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Il Covile - N.o 385 (24.4.2007) Armando Ermini torna sul dispendio

Questo numero


Mentre prosegue la conversazione sul difficile argomento che da qualche tempo stiamo affrontando, segnalo due opportunità che ci offrono amici del Covile (da parte mia, ovviamente, le coglierò entrambe).

1) Bioarchitettura a Calenzano


Venerdì 27 aprile nei pressi di Firenze si tiene un incontro di particolare interesse: Carlo Monti, Ugo Sasso, Lucien Steil e Rob Krier mostreranno esempi di un nuovo approccio in architettura. L'ipotesi, sviluppatasi da qualche tempo in ambito europeo, è superare la dicotomia tra il funzionalismo anonimo di tante periferie indifferenti e l'abbagliante architettura dello spettacolo. La conferenza, che si svolge presso il Castello di Calenzano dalle ore 17,15 è aperta a tutti.

2) ATRIUM - Numero speciale sull'evoluzionismo, anno IX, n. 1 (nuova serie) a cura di Stefano Serafini


(Massimo Marra, Prefazione. Stefano Serafini, Da Darwin all'ordine della vita. Le ragioni di una rivoluzione. Antonio Lima-de-Faria, Lettera al cardinale Christoph Schoenborn. Christoph Schoenborn, Lettera al professor Antonio Lima-de-Faria. Antonio Lima-de-Faria, È giunta l'ora di riscrivere tutti i libri di fisica e di chimica? Giuseppe Sermonti, Le tre evoluzioni. Massimo Marra, Positivismo scientista, darwinismo ed utopia evoluzionista di matrice teosofica. Giovanni Monastra, Il darwinismo e la "sinistra darwiniana" di Peter Singer. Costanzo Preve, Marx e Darwin: libere riflessioni sulla scienza, sulla filosofia e sulla ideologia.)
Il singolo fascicolo euro 13,50 - Ordini e informazioni: Edizioni Adytum - C.P. 318 - 38100 Trento - atrium48@tiscalinet.it - tel\fax 0464 - 780106
 

Armando Ermini torna sul dispendio


Commentare lo scritto di Roberto Rifilato, non è facile, tanto è ricco di spunti, di riferimenti e di concetti che per un “moderno”, come anch’io sono nonostante tutto, suonano un po’ ostici seppure dopo qualche faticosa e fascinosa lettura di autori il cui orizzonte di pensiero è totalmente altro da quello a cui ci siamo abbeverati per decenni. È una fortuna che esistano persone che costringono a pensare, solo che non ci si voglia schiacciare sull’effimero del presente.
Comincerò allora proprio dalla fine, da quell’ultima, bellissima frase il cui incipit suona «Nessuna speranza? Nessuna, ma anche nessun timore...» e prosegue raccontandoci che il buio è destinato ad infittirsi ancora, ma che le «Portae inferi non prevalebunt». Vorrei, davvero, avere la stessa serena certezza, oppure possedere la grazia di una fede salda nel Cristo che con la sua comparsa ci ha già salvato, e che consente anch’essa di pensare il presente per quell’attimo infinitesimo che è rispetto all’eternità del cosmo, ciclico o lineare che sia il tempo. A proposito del qual problema confesso la mia incertezza. «Progresso illimitato da dove, verso dove?» scrive Rifilato in un suo passaggio. Se ci si riferisce al progresso nell’accezione ormai comune del termine come sviluppo tecnico, economico, scientifico, sono completamente d’accordo. Se però si considera un altro angolo di visuale, bisogna ammettere che la venuta di Gesù Cristo ha segnato una frattura irreversibile nella storia dell’umanità e delle sue prospettive, che non si concilia con la dottrina del tempo ciclico. A meno, forse, di pensare l’Apocalisse come l’atto finale dell’età del Kali Yuga (secondo alcuni calcoli dovrebbe terminare intorno al 2160 d.c.) e la resurrezione dei corpi come l’inizio della nuova “età dell’oro”. Mi rendo conto però che è una forzatura, e mi fermo.
Il fatto è che nel testo di Rifilato appare con chiarezza il tema del rapporto fra tradizione e modernità, di cui si rende perfettamente conto quando scrive che
«Rileggendo quanto scritto finora, ci sembra di aver detto continuamente anche l’esatto contrario di tutto ciò che d’è detto. Il punto cruciale, infatti, è nell’accettazione incondizionata della vita così com’è (ivi compresa la povertà, la fame, la malattia e, in senso lato, il dolore) ed il tentativo di cambiarla.»

