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Il Covile - N.o 397 (24.6.2007) Donmilanismo 2 (Luca Pignataro, Daniela Nucci, Salvatore Angelo Fiori)

Questo numero


L’auspicata discussione coviliana su don Milani e il donmilanismo è subito calda, tra l’altro mentre ancora una volta Barbiana è sotto i riflettori, perché Veltroni ha detto ieri di voler partire da lì. In poche ore sono arrivate quattro mail, prima quella dell’insonne Iacopo Cricelli, che ha inviato il suo apprezzamento praticamente in tempo reale, poi la riflessione di Daniela Nucci che trovate sotto, quindi una precisazione di Luca Pignataro e un intervento critico di Salvatore Angelo Fiori, al quale rispondo in ultimo.
Ecco intanto la mail di Luca Pignataro, importante perché entra del merito della questione, per me cruciale, “della cravatta” (ci torneremo) cominciando a risarcire il simpatico giovane di Vicchio che don Milani, senza alcuna giustificazione, insultò.
“[…] Ha mai riflettuto sull’assurdo che a lodare la scuola di don Milani (una scuola privata, in fondo) sono i sostenitori dell’assoluta prevalenza della scuola statale? Per non parlare del fatto che ormai nelle scuole (compresa la media in cui ho insegnato io negli anni scorsi) i docenti devono decidere se organizzare la festa di carnevale per i ragazzi (‘perché sennò da soli si ubriacano’) o magari, al liceo classico (capita anche questo!), la settimana in montagna… Il bello è che a fare così sono gli stessi che poi proclamano di ammirare don Milani!
Per inciso: anch’io nelle stagioni fredde mi metto la cravatta per non prendermi il mal di gola. La cravatta è stata inventata per quello, poi è diventata un accessorio di moda. E comunque oggi se un ragazzo o una ragazza non seguono la moda (e non vanno a ‘ballare’) vengono puramente e semplicemente emarginati dai loro coetanei e presi in giro dagli adulti, i quali allo stesso tempo diranno di essere “progressisti” e di rifiutare “il passato” che identificano con il fuori moda. […]
Mi piacerebbe sconfiggere questi luoghi comuni ‘luogocomunisti’ imperanti, ma temo che sarà un lavoro spaventoso… In Francia stanno cominciando a farlo. […]”
Luca Pignataro

Rileggendo Lettera ad una professoressa (di Daniela Nucci)


Mi fa piacere che il Covile abbia aperto un dibattito su Don Milani. Anche Pucci Cipriani sul Giornale ultimamente ha scritto alcuni articoli illuminanti in merito e so che il Circolo dei Liberi ha intenzione in autunno di organizzare un convegno sulle figure di Don Milani, Balducci e La Pira.
Non sono una studiosa di Don Milani, ma rileggendo tempo fa Lettera ad una professoressa (libro che avevo letto da giovane e che mi aveva molto esaltata), con quel po’ di saggezza e conoscenza che gli anni portano, mi sono resa conto del grosso granchio che allora avevo preso e quanto pericoloso fosse quel libro per quanti non erano sufficientemente “preparati” a leggerlo.
È un libro in cui trasuda un odio di classe tale che spiega benissimo perché Bertinotti si augura oggi che venga letto in tutte le scuole. E si capisce bene perché a suo tempo don Milani fosse tanto corteggiato dalle sinistre: avevano visto bene in lui, come in tanti altri “intellettuali” cattocomunisti alla Balducci, un validissimo alleato e, in ultima analisi, utile beota.
Di tutte le “profezie” del prete di Barbiana oggi non resta nulla, solo macerie nelle coscienze di quanti non hanno saputo leggere criticamente i suoi scritti. Il disastro di quelle teorie è sotto gli occhi di tutti e non mi immaginavo che, essendo ormai arcidatate, venissero ancora additate come idee da divulgare nelle scuole! Bene ha fatto Stefano a riportare alcuni episodi che non conoscevo e che rafforzano il mio giudizio negativo su don Milani.

