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Il Covile - N.o 396 (22.6.2007) Del ballo e del donmilanismo (Stefano Borselli)

Questo numero

"«Sono qui in qualche modo per ringraziare l'autore di Lettera a una professoressa, che a me piacerebbe venisse letta nelle scuole italiane, nelle elementari di tutto il Paese ancora oggi». È l'auspicio espresso dal presidente della Camera Fausto Bertinotti, che oggi ha voluto visitare la tomba di don Lorenzo Milani, a Barbiana, in provincia di Firenze abbarbicata sulle colline del Mugello." Adnkronos, 5 giugno 2007
"Brusco aumento di tensione tra Nicolas Sarkozy e la sinistra. Domenica in occasione della sua riunione a Bercy, Nicolas Sarkozy ha accusato «gli eredi del maggio 68», di cui fa parte per lui la sinistra, di avere distrutto i valori e la gerarchia. «Hanno imposto l'idea che tutto si equivale, che non c'è ormai nessuna differenza tra il bene ed il male, nessuna differenza tra la verità ed il falso, tra il bello ed il brutto», ha sottolineato il candidato UMP. «Hanno cercato di fare credere che l'allievo vale il maestro, che non bisogna mettere note per non traumatizzare i cattivi allievi, e che soprattutto non occorre classificare. Che la vittima contava meno del delinquente», Sarkozy ha ancora aggiunto, chiamando gli elettori a decidere il 6 maggio: «in quest'elezione, si tratta di conoscere se l'eredità di maggio 68 deve essere perpetuata o se deve essere liquidata una buona volta per tutte»." Le Figaro, 30 aprile 2007
Gli elettori francesi hanno scelto chiaramente e appena possibile lo faranno anche quelli italiani, ma come procedere alla indispensabile liquidazione del nostro 68 senza fare seriamente i conti con ciò che è ne stata la vera e propria anima? Era da un pezzo che volevo dire due parole su questo argomento e l'ultima conversazione, che ha lambito ancora una volta la questione del cattocomunismo, mi ha convito a rompere gli indugi. Ma andiamo con ordine.
 

Per farla finita con il donmilanismo (di Stefano Borselli)

"Nel 1965 don Milani seppe che il preside di Borgo San Lorenzo aveva permesso di organizzare alle ragazze di terza una festa da ballo in classe con i ragazzi della terza maschile, in occasione del Carnevale. Don Lorenzo, grazie alla collaborazione della loro professoressa Adele, invitò quelle ragazze a Barbiana nel tentativo di convincerle che «il ballonzolare» non era un'attività utile ad un ragazzo e che soprattutto che non era da farsi in quel «luogo sacro» che per lui era la scuola. La conversazione fu registrata e adesso è stata pubblicata da Michele Gesualdi per i tipi della Lef. Un testo che si legge d'un fiato e che ci restituisce con efficacia «il parlato» di don Lorenzo, facendoci intuire cosa fossero davvero le sue «lezioni». Completano il volume alcuni testi del priore di Barbiana (lettere, discorsi) sul tema della donna. Pubblichiamo due brani di questa interessante «lezione» alle ragazze di Borgo."
Così, Toscana Oggi, il settimanale delle Diocesi toscane, nell'edizione del 12 ottobre 2004, presentava questo testo:
"Don Lorenzo: Ho sentito dire dall'Adele che voi vorreste in settimana ballonzolare a scuola. Un fatto simile mi ha talmente incuriosito che ho voluto seriamente discuterne insieme a voi, perché o nel ballo c'è qualcosa di abbastanza utile alle bambine da poterlo fare nei luoghi sacri o è inutile, allora a scuola non si può fare.
La scuola è quel luogo dove si insegnano cose utili, quelle cose che il mondo non insegna, sennò non va bene. Sicché anche se il ballo è soltanto una cosa inutile, farlo a scuola è una cosa assolutamente indecente. Se il preside vi permette queste cose forse vede nel ballo qualcosa di utile, perché una delle tre: o è utile, o è inutile, o è dannoso. Se è inutile è immorale, se è dannoso è immorale e se è utile tocca a qualcuno dimostrarmelo. Io son disposto ad ascoltare una documentazione seria e a cambiare idea da qui a un'ora, ma spero piuttosto che la cambierete voi! Io non sono in partenza deciso ad arrivare in fondo con la mia idea, a me interessa sapere qualcosa. Io sono un povero prete di montagna, queste cose non le so. Imparare fa sempre bene. […]

Una bambina: Io della moda prendo quello che mi piace, non quello che non mi piace.