«In medio stat virtus», dice ancora Roberto, ricordandoci che il vero delitto di Prometeo è nella sostituzione della nozione tradizionale del tempo ciclico, la sola che permetterebbe di non alimentare illusioni sull’ineluttabile deperire delle cose ma al tempo stesso nutrire la certezza di un rinnovato inizio. Ma cosa significa “medio”, riferito all’alternativa fra accettazione e cambiamento? Un semplice punto di equidistanza in un continuum fra due estremi, oppure una linea di confine ideale tale che il suo superamento significhi l’abbandono di un campo ed il passaggio all’altro, come io credo?
Posta in questi termini l’alternativa cambia aspetto, e può, credo, trovare una risposta anche il problema esplicitato in nota 11:
«D’altronde come non vedere che la medicina, ad esempio, è una sorta di artificializzazione [...] sicché l’abbassamento della mortalità infantile [...] è, nell’ordine, hybris prometeica, interferenza in un processo naturale (spontaneo e dispendioso) […]»

La medicina non può essere iscritta d’ufficio al campo di Prometeo se e quando si propone la cura della malattia, intervenendo sulla natura per correggere certi processi spontanei ma accettando il limite di non volersi costituire in “natura parallela” per sostituirsi ad essa. Trasformare, insomma, non necessariamente significa “perdere l’anima” come il contadino dell’apologo del Chuang Tze, così come curare un prato in modo da far crescere ordinatamente l’erba è altro da stendere un tappeto di erba sintetica.
Nella spinta alla trasformazione sta, mi sembra, la grandezza dell’Occidente ed anche il tremendo rischio che sta correndo. Nella tradizione cristiana Dio ha consegnato la terra all’uomo lasciandolo libero di usarla e trasformarla ma non di sostituirsi a Lui nel tentativo di imitare la creazione. Per questo il Cristianesimo è stato l’ambito culturale che ha consentito, anzi spinto, i processi trasformativi dell’Occidente. Per lo stesso motivo, oggi che la tecnica sembra avere potenzialità infinite, assume invece l’aspetto di freno e di ostacolo al dispiegarsi dell’onnipotenza prometeica dell’uomo moderno.
Usando un altro linguaggio, si può dire che l’intera dialettica conservazione/cambiamento, ossia natura/cultura, coinvolge i rapporti fra il femminile ed il maschile come rappresentanti simbolici dei due poli, ed era già ben presente nel mito, laddove Icaro per la brama intellettuale di salire verso il cielo/ spirito/maschile perde ogni contatto con la terra/natura/femminile, e si brucia le ali al caldo secco del sole riprecipitando nell’elemento primordiale a cui voleva sfuggire. L’uomo sembra dunque obbligato, se non vuole regredire, a mantenere un equilibrio tale che le sue ali non risentano dell’umidità del mare e quindi gli permettano di volare, ma non troppo in alto da bruciarle. Ossia l’incrocio fra orizzontale e verticale proprio della croce, o ancora l’immagine del padre che, piedi ben piantati per terra, alza il figlio e lo slancia verso il cielo su una linea verticale.
Ma la discussione sullo spirito prometeico e le considerazioni nella nota 5 non possono non far riflettere sul carattere dello Stato moderno.
«Tuttavia ci si può chiedere se la metastasi dello Stato in Leviatano non fosse già inerente al concetto stesso di Stato, […] L’optimum essendo il non intervenire affatto», scrive Rifilato.
È chiaramente una situazione limite, perché qualsiasi struttura sociale, per poter sopravvivere, necessita di regole e quindi di un’autorità che le elabori e le faccia rispettare, anche la Città/Stato greca in cui massima era la partecipazione diretta dei cittadini alla vita pubblica della comunità.
A me sembra che l’unica garanzia affinché lo Stato non si trasformi in Leviatano è che riconosca l’esistenza di una entità ad esso esterna e spiritualmente sovraordinata che ponga principi e tracci limiti invalicabili nei quali il potere politico si riconosca. Da questo punto di vista, l’attribuzione della sovranità al re o al popolo non mi sembra essenziale, potendosi semplicemente spostare il concetto di ab-soluto dall’individuo singolo all’entità collettiva. Quando non esistono più gli Dei o un Dio, e l’uomo pensa che l’unico limite sia in se stesso, ogni principio può essere travolto e poco cambia se il superamento è operato dal singolo tiranno o dalla “maggioranza” (peraltro intrinsecamente mutevole) se non per la forma in cui il superamento stesso si realizza, che nel secondo caso ha semmai un carattere dissimulatorio maggiore. Anche il mondo che ritiene di avere l’esclusiva della laicità, reclama che esistono “colonne d’Ercole”, come ha letteralmente dichiarato G. Amato nel recente discorso al congresso diesse di Firenze. Poi, però, non riesce mai precisare quali siano. Non è solo opportunismo tattico, è l’impossibilità a definirle, come dimostra la vicenda della legge sulla fecondazione assistita.
 