Sono invogliata a questo punto ad aprire il discorso su un’altra grande figura del cattolicesimo fiorentino: Giorgio La Pira. Circa un anno fa La Stampa pubblicò alcuni passi salienti di una lettera inedita di La Pira indirizzata a Pio XII nel 1958, lettera che mi lasciò basita. Il nucleo delle sue riflessioni sta nell’identificare nel tessuto del liberalismo e del capitalismo il grande male, il tossico della civiltà. L’ideologia liberale — secondo il sindaco di Firenze — è quella che ha sradicato dal popolo italiano i valori cristiani perché atea e materialista esattamente come all’epoca faceva l’ideologia comunista. La Pira, scrivendo al Papa, auspica che l’autorevolezza della Chiesa induca la DC a recuperare i ceti operai e contadini.
Sul fatto che La Pira fosse dal punto di vista religioso un sant’uomo non c’è nulla da ridire, ma le citazioni sottoriportate danno un’immagine ben precisa di chi fosse il La Pira “politico”. Riporto alcuni passi della lettera:
“Il tossico della civiltà, la causa del comunismo è espresso e contenuto in questo tessuto di ‘norme liberali’ che hanno come radici il bellum omnium contra omnes (homo homini lupus). […] Pensate: la sorte dei lavoratori in Italia; la stabilità del loro lavoro e del loro pane: il loro avvenire è sempre è solamente nelle mani di questi padroni “anonimi” che dispongono senza alcun controllo del destino delle loro aziende […] La cosa più preziosa dell’uomo — dopo l’orazione e la vita interiore — il lavoro, è nelle mani incontrollate (spesso avare ed impure) del padrone! […]
Perché c’è il comunismo? La risposta è tutta (o quasi) nelle situazioni che vi descrivo: è in questa situazione liberale e capitalista che ancora domina l’Italia recando grande malessere nel mondo operaio. […]
Beatissimo Padre, quando don Sturzo scrive i suoi articoli sul Giornale d’Italia (!) articoli astratti, scritti da chi non conosce che certi schemi mentali scambiati per principi, noi sentiamo una amarezza profonda. Ma non esiste, non esiste, non esiste, questo “libero mercato”a cui si fa sempre ricorso come se fosse un principio teologale! […] ciò che esiste in pratica è il triste fenomeno della disoccupazione e della incertezza dell’occupazione: due atti dovuti essenzialmente alla strutturazione liberale dell’economia e della finanza. […] San Giuseppe, patrono della Chiesa, deve aiutare questa nostra Patria dove il tossico anticristiano del liberalismo più gretto ed egoista è ancora tanto abbondante e tanto radicato nell’organismo dirigente della nazione. […]
Sradicare il mondo liberale, sradicare i principi liberali, sradicare la mentalità liberale: dare il senso cristiano, comunitario, della società, della nazione, del mondo; altra via per sradicare il comunismo non c’è […] Questi valori sacri non devono essere spazzati via da una concezione del mondo — quella liberale — che ignora il mistero della grazia, dei sacramenti, della Chiesa e che è atea e materialista quanto atea e materialista è la concezione comunista che da essa è sorta, come frutto dal seme, come effetto da causa.
Noi Beatissimo Padre lotteremo senza tregua contro questo cancro sociale che ha “secolarizzato”la civiltà e l’ha condotta — essa! — sul ciglio dell’abisso”.
Da queste poche citazioni si intuiscono i forti limiti di La Pira nelle analisi storico-economico-politiche: una condanna — quasi una scomunica — del capitalismo, un fortissimo pregiudizio anti-industriale e antimoderno, la mancata distinzione fra liberalismo e liberismo, l’attribuire al liberalismo la causa di tutti i mali della società, dall’ingiustizia sociale ed economica, a quella della scristianizzazione del popolo italiano, il sorvolare sui mali ben visibili già in quegli anni del socialismo reale.
Sembrano quasi — le sue — posizioni non di un uomo del ‘900, ma del risorgimento, quando il ceto industriale era tutto liberale, garibaldino e quindi nemico acerrimo della Chiesa. Quando La Pira scrive la lettera a Pio XII siamo alle porte del Concilio Vaticano II: la speranza del sindaco fiorentino di un ritorno ad cristianesimo integralista — direi anzi, pensando ai fatti di oggi, fondamentalista, in cui non si distingue fra religione e stato — verrà velocemente spazzata via.