Don Lorenzo: Senti cara, a Parigi o a New York, otto o dieci anni fa, un ricco signore padrone, oppure un gruppetto di ricchi signori padroni di tutta una catena di case discografiche, decisero di far ballonzolare le bambine dal polo nord fino al polo sud, compreso la sala di Borgo o di Vicchio. Lo decisero, fissarono tutto, fecero fare questi dischi, fecero gli stampi, li stamparono in milioni di copie, poi fecero in modo che i giornali e la televisione presentasse quel dato ballo e, improvvisamente, nello stesso giorno, appena pigiarono il bottone da New York o da Parigi, tutti i ragazzini e le ragazzine del mondo hanno fatto finta di amare quel ballo. Non raccontiamo storie, perché è andata così e Mario su questo è perfettamente d'accordo con me. Nessuno di voi ha scelto nessuno dei balli che ballate, ma li avete presi così come ve li hanno dati. Se qualcuna di voi avesse voglia di ballare il minuetto, non c'è verso, il minuetto lo ballava la vostra trisnonna.

Ragazzina: Noi si balla quello che ci piace.

Don Lorenzo: Senti cara, due anni fa, mi trovai a fare una leticata in piazza a Vicchio. C'era un imbecille di giovanotto che diceva che lui portava la cravatta per parare il freddo. Fece fare una risata a tutti. Poi provò a dire: «Perché mi piace». Per l'appunto vedo che a tutti intorno piace la stessa cosa, sicché non ci credo. Difatti lui portava la cravatta non perché l'avesse scelta, ma perché la portano gli altri. E voi il twist non lo avete scelto, ma ve lo hanno imposto e ve lo possono imporre come vogliono. Un ballo se è bello o brutto non importa, quello che impongono è quello che pigliate. Se fissano a New York che quest'anno ballate l'Aida, voi ballate l'Aida, se fissano che ballate la messa da morto, ballate la messa da morto. La vostra libertà è di scegliere entro i limiti delle poche possibilità che vi danno, cioè di ballare un twist o un madison, ma non di ballare o pensare; non di ballare o regnare e essere padroni del vostro voto, del vostro pensiero; non di ballare oppure vincere discussioni; non di ballare o convincere le persone con cui parlate.
Purtroppo la mia previsione è che sarete pecore, che vi piegherete completamente alle usanze, che vi vestirete come vuole la moda, che passerete il tempo come vuole la moda. Ma mi dite che soddisfazione ci trovate ad accettare una situazione simile? Ribellatevi! Ne avete l'età. Studiate, pensate, chiedete consiglio a me, inventate qualcosa per sortire da questa triste situazione in cui siete e poter arrivare al punto di fare realmente, con una libera scelta vostra, le cose che vi par giusto fare. Per me sarebbe una umiliazione tremenda se uno mi domandasse: «Cosa stai facendo? Perché lo stai facendo?» e dovessi restare a bocca aperta senza rispondere. E educo i miei ragazzi così, a saper dire in qualunque momento della loro vita, cosa fanno e perché lo fanno. Se voi mi dite: «Giovedì si balla perché sì!» e non inventate nulla per sortirne, siete delle disgraziate."

Don Lorenzo Milani, Una lezione alla scuola di Barbiana, Lef, Firenze 2004

Vale proprio la pena commentare e il testo e la presentazione. Prima di tutto, come introduzione, un fatto storico correlato che ci può servire da confronto. Ecco come lo riporta Augusto Gotti Lega nel suo Memorie Toscane, siamo all'inizio del '900:
"[…] il tango, il nuovo tremendo e affascinante ballo arrivato dall'America del sud e che tanto scandalo aveva suscitato nel gran mondo romano, per cui il Papa Pio X per dirimere le controversie e le polemiche salottiere aveva voluto che una coppia della nobiltà più nera, quella che aveva chiuso mezzo portone in segno di lutto il 20 settembre, lo andasse a ballare davanti a lui. Dopo che ebbe visto la coppia ondeggiare al suono dei violini dichiarò che non trovava nulla di male in quella nuova danza e così il tango passò."
Si racconta che il Pontefice, alla fine dell'esibizione, abbia esclamato: «Mi me pàr che sia più bèo el bàeo a 'ea furlana; ma nò vedo che gran pecài ghe sia in stò novo bàeo!» (A me sembra che sia più bello il ballo alla friulana; ma non vedo che gran peccato vi sia in questo nuovo ballo!). Tornando a don Milani, pare che Giovanni XXIII, dopo la lettura di Esperienze Pastorali, abbia definito l'autore "un pazzo scappato da un manicomio". Ed è su questa definizione che voglio intanto soffermarmi.
 

