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Il Covile - N.o 392 (7.6.2007) Ancora sul copiare a scuola

Questo numero


Lo sfogo di Riccardo De Benedetti sul copiare a scuola come simbolo “dell’Italia eterna”, quella illustrata una volta per tutte da Giuseppe Prezzolini nel suo Codice della vita italiana, ha fatto discutere gli amici.
Primo è arrivato il breve commento di Giorgio Ragazzini, che lo ha fatto conoscere alla sua mailing list:
“Inoltro un bell’intervento a commento di un passo del recente discorso di Luca Cordero di Montezemolo [agli studenti dell’università Luiss di Roma, 30 maggio 2007]. Mi pare che non si possa che consentire incondizionatamente. Giorgio Ragazzini”
Poi Enrico Salvatori ha messo il dito sulla piaga con queste lapidarie parole:
“In Italia chi copia è considerato furbo e chi fa copiare si sente buono.
In USA chi copia è considerato uno stronzo che prima o poi diventa un loser (“chi sa, sa, chi un sa, su’ danno”), chi fa copiare un coglione (perché in qualche modo in futuro sarà in concorrenza con l’altro) scorretto (perché la regola è che non si copia e le regole si rispettano).
Infatti, specie nelle scuole di più alto livello e più competitive (es. MBA master) non si copia e non si fa copiare.”
gli ho chiesto: “Potresti essere più esplicito su come la pensi tu?”. Risposta:
“In questo luogo, come gli americani. I luoghi in cui esercitare la solidarietà sono altri, ad esempio il fisco.
Poi una volta ero liberale (naturalmente di sinistra, liberal) e i liberali veri dicevano e scrivevano che l’uguaglianza delle basi di partenza era il presupposto irrinunciabile per una competizione vera e dura. Per qualche anno mi sono sentito relativamente in colpa perché mio figlio, che a 16 anni aveva fatto un anno di high school a Fremont (Ohio) e che nei quattro anni di università era andato sempre alla London School of Economics a fare corsi di 3 settimane, seri, con esame duro, guadagnava a Dublino 5 volte quello che guadagnava l’amico con cui studiava, che d’estate faceva il bagnino per mantenersi all’Università. Però mio figlio lavora tuttora a Dublino, dalle 8 alle 20, e mangia un panino davanti al monitor, l’altro si è trasferito da una banca di Milano a una banca a 200 metri da casa qui, perché alle 17 vuol andare al mare o in palestra e la mamma fa bene da mangiare. E io ho smesso di sentirmi in colpa.
Resto comunque dell’idea che assicurare una certa uguaglianza delle basi di partenza, oltre che giusto, è nell’interesse generale. Ci sono troppi figli di papà, figli di medici che fanno i medici, notai notai etc e invece si perdono cervelli utili. […] Enrico”

Sacrosanto. Voglio aggiungere una sola osservazione. Riflettendo sul “chi fa copiare si sente buono” arriviamo alla confutazione radicale di ogni donmilanismo o cattocomunismo. Si può spiegare in due parole. L’uomo soffre se manca del pane. Ma soffre anche quando arriva sempre ultimo nella corsa, o quando è il più basso della classe, o troppo alto, o il più brutto. Anzi sono proprio le difficoltà di questo secondo tipo, di solito, a far soffrire di più: c’è chi arriva a suicidarsi per situazioni del genere, mai per la mancanza di cibo.
 
Ora se per un cristiano (nel senso vasto della parola) dar da mangiare agli affamati è un obbligo morale, spingere un ciclista disperato che arranca in salita non solo non è un obbligo morale, ma è una carognata, perché danneggia ingiustamente qualcun altro. In realtà è ancora peggio: verso chi non sa perdere, l’obbligo morale sarebbe di aiutarlo ad affrontare le frustrazioni (e ad evitarle conoscendo meglio i propri limiti), ma falsificando le cose con una spinta buonista quell’aiuto non glielo diamo di certo.
 
Ultimo è arrivato il contributo di Armando Ermini, che vedete sotto. Riccardo Zucconi, da parte sua ha annunciato un intervento critico.
 

