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Il Covile - N.o 391 (4.6.2007) Copiare a scuola. Riccardo De Benedetti disapprova

Questo numero

“L’ho scritta, caro Stefano, pensando a tutto quanto ho cercato di insegnare a mio figlio. Credo di esserci, almeno in parte, riuscito, nel senso che mio figlio non ha mai copiato durante un compito in classe. Ma che ne sarà di questo mio insegnamento? Non credo che lo favorirà nella competizione che dovrà affrontare, almeno se i termini della stessa saranno scritti nella lingua sporca e impudica di Montezemolo.
Un caro saluto.
Riccardo”

Due o tre cose sulle Confessioni del Cavaliere d’industria Felix Montezemolo (di Riccardo De Benedetti)


Mi colpisce la capacità, evidentemente pianificata, di coprire lo spettro delle questioni di maggior momento. Al di là e non solo in quanto presidente di Confindustria. L’uscita sui compiti in classe e la copiatura credo sia ancora più significativa delle sue presunte ricette antipolitiche.
 
Non credo che in qualsiasi paese al mondo un industriale uscirebbe allo scoperto con i suoi poco brillanti trascorsi studenteschi. In realtà quello sul copiare i compiti è un apologo drammaticamente veritiero della situazione culturale di questo paese balordo. Montezemolo vuole avere dalla sua l’Italia dei furbi, l’Italia eterna. Hanno venduto le sue affermazioni in salsa populista: vedete, ero una ciste a scuola ma ce l’ho fatta. E gli altri che non copiavano? Avevano più meriti di lui, ma sono rimasti al palo. Significa che il merito del saper fare da soli non è un merito e quando il capo di Confindustria ne parla sente poi il dovere di precisarne il senso: merito è saper copiare al momento giusto (il compito in classe) e nei posti giusti (alla Ford per conto Fiat). Ecco qui la capacità imprenditoriale di cui dovremmo dar prova.
 
Se c’è un momento in cui un bambino o un ragazzo comprende la distinzione tra onestà e disonestà è proprio in occasione del compito in classe: fuori dalla famiglia per la prima volta si confronta sulla lealtà dei comportamenti sociali; sulla loro validità e applicazione, diffusione. Le sue prestazioni sono verificate in base alla valutazione che ne darà l’insegnante, ma anche dal percorso che insieme con i suoi compagni lo condurrà ad ottenere quella valutazione. Apprende una particella di quel senso di giustizia che scoprirà, suo malgrado, essere il deficit vero di ogni aggregazione sociale; se vorrà aver successo, dice Felix Montezemolo con il suo apologo, dovrà strapparsi di dosso quel rovello e quel tarlo; dovrà rigettare la sensazione di essere stato frodato da chi ha copiato e accettare il senso di una sfida falsata in partenza e a cui nulla può l’autorità in cattedra. Ecco la vera radice del self made man italico: una vergognosa e turpe falsificazione della concorrenza, ab origine.
 
Dicevo del capitano d’industria non italiota: avrebbe raccontato di quando faceva e pugni con una torma di mocciosi come lui; di quanto poco i libri potessero supportarlo nella lotta feroce, ma non avrebbe mai confutato con la truffa il senso di quei libri e di quella educazione. Perché quello di Montezemolo è un invito a truffare il racconto di una civiltà, a evitare le prestazioni richieste da una cultura condannata a tramandare qualcosa che non ha più senso applicare. E tutto questo facendo credere a una bolsa platea di pennivendoli adoranti (fosse solo per il fatto che li paga) di incarnare gli spiritelli dell’innovazione che si agitano nell’aria... Ma dal punto di vista della sua apologia della copiatura l’unica danza che si intravede è quella della spirocheta pallida di una società, quella italiana, contaminata dalla disonestà basica e sistematica, non dalla tentazione singolare del peccatore che si sa imperfetto e cristianamente umile (l’incompletato Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull di Thomas Mann trasmigra la sifilide decadentistica del musicista del Doctor Faustus, esaurita la sua potenza distruttrice con l’immane macello della Guerra mondiale, nella sfera produttiva).
 
E su quella, purtroppo, Montezemolo riesce a intercettare anche una tipologia cattolica molto diffusa. Quella che legge nel «siamo tutti peccatori» un invito, neanche troppo implicito, a nascondere nell’intimo del confessionale l’emendazione del cattivo agire e ad assumere nella pubblica piazza l’andazzo del mondo così com’è. Chi può scagliare la prima pietra? Obiettavo, l’altro giorno, a una giornalista l’opportunità di aprire l’inserto per ragazzi del quotidiano in cui lavoro proprio con la dichiarazione di Montezemolo. Ne dava una lettura in positivo: copiando si impara... Ma oltre a non essere evidentemente questo il senso delle affermazioni di Montezemolo, la giornalista mi chiedeva credendo di confutarmi: perché tu non hai mai copiato? Siamo tutti peccatori... ergo non c’è peccato. Facili assoluzioni per una fede di facile beva.
 
La furbizia del nuovo Felix Krull di giornata è tutta qui... e non è poca cosa. Facciamoci sotto e allo straordinario confronto con la trasformazione tecnologica e l’innovazione inesausta e inesauribile che costituisce il nostro paesaggio rispondiamo con la solita arma che ci contraddistingue e fa di noi quel ributtante ammasso di subalternità culturale e presunzione stilistica che siamo: la furbizia di chi sbircia il prossimo più dotato per lavorare meno e dedicarsi di più alle bianche carni dell'attricetta di turno.
Squallido.
 
Riccardo De Benedetti
Milano, 3 giugno 2007