Vorrei avere, dicevo all’inizio, la stessa certezza di Roberto, ma poiché così non è e temo di finire il mio tempo senza vederlo rischiarato almeno un po’, la mia speranza è di rintracciare nei diversi approcci ai temi in discussione, una qualche convergenza verso la verità dell’umano.
Le tavole comparative di Roberto ci offrono un esempio di simbolismo “tradizionale” che utilizza elementi fisici (Luminosità/Oscurità, Sole/Luna), psichici (ingenuità/furbizia, certezza/dubbio), e “sociali” (gerarchia/egualitarismo, Dono/Vendita), la giustapposizione dei quali costituisce materia di studio anche di discipline moderne, come ad esempio la psicanalisi. Certamente con risultati non sempre soddisfacenti e mai esaustivi, come nel Freud di Al di là del principio del piacere, che rinnega la feconda intuizione contenuta nei Tre saggi sulla sessualità. Mentre in questa opera Eros, la pulsione del piacere, si contrappone a “Fame”, pulsione dell’autoconservazione dell’Io che tende verso l’utile e cerca garanzie contro i danni, successivamente Freud elabora la nuova partizione fra Eros come istinto di vita e Thanatos come pulsione di morte. È significativo che il cambiamento avvenga sull’onda della tragedia della Grande Guerra, che inesorabilmente sfugge agli schemi economicisti e evoluzionisti di cui Freud era sostenitore, secondo cui il prevalere degli interessi economici porterebbe all’instaurazione graduale della pace universale, mediante l’inibizione e l’educazione delle pulsioni messe in atto dal processo di Zivilisation. Scrive Claudio Risè [1]
«La prima visione freudiana aveva in sé tutti gli elementi per la descrizione e comprensione delle pulsioni di guerra: sessuali e caotiche, nelle quali amore e odio si manifestavano insieme, sotto l’insegna del piacere e della dissipazione (sottolineatura mia) che lo accompagna».

Il motivo per cui Freud si trova “costretto” ad abbandonare questa teoria, prosegue Risè, è che
«[...] oltre a rendere difficile una presentazione morale della teoria delle pulsioni, dato che in quelle erotiche c’era di tutto, amore ma anche morte, mantenere la prima versione avrebbe dato, dopo la guerra, un colpo fatale all’happy end contenuto nell’idea del processo di civilizzazione di cui la civiltà borghese contemporanea era il temporaneo culmine.»

Inoltre,
«[...] nel primo sistema le pulsioni sessuali dell’Eros, incorporando Thanatos e la sua forza, erano molto meno “educabili”, rimanevano legate alle spinte primordiali, e quindi difficilmente collocabili in quel “Processo di Civilizzazione” che avviene appunto al di là del principio del piacere, in quell’universo già educativo (piuttosto che psicologico) che dovrebbe confermare tutta la visione della modernità: dal graduale sviluppo della civiltà, all’inesorabile indebolirsi delle pulsioni […]. Nel secondo sistema, dove Thanatos viene opposto ad Eros, e l’istinto di autoconservazione viene spostato appunto nell’Eros, le pulsioni erotiche diventano più educabili dato che non si svolgono più sotto l’unica egida del principio del piacere, ma ubbidiscono anche [...] al principio di realtà.»