Onore (di Armando Ermini)


Caro Stefano, le ultime parole di Riccardo De Benedetti del numero scorso, mi hanno suggerito queste citazioni letterarie su un tema che con quelle hanno molta attinenza.
 
Prima, però, una premessa. Quelle citazioni nascono da una piccola storia personale. Nella libreria di mio padre c’era una buona collezione di volumi di memorialistica di guerra, soprattutto della Grande Guerra. Naturalmente, cresciuto nel disprezzo per le guerre “imperialiste”, li sdegnavo e soprattutto non capivo perché mio padre fosse così appassionato a “quella roba”. Non capivo, perché mio padre, benché conservatore, era uomo di pace, tanto che non avrebbe fatto male a una mosca, letteralmente. Quando mia madre si spaventava per un insetto o un animaletto che nelle estati calde penetrava in casa, lui si limitava a catturarlo e rendergli immediatamente la libertà, pronunciando sempre la stessa frase, quasi fosse un rito. “Anche tu hai diritto di vivere”, diceva.
 
Qualche anno or sono mi capitò, in circostanze che non sto a precisare, di prendere in mano uno di quei libri e di sfogliarlo. Li lessi tutti, d’un fiato, e capii. Onore. Una parola sparita dal lessico della post modernità, se non per dileggio o per indicare un ormai inutile fossile.
 
Ho scelto, fra tanti, i due passi che seguono perché rispondono ad un criterio. Raccontano l’uno di soldati semplici, alpini o fanti, e l’altro di un ufficiale. Mondi per tanti aspetti distanti nella vita civile, ma accomunati da un identico modo di affrontare le cose della vita. Quello che fa dell’onore un codice di comportamento che supera distanze culturali, di censo o di classe. Rimane, per me, il dispiacere per aver compreso con così tanto ritardo.
 
La prima citazione è tratta dal libro di Paolo Monelli (1) Le scarpe al sole, cronache di gaie e tristi avventure di alpini di muli di vino (2), e ne costituisce il passo finale, quando la guerra è vinta e i soldati tornano alla vita civile.
«Dilegueranno – minatori pastori carrettieri boscaiuioli. Non firmeranno nessun memoriale, non scenderanno a comizio, non brigheranno un posto alla pappatoia dello Stato. Non li troveremo più se non andandoli a cercare sulle montagne o fuori dai confini. Ma saranno gli uomini che il giorno che la miniera crolla ricercheranno con il solito coraggio freddo sotto la minaccia i cadaveri dei compagni; che partiranno nella tormenta a ricercar gli sperduti; che saranno nudi nel fondo della galleria, o morsi dal freddo nel bosco invernale, o esiliati sulla cima brulla a rotolarne sassi, o ansanti a battere sul pistoletto per aprir le vie delle montagne, o travagliasi al cìdolo (3), o arrancanti dietro ai carri dei tronchi: e il giorno che il Re manderà a dire che bisogna tornare a mettersi in fila e marciare per quattro si ricalcheranno il testa il cappello con la penna con qualche bestemmia innocua, e non domanderanno d’imboscarsi. Tutt’al più domanderanno di passar conducenti.»

(1) Paolo Monelli nacque a Fiorano di Modena nel 1894. Laureato in legge, fu ufficiale di complemento degli Alpini durante la Grande Guerra, che concluse prigioniero in Austria, e poi giornalista, inviato speciale e scrittore. Nel ‘44/’45 rivestì la divisa nel Corpo Italiano di Liberazione. Fra le sue opere, oltre a quella citata, Roma 1943 e Mussolini piccolo borghese.
(2) Nel gergo degli alpini “mettere le scarpe al sole significa morire in combattimento.
(3) Cìdolo. Parola cadorina, indica quella chiusa che si costruisce lungo il corso d’un fiume per chiudere il passaggio ai tronchi d’albero affidati alla corrente del fiume (le taje, cioè le taglie, i tronchi tagliati) ed ivi ammucchiarli, contarli, dividerli per le varie destinazioni.