Mi auguro che su queste figure del cattolicesimo fiorentino si possa fare quanto prima un convegno importante, aperto, libero che non abbia timore di andare anche contro corrente, ma cerchi innanzitutto di portare un contributo a nuove riflessioni feconde.
 
Daniela Nucci
 

Una lettera di Salvatore Angelo Fiori


Penso che il buon Lorenzo Milani, non meriti un giudizio così ingeneroso, perché a rendergli onore basta soltanto una briciola delle sue idee, concretizzata poi in quel suo motto “I Care”, il quale, non solo in quegli anni, ma soprattutto oggi sarebbe di grande aiuto ai nostri poveri ragazzi che sembrano sempre più essere delle scatole vuote, o altrimenti piene di tutto, fuorché di sani ideali.
Sono sicuro che ad approfondire meglio il suo metodo pedagogico forse qualcuno potrebbe anche ricredersi su incauti ed ingrati giudizi affrettati.
“NOTA. Non ci sarebbe bisogno di aggiungere che di don Lorenzo Milani Comparetti persona, dei suoi tormenti e dei suoi mutamenti, a chi scrive non è dato di sapere. Si tratta, come peraltro fanno Michele Gesualdi e l’anonimo estensore di Toscana Oggi, del don Milani storico, quello che emerge da scritti, ricordi, registrazioni, ecc. Sul resto, su ciò di cui non si può parlare, conviene tacere, ma questo vale per tutti.”

Anzi è proprio giusta la conclusione della nota qui sopra riportata che a rispolverare Wittgenstein ed il suo Tractatus suonerebbe meglio: “su ciò che non si sa, è sempre meglio tacere” altrimenti si rischia, come in questo caso, di non essere riconoscenti.
Scusatemi di questa mia precisazione, però essendo passato per Barbiana appena che trent’anni dopo la sua morte, e non in pompa magna come ha fatto Bertinotti, ho potuto notare che si respirava ancora, in quei luoghi desolati, l’esalazione di un pensiero forte, generoso e gratuito, ma soprattutto ricco di una grande carica “cristiana e sociale”.
Ricordo che il mio pensiero ebbe in quel momento una giustificata invidia per quei ragazzi che ebbero la fortuna di beneficiare di un così grande maestro.
Ma ciò che mi sorprese ancor di più, fu la constatazione di come le idee buone e giuste vadano sempre avanti, tanto più quando le si voglia imbavagliare, come del resto fu fatto, in tutti i modi, per il povero Lorenzo Milani, convinti che relegandolo in quella sperduta canonica l’avrebbero definitivamente seppellito costringendolo a tacere per sempre.
 
Salvatore Angelo Fiori
 

Risponde Stefano Borselli


Devo prenderla un po’ alla larga. È famoso, tra storia e leggenda, un altro covile o covo che del nostro è agli antipodi (anzi diciamolo chiaro: è il nemico); si tratta di quello del terribile Veglio della montagna, capo della setta degli Assassini, il cui motto era “Dio non esiste, tutto è permesso”. Le menti più acute sostengono però che quello più segreto fosse questo: “Niente è vero, tutto è permesso”.
Gli amici del Covile, alcuni purtroppo corrispondono solo per via telematica, ma succede anche che ci si senta per telefono o che ci si possa abbracciare, gli amici del Covile, dicevo, hanno vite e idee diverse, c’è chi va a Messa e si porta il rosario in tasca, chi è libero pensatore e financo chi si dichiara ateo, ma una idea l’hanno chiara e comune: quella che il grande Josef Pieper chiama della Verità delle cose. In parole povere quei salvatici dicono pane al pane perché credono fermamente che il pane esista e che sia pane.
Io non so se le parole che ho usato nel numero precedente sono ingenerose o meno verso don Milani: le ho scritte perché, come ho spiegato, 1) le ritenevo necessarie, 2) le ritenevo, e le ritengo, vere. Se l’amico Fiori ha qualcosa da dirci sulla loro necessità o sulla loro verità lo faccia entrando nel merito. Una cosa la dico intanto io: se i “nostri poveri ragazzi […] sembrano sempre più essere delle scatole vuote”, ciò dipende anche dalle condizioni nelle quali è ridotta la scuola dopo quarant’anni di buonismo milaniano.
 
Stefano Borselli