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Il Covile - N.o 393 (10.6.2007) Interviene Riccardo Zucconi

Questo numero


Ecco l’annunciato intervento critico di Riccardo Zucconi, non ho potuto esimermi dal dire la mia ed aggiungere altro materiale, così la NL si è fatta di quelle lunghe.
 

Riccardo Zucconi Vs Riccardo De Benedetti


Caro Stefano, per una volta non sono d’accordo con l’amico Giorgio Ragazzini. Dell’intervento di Riccardo De Benedetti trovo che “non si possa che dissentire incondizionatamente”. È intriso di un moralismo di accatto, di una demagogia catto-comunista che credevo estranea al Covile.
Mi dispiace usare questi termini, ma come altro definire il commento sulla “lingua sporca ed impudica di Montezemolo”? O “il ributtante ammasso di subalternità culturale e presunzione stilistica che siamo: la furbizia di chi sbircia il prossimo più dotato per lavorare meno e dedicarsi di più alle bianche carni dell’attricetta di turno”. Amici ma siamo impazziti? Spero almeno che nello sproloquio di Riccardo De Benedetti ci sia un po’ di sana invidia per chi ha dormito per anni accanto allo splendido corpo della Fenech.
Sarei curioso di vedere come Giuliano Ferrara risponderebbe a questo intervento, sono certo che lo farebbe a pezzi. L’altro giorno era a Firenze, io purtroppo ero a Roma, peccato. Ci sarebbe stato da divertirsi.
Credo, fra tutti noi, di essere quello che conosce meglio Confindustria ed il suo presidente. Ho ricoperto vari incarichi, nazionali e locali. Confindustria non è il paradiso, ma in confronto all’ambiente della politica è un gran bel posto. Per prima cosa ogni carica è volontaria e non retribuita e dopo quattro anni, regola ferrea, si torna in azienda. È un peccato che nella settimana che Montezemolo ha scosso tutto il paese con il suo intervento alla nostra assemblea dicendo finalmente la verità senza perifrasi, e bastava guardare la faccia dei politici presenti per rendersi conto che aveva colto nel segno, noi del Covile ci si fermi ad analizzare se copiava al liceo.
Se vogliamo occuparci di cose serie credo quello è il discorso che merita commenti per cui ve lo unisco, così sappiamo di cosa si parla. Ne sono state fatte molte letture. Letture tutte politiche, troppo politiche. Io ne faccio una mia che vi sottopongo. Non si è tenuto conto: della immensa voglia di cambiamento e della esasperazione che viene dalla base dei nostri 170.000 soci. Un vento di tempesta che soffia da Gorizia a Siracusa. Di cui proprio in questi giorni si stanno vedendo gli effetti anche a Firenze con l’elezione dell’outsider Giovanni Gentile.
Il presidente Montezemolo non poteva che farsene interprete. Confindustria ha prima tolto la sua fiducia a Berlusconi, che poteva e doveva fare moltissimo per modernizzare il paese e non lo ha fatto (si spera che abbia imparato la lezione se avrà un’altra possibilità). Quindi non restava che Prodi, ed è stato, ed è, un disastro.
Allora non resta altra scelta che prendere di petto la politica tutta intera e dirle che è suonato l’ultimo avviso. Per la crisi del 92 si è fatto appello al governatore della Banca d’Italia, Ciampi. Se la situazione continua a precipitare non so se questa volta Draghi basterebbe. Come ben notò allora l’Avvocato Agnelli: “dopo il Governatore non resta che un generale dei Carabinieri o un Cardinale...”.
Non è qualunquismo. Gli imprenditori hanno voglia di una politica che costi meno e produca di più in termini di leggi, infrastrutture, riforme. Come una qualsiasi azienda. Dove i conti devono tornare tutti i giorni, altrimenti si chiude. Tanti investimenti, tanto fatturato, tanti ricavi. È un mondo duro quello dell’impresa. Lo è sempre stato, ma oggi lo è ancora di più, nell’era della competizione globale. Non fatevi fuorviare dagli scandali che toccano sempre le solite dieci/venti mega-aziende: Parmalat, Telecom, Montedison, Alitalia, Mediobanca etc. Queste non c’entrano niente con gli imprenditori italiani, giocano un’altra partita, fra pochissimi, e spesso la giocano male.
 