Per i sostenitore del mito, l'uscita del papa buono sarebbe da addebitare a un'incomprensione iniziale della novità rappresentata dal parroco di Barbiana (insomma, don Milani come Gustav Malher: "il mio tempo non è ancora venuto…"). Vogliamo scherzare? Quella di papa Giovanni è una lungimirante intuizione che va tutta a suo merito. Basta infatti leggere e rileggere, perché si stenta a crederci, la registra­zione della famosa "lezione" (e non c'è motivo di ritenere che Michele Gesualdi l'abbia mani­polata) per cogliervi un furore ideologico, una libido dominandi, una volontà di rigenerazione totale del "popolo" che fa pensare seriamente a Pol-Pot. La frase di Giovanni XXIII, come quella di Pio X, ne testimonia la straordinaria capacità di discernimento e insieme quella, propria dei grandi, di arrivare con semplicità e immediatezza al nocciolo della questione. Papa Roncalli non citò Dostoevskij e il suo straordi­nario romanzo I demoni, nel quale personaggi di tal fatta e dallo stesso frasario sono magnifica­mente illustrati, non alluse ad Augustin Cochin ed alla sua geniale analisi sociologica della machinerie totalitaria, gli bastarono due parole: "un pazzo". Con in mente l'esclamazione in trevigiano di Pio X, sono portato a credere che l'abbia detto in bergamasco. Non abbiamo notizie, è una supposizione, ma resto convinto che nella lingua materna lo deve avere almeno pensato.
 
A proposito della mentalità di don Milani si faccia caso, nel testo sopra pubblicato, a questo raggelante esempio di logica robespierriana:
"una delle tre: o è utile, o è inutile, o è dannoso. Se è inutile è immorale, se è dannoso è immorale e se è utile tocca a qualcuno dimostrarmelo."
La sua triste rivoluzione, come tutte le tristi rivoluzioni, iniziava col tabula rasa: toglieva enfaticamente il biliardino, opera del demonio capitalistico, dall'Oratorio, proseguiva aggredendo un povero ragazzo di Vicchio, probabilmente arrivato appena alla quinta elementare, dandogli dell'imbecille perché non sapeva giustificare la sua cravatta. (Bella forza, con un così brillante e colto figlio dell'alta borghesia fiorentina non c'era partita. Risibile poi quel: "Io sono un povero prete di montagna"). La destrut­turazione della cultura popolare e familiare doveva servire a riplasmare quei ragazzi in agitprop: "vincere discussioni", "convincere le persone con cui parlate", questo lo scopo, l'unico scopo, funzionale alla Total Mobilization ideologica.
 

Ora di tutto ciò un minimo di carità imporrebbe di non parlare, se non fosse che il donmilanismo è stato, ed è ancora, per mia esperienza quasi quarantennale di insegnante alle superiori, il motore primo (non certo l'unico, ma il primo e il più tenace) della distruzione della nostra scuola pubblica come occasione di crescita umana, culturale e professionale per le classi più povere. È perciò necessario, per il bene comune, liberarci finalmente da questa perniciosa follia.
 

Resta però un mistero, per me ancora inspiegabile. Com'è possibile che queste verità, così evidenti, siano ancora sommerse? Com'è che nel 2004, un disattento giornalista del settimanale diocesano di Firenze poteva ancora acriticamente presentare l'enormità che leggete sopra come una cosa "interessante". Eppure sotto sotto che qualcosa non tornava doveva essersene accorto se, per giustificare l'aggressività, spiegava che: "non era da farsi in quel «luogo sacro» che per lui era la scuola". Il giornalista non aveva pensato un pochino al fatto che quando per un prete il "luogo sacro" è la scuola, c'è un problema, un grosso problema direi? Che forse era questo il fondamento della condanna di Esperienze pastorali? Ormai siamo al quarantennale di Lettera a una professoressa e quasi nessuno prova ad andare oltre la mitologia.
 
Stefano Borselli
 

NOTA. Non ci sarebbe bisogno di aggiungere che di don Lorenzo Milani Comparetti persona, dei suoi tormenti e dei suoi mutamenti, a chi scrive non è dato di sapere. Si tratta, come peraltro fanno Michele Gesualdi e l'anonimo estensore di Toscana Oggi, del don Milani storico, quello che emerge da scritti, ricordi, registrazioni, ecc. Sul resto, su ciò di cui non si può parlare, conviene tacere, ma questo vale per tutti.