine e decine di migliaia d’anni — precisa il Chuang Tze — di vita allo stato brado»).
 
[15] Di nuovo, non ci si stupisca. L’allegoria dell’erraticità della luna è stata sempre impiegata a giustificazione del divieto di cambiare alcunché, delle antiche usanze.
 
[16] Tuttora chi fantastica è detto “vivere sulla luna”. Così i fantasmi, come i licantropi, sono legati alla luna, pianeta che tradizionalmente guasta e corrompe. Del resto, come l’oro/sole è inossidabile, così l’argento lunare si macchia e si deteriora. Un’ultima associazione, che vuole l’intelletto facoltà spirituale e la ragione facoltà dell’anima, conferma la relativa inaffidabilità di quest’ultima (tradizionalmente tripartita in razionale, sensitiva e concupiscibile), qualora non sottomessa allo spirito.
 
[17] La più antica forma di misurazione del tempo è infatti lunare/mensile, lo stesso “menstruus” derivando dalle mensilità della donna. Quando si dice che la tanto decantata “dea ragione” genera mostri, in definitiva, si capovolge la forma, ma non la sostanza, dell’espressione “ragionare con l’utero”.
 
[18] A proposito di freddezza, che sembrerebbe logico attribuire alla luna, la tradizione assegna al sole la qualità del caldo secco e, alla luna, quella del caldo umido (esemplificate rispettivamente nel calore derivante dal camino ed in quello derivante da un contenitore di acqua calda). La precisazione può non esser priva di interesse, se si pensa al percorso simbolico “umidità-intenerimento-compassione-amore”, percorso che, per così dire, recupera la componente sacrificale solare in chiave lunare (femminile e, da un certo punto di vista, caritatevolmente cristiana).
 
[19] In realtà il pianeta connesso alla vecchiaia è Saturno. Ma si diceva anche “Luna, il piccolo Saturno”, quella percorrendo lo zodiaco in circa trenta giorni e, questo, in circa trent’anni.
 
[20] Cfr. n° 373.
 
[21] Si obietterà che solo la vis polemica può negare i beneficii derivanti dalla “scoperta” del fuoco. Va bene. Ammettiamone i beneficii, allora, di questa e di tutte (nessuna esclusa, se non si vuol barare) le scoperte successive. L’ultima, sulla quale ci cade l’occhio mentre scriviamo queste righe, su un mezzo pubblico, è la scoperta che, da un ovulo fecondato, per errore, due volte, è nato un vispo ermafrodita.
 
[22] Il che permetterebbe una lettura parallela del mito di Pandora.