La spina dorsale sono le decine di migliaia di piccole medie aziende, quelle che vedete lungo le autostrade del centro nord, una dietro l’altra. Che tutti i giorni affrontano il mercato. Imprenditori con mille pensieri e magari poca cultura, ma con tanta voglia di farcela. Non possono essere giudicati e capiti da chi vive di uno stipendio. È un altro mondo, magari più brutto e spietato, dove spesso non si diventa migliori.
Ma è l’unico che crea veri posti di lavora e produce vera ricchezza per un paese. Ogni singolo euro che entra nelle tasche di chiunque è generato esclusivamente da questo milione di persone, che spesso non dormono la notte per i pensieri. Chi non ha mai avuto un grosso assegno da coprire il lunedì mattina in banca o una cambiale da recuperare dal notaio non può nemmeno immaginare cosa sia. Dalla disperazione si potrebbero fare patti col diavolo (e alcuni lo fanno: strozzini, tangenti, mafie etc. etc.).
Degli insegnamenti al proprio caro figlioletto in quei momenti non t’importa un fico secco. Per giorni e giorni ci si dimentica che esiste lui, la sua sorellina e la loro mammina. Se in casa ti fanno girare le scatole le urla le sentono da mezzo chilometro. Guardate quanti spunti vi do per scandalizzarvi! Potrei usare un altro linguaggio, ma non lo voglio fare, è la vita, nient’altro che la vita, quella vera. Poi, se le cose vanno bene, ci si può comprare la villa, la macchinona cafona, il rolex d’oro. E dare spago a tutta la pubblicistica di sinistra, e cattolica, che da sempre dipinge l’industriale ed il ricco come un cinghiale, rozzo, cattivo, amorale.
Nonostante questo gli imprenditori hanno permesso la ricostruzione dell’Italia dopo la guerra e creato la ricchezza degli italiani, di tutti gli italiani. L’hanno difesa e garantita contro una filosofia che mortificava il merito, la competizione ed il profitto.
Pensate solo a quale immenso debito ha questo paese nei confronti di 10 stilisti 10: Armani, Versace, Valentino, Pucci, Gucci e pochi altri i quali, DA SOLI, negli anni 70 sono riusciti a tenere alta l’immagine dell’Italia nel mondo, a farla diventare il luogo della bellezza, dello stile, della moda. Tutto questo mentre la politica e le ideologie la facevano precipitare nel baratro culminato nell’assassinio di Moro. Poi magari, la notte trovavano piacere nelle molli braccia dell’attorucolo di turno.
 
In quegli anni bui l’unica che ha dato una mano è stata la Ferrari di Montezemolo che a 29 anni le faceva rivincere i campionati del mondo.
Quel Montezemolo che da anni sento ripetere a noi tutti, a porte chiuse,: colleghi lavoro lavoro lavoro, qualità qualità qualità, innovazione innovazione innovazione, merito merito merito. Questa è la sola ricetta per vincere nella competizione globale.
 
Riccardo Zucconi
 

Des petites choses qui font une grande différence (di Stefano Borselli)


Caro Riccardo, prima di tutto ti devo ringraziare perché hai colto l’occasione per introdurre un tema troppo spesso trascurato: la parte finale del tuo intervento, l’apologia dell’imprenditore che inizia con “La spina dorsale sono le decine di migliaia di piccole medie aziende [...]”, è certamente opinabile, come tutte le cose, ma direi piena di verità. E sono verità che in un paese dove mettere su un’impresa sa ancora di qualcosa di poco pulito, in un paese dalla Costituzione esemplata su quella dell’Unione Sovietica e che non si riesce a cambiare di una virgola, è bene non stancarsi di riaffermare. Ma il resto lo trovo sbagliato. Mi soffermo su tre punti:
 
1) L’argomento. Non è stato il Covile a fermarsi ad “analizzare se copiava al liceo”, chissenefrega cioè chi se ne sarebbe fregato, al contrario è stato Montezemolo, nel suo show di fronte ai giovani studenti della Luiss, a farsene un vanto. Pensava, forse, che avendo praticamente l’intera categoria dei giornalisti ai suoi piedi se lo poteva permettere (anche se così smentiva lo spirito meritocratico della sua relazione in Confindustria di nemmeno una settimana prima). Sbagliava, non se lo poteva permettere: questo ha scritto il Covile. Come ci ricorda la fortunata serie di spot Mastercard, ci sono cose che non si possono comprare (per me la palma va a “Suonare al matrimonio di chi ti aveva detto: ‘Scegli o me o la musica’”). Ne ebbe prova anche il suo mentore, “l’Avvocato Agnelli”, come scrivi, quando nel 1975, all’indomani del conferimento del Nobel, invitò Eugenio Montale ad una festa che voleva organizzare in suo onore. Montale gli rispose che non vedeva il perché, avendolo ignorato per tutta la vita, volesse conoscerlo proprio allora e rifiutò.
 