I temi dell’identità fra piacere/dono/dissipazione, e dell’unicità originaria, anzi dell’identità, fra Amore e Morte come magistralmente ci ricorda Rifilato, sono delineati con chiarezza. Rimane da notare, per calare la discussione nell’attualità, che il filone di pensiero che si rifà al secondo Freud è tuttora vivo nonostante le smentite della storia, ed impregna di sé i movimenti pacifisti e di sinistra in genere. Il disagio che prende nell’ascoltare le litanie buoniste sulla necessità della pace, sul dialogo, sulla legalità e quant’altro, non deriva dal disconoscimento di quelle esigenze, ma dalla constatazione che quelle parole d’ordine non possono andare oltre le buone intenzioni. Insomma il famoso incitamento dei figli dei fiori, “Fate l’amore, non la guerra”, è destinato a rimanere lettera morta perché non coglie l’unicità di fenomeni così apparentemente opposti. Si può dire anzi, che scindendo Eros da Thanatos si finisce per coltivare l’illusione che il primo prevalga a spese del secondo, e finisca per collocare quest’ultimo fuori da sé, con ciò indebolendo fortemente la capacità di comprendere, e quindi di gestire consapevolmente gli eventi.
Tornando all’inizio dello scritto di Rifilato, la sovrapposizione di dono/piacere/dispendio/sacrificio, lungi dal mettere assieme cose apparentemente opposte, riporta il tutto ad un principio di unità, che può essere visto all’opera con frequenza, solo che si dismettano alcune categorie concettuali a cui siamo abituati. Ad esempio nel fenomeno bellico, di cui le analisi di origine razionalista non riescono a dar conto ed in cui “precipitano” odio e amore, violenza e abnegazione, dolore e piacere (almeno a stare alle ammissioni di chi le guerre le ha combattute) in un coacervo unico e inestricabile. Lo descrive molto bene J. Hillman [2] che semmai mi sembra avere il torto, e la contraddizione, di addebitare alle religioni monoteiste ed in specie al cristianesimo una vocazione bellica intrinseca, quando invece Renè Girard [3] vede bensì la connessione fra religione e violenza, ma nel senso che la prima nasce dall’esigenza di depotenziare e arginare la violenza originaria di tutti contro tutti e consentire il (ri)costituirsi dell’ordine culturale, ossia della società. Ma l’identità di dono/sacrificio/dispendio la vediamo anche in situazioni a noi molto più vicine, quando manchi il tempo per agire “calcolando”. Pensiamo a chi si butta nel fuoco o nel mare in tempesta per salvare un compagno, una donna, un bambino. Dissipa la propria vita, la sacrifica letteralmente, per donarsi all’altro/a secondo un “programma” istintuale in questo caso opposto alla inibizione civilizzatrice delle pulsioni.
 
Ed allora, visto che dissipazione, guerre, atti eroici sono per lo più di genere maschile, urge dissipare ma al tempo stesso complicare un po’, un possibile equivoco. Bene fa Roberto, a sottolineare come le coppie di opposti da lui elencate e i caratteri attribuiti al maschile ed al femminile, hanno un significato simbolico e si possono trovare, variamente mischiati, sia in uomini che in donne concreti. L’animus e l’anima di Jung, e le percentuali variabili di maschilità e femminilità rintracciabili in ciascuno secondo Evola, ne sono conferma nonostante il diversissimo approccio dei due autori citati. Tuttavia rimane che non può essere un caso che quei caratteri simbolici siano stati attribuiti all’uno o all’altro genere, e rimane anche che quell’attribuzione sarebbe senza senso se non ci fosse corrispondenza alcuna con la concretezza degli uomini e delle donne reali. Un insospettabile come U. Galimberti, commentando i fatti di Abu Graib, scrisse un articolo per D Donna in cui in sostanza confermava l’equazione maschile = spirito, femminile = natura [4].
Se sono convinto del valore e dell’attualità delle differenze non è per ossessione identitaria, ma perché solo il tenerle ferme ci consente da un lato di meglio penetrare la realtà, dall’altro perché la perdita delle differenze, anziché favorire la concordia universale, moltiplica e potenzia la conflittualità.
È lo stesso meccanismo perverso per cui le guerre civili, combattute fra uguali per cultura d’appartenenza, sono (quasi) sempre più spietate di quelle fra le nazioni.
 
Armando Ermini
 

Note


[1] La guerra postmoderna, Editrice Tecnoscuola, Gorizia, 1996.
[2] Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano, 2005.
[3] La violenza e il sacro, Adelphi, Milano, 1992.
[4] www.maschiselvatici/accadeoggi/torture.htm