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Il Covile - N.o 395 (13.6.2007) Armando Ermini riassume

Questo numero


Vanitas vanitatis. Cosa sono le nostre decisioni? Polvere. Appena ieri dichiaravo terminata l’ultima conversazione, ma stamani è arrivata questa mail di Armando che provvede a svolgere quello che forse sarebbe stato mio compito: riassumerla in modo da dare un senso generale anche ai piccoli flame.
 

Interviene Armando Ermini


Caro Stefano, anche se l’hai già dichiarata conclusa, ti mando alcune mie considerazioni sulla natura della discussione, perché è stata tutt’altro che banale. Il discorso di Steve Jobs alla Stanford è emozionante. C’è il meglio dell’ “american dream”, quell’energia,quella forza ed anche quella tensione etica che hanno fatto grandi gli Stati Uniti. Come sempre però, esiste anche un altro aspetto, per esemplificare il quale mi viene in mente il film Wall Street, con l’indimenticabile interpretazione di Michael Douglas. Due “capitalismi” diversi, con regole che seguono logiche opposte a testimoniare il dualismo sempre implicito nelle cose di questo mondo.
 
Le parole appassionate di Riccardo Zucconi sulle piccole e medie imprese e sui problemi che quotidianamente si trovano ad affrontare, mi sembrano un eccellente spunto per rifletterci. Dal mio limitato punto di vista di imprenditore di me stesso, posso dire che è c’è verità in esse, a maggior ragione dunque per chi sente, fra le altre cose, la responsabilità di assicurare lavoro e stipendi ai dipendenti i quali, è vero anche questo, spesso non capiscono i problemi del datore di lavoro di cui riescono a vedere solo la macchinona etc. etc.
 
Al soldato che sta in trincea si possono chiedere primariamente due cose. Vincere la battaglia a cui è stato comandato (e se non ci fosse lui ci sarebbe un altro) e portare a casa la pelle. Quindi nessuno scandalo da parte mia se:
“Degli insegnamenti al proprio caro figlioletto in quei momenti non t’importa un fico secco. Per giorni e giorni ci si dimentica che esiste lui, la sua sorellina e la loro mammina. Se in casa ti fanno girare le scatole le urla le sentono da mezzo chilometro.”
È la vita, come sottolinea Riccardo, ed è difficile pretendere purismo da chi si trova di fronte a impellenze da cui dipende la sua esistenza. Ciò nonostante, un tempo anche nella guerra più crudele esisteva un codice d’onore che gli eserciti cercavano di rispettare. Potrei citarti mille esempi, almeno fino alla Grande Guerra, e dunque i quesiti che ha posto De Benedetti sono giusti, come le tue osservazioni, e come penetranti sono le parole di Prezzolini. Pongono problemi etici che non c’entrano coi cattocomunisti, e tali certamente non sono Giovanni Paolo II o Benedetto XVI quando criticano certi aspetti della società contemporanea. Il fatto è, mi pare, che stiamo ragionando su due piani diversi, uno concreto e immediato, l’altro che cerca di abbracciare un orizzonte più vasto. La domanda, allora, verte sul perchè i due piani sembrano totalmente divaricati. Capisco Riccardo, dicevo, quando scrive che “degli insegnamenti etc. etc.”, e tuttavia c’è da chiedersi se quei prezzi, perché prezzi sono, e pesanti, siano giusti anche se forse inevitabili nella situazione data.
 
In altri termini, quali sono le conseguenze a lungo termine di una situazione che costringe il padre a disinteressarsi dei figli e che, comunque vada a finire, lo penalizzerà?
 
Se vincente sarà stato comunque un padre assente, dedito esclusivamente al lavoro ed al “successo”, se perdente “arrivederci” e senza grazie. Non sempre, per fortuna, ma troppo spesso, ed anche questa è vita vera, non dimentichiamolo, come ci racconta il recente bel film di Muccino La ricerca della felicità (www.maschiselvatici.it/abbiamovisto/ricerca.htm ).
 
Perché, dunque, quelle virtù a cui si richiama De Benedetti, le stesse di cui scrive Prezzolini, sembrano tramontate? Non credo sia un problema solo di italiche furbizie; semmai il nostro paese è arretrato nei metodi di controllo e nelle sanzioni, come dimostrano le vicende Parmalat etc.. Tuttavia non ci possiamo fermare a questo, perché anche nei severi U.S.A. è pur scoppiato lo scandalo Enron.
 
Si è parlato spesso, credo anche ne Il Covile, del cristianesimo ed in specie dell’ordine dei monaci benedettini come culla della modernità, nel senso di aver valorizzato il lavoro e di aver consentito lo svilupparsi dello spirito d’impresa e di ricerca, cioè il capitalismo, non però come fine in sé ma come strumento di valorizzazione della persona in tutte le sue potenzialità, vincolandolo quindi al rispetto di precise norme etiche ed a una struttura sociale fondata sulla centralità della famiglia anche come unità produttiva. È interessante a questo proposito quello che scrive Z. Bauman, il teorico della “modernità liquida”, nel suo ultimo volume, Homo Consumens, lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi:
“Quel che in passato ha tenuto uniti i membri di un nucleo familiare attorno a un focolare e ha reso il focolare lo strumento di integrazione e affermazione della famiglia, è stato in larga parte l’aspetto produttivo del consumo”
ossia il fatto che ciò che univa la famiglia era la collaborazione in un unico processo produttivo di cui la riunione serale per la cena condivisa era l’ultimo atto.
 
Per riassumere le sue tesi, la moderna società dei consumi:
  1. rompe i vincoli e i legami familiari duraturi;
  2. vede negli stili di vita sobri, tipici del passato, l’ostacolo principale al suo svilupparsi perenne;
  3. rende l’individuo, privo d’identità, perennemente insoddisfatto e alla ricerca di qualcosa che si illude di trovare nelle merci;
  4. sostituisce al gruppo che si regge intorno ad una idea, ad un leader, ad una gerarchia, l’associazione mobile ed effimera dei consumatori, lo sciame, su cui sono modellati anche i movimenti di contestazione;
  5. depotenzia i comportamenti anomali inglobandoli e rendendoli funzionali al suo sviluppo.

È abbastanza, credo, per dedurne che nella modernità si è verificata una rottura rispetto al modello capitalistico antecedente, come se l’apparato produttivo si fosse voluto “emancipare” da lacci e lacciuoli di ogni tipo, dunque anche religiosi, etici, morali, identitari, sociali, divenuti ora un ostacolo allo sviluppo fine a se stesso.
 
Ciò che lamentava Riccardo De Benedetti va inserito in questo contesto, e mi sembra che Riccardo Zucconi ne abbia dato testimonianza concreta con le sue parole sulla difficoltà dell’imprenditore a tenere insieme famiglia e lavoro. Nessun facile moralismo, dunque. Piuttosto una riflessione impellente sul rapporto fra la modernità e la tradizione coi suoi codici desueti, che poi è anche uno dei temi su cui sono nati Magna Carta e Il Circolo dei liberi. Ed anche Giuliano Ferrara, con le sue “guerre culturali”, ne ha fatto un cavallo di battaglia. Da qui a offrire una soluzione ce ne corre, naturalmente, e non sono certo io che lo posso fare.
 
Armando Ermini