2) Il cattocomunismo. Che c’entra il cattocomunismo con lo sfogo di Riccardo De Benedetti? Niente. Il profeta Geremia non era cattocomunista, Catone il censore (o “l’antico” come nel bel libro di Eugenio Corti) non era cattocomunista, il Grillo parlante di Pinocchio non era cattocomunista. Quelli che fustigano i costumi, mores, sono, appunto, semplicemente moralisti. Li puoi dire noiosi, ma non cattocomunisti (nel caso dell’intervento di RDB, poi, non si tratta di moralismo, ma di senso morale, della percezione o meno dell’esistenza di una linea che separa, come direbbe P.G.Wodehouse, le cose che si fanno da quelle che non si fanno. La linea talvolta è sottile, sono piccole cose, ma di quelle che fanno una grande differenza). Cattocomunisti sono quelli che odiano ogni disuguaglianza: di censo e potere, e allora ingiusta è la società, fisica, intellettuale, estetica, e allora ingiusta è la natura. Normalmente, senza saperlo, il cattocomunista ritiene ingiusta la Creazione in quanto tale; è quindi uno gnostico, ma di queste ardue questioni abbiamo spesso conversato nel Covile.
 
3) Montezemolo. Qui dobbiamo approfondire. Riccardo De Benedetti ha accennato all’ “Italia eterna”, “quella illustrata una volta per tutte da Giuseppe Prezzolini [anche lui né moralista né tantomeno cattocomunista] nel suo Codice della vita italiana, (mi cito. Del Codice riproduco sotto il celebre primo capitolo, Dei furbi e dei fessi. Metto all’attenzione i punti 6 “Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.”, 10 “L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.” e 15 “Il fesso si interessa al problema della produzione della ricchezza. Il furbo soprattutto a quello della distribuzione.”). Che Montezemolo sia stato allevato da un maestro nell’arte di privatizzare i profitti e socializzare le perdite non vi è dubbio, che in gioventù sia stato nel numero dei furbi lo ha voluto raccontare lui, ma tu ci assicuri che da quando si è impegnato nella Ferrari (e non vogliamo negargli questo merito) è diventato “fesso”, uno che lavora in prima persona. Ma allora perché lo show alla Luiss? Ci sono due Montezemoli, uno fesso-Jekill ed uno furbo-Hyde? Dall’articolo di Oscar Giannino, che allego, la fessità parrebbe ancora minoritaria.
 
(Nota. A Gianni Agnelli lo Stato sociale andava benissimo perché riusciva a drenare i soldi che allo Stato arrivavano dai cittadini e dalle piccole-medie aziende, quelle della “spina dorsale”, cioè i “fessi” di cui anche lui è stato Presidente.)
 
Stefano Borselli
 

Dal Codice della vita italiana, Firenze, 1921, di Giuseppe Prezzolini

Capitolo I. — Dei furbi e dei fessi


1. I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.
2. Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. questi è un fesso.
3. I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.
4. Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui.
5. Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.
6. Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.
7. Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.
8. I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.
9. Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.
10. L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.
11. Il fesso, in generale, è stupido. Se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo.
12. Il fesso, in generale, è incolto per stupidaggine. Se non fosse stupido, capirebbe il valore della cultura per cacciare i furbi.
13. Ci sono fessi intelligenti e colti, che vorrebbero mandar via i furbi. Ma non possono: 1) perché sono fessi; 2) perché gli altri fessi sono stupidi e incolti, e non li capiscono.
14. Per andare avanti ci sono due sistemi. Uno è buono, ma l’altro è migliore. Il primo è leccare i furbi. Ma riesce meglio il secondo che consiste nel far loro paura: 1) perché non c’è furbo che non abbia qualche marachella da nascondere; 2) perché non c’è furbo che non preferisca il quieto vivere alla lotta, e la associazione con altri briganti alla guerra contro questi.
15. Il fesso si interessa al problema della produzione della ricchezza. Il furbo soprattutto a quello della distribuzione.
16. L’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. Il furbo è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’italiano in generale ha della furbizia stessa, alla quale principalmente fa appello per la riscossa e per la vendetta. Nella famiglia, nella scuola, nelle carriere, l’esempio e la dottrina corrente — che non si trova nei libri — insegnano i sistemi della furbizia. La vittima si lamenta della furbizia che l’ha colpita, ma in cuor suo si ripromette di imparare la lezione per un’altra occasione. La diffidenza degli umili che si riscontra in quasi tutta l’Italia, è appunto l’effetto di un secolare dominio dei furbi, contro i quali la corbelleria dei più si è andata corazzando di una corteccia di silenzio e di ottuso sospetto, non sufficiente, però, a porli al riparo delle sempre nuove scaltrezze di quelli.
 
