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Il Covile - N.o 389 (25.5.2007) Un anno dopo (di Armando Ermini)

Questo numero


È arrivato il contributo di Armando Ermini al prossimo Quaderno del Covile, dedicato agli ex; era accompagnato da un commento allo scorso numero:
“[…] eccome se c’entra il pezzo di De Benedetti. Fu davvero un inganno della borghesia contro quei proletari che ci credettero, e puntualmente rimasero, solo loro naturalmente, col cerino in mano. Ma fu anche, diciamolo, l’inganno supremo e la disfatta mascherata da furbizia di una generazione di padri che già stava rinunciando ad esserlo. Che ci blandirono guardandoci con occhi indulgenti, che ci davano ragione anche quando non l’avevamo, che pensavano che una volta passata la bufera le cose si sarebbero riaggiustate da sole. Ci sarebbe da aprire un grande capitolo su questo, una volta andati fino in fondo alle responsabilità dirette della nostra generazione. Senso di inadeguatezza, o di colpa per le macerie psichiche della guerra ancora incombenti? O per l’essere stati fascisti, quasi tutti? O semplice adeguarsi ad una società che reclamava altri modelli in cui il padre non era più previsto?
Forse non lo sapremo mai, perché i nostri padri stanno sparendo e tutti concentrati sul nostro io e sulle nostre vicende, non siamo neanche stati in grado di porre loro la domanda, anzi neanche di concepirla, quella domanda. […]”

Un anno dopo (di Armando Ermini)


Caro Stefano, a un anno di distanza dalla mia prima comunicazione con te, nulla è cambiato nel mondo di sinistra, anzi. Confesso che, lasciando pure perdere i così detti “movimenti” che mai saranno ex di qualcosa per il semplice fatto che manca loro ogni capacità di sguardo critico su se stessi, sento un certo rimpianto per il vecchio PCI togliattiano. Non certo per la presunzione di essere sempre dalla parte della ragione e della storia, né per il presupposto di superiorità morale o per lo stalinismo di cui era imbevuto, e neanche per la disinvolta applicazione della teoria della doppia verità. Quei “difettucci”, come è bene chiarito nel tuo articolo Parole difficili, si sono trasferiti per intero o quasi non solo nella nuova sinistra di allora, ma hanno accompagnato anche le successive trasformazioni della vecchia, fino ai nostri giorni. Le ragioni del mio “rimpianto” risiedono invece nel fatto che nell’odiato PCI, insieme con quei difetti e naturalmente con tutto il bagaglio ideologico che la storia si è incaricata di smentire, c’era almeno un certo rigore, il senso dell’autorità e della responsabilità dei capi, e seppure quella classe dirigente fosse formata in massima parte da borghesi, la consapevolezza che il “popolo” non erano loro stessi, e dunque un’attenzione autentica alla sua realtà e ai suoi bisogni. Non era perciò un caso che quel popolo votasse a sinistra.
Cosa che oggi non è più. I ceti popolari votano in maggioranza altro, in Francia Szarkosy o addirittura Le Pen, da noi Berlusconi o AN. Mentre a sinistra vota la maggioranza di quella che una volta chiamavamo la piccola o media borghesia intellettuale e impiegatizia, e molti poteri forti. Naturalmente ciò di cui ci si vantava (il popolo è con noi, viva il popolo), oggi è diventato quasi motivo di disprezzo (gli incolti votano a destra, abbasso gli incolti). Chi di noi ha mantenuto contatti personali con quegli ambienti sa bene che è così. Rispetto alla vecchia borghesia che discriminava in base al censo, per cui guai se una rampolla di buona famiglia si innamorava di un operaio perché povero, è cambiato solo il metro di discrimine, per cui guai se una rampolla di colta famiglia si innamora di un operaio perché incolto (ma pensi, contessa, quei quattro straccioni …). Insomma è cambiato tutto affinché non cambiasse nulla, proprio come nella Sicilia de Il Gattopardo. D’altra parte qualcuno dovrebbe avere la grazia di spiegare cosa di sostanzialmente diverso viene al “popolo” da un polo bancario di area prodiana o dalemiana, rispetto a uno di area berlusconiana. Ma lasciamo perdere, tanto non ce lo diranno mai.
Dicevo all’inizio del “rimpianto” per il partito togliattiano. Il fatto è che se la sinistra extraparlamentare politicamente non ha mai sfondato, culturalmente ha colonizzato tutta la sinistra e non solo. Certo, è fondamentale aver chiaro che mentre ci illudevamo di “abbattere il sistema”, in realtà eravamo funzionali, funzionalissimi, al suo ammodernamento, ormai incompatibile con il tracciato culturale (e morale) che ne aveva permesso l’affermarsi. Sta di fatto però che la nostra visione culturale di allora, è divenuta nel tempo di tutta la sinistra.
In questo processo Lotta Continua, meno dogmatica e tetragona dei gruppi m.l. in cui io ho militato per qualche tempo, fu punta di diamante, ben coadiuvata e supportata (o forse si potrebbe dire l’inverso) dal movimento femminista, secondo la folle equivalenza
 