 
La seconda citazione è tratta da un altro classico della Grande Guerra, Un anno sull’altopiano di Emilio Lussu (1). Il contesto è quello della battaglia dell’Ortigara, sull’altopiano di Asiago, durante la controffensiva italiana del giugno 1917. Alcuni battaglioni della brigata Sassari furono presi di mira, per errore che non si seppe correggere in tempo utile, dal fuoco preparatorio della nostra artiglieria, e subirono gravissime perdite. La 5° compagnia, sistemata in una caverna inadatta a resistere al fuoco dei grossi calibri, disobbedì all’ordine del comandante di battaglione e uscì dal riparo riordinandosi in un avvallamento laterale non battuto dall’artiglieria.
 
Il comandante, maggiore Melchiorri, credette in un ammutinamento e ordinò la decimazione, rifiutandosi di prendere in considerazione gli argomenti degli ufficiali sbigottiti per la decisione. Fra questi il capitano Fiorelli, che si rifiutò di comandare il plotone d’esecuzione.
«“Insomma”- gridò il maggiore, puntando nuovamente la pistola sul capitano, “lei eseguisce o non eseguisce l’ordine che io le ho dato?”
Il capitano rispose.
“Signor no.”
“Non lo eseguisce?”
“Signor no”
Il maggiore ebbe un attimo di esitazione e non sparò sul capitano.
“Ebbene”, riprese il maggiore, “ordini che un plotone della sua compagnia passi in riga”.
Il capitano ripetè l’ordine al sottotenente comandante il 1° plotone della 6° compagnia. In pochi minuti, il plotone uscì dalla caverna e passò in riga. Il sottotenente ricevette dal maggiore, e lo ripetè ai suoi soldati, l’ordine di caricare le armi. Il plotone aveva già i fucili carichi. Di fronte, immobili, stupiti, i venti [i soldati destinati alla decimazione] guardavano.
Il maggiore ordinò di puntare.
“Punt!” ordinò il tenente.
Il plotone si mise in posizione di punt.
“Ordini il fuoco”, gridò il maggiore.
“Fuoco!”, ordinò il tenente.
Il plotone eseguì l’ordine. Ma sparò alto […] L’ira del maggiore esplose irreparabile. Con la pistola in pugno, fece qualche passo verso i condannati, il viso stravolto. Si fermò al centro e gridò:
“Ebbene, io stesso punisco i ribelli!”.
Egli ebbe il tempo di sparare tre colpi. Al primo, un soldato colpito alla testa stramazzò al suolo; al secondo e al terzo, caddero altri due soldati, colpiti al petto.
Il capitano Fiorelli aveva estratto la pistola:
“Signor maggiore, lei è pazzo”
Il plotone d’esecuzione, senza un ordine, puntò sul maggiore e fece fuoco. Il maggiore si rovesciò, crivellato di colpi.
Mancavano pochi minuti all’assalto. […]
La notte, il capitano Fiorelli venne da me. Egli era abbattuto. Mi raccontò la morte del maggiore Melchiorri della quale anch’egli si credeva in parte responsabile. Mi disse che aveva fatto di tutto per morire in combattimento. La sorte lo aveva voluto risparmiare. Egli quindi si considerava obbligato a fare il suo dovere e denunziare il fatto al comando di reggimento. Io non riuscii a dissuaderlo. Il giorno dopo, con un rapporto scritto, denunziò se stesso. I comandi di brigata, di divisione e di corpo d’armata ne furono informati immediatamente. Egli, il tenente aiutante maggiore del 2° battaglione e il sottotenente della 6° furono deferiti al tribunale militare e messi in stato d’arresto. I tre ufficiali, accompagnati da un capitano dei carabinieri e da una scorta, passarono in mezzo al mio battaglione. Al loro passaggio, i soldati si levarono, sull’attenti, e salutarono.»

(1) Emilio Lussu (1890- 1975), fu interventista e strenuo avversario del fascismo. Evaso dal confino di Lipari nel 1929 fondò, con Carlo Rosselli, il movimento “Giustizia e Libertà”.