Giuseppe Prezzolini
 

La farsa della riscossa neoborghese (di Oscar Giannino)


Tempi, n° 22 del 31/05/2007

Si può credere che la coscienza sia la presenza di Dio nell’uomo. Oppure che l’uomo, per il semplice fatto di avere coscienza di sé, rispetto all’asino e al granchio, sia un animale malato. Evidentemente parecchi dei liberali sedicenti che fioriscono di questi tempi in Italia devono essere malati del morbo di chi assimila coscienza e malattia. Non vi dico lo sbellicamento di risate che mi ha provocato, per esempio, apprendere della tanto concitata insistenza su merito e concorrenza dedicata nella relazione d’addio a Confindustria dal presidente uscente, Luca di Montezemolo. Dev’essere in pieno omaggio alla concorrenza che il governo attuale in Finanziaria ha garantito alla Fiat, presieduta dallo stesso Montezemolo, l’unica eccezione tra tutte le aziende alla riforma Maroni: quattro anni di prepensionamento a carico di noi contribuenti per migliaia di lavoratori sotto i 57 anni. Non vi dico il sorriso che mi si è dipinto sulle labbra allorché ho letto che un presidente di Confindustria finalmente si è dedicato all’elogio degli asili nido potenziati da Angela Merkel in Germania. Dev’essere per questo, mi sono detto, che non ricordo, da parte dello stesso presidente, una sola non dico battaglia a spada tratta, ma nemmeno una flebile dichiarazione a favore delle mosche bianche che in Italia, rinunciando al principio per cui la sola scuola buona sia quella di Stato, hanno tentato — come la Lombardia — di garantire la libertà di scelta educativa alle famiglie, offrendo loro la possibilità di decidere in proprio la destinazione del “voucher” corrisposto dall’amministrazione pubblica.
 
Dopodiché Montezemolo non è certo l’unico a parlar bene senza fare altrettanto. Tutt’altro, sembra essere in ottima compagnia. Anzi, in compagnia di ottimati. Basta aver dato un’occhiata ai programmi dei due festival monstre dell’economia che si sono fronteggiati recentemente, il primo organizzato a Milano da Bocconi e Corriere della Sera, il secondo a Trento dal Sole 24 Ore e dagli economisti raccolti intorno a lavoce.info, la rivista online di Tito Boeri e Francesco Giavazzi. In entrambi i casi, le voci di liberisti veri come Alesina e Zingales non sono mancate, ma sono annegate in una melassa politicamente corretta in ossequio alla quale i titoli dei dibattiti erano del tipo “Ma è proprio vero che nell’economia dell’innovazione serve meno Stato?”, oppure “Ma chi l’ha detto che i soldi all’istruzione pubblica sono uno spreco?”. Non invento né parafraso a fini di facile polemica, erano questi, testuali, i titoli veri degli incontri. Perché dirsi liberali è diventato un modo per distinguersi talora spocchiosamente dalle due rissose coalizioni politiche — e questo è un bene —, salvo poi lanciare proposte che tradiscono implacabilmente il fatto che il liberismo degli ottimati è fatto apposta per non rompere le scatole, né ai sindacati del settore pubblico né alle grandi imprese che vivono di monopoli e oligopoli naturali assistiti dallo Stato.
 
È il partito della neoborghesia italiana, ha detto Montezemolo. È l’élite che ci tocca orientare, noi che siamo l’élite del giornalismo italiano, ha spiegato Paolo Mieli. Mioddio, di fronte a questa armata di neoelitisti alla ricerca di buchi nel formaggio dei quali approfittare, in politica, nelle accademie o sulle prime pagine dei giornali, a noi mosche bianche vien da dire che il nostro essere liberali e liberisti, invece, è irrimediabilmente popolare e anche un poco populista. Dateci scuole libere e assistenza e sanità fatte dal terzo settore e dal privato sociale, e non rompeteci l’anima con le vostre pretese elitarie. Altrimenti dite solo che volete prendere il posto di chi comanda oggi. Farete miglior figura.
 
Oscar Giannino