Potere = Autorità = Paternità = Maschilità = Oppressione

La sconfitta di Gasparazzo è l’emblema del passaggio culturale.
Non sempre e non dappertutto quell’equivalenza era esplicitata, ma dappertutto viveva, più o meno sottotraccia, e vive ancora. Cosa fu in fin dei conti il “formidabile” ’68 se non la rivolta contro il padre, il suo totale rifiuto?
Oggi, a distanza di qualche decennio, si stenta ancora a prendere coscienza della verità dei fatti e non si riesce a vedere le connessioni intime dei fenomeni. La sinistra sembra riscoprire l’autorità e la legge, da Blair in G.B. a Cofferati ed Amato qui da noi. Ben venga, e vedrete che fra non molto si accoderà anche Rifondazione (i primi sintomi ci sono già). Come è costume della sinistra, però, nessuna seria analisi di se stessa e delle proprie responsabilità. Al massimo uno sbrigativo “si, forse abbiamo sottovalutato la questione” e si passa oltre, sempre convinti di essere i migliori. Questa sera, 22 maggio, alla trasmissione di G. Ferrara su La7, è andata in onda una discussione fra Cofferati e Miriam Mafai sul tema, che come in altre analoghe occasioni era sospesa per aria, senza fondamenta che dessero ragione del fenomeno e soprattutto senza gambe concrete su cui far marciare l’inversione di rotta.
Senza le quali, anzi, scorgo immensi pericoli. Mi spiego. Il decisionismo di Blair in tema di ordine, legalità e autorità è lodato da tutti (quasi), ma nessuno ricorda mai che quel governo, in contemporanea, ha varato norme che consentono l’inseminazione artificiale per donne single e coppie lesbiche, ossia ha decretato l’inutilità del padre non solo in senso biologico, ma anche e soprattutto educativo nei confronti del figlio. Se non accade anche da noi è solo perché esiste “l’oscurantismo clericale” a illuminare le coscienze, e che costringe a compromessi, talvolta mediocri, ma che almeno fanno discutere.
Ora, piaccia o meno, il padre da sempre è stato il portatore concreto della norma, la prima figura di autorità con cui i figli si confrontano, e questa funzione, essenziale per l’equilibrio del bambino, non è surrogabile dalla figura materna che presiede ad altre funzioni, checché ne pensino gli zapateri confessi o mascherati di casa nostra (altro gran problema, e eredità togliattiana, quello di non dichiarare il proprio pensiero autentico per opportunismo politico).
La contraddizione fra recupero del concetto di autorità e uccisione del padre è evidente, grande come un grattacielo, e toglie ogni credibilità a quei progetti. Ma non è solo questo, è molto di più. Una cosa, infatti, è un sistema di leggi che si fonda su, e trae legittimità da, un ordine simbolico assorbito fin da piccoli come naturale, col quale doversi confrontare da subito e che soprattutto possa mostrare immediatamente e concretamente l’altra faccia dell’autorità , quella dell’amore e della sua funzione feconda per il bene del bambino, che questi intuisce benissimo. Altra cosa è un sistema di leggi che si fonda solo su se stesso e sulla sua necessità per permettere un minimo di convivenza. Necessità che da grandi potrà anche essere razionalmente compresa come male necessario, ma non introiettata nel profondo di sé. La sinistra tutta, ex e non, è ferma qui, alla peggiore eredità del ’68. E mancando ogni ripensamento vero del passato e delle proprie matrici culturali, non c’è nemmeno un barlume di consapevolezza sulle conseguenze.
Perché un sistema di leggi e regole che 1) non rimanda a un fondamento di verità fuori da sé, e 2) non è in sintonia con un ordine simbolico che viva nei rapporti fra le persone ed in specie fra genitori e figli, fatalmente apparirà come un’astrazione e finirà, prima o poi, per reggersi sulla repressione violenta (socialismi reali) o sulla manipolazione psicologica (il consumo sostitutivo di identità), o su un mix di entrambe. Neanche lo Stato, insomma, può surrogare il padre ed il suo ordine simbolico che colloca ognuno al proprio posto nel mondo. Questo il punto, e fanno sinceramente ridere i programmini scolastici sull’educazione alla legalità, e peggio ancora le prediche di qualche alta “autorità”, puntualmente inascoltate.
Termino con una fin troppo facile profezia. Come oggi si sta riscoprendo l’autorità, fra dieci o vent’anni i più avveduti esponenti della cultura di sinistra saranno costretti ad ammettere a denti stretti di avere “forse sottovalutato l’impatto antropologico delle questioni bioetiche e della scomparsa per legge della differenza sessuale”, ma si sentiranno ancora dalla parte del “progresso”. Sempre dalla parte del torto, ma sempre i “migliori”.
 
Armando Ermini