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Il Covile - N.o 388 (21.5.2007) Riccardo De Benedetti recensisce 'La banda Bellini', il libro di Marco Philopat

Questo numero


Circa un mese fa, nel n° 384, avevo annunciato la mia idea di raccogliere in qualche modo la lunga conversazione sul tema della modernità, ne sono nati non uno, ma ben cinque Quaderni del Covile, che sono disponibili nel sito, nella sezione Testi, eccoli:

Ne sto preparando un sesto intitolato Ex comunisti, dovrebbe raccogliere le considerazioni sull'argomento che hanno occupato vari numeri della Newsletter e sul quale aspetto altri contributi; sincronica è arrivata oggi questa recensione del nostro Riccardo.
 

Qualche riga su La banda Bellini, il libro di Marco Philopat (di Riccardo De Benedetti)


È stato pubblicato la prima volta nel 2002 da Shake edizioni. La banda Bellini, nonostante la quarta di copertina della ristampa per Einaudi Stile libero lo definisca "romanzo di dura e metallica epica quotidiana", è la stenografia, in italiano appena accettabile (ma questo conta poco) del nulla. Non c'è praticamente niente che nella storia del più temuto, e anche meno finto, servizio d'ordine milanese, nato nel 68 e proseguito fino alla disfatta totale del 1976 abbia un significato diverso dal racconto dell'esplosione degli ormoni della crescita in un gruppo significativo di ragazzi della periferia milanese. Non che in quelli del centro gli ormoni fossero controllati, anzi. Ma in questo caso mammina e papino avevano i danée necessari a riprenderne il pieno controllo per tempo, i fratelli Bellini e i loro amici no.
 
Il romanzo breve di Marco Philopat, una sorta di streaming raccolto direttamente dalla bocca di Andrea Bellini, è la più devastante dissoluzione di una mitologia che si potesse scrivere su quegli anni. Manca la politica... e giustamente perché non c'era. Manca la cultura... ancor più giustamente, perché quella che compare è rappresentata da cervelli in fuga (Mario Spinella... chissà perché citato in chiaro, o il lacaniano Rossiglione nome che credo copra qualcuno). Manca la classe operaia... ci sono solo quelle di scuola. Manca il sesso... ci sono ragazze che si passano giovani tra le mani come sigarette ma è troppo poco per definirlo tale. Infine, manca la motivazione per tutto ciò che queste pagine descrivono. O meglio mancano le motivazioni ex post, quelle che libri, giornali, inchieste, biografie, saggi, convegni a migliaia hanno detto e blaterato su quegli anni. Cancellati in un sol colpo dalle immagini del Mucchio selvaggio e dal borborigmo «scio scion» di Ennio Morricone. Giustissimo. Quegli anni vanno restituiti al loro nulla; a quell'incredibile dispersione di tempo e di forze giovanili che ci ha consentito di divenire ciò che ora siamo, con peraltro evidentissima nostra e altrui insoddisfazione.
 
C'è però un elemento che, appunto, non ricordo sia mai comparso nelle ricostruzioni storiografiche (sic) del periodo: la demenza dei figli della borghesia ricca milanese che, credo unici al mondo, riescono a mettere in piedi una formazione stalinista con l'aiuto della pavidità dei docenti universitari, nell'unica città italiana che potrebbe giocare un ruolo di crescita. A volte Philopat lo fa dire a Bellini, e sono notazioni su Milano cha danno bene il senso di quel periodo... ma non fanno un'epica bensì una disfatta civile e morale. La posizione di Bellini e compagni, la trappola in cui si sono cacciati, loro e migliaia di altri giovani come loro, è stato proprio l'ultimo trucco della borghesia milanese a cui hanno abboccato: farli sfogare, sgambettare per quasi dieci anni in giro per la città a menare come forsennati, a rubare ray ban a lenti blu, a scimmiottare le storie dell'americano Sam Peckinpah, a farsi un po' di canne e qualche siringa; mandargli contro la madama, rigorosamente proletaria e meridionale, così da fregarli per bene entrambi. Lo spago si è allungato fino al terrorismo e poi stop... chiuso, tutti a casa. Nel frattempo le redazioni si sono attrezzate per accogliere i reprobi di un tempo; gli studi si sono allargati e i bocconiani hanno finalmente preso il sopravvento. Bellini ha continuato a girare tra l'Osteria dell'Operetta e la libreria Calusca... ma oramai stavano già tutti davanti al televisore.
 
Per la verità, il libro presenta un prologo, se vogliamo, ancor più inquietante da cui tutto sembra avere inizio. È il racconto che Bellini padre, fa ai suoi tre figli, Andrea in testa, della sua resistenza. Dove, per uccidere l'ufficiale nazista con il quale si accompagna la sorella, deve minacciare di tagliarle la gola per costringerla a collaborare alla resistenza. Una storia lineare di ciò che lineare non è. Una violenza che nasce in famiglia e si consuma fuori, incrociando la storia collettiva quasi per caso. È la descrizione di un meccanismo che inficia ogni storiografia e la riporta, come voleva Gadda, direttamente alla scemenza del mondo.
 
Il racconto di Andrea Bellini che Marco Philopat restituisce con la tecnica del flusso di coscienza fila via tutto di un fiato. In qualche momento è come quando si vedono online certi filmati senza la connessione veloce: si procede a scatti. Alcune cadute di stile qua e là, inserti linguistici non dell'epoca (la strafika mi pare terminologia odierna; il padre che dice ad Andrea: «I comunismi sono tanti e tanti ne dovranno arrivare» che sembra uno slogan dopo il crollo del muro; una frase come questa: «La giornata di sole per un attimo viene oscurata da una nube di pietre», che sai bene scritta dopo Braveheart e il Signore degli anelli, nel Mucchio selvaggio le pallottole non riescono ad oscurare il cielo, of course. La pagina finale non credo sia di Andrea; posticcia vuol essere una prova pulp di Philopat, un po' cartoon e un po' Andrea Pazienza, risulta alla fine stucchevole e rovina tutto ciò che la precede.
 
Però, a pensarci bene, non potrebbe che essere così. Dopo aver speso intelligenza, rabbia, energia, forza... tempo in quel modo, che Andrea Bellini sia finito a biascicare la propria morte con un bicchiere in mano, un po' falso e letterario, è quasi un destino e forse Philopat ha cercato di essere fedele a quel destino.
 
Riccardo De Benedetti